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Sulla faccia delle donne batte quasi sempre il sole

Ilaria guarda i gatti e i gatti guardano nel sole. Ma in realtà guarda anche i cani, i criceti e anche le tartarughe. Guarderebbe anche i cavalli, se glieli portassero, ma ancora non è capitato. Perché lei ha un dono speciale, lei non si limita a guardarli. Lei ci parla. Ci parla e li ascolta, per questo riesce sempre a trovare la cura.

E’ stato così anche con il gatto di Nana. Lei l’ha portato lì, Ilaria l’ha visto, ci ha parlato e come d’incanto tutto era risolto. Nana, mentre torna a casa insieme al gatto guarito pensa a quanto sarebbe bello se fosse così semplice anche con le persone: le guardi negli occhi, ti capisci senza parlare e zac! Guarito! Certo forse questo è un pensiero superficiale: mai come quelli che fa il ragazzo della sua amica. “A proposito devo ricordarmi di prenderle qualcosa, oggi è il suo compleanno! Che poi io gliel’ho detto: chi non ti vuole, non ti merita, ma figuriamoci se mi sta a sentire…E’ innamorata!”

Oddio sono le sette, ma saranno ancora aperte le poste?” Nana corre, sempre con il gatto in mano e arriva appena in tempo. Francesca la guarda da dietro il vetro, “ma guarda questa, ti pare che ti presenti qui quando sto per chiudere e per giunta con un gatto?” però ha una faccia simpatica e in fondo ancora manca qualche minuto. Poi finalmente si va a casa. Stasera torna Monia, con le sue millemila foto che ci farà vedere tutta la sera, annegandole di birra e di chiacchiere, come se non ci fosse un domani. Ma poi che ci importa di domani?

Per questo Francesca si sbriga, chiude tutto, prende la bici e sfreccia via. Talmente veloce che non si accorge di Stefania e quasi la investe. “ma guarda tu! Ohhh, ma che te cori?” Non mi ci abituerò mai a queste cittadine del nord, con tutte queste biciclette. Ridatemi il traffico di Roma, ridatemi il caos, i motorini, i clacson. Quando sto lì vorrei scappare, ma quando non ci sono mi manca da morire. E invece rischio di morire investita da una pazza in bicicletta! Quando lo racconterò a Maru chissà quante me ne dirà! Oh, ma quella lì è Bia…

Ciao Bia! Stasera insieme a Claire andiamo a vedere i lavori di Chiara che fa una mostra in Comune, viene con noi?” “Verrei volentieri, ma ho già un impegno con Lucia. Sarà per un’altra volta. Ma tu, che mi racconti? Novità?” “Macché, tutto tace! Però tu stai tranquilla che io reagirò. Lo sai, non sono fatta mica di zucchero“.

L’estate è bella, fa buio tardi, il sole indugia e tira tardi, soffermandosi ad illuminare i volti e le espressioni delle fanciulle, colorando i loro sogni. Federica passeggia per i viali, mentre insegue un ricordo. E un pensiero con un punto interrogativo le si ferma nella testa. Roberta…che fa? Come sta? Ma soprattutto, quando torna? E dai Robbe’ e torna no!

Sulla faccia delle donne batte quasi sempre il sole, per noi che se non ci fossero loro.

 

 

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La mossa del supereroe

Nessuno ti aveva detto che sarebbe stato semplice. Ma nemmeno ti avevano detto che sarebbe stato così faticoso. Altrimenti pigro come sei avresti cambiato idea. O avresti chiesto aiuto. Invece te la devi cavare da solo, perché nessuno può aiutarti. Ma tu non hai bisogno di nessuno. Solo di te stesso. Solo della fiducia in te stesso. La stella è lì, aspetta solo te per essere raggiunta. Qual è la prossima mossa?

La mossa del supereroe.

C’è uno studio scientifico che dimostra che se tieni questa posizione da supereroe per 5 minuti prima di un colloquio o una presentazione importante o un lavoro difficile, non solo ti sentirai più sicuro, ma andrà sensibilmente meglio.”

“Davvero?”
“Davvero. Lo senti?”
“Siamo supereroi”
“Siamo supereroi”

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Ora assumete la posizione. Mani sui fianchi, petto in fuori, sguardo in alto, fissate la vostra stella.

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La ballata dell’uomo gomma

“Mamma c’ha il cuore debole ma la voce di tuono, Mamma c’ha il cuore debole ma la voce di tuono. Ci guarda col megafono dall’ultimo piano. Promette un castigo, minaccia un perdono”

Probabilmente ha dei ricordi sfumati, annegati in un litro di frustrazioni, tre quarti di dispiaceri e mezzo di paure. Era ubriaco di ansie fin da piccolo e non si è più ripreso. E’ così, è sempre stato così. Più grasso del dovuto, meno amato del consentito. Lo chiamavano Gommolo, perché ha la faccia morbida e tonda, proprio come una gomma da cancellare. Una carezza mancata, un bacio non dato, l’assenza che riempe ogni tempo, ogni spazio, deborda sopra ogni presenza e ti lascia senza fiato, come fossi sott’acqua.

Sott’acqua Gommolo chiude gli occhi e sogna. E poi sogna anche ad occhi aperti. La maestra dice che ha molta fantasia e anche se dice bugie, se nega l’evidenza, è segno di intelligenza, non bisogna reprimerlo, povera creatura. E lui continua, ci prende gusto, affina la tecnica. Se la realtà è brutta, se il mondo è cattivo, se non c’è possibilità di cambiarlo, se è troppo faticoso cambiarlo, perché non inventarne uno nuovo? Se puoi raccontarlo diventa vero. Se ci credi veramente allora esiste sul serio. Se ci credi fino in fondo ci crederanno anche loro, anche gli altri, tutti gli altri.

Gommolo studia, diventa il più bravo, puoi chiedergli ogni cosa, lui sa tutto. E poi fa girare le voci, racconta storie, diffonde leggende. Come una gomma su un foglio, quello è il suo modo di cancellare la realtà. E crearne una nuova.

Lui vuole bene a tutti, è buono, è simpatico, è disponibile. Vuole essere amico di tutti, farà quello che vuoi, perché vuole che anche tu gli voglia bene. Stai attento però! L’importante è non svelare le sue bugie. Perché allora diventa cattivo, più cattivo di tutti. Lui è come l’uomo ragno. Nessuno deve togliergli la maschera.

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Boulevard of broken Dreams

L’autobus mi lasciava abbastanza lontano da casa. Ma ero contento, perché almeno potevo fare due passi dopo esser stato seduto tutto il giorno. E così tutti le sere camminando lungo quel viale, ripercorrevo le mie giornate, ripensando ai fatti, alle persone, alle situazioni. E soprattutto alle occasioni. Quante ne avevo fatte scivolare via!

Sai Guido noi abbiamo dei buoni stipendi, ma i soldi veri, caro mio…o si rubano o si sposano“. Che stronzo il mio capo! Però mi sa che in quello aveva ragione. Io invece non rubavo, non avevo mai rubato nulla. Per di più ho sposato un angelo. Che come tutti gli angeli non aveva una lira. Forse per questo non siamo mai stati ricchi. Eppure sarebbe bastato chiudere un occhio una volta, fare finta di non vedere un’altra….e oggi anche io sarei ricco.

Ma non ti vengono i rimorsi di prendere qualcosa non tuo?” “Ti rispondo facendo un esempio. Io adoro la marmellata di more. Certo ti restano i semi in mezzo ai denti, ma basta uno spazzolino e un po’ di dentifricio dopo pranzo e il gioco è fatto“. Per lui gli scrupoli e i rimorsi di coscienza sono come semi di mora in mezzo ai denti. Ma io un dentifricio capace di lavare la coscienza non lo conosco. E a dire il vero neanche vogli conoscerlo.

Calava l’umidità, insieme al freddo tipico dei giorni della merla. Tornavo a casa lungo quel viale, a passo svelto, riscaldandomi con i sogni che avrei potuto realizzare se fossi stato ricco: gli studi per i figli, le vacanze per tutta la famiglia, risistemare casa, cambiare la macchina. Ma il sogno più grande non dovevo rincorrerlo chissà dove. La mia onestà, il faro della mia vita, era il sogno più bello, quello che ero riuscito a realizzare, nonostante tutto e tutti. Altro che cambiare la macchina! Una macchina…a tutta velocità e un motorino.  Mi risvegliai dai miei pensieri come se fossi dentro un film di azione, tutto avvenne in un istante: la macchina era della polizia e stava rincorrendo il motorino. Ormai gli stava addosso, il motorino provò ad accelerare ancora, una curva, una sbandata, il guidatore perse il controllo finendo sull’asfalto. Rapido come un fulmine si rimise in piedi, tirando su il motorino e riprendendo la corsa, lasciando in terra però una borsa.

La macchina continuò a stargli dietro e in una manciata di secondi erano già in fondo al viale e poi fuori dalla mia vista. La curiosità prese il sopravvento sulla prudenza. Nessuno in giro, mi chinai sulla borsa. Era piena di soldi. Soldi come ne ne avevo mai visti in vita mia, più di quanto si possa anche solo immaginare. Lo so, non erano miei, ma in fondo non era neanche rubare. Non proprio almeno. La nebbia scendeva sempre più fitta, rendendo tutto ovattato, come una bolla fuori dal tempo. Ripresi la strada di casa, lungo il solito viale, felici come forse non ero mai stato, canticchiando una canzone dei Green Day

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Ricorda per sempre il cinque novembre

Non doveva andare così. No che non doveva.

Soldi facili pensavi. La siccità si era portata via anche l’ultima bestia e lavoro non ce n’era. C’erano invece due bocche da sfamare, un futuro da costruire. Soldi facili. Com’è facile morire. Anche se hai ventidue anni e a casa una moglie e un bambino che ti aspettano.

Non doveva andare così. Non è giusto perdere un padre prima ancora di conoscerlo. Hai idea di che cosa sia stato crescere da solo? Con i racconti che si mischiano e si confondono con i ricordi, fino a non capire più dove cominciano gli uni e dove finiscono gli altri. In realtà non è vero che sia cresciuto da solo. C’era sempre quest’odio insieme a me. L’odio che cresceva sempre più forte, che mia aiutava ad andare avanti, a rispondere ai bulli, a mandare via le lacrime. Ti avrei vendicato, lo sai che l’avrei fatto, l’avevo giurato.

Perché l’odio è come l’amore papà, hanno la stessa natura. Si alimentano e crescono da sé, trovano forze e vigore nelle difficoltà e vanno dritti alla loro meta come le luci delle stelle.

Gli anni passavano veloci, ormai era tempo di agire, avevo diciassette anni, ero un uomo e potevo finalmente affrontare l’uomo che mi aveva portato via mio padre, che si era portato via per sempre l’innocenza della mia fanciullezza, condannandomi a crescere troppo in fretta.

Quel 5 novembre era una giornata di una bellezza sconvolgente, quelle giornate quando il sole è ancora caldo come fosse primavera e il cielo è di un azzurro imbarazzante. Il giorno giusto per ristabilire la giustizia, per far tornare finalmente i conti.

Mi ero procurato una pistola, la stringevo nella tasca, neanche avessi paura che potesse fuggire via. Avevo studiato il percorso, controllavo l’orologio, lo sapevo che tra qualche istante sarebbe uscito di casa ed ero lì a riprendermi quello che mi aveva tolto dodici anni prima.

Il tempo e lo spazio sono concetti strani. Ad esempio, la vedi quella stella laggiù? Noi continuiamo a vedere la sua luce, ma forse lei è morta da tempo. La sua luce continua a viaggiare nello spazio per chilometri e chilometri, viaggia nel tempo per anni e anni e noi continuiamo a vederla, ma forse lei non c’è più, è sparita nel nulla senza che noi possiamo saperlo.

Quel giorno l’uomo che ti aveva ucciso non era solo. Uscì di casa ed io arrivai silenziosamente dietro di lui, con il dito sul grilletto della pistola che urlava nelle tasche. Non era solo perché aveva in braccio un bambino, ancora mezzo addormentato. Camminava avanti a me, eravamo a due metri di distanza, il bambino ha tirato su la testa, mi ha guardato, ha fatto un sorriso e mi ha fatto ciao con la mano.

L’amore e l’odio sono come la luce delle stelle, continuano a viaggiare, ma forse la loro origine non c’è più da tempo. E noi dobbiamo solo rendercene conto.

 

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Senza voltarsi indietro

Le chiavi gliele lascio al solito posto, dietro il vaso di rose bianche. Grazie eh! Grazie di tutto.

E di cosa? Mi dispiace solo che…

La guardo, le sorrido, non ho la forza di aggiungere altro. E che altro c’è poi da aggiungere? Il dispiacere mi divora. Lasciare questa casa, lasciare questa città, cancellare gli ultimi cinque anni della mia vita. Prendere atto che quella strada che mi ero costruito giorno per giorno, asfaltandone un pezzo alla volta, alla fine si è rivelata un vicolo cieco.

Mi dispiace che va via, ecco. Ora però basta, altrimenti mi metto anche a piangere

Mi guarda, mi sorride, non ha la forza di aggiungere altro. E pensare che quando sono arrivato…il terrone, con i capelli lunghi, quella strana musica e quel fumo con quello strano odore. Posso solo immaginare quante me ne ha dette dietro! E se sono riuscito a conquistarla è solo perché non ha mai saputo che insieme al basilico, al rosmarino e alle rose, mi ha annaffiato anche la Maria!

Ma è vero che vai via? Non mi dire che finalmente inizierai a lavorare? Comunque mi mancherai, barbun!

E mi mancherai anche tu, vicino stronzo, non l’avrei detto! Ma del resto, quando sono arrivato qui com’è che dicevo? La cosa più bella di questa città è il treno che ti riporta a casa…e invece mi mancherà. E’ stata la mia scommessa, doveva essere il mio riscatto, il voltare pagina per scrivere un capitolo nuovo della storia, ma non si scrive mai nulla di veramente nuovo. E se anche ho perso la scommessa, questo non vuol dire che era sbagliato provarci.

No, l’errore non è stato provare. Non confondo i miei alibi con le tue ragioni. L’errore è stato confondere i desideri con la realtà, negando l’evidenza. E infatti, ora che questa storia è finita, quello che mi manca di più, quello di cui ho questa nostalgia struggente  è ciò che non è stato, quello che poteva essere, che avrei voluto che fosse. Non mi manca certo quello che è stato realmente. E forse questo farà sì che tra qualche tempo i ricordi saranno più belli della realtà.

In mezzo a questi scatoloni, aspettando che arrivi la ditta con il camion che porterà via tutto, mi manca quasi il fiato. Non sono stato fortunato, ma d’altra parte non ho mai creduto nella fortuna. Perché mai lei dovrebbe credere in me? Mi fa impressione pensare che domani è primavera. Domani ricomincia una nuova stagione. Dopo questa notte, domani ci sarà un nuovo mattino perché in fondo, come dice il saggio cinese, quello che per il baco è la fine del mondo, per il resto del mondo è una farfalla.

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Nel covo dei pirati

Nel covo dei pirati c’è poco da scherzare
chi non si arruola finisce in fondo al mare.
Finanche i più convinti, finanche i più decisi
a denti stretti si sono tutti arresi.

Eccoli i pirati, i cattivi pensieri, oscuri e malvagi che attraversano la mente. Possiamo non dargli confidenza, come in metropolitana, quando sale il bullo di turno. Possiamo continuare a leggere, fingendo noncuranza, ignorando il loro sguardo provocatorio su di noi. Possiamo sperare che scendano alla prossima fermata, che spariscano in fondo al vagone, che se ne stiano in un angolo senza disturbare più di tanto.

Tu invece sei la sola che va così sicura
sul trampolino di Capitan Uncino
Ma dimmi come fai a non aver paura
o sei incosciente oppure sai che è un sogno
che non dura! Come sei brava a raccontare
ad inventarti quelle avventure
sembrano vere, che fantasia che hai!

Possiamo sperare che la loro presenza nella nostra vita sia fugace e ininfluente, che domani non vi sia più traccia di loro e che il sole torni a splendere. Un ricordo senza memoria, ecco il massimo che possiamo concedere loro.

Continua il tuo racconto, mi sembra di vederti
al punto giusto lui arriverà a salvarti.
Tutte le tue avventure son belle da sognare
però nei sogni non ti puoi rifugiare.
Non vedi il tempo corre e non lo puoi fermare
diventi grande e ti vogliono cambiare.
e questo ti spaventa, i grandi sono strani
fanno paura più dei pescecani.
Ma proprio adesso ti vuoi fermare
non ti interessa di far vedere se
È proprio vero che non ti arrendi mai!

Spesso hai provato a spiegare agli altri come si affrontano i pirati. Dall’alto della tua forza apparente o della tua reale faccia tosta, hai indicato la strada per sconfiggerli. Qualche volta ci sei riuscito, qualche volta no. Ma ce l’hai sempre messa tutta, perché a volte è più facile dare ascolto ad un estraneo, piuttosto che a se stessi.

Nel covo dei pirati c’è poco da scherzare,
chi non si arruola finisce in fondo al mare
Ma tu con i pirati già sai cosa fare
è un tuo vantaggio e non ci rinunciare!

Tu già lo sai cosa fare
è come nei sogni, è come nelle avventure
ma il principe azzurro stavolta forse non viene
e contro i pirati dovrai lottare davvero!

Sei inutile, ed è inutile provare a cambiare le cose. C’è sempre un tornaconto, non esiste la spontaneità. Anche la più grande generosità è una maschera dell’egoismo. Non puoi spiegarti, nessuno ti può capire, perché non c’è niente da capire e niente da spiegare. Ti illudi di vivere insieme, ma si muore da soli.

Ma ormai già lo sai dai pirati cosa ti puoi aspettare?
Ti potranno insultare, minacciare, in fondo è il loro mestiere!
Ti faranno i versi, la boccacce, ti faranno le facce scure!
E’ per questo che si allenano davanti allo specchio
quasi tutte le sere! Ma lo fanno per cercare di vincere le
Loro stesse paure!

Mentre tu facevi finta di pensare ad altro quelli sussurravano il loro veleno. Ma non c’è antidoto. Li hai sempre ignorati, non gli hai dato peso, hai fatto finta che non ci fossero. Non gli hai mai rivolto la parola. Hai finto di non ascoltare, li hai lasciati entrare ed uscire come se tu non fossi lì, come se non stessero parlando con te. Il coraggio di combatterli non ti è mai mancato. Perché ci sono battaglie che vale la pena combattere, anche se sai che difficilmente riuscirai a vincere.

Ormai già lo sai dai pirati cosa ti puoi aspettare?
Ma è proprio questo il tuo vantaggio e non ci rinunciare!
Ormai già lo sai dai pirati cosa ti puoi aspettare?

Peter Pan

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Space Cow Boy

– Le vede signore?
– Quando sono apparse sui monitor?
– Esattamente 22 minuti fa.
– Non riusciamo ad inquadrarle meglio?
– Negativo signore. Arrivano dalla direzione di Alfa Centauri e si portano dietro detriti spaziali tali da impedire un’esatta identificazione.
– Ma da lì, che cosa possono essere?
– Forse faremmo meglio a chiederci chi possono essere…
– Quando entreranno nella nostra atmosfera?
– Calcolando una velocità costante direi tra 12 ore, 29 minuti e…
– Va bene. Ci risparmi i secondi tenente, temo siano importanti anche quelli.
Il colonnello Jackdogs, responsabile del Centro Unico di Osservazione Terrestre, era molto preoccupato. La polvere delle stelle non rendeva nitida l’immagine, ma dai radar era chiaro che tre veicoli sconosciuti si avvicinavano all’atmosfera terrestre a tutta velocità. E ora che doveva fare? Quanto avrebbe potuto tenere nascosta quella notizia prima che fosse di dominio pubblico? Doveva parlare con il presidente degli Stati Uniti Terrestri e doveva farlo al più presto.
– Ho terminato ora con il presidente e con tutti i responsabili della sicurezza. Non devono entrare nella nostra atmosfera: prima si spara, poi chiediamo chi è. Non possiamo correre rischi. E del resto se avessero intenzioni pacifiche non si sarebbero precipitati qui a quella velocità.
– D’accordo Colonnello, li affrontiamo con l’Air Force One e gli spariamo addosso delle testate nucleari. Non avranno nemmeno il tempo di dire buon giorno!
E così fu. Le bombe al plutonio gli andarono incontro, centrandoli con millimetrica precisione, non ne restò neanche il più piccolo detrito.
Di loro nessuno seppe più nulla.
Certo, questo era uno scherzo del destino! Proprio lui, il Cow Boy dello spazio, che aveva attraversato tutti i mondi conosciuti e le stelle più lontane, proprio lui che aveva sempre sognato di incontrare forme di vita aliene, doveva scontrarsi con degli extraterrestri lì, a due passi da casa e distruggerli prima ancora di conoscerli, di capire, di sapere. Che strano destino!
Ma ora che il pericolo era passato, quella era la prova inoppugnabile che esistevano altre forme di vita e bisognava andare a cercarle, capire da che pianeta venissero.
Così il colonnello Jackdogs riuscì ad ottenere fondi e permessi per organizzare una nuova missione spaziale. La Nina, la Pinta e la Santa Maria partirono in direzione Alfa Centauri in una fresca mattina di aprile. Jackdogs coronava il suo sogno: nuovamente in viaggio per scoprire i misteri dell’universo, in cerca di mondi sconosciuti, di cieli e terre nuove. Viaggiarono per giorni e giorni e i giorni divennero settimane, le settimane mesi, i mesi anni: il tempo correva ed insieme sembrava fermo per loro. Videro cose straordinarie, stelle bellissime e pianeti dai mille colori, ma nessun essere che in qualche modo potesse far pensare ad altre forme di vita. Fecero il giro intero della galassia, in cerca della nuova India da colonizzare, rischiando più volte di perdersi nell’oceano dell’infinito. Ma le apparecchiature di bordo non potevano sbagliare: concluso il giro automaticamente li avrebbero riportati a casa. Ed eccola Itaca, il pianeta azzurro, mai così bello, mai così familiare. Ma invece delle fanfare e delle bandiere a dargli il benvenuto, in quella fresca mattina di aprile, fu l’Air Force One. Che senza alcun avviso gli tirò addosso tre testate nucleari.
Di loro nessuno seppe più nulla.

 

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Leone ballerino balbuziente

If ev’rybody had an ocean across the U.S.A., then ev’rybody’d be surfin’ like Californ-I-A. You’d see ‘em wearin’ their baggies. Huarachi sandals, too. A bushy bushy blonde hairdo. Surfin’ U.S.A.

– Leo mi raccomando, cerca di non addormentarti eh!

– C c ci provo! E’ cccche…

E’ che sei un coglione! Anzi, io sono un coglione, che ancora, nonostante tutto, ti faccio lavorare. Ho capito, tranquillo stammi bene, ci vediamo domani mattina.

– Gr gr grazie signor Giulio! N n nnon si preoccupi. Ttttutto sotto controllo!

– Lo spero Leo…lo spero proprio.

Leone, un povero diavolo balbuziente. Portiere di notte nell’unico albergo del paese. Oddio, albergo è una parola grossa. Ma anche paese, se è per questo. Diciamo che Leo cerca di stare sveglio durante la notte, dietro al bancone dell’unico bar affittacamere, di quelle mucchietto di case sparse sulla statale che le cartine stradali neanche nominano come frazione di nessuno dei paesi limitrofi. Quattrocase infatti è il modo in cui gli abitanti del circondario chiamano quel posto dimenticato da Dio e spesso anche dagli uomini. Qualcuno ci si ferma ancora, di giorno per un panino, di notte per dormire. Ma è inutile negarlo, se non ci fossero le nigeriane agli incroci della statale, Quattrocase avrebbe perso da un pezzo quell’unico bar pensione in cui di notte lavora Leo. E nessuno lì intorno, se non appunto i frequentatori di quelle belle di notte, se ne avrebbe avuto a male. Certo belle lo sono davvero!

Alcune belle da morire, da togliere il fiato al povero Leo, che già di suo di fiato ne ha ben poco. Se parlare fosse facile come ballare il Rock ‘n roll, allora sì che tutto sarebbe più bello. Perché Leo a ballare è un vero drago! In pista non si deve parlare, non ci si deve far capire, basta seguire la musica, il ritmo. Salti, piroette, giravolte Leo si trasforma, sembra volare, come se lì la legge di gravità non esistesse. Le gambe vanno sciolte così come le parole sono legate.

– Ohi Leo, ma a te ti gustano i Beach Boys perché balbettano come te? Ba ba ba ba Barbara Ann!

Sì, sì ridete, ridete pure, ma nessuno sa ballare come me. Come vorrei che mi vedesse la mia pantera…io, il suo Leone, lei la mia pantera. Eccola, più bella che mai…

– Ciao Leo, mi dai la chiave?

– SSSì, ecco. Bbbbuona notte.

– Anche a te, caro

Sì, se mi vedesse ballare, forse nei suoi occhi non ci sarebbe più quello sguardo di pietà.

Finché una sera, mentre i Beach Boys messi al minimo cercano inutilmente di farlo restare sveglio, sente delle grida per la strada. Non dovrebbe allontanarsi, ma una voce di donna sta chiedendo aiuto, lì fuori il branco ha circondato la sua pantera. Leo non ha paura, l’ha fatto tante volte, come fosse sul suo Surf si precipita in mezzo, un salto e un calcio in piena viso, poi ancora una capriola e un altro e fuori gioco. Il branco arretra, sbanda è disorientato, resta solo lui, il capo, mostruoso e cattivo, il “Maiale Toro”, da affrontare. Non pensare Leo, non devi parlare, segui il ritmo… Ev’rybody’s gone surfin’. Surfin’ U.S.A., Ev’rybody’s gone surfin’. Surfin’ U.S.A.

Le gambe sono più veloci del pensiero, più veloci della parola, Leo prende velocità e poi salta, più in alto e ancora di più sopra l’onda che lo porta in cielo e poi giù per colpire. Un solo colpo, in mezzo al grugno e la bestia schianta al suolo in un grido che è insieme un grugnito. Anche Leo è stato colpito. E’ steso al suolo con la testa rotta e il sangue che cola.

– Leo, Leo, ti prego apri gli occhi!

Non c’è bisogno di parlare, Leo sente la sua pantera che lo prende fra le braccia e gli parla e un pensiero gli passa per la testa. Finalmente mi ha visto all’opera. Mi ha visto ballare. Solo per lei.

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Storia di una puttana per bene

Un’ altra svolta, un bivio sulla strada, il tempo ti afferra per il polso  e ti dirige per la strada da prendere. Quindi fai del tuo meglio per superare questa prova e non chiederti il perché, non è una domanda, ma una lezione imparata con il tempo.

Perché non era andata bene con lei? Non  lo so. Jenny era uno schianto. Erano mesi che non la vedevo e mentre mi parlava al telefono non riuscivo bene a concentrarmi sulle sue parole. Non ci riuscivo perché in realtà non la stavo ascoltando, perché volevo ricordarmi il motivo per cui era finita fra noi, forse prima ancora di cominciare. Allora? Me la dai una mano? Che avrei potuto rispondere? Non avevo assolutamente sentito quello che mi aveva detto, ascoltavo le sue parole, ma non riuscivo a metterle in fila in modo da fare un pensiero finito. Un po’ come quando ascolti una canzone inglese. Avevo seguito la musica, la melodia, il suono delle sue parole. Ma non avevo capito assolutamente nulla. Ma ad una domanda così, cosa avrei dovuto rispondere? Ma sì, certo che ti aiuto!

Avevo conosciuto Jenny in una discoteca a Testaccio una calda estate di un paio d’anni prima. Ci frequentammo molto per qualche mese, poi la storia finì, senza un motivo. O forse sì, ma quella sera non me ricordavo. E non era certo perché lei fosse una puttana. No, non era quello. Da cliente ero diventato amico, uscivamo insieme quando non lavorava, stavamo bene. Certo, pensavo che avrebbe meritato di meglio. Una con la sua testa e con il suo corpo avrebbe assolutamente meritato qualcosa di meglio. Ma allora perché ci eravamo allontanati? Forse, banalmente, perché non ci avevo creduto. E del resto, come si fa a fidarsi di una così?

E comunque la mano che mi chiedeva era molto più semplice e molto più complicata di quello che mi ero immaginato. Non si trattava di picchiare nessuno, non dovevo difenderla da chissà quale maniaco. Jenny non aveva protettori, se la cavava egregiamente da sola. Quindi, ho capito bene: devo venire a pranzo con te e fare finta di essere…tuo marito?  Mi guardava con quell’espressione dolce ed irritata insieme, come una maestra che deve ripetere la lezione all’alunno un po’ tonto. Adesso non esageriamo. Basta che fai capire che sei il mio compagno. I miei sono all’antica, ma non credo se la berrebbero che sono addirittura sposata. Ah, a proposito, il mio nome vero è Carla. Vedi di non sbagliarti!

I suoi, due simpatici vecchietti abruzzesi, la vedevano poco. Da quanto mi aveva raccontato lei li andava a trovare al loro paese un paio di volte l’anno, ma loro non erano mai venuti a Roma. Lei gli aveva detto che lavorava in un call center che gli imponeva orari assurdi, con turni notturni che non le consentivano una vita normale. Ma quel fine settimana lei compiva trent’anni e non aveva potuto impedire loro di venire. Anche per fargli finalmente conoscere questo misterioso Michele. Che poi sarei stato io. E così mi trovai a passeggiare per il lungomare di Ostia, mano nella mano con Carla che se fosse stato possibile era ancora più bella di quanto ricordassi. E mi piaceva molto quella scena. Mi piaceva prendere l’aperitivo in quel baretto con il sole di maggio che già abbronzava e il profumo del mare portato dal vento. Mi piaceva chiacchierare con suo padre e mi piaceva il modo in cui ci guardava sua madre.

Stava andando tutto alla grande. Finito il pranzo la madre di Carla si alzò per andare in bagno, quando si avvicinò al nostro tavolo un coatto che forse avevo anche già visto da qualche parte. Quel che è certo è che lui avevo già visto la mia improvvisata fidanzata e con fare mellifluo cominciò a fare allusioni, neanche troppo velate, alle presunte abilità di Jenny. In altre situazioni avrei risposto a muso duro, pretendendo delle scuse. O forse avrei fatto qualche battuta ironica, consigliando il tipo di evitare l’alcol, se gli provocava dei palesi fraintendimenti come quello lì. Il problema è che non avrei potuto pretendere delle scuse, né mi venne alcuna battuta ironica. Così mi limitai ad alzarmi e a colpirlo con una capocciata sul naso, facendolo stramazzare al suolo. Nel parapiglia seguente Carla prese i suoi e uscì in fretta e furia, mentre io allungai un po’ di soldi al proprietario del ristorante per calmare la cosa.

Scusatemi, ho perso la calma. Mi dispiace che quest’episodio ci abbia rovinato questa bellissima giornata, dovevano essere le mie scuse, mentre in macchina riportavamo i suoi alla stazione dei pulmann. Michele, non devi scusarti. Anzi, oggi sono più tranquilla perché abbiamo visto quanto ci tieni a nostra figlia, rispose la mamma, chissà quanto convinta di quello che aveva appena detto. E se già non avessimo avuto dubbi sulla reale percezione di quella giornata, l’ultima pulce la piazzò il papà, al momento dei saluti, Carla hai notato che quell’ubriaco, scambiandoti con chissà chi, ti ha chiamato Jenny. Ma non era il soprannome che usavi a scuola? Che strana combinazione.

Mi dispiace, provai a dire quando rimanemmo soli. E di cosa? Devo ringraziarti invece, non capita spesso che qualcuno sia disposto a prendere le mie difese, sei stato un fidanzato perfetto. Anzi, in questa recita sei stato un attore perfetto per i miei, ma almeno ora loro sono tranquilli. Peccato fosse solo una recita... Mi piaceva come mi guardava mentre lo diceva, mi piaceva da morire e improvvisamente capii perché  la nostra storia si era interrotta.  Non era vero che non avevo avuto fiducia di lei. Jenny, anzi Carla meritava qualcosa di meglio di quella vita. Ma finché si accontentava di essere una puttana, probabilmente si sarebbe accontentata anche di uscire con me. Il salto di qualità che l’avrebbe portata via da quel locale, inevitabilmente l’avrebbe anche portata via da me. Ero scappato perché non mi fidavo. Ma non di lei. Non mi fidavo di me.

Ma tu domenica prossima ci torneresti al mare con me?