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30 maggio 1984. Il fuoco amico dei ricordi

Notte di sogni, di coppe e di campioni…

E’ difficile ricordare, a trent’anni di distanza, una giornata in ogni singolo momento, come se l’avessi vissuta ieri. E infatti capita raramente e sempre quando il ricordo è legato a qualche evento particolare: il giorno in cui morì Kennedy, il giorno in cui rapirono Aldo Moro. O più recentemente l’11 settembre. Qui nella capitale, per le persone che hanno diciamo dai 40 anni in su, il 30 maggio 1984 è una di quelle giornate. Per me poi ci sono anche elementi in più del tutto personali. E allora, trent’anni dopo, cado sotto i colpi del fuoco amico dei ricordi (leggete l’ultimo di Piperno e poi ne riparliamo).

Bang! Il primo colpo mi riporta ad una mattinata di sole. Le 8,30, prima campana, e spegni quella sigaretta…17 anni, secondo classico, per chi non lo sa, 4 anno (sapete perché noi del classico siamo delle seghe in matematica? ma è normale, prima facciamo il 4 e 5 e poi il 1, 2 e 3!), con la scuola agli sgoccioli, c’era il rito della foto di classe. Come ogni anno, il più fortunato con la bandiera in mano, avremmo salutato l’anno che se ne andava, già proiettati al prossimo e all’esame di maturità che ci aspettava.

Bang! Il secondo colpo dei ricordi vola al pomeriggio, all’Aventino, alla clinica Salvator Mundi, per la precisione. mamma quel giorno doveva uscire. Finalmente! Due settimane prima aveva subito un’operazione e fortunatamente era andato tutto bene. Quello stesso tumore che poi se la sarebbe portata via qualche anno dopo, quella volta fu sconfitto. Un piccolo contrattempo fece slittare la dimissione il giorno dopo. “E va be’ – pensai – il peggio è passato, cosa vuoi che cambi un giorno in più o in giorno in meno”? L’importante è che si poteva ricominciare a vivere, a cazzeggiare, a pensare alle ragazze. E al calcio!

Bang! Il terzo colpo, quello che rende indimenticabile quella giornata, che la fa entrare nella storia. Allo stadio Olimpico la Roma si gioca la possibilità di entrare nella storia, di arrivare sul tetto del mondo. Mio padre, mio fratello ed io, laziali fino al midollo, come tutte le sere in quel periodo siamo a cena dal fratello di papà, in una casa di romanisti agguerriti e pronti a festeggiare. E sarà per riconoscenza verso i nostri ospiti, sarà perché anche noi percepivamo di trovarci di fronte alla Storia, con la S maiuscola, non potevamo tifare contro come avevamo fatto fino a quel giorno e come avremmo continuato a fare dal giorno dopo in poi.

Dario e Paolo, i miei migliori amici erano allo stadio, mio cugino lì a fianco a me, più della metà della città con il fiato sospeso, ad un passo dal traguardo. E certo, sapevo bene l’inferno che avrebbero scatenato, i mesi e mesi di festeggiamenti e di rosicamenti che stavo per subire. Avrebbero invaso la città, l’avrebbero messa a ferro e fuoco con i loro orrendi colori come avevano fatto pochi mesi prima con lo scudetto. Anzi, molto di più: Campioni d’Europa! Ma io la mia coppa dei campioni l’avevo già vinta. Mia mamma l’aveva vinta e tutto il resto contava davvero poco. Per questo avevo uno stato d’animo altalenante, un po’ rassegnato all’ineluttabile, un po’ rinfrancato comunque dallo scampato pericolo. E quasi impassibile, con una calma atarattica, assistetti alla disfatta dei cugini, al clamoroso harakiri che li portò a perdere la finale di fronte al proprio pubblico.

E così torno al primo colpo e torno a guardare quella foto. Ma pensa se avessero inventato la macchina del tempo. Pensa se si potesse andar lì ad interrogare quelle belle facce, a farsi raccontare i loro sogni, le loro speranze. Per esempio quello lì dietro con gli occhiali, il nano della compagnia. “Ehi tu? Che mi dici?” Chissà se tu potessi vedermi oggi come io posso vedere te. Perché io mi ricordo chi eri e cosa avevi in testa e ora posso giudicarti. Ma tu? Tu come mi giudicheresti? E quell’altro là, con la bandiera in mano e quell’orrida maglietta? Che direbbe oggi quello lì, che aveva tanta fretta quel giorno perché doveva correre allo stadio? Chissà se pure lui questa sera è stato colpito dal fuoco amico dei ricordi…

 

classe

 

 

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Domani è un altro giorno

Per essere felici bisogna avere una memoria corta e una salute di ferro (A. Hepburn)

Un amico mi raccontava del sua cagnetta che aveva partorito 5 splendidi cucciolotti. Per due mesi le loro vite erano state stravolte, tutto era stato orientato in funzione dei nuovi arrivati. La cosa più incredibile, a suo dire, era stato il modo in cui la sua cagnetta, una giocherellona sempre vogliosa di correre dietro ad un pallina, oppure sempre in cerca di cibo, avesse assunto un’aria tutta seria, completamente calata nel ruolo di mamma amorevole per i suoi cuccioli, che non perdeva mai di vista un attimo.

Allo scadere dei due mesi, dopo tanti contatti e tanta fatica, era riuscito a piazzarli tutti e dalla mattina alla sera la casa si era nuovamente svuotata. La sua cagnolina sembrava impazzita: correva di qua e di là, cercando in tutta casa, annusando l’aria, guaendo e abbaiando senza tregua. Non c’era modo di tranquillizzarla, era in preda alla disperazione più totale. Poveretta!

Ma la cosa più sconvolgente è successa il giorno dopo. La cagnetta sembrava aver completamente resettato gli ultimi due mesi, compresa la drammatica giornata precedente. Scodinzolava felice per casa con la sua immancabile palletta e l’instancabile voglia di correrle dietro. Tutto passato, almeno apparentemente, tutto dimenticato. Il mio amico era davvero incredulo…come si fa a dimenticare in questo modo, in così breve tempo, un dramma così forte, un dolore tanto profondo?

Ma è strana la cagnetta del mio amico o siamo strani noi? Non sarà che invece ha ragione lei? Davvero domani è un altro giorno e si vedrà? Tralasciando il discorso genitori figli e i nostri legami a volte patologici, ma questa capacità di passare oltre il dolore, questa inesauribile voglia di riattaccarsi alla vita e alle sue gioie quotidiane, non sarà invece la cosa più naturale del mondo?

Guarda un po’ se il punto di vista giusto, quello del gustare il singolo istante dell’oggi, in cui il passato è davvero passato e il futuro non è un’ansia, ce lo debba insegnare un cagnolino! La prospettiva dell’eternità, non è in fondo esattamente questa?

 

 

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La politica (part. 1 e part. 2)

La politica è il modo in cui alcuni ingannano e sfruttano gli altri, nascondendosi dietro grandi idee, per raggiungere i propri interessi egoistici.

Lo ripeterò un’altra volta. La politica è il modo in cui alcuni ingannano e sfruttano gli altri, nascondendosi dietro grandi idee, per raggiungere i propri interessi egoistici.

Non credo in Pericle e nella democrazia Ateniese. Non credo nel Cives e nella repubblica romana. Non credo nella grandezza dell’impero. Non credo nella lega di Pontida e nemmeno nel Barbarossa. Non credo nei comuni e nelle signorie. Non credo nelle dinastie reali, non credo negli imperi coloniali. Non credo nella borghesia e neanche nel terzo stato. Non credo nella restaurazione e nell’Ancien Regime. Non credo nei progressisti e neanche nei conservatori. Non credo nei repubblicani e neanche nei democratici. Non credo nell’unità nazionale, non credo nelle terre irredente. Non credo nel fascismo, non credo nel comunismo, non credo nella democrazia cristiana, non credo nell’arco costituzionale, non credo nell’Europa unita, non credo nei sindacati, non credo nella destra e nemmeno nella sinistra.

Non credo negli imbonitori, nei populisti, non credo nei comici quando non fanno i buffoni, non credo nelle facce nuove e nemmeno in quelle vecchie. Non credo nell’uomo solo al comando, non credo nell’unto del signore. Non credo nella massa delle persone, non credo alle ragioni delle minoranze, né tanto meno all’arroganza delle maggioranze.

I sogni sono finiti. Che posso dire? C’è stato un tempo in cui avevo riposto la mia fiducia in qualcuno. Ma ora i sogni sono finiti.

 

Io credo nelle persone che hanno speso la loro vita per per inseguire un sogno.

Credo in quelli che partono per l’Africa, credo in quelli che si impegnano nelle mense della caritas. Io credo nei volontari che scavano nelle macerie, credo in quelli che si mettono un naso finto e regalano un sorriso negli ospedali. Credo nelle persone che non hanno paura del diverso, che non chiedono ragioni per dare il loro aiuto.

Io credo in quelli che si impegnano ogni giorno per rendere questo mondo un posto migliore. Credo in quelli che non vogliono convincere nessuno. Credo in quelli che fanno, senza parlare troppo. Credo in quelli che non chiedono, ma piuttosto danno.

Stop.

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Nuntereggae più. Ovvero le 10 cose che mi urtano i nervi

Abbasso e Alè con le canzoni senza fatti e soluzioni…

Come sapete (forse, chissà, almeno qualcuno fra quelli che leggono abitualmente) sono una persona molto tollerante, che tende a giustificare oltre misura gli altri. Non è una dote, non penso sia un pregio e comunque non è questo che volevo dire. Era solo una premessa utile per affermare che però anch’io, nella pur grande magnanimità e nello sforzo di voler capire sempre le ragioni altrui, ho dei punti deboli. Delle idee fisse. A volte illogiche o stravaganti, altre volte eccessive. Delle cose che tendono a rompere il mio equilibrio psicofisico e la mia bonomia verso il prossimo. Cose insomma che mi danno un po’ come l’impressione che qualcosa stia ballando la rumba, la samba ed il cha cha cha sul mio apparato riproduttivo. E quindi, considerato che stiamo invecchiando e quindi non abbiamo raggiunto il numero legale per la consueta partita di calcetto del giovedì, giusto per continuare sulla scia dei post minchioni e delle liste dei 10, ecco le mie 10 fisime, le 10 cose che davvero mi urtano i nervi.

Le persone che puzzano. E’ vero, sono tollerante, accetto quasi sempre le altrui stranezze, ma ho capito che l’olfatto è il mio senso debole. Volete vestirvi accoppiando insieme il verde pistacchio e il rosa confetto? Nulla da dire. Avete una voce stridula e fastidiosa come una gesso sulla lavagna? D’accordo. Mi proponete di mangiare cibi dai gusti improbabili? Ce la posso fare. Ma perché tenersi due gatti morti sotto le ascelle? Perché? E potrei anche arrivare a capirlo la sera, dopo una giornata di duro lavoro sui campi. Ma alle 7 e 30 della mattina, in metropolitana, in giacca e cravatta, perché?

Le persone che vanno piano. In macchina, camminando per strada, in fila. Perché? Soprattutto perché tutti davanti a me che invece vado di corsa anche quando non c’è motivo? Non è che sono contro la lentezza in assoluto. Anzi! Le cose belle vanno assaporate…mangiare, ascoltare musica, bere vino, leggere, fare l’amore (non in questo rigoroso ordine cronologico, s’intende), dovrebbero essere fatti con tutta la lentezza del mondo. Ma tutto il resto no! Tutto il resto anzi va fatto presto (e bene). In modo che poi puoi dedicare tutto il tempo che vuoi alle cose che davvero la meritano.

I vestiti tolti e lasciati al contrario. Lo so, questa è proprio una fisima. Ma è più forte di me! Mi urta i nervi! Ti sei tolto la maglietta? Ma rimettila dritta. Ovviamente questo è una di quelle cose che cerchi di insegnare ai figli fin da piccoli. E che regolarmente non fanno.

Il rotolo di carta igienica vuoto. Vedi sopra. Battaglia persa.

Certe pubblicità in tv mentre si mangia. Ad esempio, la crema contro i funghi delle unghie o quella contro i pruriti vaginali. Perché pensate che la gente, guardando questa pubblicità mentre sta mangiando, possa essere mai invogliata a comprare il vostro prodotto? Cos’è in realtà, una scommessa?

I Decoder quando saltano i programmi. Perché? Ieri sera li avevi tutti lì, belli in  fila, ti accendo oggi e niente. Avviare ricerca canali? E certo! Ma perché? Hai la memoria corta?

Qualsiasi cosa che abbia un abbinamento cromatico giallorosso. Ad esempio due mollette sui panni stesi o due libri vicini nella libreria, i piatti di Ikea. Va be’, questa è un po’ da malati di mente, lo riconosco. Ma è più forte di me.

I ritardi. Odio arrivare in ritardo. Sono molto più tollerante con i ritardi altrui. Molto di più! Ma arrivare in ritardo da qualche parte mi dà davvero un fastidio urticante.

Le porte dell’ascensore aperte. Lo so. Diventerò vecchio anch’io. E inevitabilmente anch’io lascerò l’antina dell’ascensore a metà, mezza aperta e mezza chiusa. Quel tanto che basta per bloccarlo ad un piano qualsiasi e non permettere agli altri, soprattutto a quelli che hanno fatto la spesa e sono pieni di buste, di poterlo chiamare. Ma fino a quel momento permettetemi di farmi bonarimanete insultare il reparto geriatrico in cui vivo.

Le catene di email inviate per conoscenza. Scrivi a me? Ok. Non mi scrivi? E allora perché devi scassarmi la uallera e intasarmi la casella? Sul lavoro è una paraculata, lo capisco. Della serie, io te l’ho detto! Un domani non potrai dire che non lo sapevi. Ma ultimamente ho potuto constatare che anche la catena di email e i ripetuti “rispondi a tutti” che non trattino materie lavorative riescono a sfrancicarmele ben benino lo stesso…cos’è, vi pagano? Ricevete un premio ad ogni inoltro di email? Dai, sul serio, spiegatemi!

A parte quindi queste 10 minuzie, se escludiamo poi i politici populisti, i giovedì sera senza il calcetto, i bottoni delle camicie che saltano, la pasta scotta (ma anche quella troppo al dente), i nazisti dell’Illinois, il pezzetto d’aglio che si confonde con le patate arrosto, il traffico sul raccordo, il filo di cicoria che si incastra fra i denti, uscire con il cane quando piove, la batteria del cellulare che si scarica improvvisamente, gli attacchi di colite, i call center che telefonano all’ora di cena, le sere in cui mi accorgo che ho finito il vino, gli amici che non rispondono al cellulare e neanche richiamano…a parte ciò, non potete non riconoscere che sono un tipo molto comprensivo, che non perde mai la calma e il buon umore, paziente e conciliante verso il mondo circostante.

Ora però vi lascio perché ho un pensiero che mi frulla per la testa che non riesco bene a focalizzare…

scimmia

 

 

 

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La rosa sentinella

Do you know who you are? Do you know what’s happened to you? Do you want to live this way? (Grey’s Anatomy, 10 stagione, episodio 17)

Fin dal medioevo al principio di ogni filare di vite i contadini erano soliti piantare un cespuglio di rose. Non era per bellezza, non era per una qualche gusto estetico. Semplicemente la rosa era la sentinella: se qualche parassita era nei paraggi, avrebbe attaccato prima lei. E quindi era sufficiente guardare la rosa. Finché stava bene lei era tutto a posto e non c’era da preoccuparsi.

Ecco perché se fai parte del mio filare devi stare sereno.

On the long plain, see the rider in the night, see the chieftain, see the braves in cool moonlight. Who will love them, when they take another life. Who will hold them, when they tremble for the knife!

 

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Con le migliori intenzioni

Ma non l’ho fatto apposta! E dunque? Questo che vorrebbe dire? E’ una scusante o un aggravante? Non sarà che le intenzioni delle azioni siano un po’ sopravvalutate? Non sarà che dietro il paravento delle intenzioni (che noi autodichiariamo buone) ci si senta liberi di fare quel che si vuole? E sì, lo so, il codice civile, il codice penale, colposo, preterintenzionale…ma nella vita di tutti i giorni, è così decisivo davvero sapere con quali intenzioni si è fatto (o detto), non fatto (o non detto) quella determinata cosa?

L’ho fatto con le migliori intenzioni! E pensa se invece volevi fa’ lo stronzo! La verità è che le intenzioni spesso vengono prese come attenuanti: io volevo far bene, (all’inizio, nella mia testa) se poi ne è uscita fuori una cagata pazzesca, in fondo non è mica colpa mia. Sei tu che te la prendi, è il destino cinico e baro, non mi sono spiegato/non mi hai capito.

E’ vero quello che dice la mia amica V. è verissimo: per avere cose mai avute, bisogna fare cose mai fatte. Per averle bisogna averne il coraggio, bisogna crederci fino in fondo. Bisogna andare oltre, trovare nuove strade e un po’ di coraggio in più. Ma bisogna anche valutarne le conseguenze, perché poi non ci saranno buone o cattive intenzioni da prendere come scuse. Perché in fondo, diciamocelo chiaramente: non frega una benamata ceppa a nessuno delle intenzioni con cui fai o non fai, dici o non dici una determinata cosa. Come cantava Bertoli, bisogna avere un piede nel passato, ma lo sguardo dritto e aperto nel futuro. Le intenzioni con cui facciamo qualcosa, nel bene o nel male, sono il passato. E quindi sticazzi! Sticazzi se hai fatto o non fatto detto o non detto quella cosa perché avevi (forse, chissà) un bel fine nobile ed altruistico. Non importa a nessuno. Le conseguenze sono importanti. Le cose che costruisci o le rovine che lasci. Di queste sei responsabile.

Ma come mi chiedevo qualche post addietro…c’è ancora qualcuno che, al di là delle intenzioni, si prenda le responsabilità di dire “sì, sono stato io” senza distinguo, senza attenuanti, o giustificazioni di sorta? Come dicono quelli bravi, “senza se e senza ma”? C’è qualcuno che ammetta infine di essere lui, sì, esclusivamente lui, il mandante delle sue azioni?

 

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Le 10 minchiate più minchione

Pur non avendone ancora scritti nel blog sono sempre stato morbosamente attratto dai post fatti di elenchi di cose. Danno quel senso di completezza, di conclusività, che però lascia sempre aperta la porta a nuove cose, ad un “più uno” che naturalmente ti viene in mente solo dopo. Da qualcosa si doveva pur cominciare. E cosa meglio delle vaccate fatte in gioventù, poteva inaugurare questo filone in questi miei viaggi? La colpa in effetti è della scintillante Tilla che mi titilla la papilla e mi proietta indietro nel tempo così da solleticare vecchi ricordi e gesta eroiche (?) realizzate – ahimè – qualche annetto fa. Così fra il lusco e il brusco (che non so bene cosa voglia dire, ma suona bene), mi sono tornate alla mente un po’ di minchiate fatte anni addietro. Quelle cose che quando le fai ti sembrano molto fiche. Ripensandoci il giorno dopo pensi “ma cosa cazzo mi ero fumato ieri”  “be’ però effettivamente avrei potuto evitare”, rimembrandole oggi dici, possibile eravamo così cazzoni? “oh, che zuzzerelloni che eravamo!”

Tirare il freno a mano della macchina nella discesa del Muro Torto. Qui solo i romani mi capiscono. Una cazzata. Non la fate, neanche per scherzo. Neanche se siete ubriachi quanto lo eravamo noi quella sera.

Fare scherzi telefonici. Va be’ questo è proprio datato. Oggi gli scherzi te li fanno quelli di Wind o di Edison che ti scassano la uallera all’ora di cena. Eppure andavano molto di moda. Sospiri, canzoni…mi ricordo soprattutto un periodo in cui per mesi e mesi chiamavano a casa di Dario e mandavano Careless Whisper degli Wham…non abbiamo mai capito chi fosse, ma così tanto per aumentare lo sfrancicamento di zebedei del poveretto, per un po’ lo facemmo anche noi. Senza dirglielo, ovviamente!

Pisciare dallo Zodiaco. Anche questo lo capiscono solo i romani: lo Zodiaco è il punto più alto di Roma, sulla collina di Monte Mario. Una minchiata anche questa, però non posso nascondere una certa poetica e catartica soddisfazione illusoria, come si stesse facendo pipì sul tetto del mondo.

Giocare a vodkapoker. Non lo fate. Vomiterete anche l’anima e non berrete più vodka per anni, anni e anni.

Entrare ad un concerto scavalcando. Vale anche se era il concerto dei Level 42 ed era mezzo vuoto? Va be’, fatto anche questo.

Partecipare a corse con la macchina. Assolutamente da cancellare! Il percorso era via Livorno, ponte Lanciani e ritorno. Considerando che i concorrenti erano la mia 127, l’A112 di Dario, l’A112 di Massimo, la cinquecento di Stefano e la Panda di Paolo, c’è da dire che eravamo proprio scemi. Epperò quanto ci divertiva!

Imbucarsi alle feste. Questa era diventata una moda in 1 classico: in settimana si cercava in giro, soprattutto a ricreazione, chi e dove c’era qualche festa nel week end. Saputo l’indirizzo aspettavamo sotto casa del festeggiato che arrivasse qualcuno e ci aggregavamo. Si mandava avanti Daniele, che notoriamente era quello con la faccia da culo e la parlantina migliore di tutti. L’importante era togliersi i giacconi e salutare cordialmente tutti i presenti. A nostra discolpa posso dire che, a differenza di altri, non abbiamo mai fatto danni. Anzi, a volte abbiamo risollevato feste anche piuttosto moscette.

Rubare nei supermercati. C’è altro da aggiungere? Scommesse sceme!

Ruttare in faccia ad una professoressa. Guardandola negli occhi e rispondere così alle sue invettive sulla tua crassa ignoranza…va be’, questa è una bucia. Al momento più opportuno, di fronte alla famigerata professoressa di Fisica mi mancò il coraggio. Ma quante volte mi è venuto in mente di farlo!

Fare la cacca dentro un barattolo del caffè, portarlo in classe bello incartato e infiocchettato con l’intenzione di darlo come regalo dei 17 anni del già citato Dario. So che sembrerà strano, ma questo l’abbiamo fatto sul serio, io e quell’altro stordito di Sandro. Che però poi buttò tutto perché faceva davvero troppo schifo.

Effettivamente, non mi consola il fatto che siano ormai andate tutte in prescrizione, né  di averle compiute insieme a illustri cardiochirurghi, colonnelli dell’esercito, stimati professionisti. Minchiate erano, minchiate sono. Ripensandoci ora anzi mi chiedo se siamo diventati quello che siamo perché abbiamo fatto anche queste cose o nonostante le abbiamo fatte. Ma tant’è! Il blog è un luogo non luogo dove si possono anche rinvangare scheletri nell’armadio, cose di cui non essere fieri, che però inevitabilmente ti fanno tornare indietro a quando avevi più capelli e meno pancia, eri incerto del futuro, ma sicuro del domani. Quando se ci fermava la polizia e ti perquisiva la macchina come quella sera davanti alla Mosca Bianca, capitava che ti cacavi sotto dalla strizza (vero Pà?) Quando tutte le strade erano aperte e noi avremmo voluto percorrerle tutte. O almeno la buona parte!

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Ieri ho conosciuto l’Uomo Ragno. Anzi, Peter Parker

Yesterday I got so old, I felt like I could die. Yesterday I got so old, It made me want to cry. Go on go on , Just walk away, Your choice is made. Go on go on, and disappear. Go on go on, away from here

 

Tutti conoscono l’Uomo Ragno! Chi non lo conosce? Chi non sa le sue gesta, le sue vittorie contro i malvagi? Chi di noi non l’ha mai visto sfrecciare con le sue ragnatele fra i grattacieli di New York? Chi non sa che “da grandi poteri derivano grandi responsabilità”?Ma Peter Parker invece chi lo conosce? Mi direte, lo conoscono i suo amici…Harry, Mary Jane, certo. Chi sa però che lui è l’Uomo Ragno? Ma poi in realtà, chi è quello vero e chi il personaggio? L’Uomo Ragno o Peter Parker?

Immaginate quindi la scena. Tu conosci l’Uomo Ragno, sai tutto di lui. O meglio, sai quello che lui ha voluto rendere pubblico. Anche le cose più intime. E poi una sera incontri Peter Parker. Non sai chi sia, è un perfetto sconosciuto. La sua faccia non ti dice nulla, neanche il suo nome. Poi si presenta davvero. “Piacere, sono l’Uomo Ragno!”

Ecco, questo è successo ieri sera. Buffo…buffissimo, direi! Facce interrogative, sguardi perplessi mentre ti presenti come Peter Parker…ma quando dici chi sei nella non realtà, quando dici che in realtà tu sei l’Uomo Ragno, vedi che si accende la luce negli occhi dell’interlocutore. “Ma tu sei…noooo, non ci posso credere!” E ti ritornano in mente tutte le cose che in realtà sai di lui, tutte le cose che hai letto, le sue emozioni, le sue paure, i suoi obiettivi, i suoi fallimenti e le sue vittorie.

Ti riconosci, prima ancora di conoscerti.

C’erano quasi tutti i miei supereroi (o meglio le supereroine) preferite: quelle di cui ho tutti i fumetti, dal numero 1 fino all’ultimo uscito. E conoscerle dal vivo è stata proprio una grande emozione. Forse, come dicevo a qualcuno, mi sono sentito un po’ fuori posto. Ma certo, penso che capiterà anche Peter, quando non si trova nella sua adorata calzamaglia rosso-blu. Della serata di ieri mi rimane un dubbio e una certezza.

La certezza è che leggere le prossime avventure sarà ancora più bello, conoscendo i veri lineamenti dietro le maschere. Il dubbio che mi assale invece è…ma non sarò troppo vecchio per credere ancora nei supereroi?

 

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Trilogia battistiana – Planando sopra boschi di braccia tese

Ci sedemmo dalla parte del torto, perché tutti gli altri posti erano occupati. (B. Brecht)

–  Corri, corri, corriiiiiiii!!!! Alfredo urlò con quanto fiato aveva in gola. Paolo lasciò in terra tutte le cose, il secchio, la colla, i manifesti e cominciò a correre, a correre a perdi fiato. Sentiva Alfredo che urlava sotto i colpi, i pugni, i calci, le bastonate. Villa Paganini, corso Trieste, ce l’aveva fatta, non l’avrebbero più raggiunto.

Mi chiamo Paolo. E sono un fascista. Lo so cosa pensate di me. Li vedo i vostri sguardi di disapprovazione o di sufficienza. “Fascista! Cosa ne vuoi sapere tu del fascismo, ragazzino!” Ma per me non è così. Certo a volte anch’io ho qualche dubbio, anche io penso che questa violenza sia sbagliata, ma che dobbiamo fare? Noi ci dobbiamo pur difendere. Perché siamo attaccati ovunque. A scuola con le parole e con il disprezzo, la notte con le botte. Gli altri non capiscono, pensano che noi siamo violenti, razzisti. Ma è una minoranza, la gran parte di noi non è affatto razzista. Noi stiamo con gli indiani d’America contro le giubbe blu, siamo con gli scozzesi contro l’Inghilterra, siamo con i palestinesi oppressi dai sionisti. Hitler ci fa schifo, come Stalin, come tutti i dittatori. Mussolini era un’altra cosa.

– Come sta?

– Ha qualche costola rotta, una lesione al polmone, probabilmente perderà un occhio. Ma ce la farà.

– Posso vederlo?

– Certo, ha chiesto di te.

– Perché Alfredo?

– Mi chiedi perché? Perché non voglio arrivare tra trent’anni a pensare che la mia vita non abbia un senso. Non voglio diventare come mio padre che riesce a essere felice solo la domenica se vince la Lazio. Che tradisce mia madre e pensa che avere figli possa essere un buon motivo per non lasciarla. Noi abbiamo un obiettivo Paolo, abbiamo uno scopo! Non te lo dimenticare!  E se per raggiungerlo dobbiamo picchiare qualcuno o essere picchiati, comunque ne sarà valsa la pena. Ricorda Nietzsche, “bisogna avere il caos dentro di sé per generare una stella che danza”!

L’altro giorno parlavo con Giorgio. Lui è una zecca, dovrebbe essere il nemico, ma siamo cresciuti insieme, eravamo amici già all’asilo, usciamo insieme, andiamo allo stadio. Ma neanche lui riesce a capirmi…neanche lui si sforza di capire le mie ragioni. Gli voglio bene, è mio amico, solo che non capisce nulla. Pensa che per essere felici dobbiamo cancellare le differenza, che dobbiamo essere tutti uguali. Stronzate! Siamo tutti diversi invece. E io voglio essere libero, non mi voglio omologare alla massa. L’unica cosa che ci unisce, oltre alla Lazio, è l’amore per la natura: le passeggiate in montagna, le corse a cavallo. Ma per il resto non capisce niente!

 – E insomma quella stronza, hai capito?

– Ma sicuro? Con Marco? Non ci posso credere!

– L’ho vista con i miei occhi! Ero in motorino, lei non potevano vedermi, ma non ci sono dubbi. E poi tu dovresti essere contento no? Anche Marco è una “zecca” come te, voi compagni volete abolire la proprietà comune, chiedigli se te la presta per una serata…

– Sei proprio un fascio di merda.

– E me ne vanto! Ma tu invece, non ti vergogni ad essere una zecca?

Mi chiamo Paolo, sognavo di cambiare il mondo. Di cambiarlo come dicevamo noi. Noi sparuta minoranza, noi che eravamo legati all’onore, al rispetto, alla tradizione. Noi che avremmo dato la vita per non tradire. Noi orgogliosamente sbagliati. Sono stato ucciso in seguito ad un colpo, probabilmente di spranga, nell’inverno dell’83. Io che odiavo la violenza e che ero un ambientalista, un verde. Magari un nero verde… Quella sera ero lì, a viale Libia e stavo affingendo manifesti per chiedere l’apertura pubblica di Villa Chigi, una villa del 700 con un bellissimo giardino. Mi consola solo in parte il fatto che dopo la mia morte è stata restaurata e resa parco pubblico. 

Mi chiamo Paolo, trent’anni dopo, chissà forse se potessi vi direi che probabilmente, anzi certamente eravano dalla parte del torto. E in fondo lo sapevamo già allora. Ma forse anche per questo mi è sembrato giusto raccontare la mia storia.

 

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Trilogia battistiana – E’ una vela la mia mente

Tu non cambi mai. Un braccio, cos’altro vuoi? Un’ora me la dai, l’amore è qualcosa di più, del vino, del sesso che tu, prendi e dai…

In fondo è come con i ristoranti.

Ti parlano di quel posto, non lo conosci, ci vai e…mangi divinamente! Una vera sorpresa, mai ti saresti immaginato di mangiare così bene! E allora ci torni. Cambi il menù, una volta carne, un’altra pesce e poi i primi, i dolci. Tutto fantastico. Un po’ ne vorresti parlare agli altri, vorresti consigliarlo, un po’ sei geloso, vorresti tenerlo per te per paura di perdere qualcosa. Alla fine neanche scegli tu cosa mangiare, perché ti fidi talmente tanto da lasciar fare e prendi quello che ti portano.

Da quel posto ti aspetti sempre il massimo. Potrà succedere che un giorno ti porteranno la pasta un po’ scotta o la carne mezza bruciacchiata e forse rimarrai deluso, perché non sei stato abituato così. Ci rimarrai male? Forse, o forse cercherai una spiegazione, un motivo. La volta dopo sei certo che ti ritroverai bene, anzi ti aspetti che cercheranno di farsi perdonare e starai anche meglio. Te lo aspetti perché ormai conosci quel posto, lo apprezzi e sai quanto ci tengono.

Frequenti anche altri ristoranti. Qualcuno perché si spende poco: non ti avvelenano, non devi prenotare, c’è un parcheggio comodo c’è sempre un posto libero. Anche se sai che vale poco. Quell’altro invece fa una cosa buona, la specialità. E sa fare solo quella, guai a chiedere qualcos’altro. Basta saperlo. Sai cosa aspettarti.

Il vantaggio dei vecchi ristoranti, di quelli che conosci da tanto tempo in fondo è questo. Sai cosa aspettarti e hai meno possibilità di errore: hai meno possibilità di chiedere cose che non saranno come le volevi. D’altra parte saranno quelli che potranno darti le fregature maggiori, perché potrebbero non rispettare le legittime aspettative che avevi su di loro.

Se invece sei abituato a mangiare a mensa, magari neanche capirai la differenza. Se per te mangiare è un fatto meccanico, come mettere la benzina nella macchina, allora ti accontenterai del primo posto che capita: non ti aspetti nulla e prendi quello che ti danno.

Già altre volte mi ero intrattenuto sul tema delle aspettative, più o meno legittime, che possiamo avere sugli altri e su noi stessi (l’ultima qui https://giacani.wordpress.com/2014/01/05/i-il-rubinetto-della-doccia-e-la-domanda-kantiana/).

La conoscenza, la stima, il quanto ci teniamo a qualcuno, ci fa avere della aspettative. E queste ultime saranno tanto più alte quanto maggiori saranno appunto quelle. Allo stesso tempo, più stimiamo, più teniamo a qualcuno, più corriamo il rischio di essere delusi. E insieme, corriamo il rischio di pretendere quello che non potrà darci. La conoscenza è basilare, anche se poi le persone cambiano, così come i gestori dei ristoranti. E allora non potrai mai essere certo se la tua attesa sarà una freccia verso il basso che quindi finirà nella delusione, oppure troppo alta, arrivando ad essere una pretesa irrealistica.

E’ complicato? Certo che lo è! Ma d’altra parte, siamo sempre liberi di non subire delusioni e di non correre il rischio di avere pretese assurde. In fondo possiamo sempre andare a mangiare al Mac Donald.