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C’è sempre un motivo

Un fastidio persistente, di quelli che ti prendono e non ti lasciano in pace per tutto il giorno. Così diffusi che hai difficoltà a capirne la causa, così prolungati che a volte neanche ti accorgi più di averli. Non stai bene, ma non capisci più neanche perché. Una sensazione di malessere generica, che ti accompagna da quando ti svegli a quando vai a dormire. Mentre lavori, mentre mangi, mentre sei in mezzo al traffico.

Magari quello che sembra un malumore, legato al tempo o ad una nottata passata in bianco, ha invece un’origine fisica. Un mal di testa, prendi una bella pasticca e via. Oppure erano le scarpe strette, appena te le sfili il fastidio scompare. Se individui il dolore, dal dolore risali al senso di malessere generale e da lì alla causa vera.

L’ideale è proprio capire qual è la causa.

Perché a volte non è il mal di testa.

E nemmeno le scarpe strette.

A volte il malessere è generico, astratto.

Ma non bisogna farsi sviare.

C’è sempre un motivo.

Inconscio o rimosso, dimenticato o talmente fastidioso da non voler essere ricordato.

Il motivo è lì.

Basta avere la capacità di individuarlo.

O forse, più che la capacità, sarebbe meglio dire il coraggio.

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Considerazioni sul traffico

Rientrando in macchina stasera, in mezzo al traffico impazzito del periodo prenatalizio che trasforma il mio tragitto casa ufficio dai 50 minuti abituali ad oltre un’ora e un quarto pensavamo di come in effetti le regole stradali possano essere una bella metafora della convivenza civile.

Ognuno di noi ritiene di sapere cosa sia il bene e il male. Ognuno di noi pensa di viaggiare alla giusta velocità, nel giusto mezzo fra quelli che seguono pedissequamente, acriticamente (quindi stupidamente) le regole e gli incoscienti che non capiscono il rischio che corrono e che fanno correre a te non seguendole. Perché ognuno di noi pensa di essere esattamente a metà fra la disciplina zelante e la disobbedienza pericolosa. E non è così pure fuori dal traffico? Non è così pure con le altre regole, con le tasse, con i regolamenti condominiali o con i comandamenti (per chi ci crede!)? Non siamo tutti convinti di essere nel punto esatto fra gli estremi, fra l’ingenuo e il furbo, fra il bigotto e il miscredente…

E così sfarfagliamo a quelli che vanno troppo piano, ma ci dà gusto metterci in mezzo a quelli che vanno troppo veloci. Ci arrabbiamo con quelli che ci superano a destra, ma siamo insofferenti con quelli che camminano piano a sinistra. Ci infuriamo con quelli che non mettono la freccia, ma poi magari ci scordiamo di farlo. Ma quelli che proprio ci mandano ai matti sono quelli che scientificamente rallentano al giallo per dare poi un’accelerata imporvvisa, in modo che loro passano e ci inchiodano al rosso successivo: tiè! Io la faccio franca e in più costringo te a rispettare le regole!

Perché, in fondo, rispettare le regole è fastidioso, è scocciante, soprattutto rispettare regole che riteniamo stupide, ancora peggio rispettarle mentre vedi altri che non lo fanno. E così gli odiatissimi vigili sono una visione celestiale quando beccano il cornuto che va sulla corsia degli autobus a Caracalla…Alè, dagli giù, bruciagliela quella patente, anzi, bruciagli pure la macchina!

Forse converrà ricominciare a prendere la metro.

Se non ci fossero quegli infamoni che ti si attaccano dietro i tornelli per non pagare il biglietto…

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L’ovvio è invisibile agli occhi

Chi ha la ventura di frequentare come me ogni giorno il nuovo parcheggio del laghetto dell’Eur, ne avrà senza dubbio apprezzato la comodità, la funzionalità, la pulizia. Addirittura per facilitare l’utilizzatore occasionale, ogni piano è stato chiamato con il nome di una città: -1 a destra Atene, -1 a sinistra Berlino, -2 a destra Cordova, -2 a sinistra Dublino e così via (mi pare ce ne siano altri 4).  Incredibile! A Roma siamo riusciti a fare una cosa davvero utile e di cui tutti sentivano l’esigenza. Un solo dubbio, una stupidaggine, ma andando lì tutti i giorni mi veniva da chiedermi: com’è che fra tutte le capitali hanno messo Cordova? Il -2 a destra doveva essere Madrid! Perché Cordova? Non aveva senso!

Eppure il senso è lampante. Ed è scritto a caratteri cubitali ovunque, evidenziato anche con un colore differente…ma l’ovvio è invisibile agli occhi. Almeno finché non ci vai a sbattere di fronte, finché, come si dice in altri termini, non lo tocchi con mano.

“Uno vale uno” diceva Grillo in campagna elettorale. Ma noi sospettosi a pensare chissà cosa. Saranno pericolosi black block diceva il porco di Arcore. Saranno indemoniati come lui, magari fascisti, pensavamo noi radical chic del PD. Ora li abbiamo visti, abbiamo sentito le prime interviste. E’ gente normale. Qualcuno è spaesato, qualcun altro sembra felice. Spesso ripetono i soliti slogan già sentiti, quando si allontanano dallo spartito dicono cose di una banalità imbarazzante, le stesse che senti dal fruttivendolo o in fila alle Poste.

Destra o sinistra non esistono più, va bene (anzi no) ma dimmi, stai con Israele o con i Palestinesi? Lascia stare gli slogan. Sei per il welfare o per il mercato? Rispondimi senza dire banalità. Come rilanciare il lavoro e l’occupazione? Fai una proposta non demagogica e sostenibile economicamente. Pronto? Parlo con qualcuno o con un portavoce di qualcun altro?

Insomma, magari la prima impressione è sbagliata, ma sembrerebbero adatti a governare un paese come io sarei capace a guidare un Boeing 737. Però sono onesti! Certo, infatti quando vado in ospedale per fare una laparoscopia alla colecisti la mia prima preoccupazione è quella di sapere se il chirurgo è una persona onesta.

Mi si dirà, ma perché Scilipoti quali idee aveva, che conoscenze e che contributo ha portato al Paese? Ma sugli errori e gli orrori della classe politica di questi anni si è detto, scritto e letto ovunque: il problema era chiaro a tutti. E proprio la selezione della classe politica, basata su clientele e affarismi era uno dei cancri della democrazia. Ma siamo sicuri che la non-selezione sia la soluzione? Davvero uno vale uno?

Grillo in qualche modo è stato il dito che indicava che il re era nudo. Ma il dito può farsi luna?

L’ovvio è invisibile agli occhi.

Ma se lo tocchi con mano scopri tutta la sua banalità.

Atene, Berlino, Cordova, Dublino…

Ma certo! Com’è che non c’ero arrivato prima?

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Noi e Loro

Se er Papa me donasse tutta Roma e me dicesse lassa annà chi t’ama. Io je direbbe NO sacra corona. Vale più l’amore mio che tutta Roma!

Noi siamo nati prima. Loro no

Noi non abbiamo bisogno del nome di Roma. Loro sì

Noi sappiamo benissimo che Giulio Cesare non tifava Lazio. Loro no

Noi non abbiamo bisogno di altre storie, ci basta la nostra. Loro no

Noi abbiamo i colori del mare e del cielo, degli spazi infiniti. Loro no

Noi non abbiamo mai ucciso un tifoso avversario in uno stadio. Loro sì

Noi siamo nati sulle sponde del Tevere, per iniziativa di alcuni ragazzi romani. Loro sono stati creati a tavolino da un gerarca. Abruzzese.

Noi abbiano come simbolo un’animale solitario. Loro hanno l’animale del branco

Noi saremo sempre minoranza consapevole. Loro sono sempre la folla

Noi abbiamo avuto tanti capitani, alcuni amati altri meno. Ma la maglia è sempre stata più importante. Loro hanno bisogno del personaggio per rafforzare l’identità

Noi potevamo essere loro, ma non abbiamo voluto. Loro non avrebbero mai potuto essere noi.

Derby

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Anestesia

Dunque l’altro giorno mi sono deciso a togliere un neo. Brutto, enorme, scomodo (proprio sulla linea della cinta dei pantaloni), ma innocuo. Erano anni che stava lì e tutti mi dicevano perché non lo togli? Ma non ti dà fastidio?

No, certo che non mi dà fastidio! O comunque il fastidio è meno della strizza di toglierlo.

Alla fine però mi sono deciso.

Ovviamente, da cuor di leone, ho preteso un’anestesia locale laddove il Doc insisteva invece a dire che proprio il giorno prima ne aveva bruciato uno ad una signora senza anestesia,senza problemi, senza un lamento. Figuriamoci! Io mi lamentavo prima che cominciasse, opponevo una serie di problemi e quindi volevo litri di anestesia (del resto, amiche mie, mi avete per caso mai sentito dire che noi uomini siamo più coraggiosi? Ho mai preteso paragonarmi alla vostra forza di volontà? Alla vostra determinazione? Testimoni voi, io mi sono arreso da un pezzo!)

E così, sdraiato sul lettino, sentivo questa puzza di bruciato, senza però sentire alcunché. E pensavo che ficata sarebbe stato se qualcuno avesse inventato un’anestesia per i sentimenti. Una punturina e via, giù di bisturi e di azoto liquido. Taglia qui, brucia là, ma senza sentire il benché minimo dolore. Con un’anestesia del genere potremmo tagliare rami secchi, cauterizzare vecchie ferite ancora aperte, non avremmo remore, non ci sarebbero esitazioni. Perderemmo ogni dubbio, romperemmo gli indugi.

Dritti all’obiettivo, senza paura. Eppure…Saremmo così precisi come il mio Doc? Saremmo in grado esattamente di tagliare ciò che c’è da buttare, senza confonderci e senza quindi portare via anche quello che invece è necessario che rimanga? In fondo il dolore è una sentinella, è come un allarme che ci dice quando fermarci. O quanto meno quando è il caso di aprire bene gli occhi. E’ per questo che solo le persone a cui teniamo sono quelle che ci fanno sentire veramente dolore. E anzi. Se a qualcosa serve il dolore, potremmo dire, è proprio il capire quanto teniamo a qualcuno. Se non sentissimo dolore insomma, forse non riusciremmo a capire quanto amiamo davvero l’altra persona.

No, niente anestesia, quindi. Magari giusto un goccio di quello buono. Almeno quello sì!

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Diventare grandi per scoprirsi bambini

Stamattina sono stato al funerale del papà di un amico fraterno. Una persona che non vedevo da tempo, ma che conoscevo da trentacinque anni e che per una decina d’anni ho frequentato quasi quotidianamente.

Una serie di ricordi sulla persona che se ne è andata, si è mischiata insieme con il ritorno di emozioni dimenticate, legate a quei periodi del passato. La paura, il vero terrore, di perdere un genitore, anche ora che purtroppo quell’esperienza l’ho vissuta in prima persona, mi ha fatto tornare bambino, riaccendendo quel senso di disagio che provavo in simili occasioni, solo al pensiero che potesse succedere anche a me.

E neanche la straordinaria ed ammirabile serenità del mio amico, che si è trovato nella doppia veste di prete e figlio a celebrare il funerale del padre, ha impedito che mi assalisse di nuovo quell’antica paura di rimanere solo, quell’angoscia di non avere più l’appoggio sicuro dei genitori.

Sensazioni contrastanti. Forse non si è mai adulti abbastanza per affrontare la perdita di un genitore. Comunque sia, si torna bambini. D’altra parte però ti ritrovi ad essere tu l’adulto di fronte a questi genitori anziani, loro sì, in un certo senso, tornati bambini. Del resto non sono forse proprio l’infanzia e la vecchiaia le due situazioni che più spingono alla tenerezza? Che ci fanno scoprire fragili e proprio per questo desiderosi ed insieme bisognosi di cure e di affetto?

 
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Grey’s Vergata parte seconda

(da leggere – preferibilmente – dopo aver letto la prima nota con lo stesso titolo)

Dovendo proseguire il discorso iniziato con l’altra nota, potrei cominciare con un “E invece…”

E invece non è proprio così.

Non sono poi così male organizzati.

Anzi, diciamola tutta. Le cose sembra proprio che funzioni come si deve.

Chi l’avrebbe mai detto?

45 giorni dopo, chilometri e chilometri passati sul Raccordo Anulare in macchina sotto al sole, panini su panini mangiati in piedi di corsa solo per poter fare due chiacchiere con lui, mi debbo ricredere.

Ma a farmi ricredere non è stata la pulizia delle stanze o la precisione delle visite e dei controlli. Non è stata nemmeno la professionalità dei dottori o la disponibilità degli infermieri.

No. A farmi ricredere è stata una dottoressa con le crocks rosse, i jeans sdruciti, una voce da contralto, l’aria sempre stanca e un sorriso contagioso.

Una dottoressa che non solo gli ha dato la terapia giusta. Ha passato del tempo con lui.

Non solo gli ha controllato i valori delle analisi. Gli ha sempre regalato un sorriso.

Non solo è stata a sentirlo. Gli ha raccontato la sua vita.

Insomma non ha solo curato papà. Si è presa cura di lui.

Come dice il poeta, la differenza salta agli occhi!

E improvvisamente mi ha colto questo pensiero.

Noi costruiamo case, facciamo quadrare i conti, affrontiamo cause in tribunale, scriviamo articoli sui giornali, insegniamo latino o matematica, consegniamo lettere, coltiviamo grano o vendiamo salumi.

Chi fa il dottore salve delle vite.

Ognuno di noi ha delle soddisfazioni o delle delusioni nel lavoro.

I dottori fanno uscire con i propri piedi gente che entra da loro seduta, quando ve bene.

E quando va male li lascia andar via sdraiati.

E’ una banalità, me ne rendo conto. Ma forse è così banale che ce lo scordiamo.

Quindi amici cari, la prossima volta che saremo orgogliosi o giustamente compiaciuti con noi stessi per un buon risultato lavorativo, ricordiamoci sempre che non abbiamo salvato nessuno.

E quando saremo incazzati, depressi o distrutti perché un risultato non è stato raggiunto (ve lo dice uno che questa settimana ha visto…la mia fine sul tuo viso), ricordiamoci che c’è chi deve sopportare il peso di qualcuno che non c’è più.

E infine, visto che ho letto che Patrick Dempsey lascerà Grey’s Anatomy, io un salto a Tor Vergata glielo consiglio.

Lì c’è una dottoressa molto, ma molto meglio di Meredith!

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Grey’s Vergata

A Seattle piove. Spesso. E fa pure freddo mi sa.

A Roma c’è il sole. Quasi sempre. E comincia a fare caldo.

Le cose positive però si fermano qui.

Al Seattle Grace arrivano le ambulanza piene di malati che vengono accolti direttamente sul piazzale da medici e infermieri che in quattro e quatr’otto li visitano, li ricoverano e li curano senza dargli tempo neanche di capire dove sono.

Papà è stato sei giorni all’astanteria del Pronto Soccorso di Tor Vergata, in mezzo a tossici, malati di mente e delinquenti con guardie di scorta al seguito. Poi finalmente gli hanno dato un letto in un reparto.

Al Seattle Grace i medici hanno a disposizione macchinari perfetti, sono in contatto con tutti gli ospedali degli Stati Uniti. Le stanze dei pazienti sono fantasmagoriche, piene di confort per i malati e gli ospiti.

A Tor Vergata, nella stanza che bontà loro sono riusciti a tirar fuori, durante la prima settimana c’era la serranda rotta e il telecomando della tv funzionava quando gli pareva a lui.

Al Seattle Grace i parenti dei malati parlano tranquillamente con il capo Webber, responsabile medico dell’ospedale.

A Tor Vergata se riesci a parlare con uno specializzando di turno che forse, fra gli altri, segue il paziente che interessa a te, ti sembra di aver vinto a Win for Life!

I medici del Seattle Grace sono belli, bellissimi! E quando non sono belli come Meredith o Shephard, sono tipi che hanno fatto almeno una guerra in Iraq (Owen e la Altman), oppure hanno personalità spiccate come Cristina Yang.

I medici di Tor Vergata ce la mettono tutta, questo non gli si può negare.

Insomma, cari dottori che devo dirvi? Siete disorganizzati, sotto dimensionati, probabilmente anche mal pagati, pretendere che siate cortesi e disponibili forse è troppo. Speriamo almeno sappiate fare il vostro lavoro.

Forse avrò visto troppi episodi di Grey’s Anatomy. Però, osservandovi in questi giorni un dubbio mi assale: ma non sarà che, rispetto a loro, trombate troppo poco?

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Dieci anni dopo

Io senza di te sono neve al sole, sono neve al sole. Perché io senza di te mi lascio cadere, mi lascio cadere. Nei giorni del duemila che verranno e in tutte queste cose che accadranno. Perché io senza di te sono neve al sole, sono neve al sole. (Neve al sole – Pino Daniele)

Perché d’ora in poi, per te, andrò alla ricerca dei sempre nel mai. La bellezza qui, in questo momento. (L’eleganza del riccio – Muriel Barbery)

In dieci anni sono cambiate tante cose. Sono arrivano i figli, ho cambia lavoro, ho cambiato casa, sono aumentato di peso, e mi sono diminuiti i capelli. Nel mondo  sono venuti giù grattacieli, sono cambiati i governi  (anche se qualcuno, ahimé ritorna…), ma certe cose non possono cambiare.

Non devono cambiare. E infatti non cambiano.

Come i ricordi. Sì è vero alcuni sbiadiscono, altri si cristallizzano. Altri ancora invece rimangono vivi come sensazioni appena provate. E basta una canzone per restituirteli intatti, al di là del tempo trascorso. Odori, suoni, ma soprattutto situazioni, discorsi fatti…

 “Non devi aver paura della notte. Vedila così, è come fosse una finestra che si affaccia sul giorno di domani. E tu da lì lo guardi, vedi quello che succederà, ti riordini tutti i vari passaggi, così il giorno dopo sei pronto per ripartire”.

E’ così che è? Una finestra sulla vita? Una finestra sulla mia vita a cui sei rimasta affacciata in questi anni?

Dieci anni fa scrivevo da qualche parte che dopo quel 27 marzo avevo un po’ meno paura della morte e un po’ più paura della vita. E’ ancora così in effetti! Dopo questi primi dieci anni non mi sono abituato, non credo mi abituerò mai. In compenso però ho capito che ce la posso fare. Non sono più “neve al sole” e forse perché davvero ho continuato a sentirti vicina, presente, anche se solo affacciata a quella finestra.

Con quel sorriso sereno ed ironico, pronta a darmi il là per buttarla in cojonella (il modo migliore per prenderla sul serio), ma anche a ricordarmi una volta di più come alla fine tutto si risolverà per il meglio. Perché il meglio deve ancora venire!

Da quella finestra hai continuato a dirmi che bisogna lottare per cambiare le cose che possono essere cambiate e bisogna accettare quelle che invece nessuna cosa al mondo cambierà. Mi hai ricordato che amare significa volere l’altro così com’è. Significa ricercare ciò che unisce, cercando di dare il giusto peso a ciò che divide. I sempre nel mai, come ho letto ultimamente in un libro che ti sarebbe piaciuto molto.

Dieci anni dopo sei ancora qui.

E non poteva essere altrimenti…Ciao Ma’!

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La banalità del male

Leggendo la vicenda del pugile ucraino che uccide a pugni “la prima che incontro per strada” (e poi anche il bell’articolo di Sofri su Repubblica di ieri “Noi uomini vigliacchi, rileggiamo Cuore”), pensando a come avrei reagito io in una situazione simile, mi veniva in mente la parabola del Buon Samaritano. Il “prossimo” che si prende cura del povero disgraziato, lasciato ai margini della strada ferito e derubato, che lo cura e gli paga la locanda, non può non opporsi ai banditi, se li incontra per strada. Non può (non potrebbe) limitarsi a curare le ferite: quanto meno dovrebbe fare di tutto per evitarle. E tutto questo non penso vada in contrasto con il porgere l’altra guancia e con il principio, non solo evangelico, della non-violenza.

Eppure molto spesso nella storia anche recente mi sembra che ci limitiamo appunto a questa funzione (importante, per carità) di crocerossine successive ai fatti, senza avere il coraggio di affrontare il male direttamente, faccia a faccia.

Che poi, nel caso in questione, non so quanto sarebbe stato coraggioso o incosciente affrontare quell’animale tentando un salvataggio improbabile (direi anzi impossibile, visto il mio fisico non proprio scultoreo). Forse meglio sarebbe stato cercare aiuto. Chissà, è difficile dirlo così, a freddo, bisogna trovarcisi, probabilmente non sono reazioni che si possono stabilire prima.

Che poi quello che fa più paura non sono i muscoli del bruto, quanto il vuoto che spalanca davanti a noi una violenza come questa. Una violenza disperata, senza senso, senza motivo, banale, come diceva la Arendt. Perché la violenza come questa è banale, non ha alcuna grandezza, né dignità o potenza. Il male che si scaglia contro una donna inerme o contro un bambino è meschino, insignificante, mediocre. E contro questo male non possiamo restare inerti, non possiamo chiudere occhi ed orecchi ed accelerare il passo. Per quanto ci faccia orrore, per quanto la disperazione ed il vuoto che ci apre di fronte ci spaventi, dobbiamo reagire. Magari con il rischio di prendere qualche sganassone. Ma sicuramente meglio che affrontare poi i sensi di colpa per non aver reagito.