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Consigli di lettura non richiesti. 29 / Robertson, Christie, Dalton, Gutfreund

Si appropinqua Natale, una volta preparati albero e presepe, sfidando la pioggia e le folle oceaniche di questi giorni, ci si tuffa alla ricerca dei regali. E potevo io, dispensatore di luce e dolcezza, rimanere insensibile ai dubbi e alle angosce dei miei viaggiatori ermeneutici in cerca di un’idea originale? Ecco dunque ritirare fuori questa rubrichetta di consigli di lettura, assolutamente non richiesti, ma non per questo meno utili. Debbo dire che quest’anno è stato particolarmente fecondo per me: facendo i conti l’altra sera ho visto che ho superato i trenta titoli, che in un anno sono due libri e mezzo al mese. Non male! E fra questi ecco quali mi sento di consigliarvi.

Cominciamo con un’eccezione, almeno per me. E’ successo che quest’estate, nei vari passaggi fra Roma e la montagna ho dimenticato lì il kindle: per una settimana sono dunque tornato al cartaceo e così ho sfruttato l’occasione per leggere un libro che non ha la versione digitale. Ne è valsa assolutamente la pena! Il più grande spettacolo del mondo è un romanzo di Don Robertson, la storia di un ragazzo normale ed insieme straordinario, che decide di attraversare la sua città per andare a trovare un amico. La storia, ambientata a Cleveland nel 1944, si svolge in una sola giornata: una giornata tragica e memorabile perché proprio quel giorno in cui il protagonista si mette in cammino, scoppia un incendio devastante che distrugge mezza città. Romanzo di formazione, il primo di una trilogia con lo stesso personaggio, che ricorda la grande tradizione americana del genere (Tom Sawyer, Huck Finn), con una galleria di personaggi che ruotano intorno al protagonista e sono lo specchio di un’umanità variegata, raccontata con ironia, dolcezza e crudeltà. Romanzo veramente eccezionale.

Con il secondo consiglio andiamo invece a spasso nel tempo, per seguire le vicende dei Greenwood, di Michael Christie. La storia inizia in un futuro distopico, intorno al 2030, quando una grande catastrofe ambientale ha ridotto gli spazi vivibili sulla terra e torna indietro nel tempo agli inizi del 900, per seguire la storia delle diverse generazioni della famiglia. Romanzo molto interessante, che riesce a chiudere mirabilmente tutti i fili delle storie che lascia inizialmente appesi, come in una spirale in cui tutti i pezzi del puzzle trovano la loro giusta collocazione.

Il terzo consiglio è dedicato ad un autore che vi avevo già consigliato (se vi interessa recuperarlo lo trovate qui), Trent Dalton. Molto bello anche questo suo secondo romanzo, Tutti i bagliori del cielo che vale assolutamente la pena leggere, soprattutto se vi era piaciuto il primo. Anche questo ambientato in Australia, ma qui siamo durante la seconda guerra mondiale: come il precedente, la storia riesce a mischiare realtà e fantasia, poesia e tragedia in maniera davvero mirabile. Una sorpresa ed insieme una conferma!

Per l’ultimo consiglio ci spostiamo in Israele, Amir Gutfreund con Per lei volano gli eroi ci racconta la storia di cinque ragazzi di Haifa dagli anni 60 fino ai giorni nostri. Storie che si intrecciano con la Storia con la S maiuscola, quella che coinvolge un popolo costantemente in guerra, che li trascina e li travolge lasciando ferite aperte anche in coloro che sembrano uscirne indenni.

Buoni regali dunque e buona lettura!

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Ma il merito è di sinistra o di destra?

Mi ricollego al mio ultimo post e torno a parlare di merito. Come ho scritto lì, sono sempre più convinto che sia l’unica discriminante che dovremmo mantenere. O almeno dovrebbe essere così, perché nella realtà dei fatti sappiamo bene che in molti ambiti invece viene dopo molte altre variabili, quando non viene proprio preso in considerazione.

Recentemente c’è stata una polemica legata al cambio di denominazione del Ministero della pubblica istruzioni, chiamato nel nuovo governo Ministero dell’istruzione e del merito. Polemiche legate alla paura che inserire il concetto di merito possa in qualche modo ledere il diritto all’universalità, alle pari opportunità che devono essere garantite nell’istruzione. Lo Stato deve garantire una base di conoscenze uguali per tutte o deve valorizzare il merito, mettendo in condizione i migliori di poter emergere? E perché la prima cosa dovrebbe essere alternativa alla seconda?

Purtroppo a volte, soprattutto a sinistra, si è puntato molto su questa alternativa. Come se, per garantire uguali condizioni di partenza per tutti gli atleti, si decidesse di far gareggiare i più bravi con gli occhi bendati. E’ un dato di fatto che le persone non siano uguali, che non abbiano tutte le stesse capacità e soprattutto che non provengano dagli stessi contesti. E’ il caso, la fortuna o il Padreterno a farci nascere a Montesacro da una famiglia benestante o in una megalopoli africana senza un padre e una madre. Per quante capacità o doti innate una persona possa avere è quindi scontato che nel primo caso riuscirà a metterle a frutto più facilmente, a prescindere dal merito.

Ma se ancora ha un senso la differenza fra destra e sinistra, dovrebbe essere evidente proprio qui. Un politica di sinistra deve agire sulle condizioni di partenza per cercare di mettere tutti nelle stesse condizioni iniziali, deve aiutare chi non è stato fortunato quando il mazziere dava le carte, per dare un’occasione anche a lui per farsi valere. Poi però starà a lui giocarsi le proprie possibilità, con la garanzia che non ci saranno sconti, non varrà la provenienza, il cognome, il colore della pelle o i gusti sessuali: farà strada e avrà successo chi lo merita, solo e soltanto per quello.

Che poi questo non significa buttare a mare tutti gli altri, ma valorizzare ciò che di buono ciascuno può fare. A beneficio suo, ma anche di tutta la comunità di cui fa parte. Scopri quello che sai fare, quello che ti piace fare e cerca di farlo nel migliore dei modi. Questo dovrebbe fare un sistema che funziona, che riesce a far emergere le potenzialità di ognuno, perché ciascuno di noi è bravo a fare qualcosa e meno bravo a fare altro. Non tutti sanno nuotare non tutti si sanno arrampicare. Ma chi è bravo a farlo perché non dovrebbe essere premiato? Toglie qualcosa a chi non ci riesce?

Poi un’altra volta parleremo su come si possa giudicare il merito in maniera oggettiva, perché al solito, il come fa la differenza.

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Quote rosa, politically correct e altre amenità

Voglio essere scorretto, sincero ma scorretto. Perché lo ammetto, il politicamente corretto mi fa veramente salire il veleno. Mi fa perdere di vista la mia missione su questa terra (che come sapete è diffondere luce e dolcezza), mi svia, mi fa arrivare a pensare quello che non penso, ad essere quello che non sono.

Arrivato a questo punto (non so bene quale punto, ma sicuramente ad un punto sono arrivato) non sopporto più l’ipocrisia. Non sopporto più le maniere di facciata, il dover fare le cose perché sta brutto non farle, l’assecondare usi e costumi antiquati, irragionevoli, inutili se non dannosi. Tra un po’ rischio di diventare come quei vecchietti afflitti da malattie nervose, che però rimangono lucidi al punto da fare ragionamenti sensati: quelli senza inibizioni, che dicono pane al pane e vino al vino, senza pensare troppo alle conseguenze. Purtroppo a volte un po’ di diplomazia invece non sarebbe inutile.

Ad esempio leggevo su repubblica di una polemica nata all’Università di Leida, in Olanda, dove era esposto un quadro con sei uomini intenti a fumare sigari o sigarette, tutti bianchi e di una certa età. E’ successo che una studentessa si sia risentita e lo abbia denunciato alla preside della facoltà di giurisprudenza, scrivendo poi su Twitter, che sarebbe stato almeno opportuno aggiungere una didascalia in cui si stigmatizzassero le cattive usanze del tempo: il fumo non è ecologico e le compagnie di maschi senza donne non è politicamente corretta. Il quadro in questione fu dipinto nel 1978 da Rein Dool, che è ancora in perfetta forma a 89 anni, e si dichiara divertito e stupito: all’epoca, risponde, fumavano tutti, lo facevo anch’io, e i dirigenti alle università erano tutti maschi. Insomma, in nome del politically correct qualcuno vorrebbe arrivare a cambiare il passato.

Altro esempio. Stanno girando un film sulla conferenza di Monaco del ’38, quando l’Europa si arrese a Hitler che si prese la Cecoslovacchia. Sembra che il regista sia in difficoltà perché è obbligato a inserire almeno un personaggio di colore: cosa evidentemente inverosimile nella Monaco del III Reich. Ma che senso ha? E soprattutto, a chi giova? Inventarsi cose che non esistevano aiuta a ristabilire una parità di genere? E’ funzionale al superamento della disparità e del razzismo?

Ovviamente no. Anzi, comincio a pensare che oltre ad essere inutile, questo revisionismo sia persino dannoso. Eppure basterebbe poco per affrontare seriamente le questioni. La New York Philarmonic quest’anno per la prima volta è composta da più donne che uomini. Perché hanno messo le quote rosa? Ma neanche per sogno. Semplicemente hanno fatto audizioni alla cieca, ovvero dietro un paravento, così da giudicare eslusivamente il talento di chi suona, senza nessun tipo di preconcetto.

L’inclusione contro ogni forma di discriminazione non si fa con la salvaguardia di “quote” garantite. Bisogna far valere il merito, che è l’unica discriminante che al giorno d’oggi dovrebbe avere diritto di cittadinanza. Tutto il resto sono solo chiacchiere inutili

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Essere vivi

Essere vivi implica indignarsi per le nefandezze che accadono intorno a noi, le ingiustizie impunite, le prepotenze gratuite, le offese più o meno volontarie.

Essere vivi comporta soffrire per le proprie e le altrui incapacità, per gli sforzi inutili, per i tentativi ripetuti, per i riconoscimenti negati, per gli obiettivi sfumati.

Essere vivi vuol dire sentire il dolore sulla pelle e sotto, il dolore dell’assenza, quello che brucia e non si placa, che non ha ristoro neanche quando dormi.

Essere vivi significa non arrendersi all’ineluttabile, lottare e lottare ancora, non arrendersi alla stanchezza e all’incertezza di quello che succederà domani.

Essere vivi significa avere a che fare con persone fastidiose, stupide come oche ubriache e simpatiche come Adani che fa la telecronaca dell’Argentina.

Essere vivi è una gran fatica. Soprattutto quando i ragazzi dell’estate ormai sono andati via. Ma l’alternativa, vi assicuro, è molto, molto peggio.

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Consigli di lettura (come sempre rigorosamente non richiesti)

Che strano giorno che è oggi! Nella stessa giornata ci concentriamo sulla condanna della violenza contro le donne (e già il fatto che bisogna dedicare una giornata a questo tema dovrebbe far riflettere. E dico “riflettere”, perché “incazzare” pare brutto) e insieme ci diamo alle spese pazze alla ricerca dell’occasione e dello sconto più vantaggioso (si dice che questo venerdì dopo il Thanksgiving americano sia black con riferimento ai registri contabili: i negozianti li compilavano a penna, usando inchiostro rosso per i conti in perdita e nero per i conti in attivo. Così i loro libri erano neri, mentre i nostri conti vanno sempre più in rosso!)

Non so chi abbia avuto l’idea di combinare insieme queste due cose e non so a voi che effetto faccia: a me sale un certo fastidio, al limite dell’insofferenza. E quindi, per distrarmi e parlare d’altro, come sempre vi fornisco un consiglio non richiesto. Non richiesto da voi, né tantomeno dal soggetto che vado a consigliare. Infatti stavolta non si tratta di libri, ma di blog.

Ci sono tanti blog interessanti/divertenti/appassionanti che potrei segnalarvi, alcuni che ho scoperto proprio recentemente, altri che seguo ormai da anni. Ma il consiglio che voglio darvi oggi, riguarda il blog di Almarita meglio noto come “tuttacolpadimurphy”, che con eleganza ed arguzia riesce sempre a strapparmi un sorriso: un vero ricostituente per il buon umore! Nel suo ultimo post si parlava di ritorno al cinema dopo la pandemia. E questo è lo scambio di commenti che ne è venuto fuori dopo…

Ma cosa andate a pensare? Noi intendevamo lo sci. Comunque, datemi retta per una volta, seguitela, perché ne vale la pena!

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Di angeli perduti, ladri, dizionari di greco (per tacer dei sette nani)

Al tramonto dell’anno domini 2022, ultimo della pandemia (ormai definitivamente debellata per decreto dal governo dei migliori, chiamato a guidare i destini italici), primo dell’era meloniana, novella salvatrice dei tricolori destini (ecco perché si vuol far chiamare Il Presidente. In effetti Ducia suona proprio male), mentre stava per cominciare il più surreale mondiale di calcio della storia (con gente confusa che voleva organizzare barbecue e cocomerate nelle case al mare, ma si ritrovò mezza allagata nelle pioggie novembrine) capitò il singolar accadimento.

Un fatto insolito che mi lasciò interdetto, un po’ come le dichiarazioni di Sgarbi o la durata dei lavori sulla Tiburtina. I segni evidenti dell’effrazione, un lucchetto saltato, le scatole buttate alla rinfusa, ma incredibilmente le biciclette ancora lì. Anche ad un’analisi più attenta, non mancava proprio nulla, tranne un angioletto del presepe, un angelo caduto in volo, unica traccia rimasta le piccole ali, adagiate nel sordido pavimento dello scantinato. E da qui il dubbio e le domande. Ma tu, novello Arseno Lupin, seguace di Diabolik, sostenitore di Robin Hood, che pensavi di trovare nella mia cantina?

Oltre le biciclette, il presepe, i vecchi giochi e tutte le cose inutili che uno non ha il coraggio di buttare, cosa speravi ci fosse? Eri così ubriaco da confondere la nostra cantina con un miniappartamento di lusso? Eri talmente confidente nella tua buona stella che speravi di aver trovato l’accesso ad una miniera d’oro? Lo hai fatto come gesto di protesta per la mancata qualificazione dell’Italia ai Mondiali? Era la prova d’amore richiesta dalla tua bella? Magari lo hai fatto perché hai perso una scommessa: aprire la cantina di uno sconosciuto e rubare una statuina del presepe era la penitenza per non aver ricordato il nome dei 7 nani. Questa è una di quelle situazioni in cui ti aiuta aver studiato il greco. O meglio, ti aiuta aver studiato sul Rocci.

Quel vocabolario scritto in un italiano antiquato in carattere 6, che pesava come un mattone di piombo, ma con le pagine fini come le ali di una farfalla, responsabile della scogliosi e della miopia della gran parte degli studenti ginnasiali della mia età. Quel vocabolario, in cui potevi trovare un significato, ma spesso il suo esatto contrario, non era di grande aiuto per tradurre il greco, ma in compenso sviluppava la fantasia. Ti aiutava a diventare creativo, perché ti insegnava che nella vita non esiste mai una sola verità, che i fatti e le situazioni mutano e alla fine dei conti siamo noi a dargli il significato che vogliamo.

E così, in questi tempi incerti, in questa vita che ingrana solo a tratti, è bello sapere che in ogni situazione potrai sempre trovare una soluzione, potrai individuare una spiegazione, più o meno veritiera, che ti porterà protezione, ristoro e rifugio, facendoti immaginare un futuro più roseo (comunque erano Dotto, Brontolo, Pisolo, Mammolo, Gongolo, Eolo e Cucciolo).

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Parte terza

Non credo nel successo, in chi lo raggiunge e in quelli che lo inseguono, nelle logiche che lo decretano, nei risultati che lo certificano, negli ostacoli che lo fanno svanire. Io credo nella fatica che ci vuole per non perdere il sorriso.

Non credo nel denaro, in quello rubato, in quello sposato, nel fatto che ci renda liberi, nel sogno che ci renda felici, negli sforzi per accumularlo, nelle paure che ce lo portino via. Io credo nelle persone libere dalle vittorie e dalle sconfitte.

Non credo negli amici, in quelli dei social, in quelli che chiamano solo quando gli serve qualcosa, che si dileguano senza motivo, pieni di invidia e di vecchi risentimenti. Io credo in quelli che sudano con me il giovedì sera.

Non credo nella salute, che apprezzi solo quando se ne va, che cerchi di mantenere affidandoti a cure strane, che vorresti preservare smettendo di fare tutto quello che ti piace. Io credo a chi sta bene con se stesso.

Non credo nella carriera, in chi venderebbe la madre per raggiungerla, in chi non si fa scrupoli, che ti fa sentire importante quando non vali nulla, che ti fa perdere di vista quello che conta per davvero. Io credo in quelli che restano, quando converrebbe fuggire e fuggono, quando converrebbe restare.

Non credo negli sconti, nessuno te ne fa, quello che non paghi tu lo paga qualcun altro, in quelli che li vanno cercando, in quelli che pensano di essere furbi con la vita. Io credo alle persone oneste, quando nessuno le guarda.

Non credo nella nostalgia, che fa sembrare bello quello che non lo è mai stato, che avvelena il presente con i fantasmi di quello che era, che non ci fa immaginare un futuro diverso. Io credo in chi dimentica e sa ricominciare.

Non credo nella bellezza, quella effimera, quella costruita, che vorrebbe cancellare i segni del tempo, che illude e maschera la realtà delle cose. Io credo in chi non si vergogna di essere quello che è.

Non credo negli ideali, quelli per cui la gente va a morire, quelli per cui si uccide, quelli che dovrebbero dare significato alle più grandi nefandezze, quelli che danno una verniciata di rispettabilità ai più biechi interessi. Io credo nel carico residuale.

Non credo nei cambiamenti, niente cambia per davvero, niente di serio, niente che conti veramente. Io credo nella luce e nella gentilezza dell’amore mio.

If the sky that we look upon
Should tumble and fall
Or the mountains should crumble to the sea
I won’t cry, I won’t cry
No I won’t shed a tear
Just as long as you stand
Stand by me

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I believe in Love

Per i viaggi musicali di oggi vi propongo una variazione sul tema. Non vi parlo di un gruppo o di una cantante, bensì di due canzoni: distanti nel tempo, ma collegate fra loro, come fossero l’una il seguito dell’altra sola, anche se in realtà molto differenti nella musica, nel testo, ma soprattutto nello spirito che le anima.

Nel 1970, appena terminata la fantasmagorica avventura con i Beatles, Lennon scrive il suo primo album solista, intitolato semplicemente John Lennon/Plastic Ono Band. L’album, con una vena malinconica e quasi disincantata contiene brani bellissimi, fra cui una sorta di canto di ribellione da tutto ciò che Lennon è stato e in tutto ciò in cui ha creduto, intitolato semplicemente God.

Un brano molto amaro, disincantato, in cui elenca tutto ciò in cui non crede più: Dio, Budda, lo Yoga, Bob Dylan, Elvis, i Beatles stessi: ero il tricheco (la maschera usata in un celebre video dei Beatles), ero il sognatore, ma ora il sogno è finito, ora sono rinato e credo solo in John. In John e in Yoko, la sua musa, la donna che, nel bene o nel male (chi può giudicarlo?) più di ogni altra ha determinato il suo cambio di vita.

Quindici anni dopo gli U2, che come racconta Bono cercarono a più riprese di contattare Lennon agli inizi della loro carriera, inviandogli registrazioni di brani, senza ricevere mai una risposta, nell’album Rattle & Hum, provano a dare un seguito, rispondendo al loro idolo con God Part 2.

Anche loro elencano tutto ciò in cui non credono, il successo, la droga, gli eccessi, le ricchezze, il rock ‘n roll, la violenza. E anche loro affermano di credere in una sola cosa. Quella che in inglese comincia con la L e finisce con OVE. Scontati? Forse, ma comunque convincenti. Perché a volte più importante di quello che canti è come lo canti. E non c’è alcun dubbio che come lo canta Bono, è più che convincente!

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Pezzetti di noi

Le piante per diffondere il loro seme utilizzano gli insetti, gli uccelli, la lanugine che grazie al vento può coprire grandi distanze. Molto spesso la creazione funziona così: gli esseri viventi inviano versioni di se stessi verso la grande incognita del futuro. Per far questo si servono di aiuti casuali, spesso inconsapevoli, che non si sa se avranno avuto effetto, se incontreranno condizioni favorevoli, se attecchiranno in un terreno fertile o si perderanno in mezzo ai rovi.

E’ come suonare una musica, lasciando che le note si diffondano intorno, senza una meta precisa, con la speranza però che un orecchio meno distratto possa coglierle e magari rilanciarle, canticchiando il motivo mentre l’ascoltatore si allontana per i fatti propri. O come il profumo di un piatto ben cucinato, che solletica l’appetito e la fantasia di chi lo intercetta, risvegliando in lui antichi sapori apparentemente dimenticati.

Allo stesso modo scriviamo nei nostri blog, lasciando pezzetti di noi nel vasto mare del web, sperando che chi li legga sappia cogliere quello che volevamo trasmettere. E quando magari dopo qualche tempo ci capita di rincontrarli, rileggendo quello che avevamo scritto, ci sorprendiamo un po’, a volte apprezzando, a volte invece domandandoci cosa avessimo in testa quel giorno per scrivere certe cose. Emozioni, sentimenti, opinioni che comunque hanno fatto parte di noi. E se pensiamo che in due anni circa il nostro corpo si trasforma completamente, rinnovando tutte le cellule e il materiale organico di cui è composto, forse proprio il blog, questo contenitoro virtuale di opinioni, ci aiuta a ritrovare la strada di casa, ci aiuta a ricordare chi siamo.

Give a little bit
Oh, give a little bit of your love to me
I’ll give a little bit
I’ll give a little bit of my life for you
Now’s the time that we need to share
So find yourself, we’re on our way back home