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L’equivoco dell’eleganza

Insomma, lo capisco, per te non dev’essere stato facile. Quando si è in tanti, guadagnare l’affetto dei genitori, cercare di emergere, fare la fila la mattina per andare in bagno. Vuoi farmi credere che non è vero?

Ma non ti devi vergognare, non sono cose che uno racconta volentieri, però mi immagino che i soldi non bastavano mai, mangiavate tutti insieme, dormivate in due in un letto. Doversi mettere i vestiti che non stavano più bene ai più grandi, giocare solo con i giochi usati, andare a scuola con le cartelle che i fratelli non usavano più. Chi me l’ha detto?

Ma no, nessuno, però me lo immagino. Ah, non è così? Come? Mi stai dicendo che sei figlio unico? Come mi è venuto in mente che avevi tanti fratelli? No, sai credevo che…Proprio non ti spieghi da cosa posso aver pensato che…Ma scusa, se uno si mette le iniziali sulla camicia…ho pensato: ma questi, dentro casa, quanti devono essere?

 

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Come il sussurro di una brezza leggera (1Re, 19)

Il vento impetuoso che spazza la nostra vita. Le varie possibilità, le strade che si aprono di fronte a noi, le idee che potremmo realizzare, i sogni da rincorrere, gli obiettivi da raggiungere. Nel vento impetuoso incontriamo gli altri e ci scontriamo con loro. Proviamo a ballare al ritmo del vento, a seguire le sue onde, avvicinandoci fino a sfiorarci e poi allontanandoci quasi a perderci di vista. Perché in realtà le distanze si sa, sono punti di vista.

I terremoti che l’hanno fatta vacillare dalle fondamenta. Che hanno mandato a monte i nostri progetti, facendo cadere i castelli di carta che avevamo tirato su. I terremoti che distruggono quello che avevamo pazientemente costruito, che minano le nostre convinzioni e fanno sì che tutto quello su cui avevamo contato non sia più saldo, né così sicuro come avevamo pensato.

Un gran fuoco, che pulisce e porta via. Un fuoco che brucia e cauterizza, doloroso, ma necessario. Per cancellare i retaggi del passato, per eliminare le vecchie idee e soprattutto per creare la possibilità di voltare pagina, per provare ad andare avanti. Per ricostruire.

Solo allora, solo dopo, si leva il sussurro di una brezza leggera. Quando pensiamo di averle provate tutte, quando l’ultima cosa che c’è rimasta è la speranza di potercela fare. Solo allora possiamo uscire fuori dalla nostra caverna, coprirci il volto con il mantello e aspettare il Suo arrivo.

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Scrivo perché

Perché ancora non ho imparato a volare. E neanche a nuotare, se è per questo. Né ad amare, forse, probabilmente, anzi quasi certo. Perché non si finisce mai, né soprattutto si vorrebbe finire. E invece poi, prima o poi, speriamo sempre poi che prima, si finisce sul serio. “Gli uomini costruiscono case perché devono vivere, scrivono perché sanno che devono morire“, me l’avete già sentita dire, è di Pennac ed effettivamente è una delle citazioni più belle sullo scrivere. Ma poi in realtà. come dice giustamente il mio amico Pank (ancora non vi siete iscritti al suo blog? va be’, continuiamo così, facciamoci del male),  “pensiamo sempre che non ci possa succedere niente più che morire, ma mentiamo a noi stessi. E’ perdere quello che siamo che ci fa paura… e in un certo senso ci perdiamo tutti i giorni.”

Ecco allora io scrivo perché penso sia un modo per non perdermi. In senso oggettivo e soggettivo. Scrivo per fissare le cose, le emozioni, i pensieri, in modo che non si perdano, che non mi scivolino via fra le mani e fra le pieghe della mia mente distratta. Ma scrivo anche per non perdere me stesso, per provare a ricordarmi chi sono e perché sono così e non in un’altra maniera.

Scrivo perché non so gridare e nemmeno cantare. Anche se mi sarebbe sempre piaciuto, ma penso sia come il nuotare, se non impari da piccolo è difficile. Ad amare invece si impara giorno per giorno, passo dopo passo, parola dopo parola. Un po’ come lo scrivere. A volte riesce, a volte no, ma non lo puoi forzare. Puoi esercitarti, puoi mettercela tutta, ma se non hai nulla dentro, nulla uscirà fuori.

Scrivo perché non ho abbastanza soldi per viaggiare quanto vorrei, né abbastanza salute per bere vino quanto vorrei. Ci vuole un fisico bestiale. Io ho il fisico di un lanciatore di coriandoli, che pretendete? Ah, avevate pensate che…vi avevo fatto credere che…no, niente da fare, puntate altrove.

Scrivo perché in serate come questa, quando la delusione ti fa dire che hai sbagliato molto (dire tutto mi sembrerebbe esagerato), non ti resta che scrivere (anche perché per piangere non c’è tempo). Non ti resta che scrivere e tirar fuori l’amarezza, sperando che così se ne vada via.

Non so se è quello che si aspettava Zeus: non è così profondo, né così minchione (un giorno però scriveremo 50 sfumature di minchiate, diventeremo ricchi e famosi e poi andremo in televisione a fare la pubblicità a un fumetto. Del resto scusa, se quel gran minchione di Cracco fa la pubblicità alle patatine noi non potremmo fare la pubblicità ai fumetti?) come avrei voluto, ma così mi è uscito. Del resto, se invece di scrivere avessi saputo volare, nuotare o cantare, avrei fatto altro. Ad esempio, se avessi saputo cantare, magari avrei cantato questa

 

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Immagini che lasciano il segno

La barcaccia di Piazza di Spagna oltraggiata da un branco di barbari ubriachi. Una bandiera nera che un utilizzatore neanche troppo abile di photoshop ha messo sopra il Colosseo. Le immagini della paura di oggi che servono a rendere ancora più pauroso il domani. Così magari siamo spinti a rimpiangere il passato, i bei tempi andati, quando certe cose non accadevano mica.

Ma fino ad un certo punto, perché anche lì può insinuarsi un dubbio, può nascere una paura. Ci manca qualcosa che avevamo davvero, qualcosa che abbiamo realmente vissuto, qualcosa che eravamo o non era piuttosto qualcosa che avremmo voluto che fosse? La paura che il ricordo non sia un qualcosa che abbiamo, ma piuttosto qualcosa che avremmo voluto avere, qualcosa che abbiamo perduto prima di averlo.

Il problema è sempre la paura. E’ lei la nostra unica, autentica nemica. La paura che avvelena i nostri rapporti con gli altri, che impoverisce il nostro passato, che angoscia il nostro presente, che confonde il nostro futuro. Le paure reali e quelle inventate, tutte comunque ingigantite forse ad arte da chi vuole confonderci, attirare la nostra attenzione, distrarci. Ecco, la paura serve soprattutto a distrarci. Compreso questo, resta solo da capire da cosa dobbiamo essere distratti. Ma forse siamo i primi a non voler conoscere la risposta.

 

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Che fare con l’amico che sbaglia?

Come si fa ad aiutare un amico che sta sbagliando? Che fare? Non è una cosa semplice, né scontata. Forse sarebbe sufficiente dirglielo. “Ehi, stai sbagliando.” Ah, grazie” “Figurati non c’è di ché“. A volte succede. Nelle favole ad esempio. “Ehi, stai sbagliando“. “Mafattelicazzitua!“. Ecco, questo nelle favole non succede mai. Nella realtà sì. Magari non proprio in modo così brutale, ma volendo sintetizzare.

A volte si sbaglia senza saperlo. Molto più spesso invece sapendolo benissimo. Per questo dirlo serve a poco. Certo anche tacere non è una grande soluzione. Allora bisogna dirglielo o è meglio tacere? Un po’ come l’antinomia fra brutta verità e bella bugia. L’amico che sbaglia sapendo di sbagliare potrebbe aver bisogno di qualcuno che lo sostenga, che condivida – almeno idealmente – quell’errore. Oppure, al contrario, potrebbe volere qualcuno che in quel momento lo fermi, lo leghi ad un albero e gli impedisca di fare (o farsi) del male. C’è chi sbagliando rovina la sua vita per sempre e chi solo grazie ad un errore capisce qual è la strada giusta, perché sbagliando si impara, dicono anche i proverbi.

Non prendiamo in considerazione quello che succederà poi un domani. Tanto possiamo star sicuri che qualsiasi cosa facciamo potrà essere interpretata male. “Tu eri lì, perché non mi hai aperto gli occhi?” oppure “Proprio quando avevo bisogno di un supporto, tu lì sempre pronto a giudicare“. No, decisamente meglio non pensare alle possibili conseguenze.

Io, chi mi conosce lo sa, sarei un perfetto grillo parlante, quindi il classico sputasentenze. Stare zitto mi fa più male di un attacco di colite. Però ho sentito troppe volte la storia della trave e la pagliuzza per non ricordarmela bene.E quindi sarebbe semplice dire che bisogna valutare caso per caso, che ogni situazione ha la sua soluzione, che c’è un tempo per tacere e un tempo per gridare. E certo che è così! Ma per fare la scelta giusta non si può essere semplici spettatori, che guardano da fuori e decidono. Come dicevo qui, nel bene e nel male l’amico deve correre dei rischi, se no che amico è?

Secondo me, prima di decidere se parlare o tacere, bisogna infilarsi nelle scarpe dell’altro. Bisogna essere lui e chiedersi: “cosa vorrei che facesse ora il mio amico? Cosa vorrei che dicesse la persona di cui mi fido?” Se siamo capaci di infilarci le sue scarpe, allora non parleremo per sentito dire, non rimarremo al di fuori con l’ombrello in mano, ma giocheremo in mezzo alle pozze d’acqua anche noi. Non è detto che così tireremo fuori la soluzione giusta, ma se non altro potremo pensare di avercela messa tutta per trovarla.

La vita non è aspettare che passi la tempesta, ma imparare a ballare sotto la pioggia (M.Gandhi)

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The King is dead, long live the King

Partiamo dai leccaculo. Una razza molto diffusa, che infesta ogni ambiente, in ogni età. Dalla scuola elementare, fino all’ospizio, dallo sport al lavoro: la ruffianeria (perché leccaculagine suona male) mira ad ingraziarsi i potenti o comunque quelli da cui si spera di ricevere poi un qualcosa. Captatio benevolentiae la chiamavano i latini, perché, appunto, è un atteggiamento vecchio come il mondo.

Il guaio è che spesso gli adulati sono gran tromboni, che si esaltano nelle lusinghe, si sentono appagati dalle attenzioni e dai complimenti altrui, anche quando sono palesemente falsi o sfacciatamente strumentali.

Pur disprezzando dal profondo sia l’uno, sia l’altro bisogna dire che sono entrambi atteggiamento comprensibili. Basati sulla falsità, sul bieco do ut des, ma comunque con una loro logica.

Quello che proprio non capisco invece è lo stupore dei potenti caduti in disgrazia, che si meravigliano del vuoto che si crea intorno a loro. Cominciano a imprecare contro l’ingratitudine altrui, contro il destino cinico e baro. Cadendo dalle stelle alle stalle il Re si accorge di essere solo, perché tutti i leccaculi si sono dileguati. Ma che c’è da meravigliarsi? Sul serio pensavi di essere simpatico? Credevi davvero che le tue barzellette fossero divertenti? Pensavi veramente che ti apprezzassero? Davvero credevi che ti volessero bene?

Ed è in quei momenti che tu che non facevi parte della sua corte di nani e ballerine, di puttane e lacché. Tu che non lo hai mai omaggiato, che non gli hai mai dato, né mai chiesto niente. Proprio tu provi un moto dell’anima. Chiamarla simpatia sarebbe sbagliato. Compassione forse è troppo. Il trombone trombato ti ispira tenerezza. Un po’ come un criceto bagnato. Il Re è morto, lunga vita al Re.

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Consigli di lettura

Lo faccio molto raramente. Anzi, quasi mai. Noooo, ma che avete capito! Va be’ si forse anche, ma io intendevo un’altra cosa. Non me l’ha chiesto, anzi, non so neanche se gli farà piacere. Perché non è un piacere che faccio a lui, ma a voi. A tutti i miei amici di blogger e non. Seguite il mio amico Pank e non ve ne pentirete.

 

 

 

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La felicità è come la nebbia a Milano

Non è la prima volta che vi intrattengo sul tema felicità. Non avete ancora letto la mia personale classifica sui futili motivi per cui essere felici? Be’ fatelo! Seppur nella sua minchioneria (e come potrebbe essere altrimenti?) resta uno dei post meglio riusciti. Però qualcuno mi faceva notare che in realtà quelli sono motivi transitori, che lasciano il tempo che trovano. Che insomma, in definitiva, ammesso e non concesso che ci siano momenti e motivi di felicità, sono fugaci, passeggeri, deboli. Troppo deboli. Bisogna cercarne di altri, di più solidi, di più duraturi. Certo, il rischio è questo qui.

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La felicità è un po’ come la nebbia a Milano. Quando c’è non si vede. E se non si vede quando c’è, figuriamoci quando non c’è! Del resto di motivi per non essere felici ce ne stanno a valanga, non c’è che l’imbarazzo della scelta. Ma se uno ci chiedesse, cosa servirebbe per essere felici, siamo proprio sicuri di sapere la risposta? A parte vincere un’esagerata quantità di denari, forse. Ma siamo sicuri che basterebbe questo? Siamo sicuri che i tutti i ricchi siano felici?

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Allora l’amore. Be’ certo, essere ricchi e innamorati è meglio che essere soli e con le pezze al culo. Ma forse non è così automatico neanche questo. Forse ha ragione il grande Woody: le parole più belle del mondo, quelle che davvero ci rendono felici non sono “ti amo”, ma “è benigno”. Siamo sicuri che l’amore renda felici? Che il trovare una persona che ci ami, che stia sempre vicino a noi, che divida gioie e dolori, ansie e speranze, possa far sì che possiamo dire, ecco sì ora sono felice?

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Se è vero che riusciamo con dovizia di particolari ad elencare i motivi per non essere felici, perché diventa così complicato individuare le cause per esserlo? Io resto sempre più convinto che questa benedetta felicità sia sopravvalutata. E che soprattutto sia sopravvalutata la sua ricerca. E qualche volta, anzi più di qualche volta, forse basterebbe guardare le cose con occhi diversi, valutare le situazioni per quello che sono, cercando sempre di dargli il giusto peso, ovvero di ridimensionarle e quindi poi lasciarsi andare ad un liberatorio, quanto taumaturgico

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Lo so, lo so. Non è una soluzione, mi direte voi. Figuriamoci! Se non vi hanno convinto i futili motivi, vi potrà mai bastare l’atarattico motto? Ma certo che no. Come non vi basterà cercare di far tornare alla mente i momenti felici del passato. Quella volta che Veron segnò sotto la sud facendo poi il verso dell’aeroplanino, oppure quella volta che facemmo l’amore dopo aver mangiato la pasta con i carciofi e bevuto quel vino sublime, il concerto dei Supetramp al PalaEur, il 23 settembre del 98, il 3 dicembre del 2001 e tanti altri. Ma no, se anche stessi qui a continuare a dire, potrei non convincervi. La felicità, ammesso che esista, ammesso che sia afferrabile, deve essere più di questo. Deve andare al di là, dev’essere oltre. Ma se questo oltre fosse dove proprio non lo cerchiamo? Se questo oltre fosse proprio esattamente qui?

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I Conti non tornano

Premetto che Carlo Conti mi sta sulle palle. Porello, non m’ha fatto niente, però non mi è simpatico. Non mi è simpatico proprio per niente. Immagino se ne farà una ragione, ma comunque era una premessa da fare. Così come debbo premettere che il festival di San Remo mi sta sulle palle ancora peggio di Carlo Conti. Anche lui (il festival) penso se ne farà una ragione, anche perché, nonostante non lo reggo, ogni anno comunque più di un’occhiata gliela do. Qualche anno fa il mio amico Bruno ci coinvolgeva in maratone televisive durante le quali noi perculeggiavamo ogni cantante proposto e lui invece si sforzava di farci apprezzare le doti canore di una Paola o Chiara di turno. Ora capita che lo seguo distrattamente anche perché è difficile ignorarlo del tutto. Comunque non mi ha mai appassionato. Banalmente non ho mai capito perché al festival della canzone italiana non ci siano i cantanti italiani che uno ascolta tutto il resto dell’anno, ma questi strani soggetti che non conosco, non so chi siano, né mi interessa saperlo. Ma va be’, andiamo avanti.

Queste due apparentemente inutili premesse per dire che invece, ammesso che sia vero, la dichiarazione di Conti di non tornare a presentare il festival mi sembra davvero una cosa da sottolineare con il massimo della lode. Nel Paese dove chiunque una volta accaparrata una poltrona ci rimane incollato come una patella ad uno scoglio, andarsene da vincitore incontrastato, con il massimo dello share, con una plebiscitaria critica favorevole, rivaluta il tipo in questione. Altro che antipatico, è un grande!

Andarsene quando sei alla vetta, abbandonare il tavolo all’apice del risultato è un’ebbrezza per pochi. Fare il passo indietro non perché gli altri non ne possono più, non per andare a nascondersi in qualche buco sperando che nessuno ti cerchi. Al contrario, come Cincinnato, andarsene all’apice della gloria, dopo aver sbaragliato le truppe nemiche e dedicarsi alla cura dell’orto. Che goduria! Farlo una volta, farlo al meglio, al massimo delle possibilità. E poi basta, mai più. Ecco, uno dei guai di questa società è che abbiamo perso il senso del mai più.

Se davvero non torna debbo proprio rivalutarlo. Anzi, sapete che vi dico? Diventa il mio eroe. Quasi quasi gli chiedo l’amicizia su Faccia libro.

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La ballata dell’uomo gomma

“Mamma c’ha il cuore debole ma la voce di tuono, Mamma c’ha il cuore debole ma la voce di tuono. Ci guarda col megafono dall’ultimo piano. Promette un castigo, minaccia un perdono”

Probabilmente ha dei ricordi sfumati, annegati in un litro di frustrazioni, tre quarti di dispiaceri e mezzo di paure. Era ubriaco di ansie fin da piccolo e non si è più ripreso. E’ così, è sempre stato così. Più grasso del dovuto, meno amato del consentito. Lo chiamavano Gommolo, perché ha la faccia morbida e tonda, proprio come una gomma da cancellare. Una carezza mancata, un bacio non dato, l’assenza che riempe ogni tempo, ogni spazio, deborda sopra ogni presenza e ti lascia senza fiato, come fossi sott’acqua.

Sott’acqua Gommolo chiude gli occhi e sogna. E poi sogna anche ad occhi aperti. La maestra dice che ha molta fantasia e anche se dice bugie, se nega l’evidenza, è segno di intelligenza, non bisogna reprimerlo, povera creatura. E lui continua, ci prende gusto, affina la tecnica. Se la realtà è brutta, se il mondo è cattivo, se non c’è possibilità di cambiarlo, se è troppo faticoso cambiarlo, perché non inventarne uno nuovo? Se puoi raccontarlo diventa vero. Se ci credi veramente allora esiste sul serio. Se ci credi fino in fondo ci crederanno anche loro, anche gli altri, tutti gli altri.

Gommolo studia, diventa il più bravo, puoi chiedergli ogni cosa, lui sa tutto. E poi fa girare le voci, racconta storie, diffonde leggende. Come una gomma su un foglio, quello è il suo modo di cancellare la realtà. E crearne una nuova.

Lui vuole bene a tutti, è buono, è simpatico, è disponibile. Vuole essere amico di tutti, farà quello che vuoi, perché vuole che anche tu gli voglia bene. Stai attento però! L’importante è non svelare le sue bugie. Perché allora diventa cattivo, più cattivo di tutti. Lui è come l’uomo ragno. Nessuno deve togliergli la maschera.