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Con la memoria storica di un pesce rosso

Il problema è che tendiamo a dimenticare, a rimuovere, ad addolcire ciò che è stato. E’ un processo quasi naturale, che capita un po’ a tutti: ricordando quel determinato periodo del passato, magari sì è vero non stavamo bene, non tutto girava per il verso giusto, però in fondo c’erano aspetti positivi, tutto sommato non era poi così male.

Leggevo da qualche parte che il nostro sindaco, Ignazio Marino, sembra il classico secchione in una classe di coatti. Effettivamente l’immagine è calzante. Nessuno ha mai pensato che il suo compito fosse facile: i mali della città sono purtroppo endemici, ma a più di un anno dalla sua elezione è difficile trovare qualcuno che ancora lo difenda. Roma è ogni giorno più invivibile: traffico impazzito, delinquenza in aumento, mezzi pubblici che non funzionano, pulizia insufficiente, tasse che aumentano. Non c’è una cosa che vada bene, non c’è un solo aspetto che sia migliorato.

Aggiungiamoci che, da un punto di vista politico, non c’era mai stata una congiuntura così favorevole: presidente del consiglio, presidente della regione, sindaco e venti presidenti di municipio su venti, tutti dello stesso partito. Mai nella storia della città c’era stato un monocolore del genere. Nessun alibi quindi, non avete scuse di sorta: se non riuscite ad intervenire, se non riuscite almeno in parte a dare una soluzione ai problemi dei cittadini, andatevene tutti a casa.

Tornando all’incipit di questo post quindi, se qualcuno me l’avesse raccontato non ci avrei creduto. D’accordo Marino sta facendo male (qualcuno ha suggerito, ma se si chiamava Roma e andava a fare il sindaco a Marino, non era meglio?), d’accordo avevamo grandi aspettative, si sa che la gente ha la memoria storica di un pesce rosso (in questo Paese siamo riusciti a riabilitare tutti, ma proprio tutti tutti)……..MA SUL SERIO C’E’ QUALCUNO SANO DI MENTE CHE RIMPIANGE GIANNI ALEMANNO????

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Ingenui e malfidati

Siamo così. O se non lo siamo, ci diventeremo. Ingenui e malfidati. E più siamo ingenui, più crediamo a qualsiasi cosa, più cadiamo vittima di chi si approfitta della nostra buona fede. Allora diventiamo malfidati, cominciamo a vedere minacce dove non esistono, non ci fidiamo più di nessuno. Ci chiudiamo in noi stessi, ci inaridiamo e insieme ci indeboliamo, vediamo tutto nero.  Ma noi non vogliamo essere aridi, non vogliamo essere deboli, vogliamo ancora vedere una luce. E così ridiamo fiducia, magari proprio a chi non se la merita. Non crediamo al vicino, ma compriamo tappeti in tv. Non ci fidiamo di persone che conosciamo da anni, ma non ci perdiamo un oroscopo. Quando capiamo di aver riposto male la fiducia, ridiventiamo malfidati e il circolo ricomincia.

Ne parlavo con Matteo, il mio amico fornaretto, che somiglia a Johnny Deep e ha un punto di osservazione straordinario rispetto a tutto quello che succede nel quartiere. Il suo forno infatti è uno di quei punti nevralgici da cui tutti prima o poi passano. Gente, notizie, pettegolezzi, anticipazioni. E lui, sapientemente, tra una rosetta e una ciriola, tra un pezzo di casereccio e qualche pizzetta, raccoglie e rielabora. Gli ho detto che dovrebbe scrivere un libro. E non è detto che prima o poi non lo faccia.

Cliente A. “Matteo, mi dai una ciabattina. Però la voglio fresca, non come quella di ieri”.

Cliente B. “Matteo, mi dai tre schiacciate” “Quelle grandi le ho finite, mi sono rimaste queste piccole” “Ma lo so che là dietro ce le hai, è che non me le vuoi dare!

Cliente C. “Matteo, ce l’hai il pane azzimo, sai ho cominciato la dieta” “Ce l’ho, ma guardi che, non essendo lievitato, è più calorico di quell’altro” “Davvero? Va be’, ma tu dammelo lo stesso“.

Il cliente A praticamente gli ha appena detto che vende pane rifatto. Matteo ha un forno che, tranne il sabato, è aperto tutta la notte. Dalle 5 della mattina sale dalle scale un profumo per cui varrebbe la pena svegliarsi solo per una sniffata…perché dovrebbe vendere pane rifatto? Ma soprattutto, se è questo che pensi, caro Cliente A, perché continui ad andarci?

Il Cliente B invece, evidentemente, è convinto che Matteo non si alza ogni giorno alle 5 per vendere il pane che suo padre e suo zio fanno in piena notte. No! Chissà, forse pensa che lui in realtà stia lì per collezionarlo!

Sul cliente C non c’è molto da aggiungere. Io gli ho detto, “Matte’, ma il pane azzimo, non costa di più di quell’altro?” “Eh sì!” “Ma allora fatticazzituoi e daje ‘sto pane azzimo no!” Che, ammettiamolo, fra tutte le prelibatezze del forno di Matteo, non è che sia proprio il top. Ma sì, lasciamolo alle chiattone che pensano di dimagrire!

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Di scie chimiche, dinosauri scoreggioni e papere mute

Perché effettivamente c’è gente che crede che le compagnie aeree di tutto il mondo si siano messe d’accordo con chissà qualche organizzazione segreta (sicuramente giudaico-massonica e pure plutocratica) per spargere nel cielo sostanze atte a rincoglionire la gente. Ma quando mai! State tranquilli, la gente è rincoglionita da sé.

Certo, noi italiani, considerando i ritardi, gli overbooking, gli scioperi e la nebbia saremmo avvantaggiati rispetto al resto del mondo. Considerando però le scelte politiche degli ultimi vent’anni, hai voglia a scie chimiche.

Ma credere alle scie chimiche sarebbe come dare fiducia, che so, a un comico che improvvisamente decide di fondare un partito. No, mi sa che ho sbagliato metafora.

Sarebbe come se qualcuno pensasse che i dinosauri si sono estinti perché la loro aerofagia creò una nube tale da oscurare il sole e causare un abbassamento della temperatura della terra. Ah, c’è qualcuno che l’ha già detto? E non in un post minchione, ma in una rivista scientifica? Fico! Ma continuo a non azzeccare le metafore.

Però una metafora azzeccatissima ce l’ho! Perché io non credo alle scie chimiche, non credo ai dinosauri scoreggioni, non credo a quel minchione di Grillo, ma in compenso sono un devoto praticante, ma che dico devoto praticante, sono un bigotto osservante, ma che dico bigotto osservante, sono un seguace fondamentalista, ma che dico seguace fondamentalista, sono un talebano integralista del sugo di papera muta. Con cui condire le pappardelle che, com’è noto, sono un’iperbolica allegoria del regno dei cieli.

Ecco. E ora venitemi a dire che ho sbagliato metafora.

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La storia siamo noi

“Nessuno si senta escluso”

Leggendo i commenti all’ultimo post mi accorgo che effettivamente c’è un qualcosa ancora di non detto. La nostra parte nella Storia – non a caso scritta così – può essere più o meno rilevante. Possiamo essere comprimari o protagonisti, possiamo rubare la scena per un po’ o rimanere sempre sullo sfondo, ma niente e nessuno può eliminare il dato di fatto che noi ne facciamo parte.

Per questo mentre i grandi protagonisti decidevano i destini loro, nostri e di tutto il cucuzzaro, noi eravamo lì a svolgere il filo delle nostre storie. Senza dubbio poco appariscenti, frivole, con effetti impercettibili per altri, ma noi c’eravamo, con la nostra vita da vivere, con i dolori e le gioie, le noie e gli entusiasmi. Con quel pezzetto di storia che un domani possiamo raccontare o semplicemente ricordare mentre ripensiamo alla Storia più ampia. E per noi quel pezzetto è fondamentale!

Perché in fondo, come già ho raccontato altrove, è vero come disse un mio saggio amico, che la storia del mondo va avanti grazie alle singole storie degli uomini. E per questo, volenti o nolenti, grandi o piccoli, il nostro piccolo pezzetto, come fosse una tessera di un puzzle, sta lì e guardando l’insieme, non poteva non esserci. Può essere bello o brutto, ma visto a ritroso non possiamo non ammettere che quello è il suo posto e nessun altro avrebbe potuto prenderlo.

Poi certo possiamo divertirci a immaginare ciò che sarebbe potuto essere, nella Storia come nella nostra storia: se Baggio avesse segnato quel rigore, se le Brigate Rosse avessero avuto un sussulto di lucidità, se Kennedy non fosse andato a Dallas, se un cecchino qualunque avesse fatto fuori Osama. E se invece io quel giorno, se invece avessi detto, se forse fossi andato, se lei avesse…Ma  come dicono anche i proverbi, la storia non si fa con i se e con i ma. Poteva andare diversamente? Poteva avere altri sviluppi? Certo che sì. Ma è andata così e ora che il quadro è completato ed ogni tessera del puzzle ha il suo posto ben preciso possiamo dire di esserci stato.

Ma c’è un’altra considerazione collegata a questa. Il bello infatti è che questo quadro non è ancora finito. Che le tessere del puzzle possono ancora essere aggiunte. Non possiamo cambiare nulla della Storia e della storia. Ma la Storia e la storia da oggi in avanti dipende anche da noi.

Spesso ci facciamo trascinare dagli eventi, da quella catena infinita di cause ed effetti: noi che abbiamo la possibilità di scegliere praticamente qualsiasi cosa, che possiamo decidere di essere o di diventare qualsiasi cosa, spesso ci lasciamo condizionare dalla successione delle cose. Ma non è così, non è così! Se non è ancora successo, allora possiamo cambiarlo! Quello che avevamo deciso, quello che avevamo scelto, quello per cui avevamo lottato, ci eravamo impegnati, avevamo speso tempo e fatica. Ma anche quello che altri avevano deciso per noi, quello che le circostanze sembravano imporci, quello che il buon senso ci portava a scegliere. Tutto, tutto! Questo è il bello della Storia. E della nostra storia. Non esistono registi occulti, siamo noi i responsabili di quello che succede.

E così può anche darsi che sbagliamo. Può anche darsi che abbiamo torto ed è possibile che in questo modo stiamo commettendo il più grande sbaglio della nostra vita. Sicuramente però abbiamo ragione nel nostro diritto di avere torto. Nel nostro diritto di scegliere di cambiare. Perché se non è ancora successo, possiamo ancora cambiarlo.

Al di là di ogni considerazione politica, questo secondo me significa credere ancora oggi, che una rivoluzione è possibile.

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I ricordi e le generazioni

Una generazione si definisce anche in base ad un ricordo collettivo. I nostri nonni, tutti i nostri nonni, certamente avrebbero saputo raccontare dove si trovavano il 25 aprile del 1945, il giorno della liberazione. I nostri genitori ci sanno dire dov’erano il 20 luglio 1969, quando il primo uomo mise piede sulla luna. E noi?

Qui nella capitale, chi si intende di calcio saprà dire dov’era la sera del 30 maggio dell’84, quando la Roma perse la finale di Coppa dei Campioni contro il Liverpool. Chi si occupa di politica avrà fisso nella memoria, dov’era il pomeriggio del 28 marzo del 1994 quando Berlusconi vinse le sue prime elezioni. Tutti i credenti ricorderanno dov’erano il 2 aprile del 2005 quando morì papa Wojtyla.

Ma è inutile nascondersi, ragazzi del 66 (o giù di lì). Il nostro ricordo collettivo è datato 11 settembre 2001. E ovviamente non riguarda noi romani, né noi italiani. Neanche noi occidentali. I confini si sono allargati, il paese globale crea ricordi globali. E se John Lennon esagerava dicendo che i Beatles erano più famosi di Gesù Cristo, è possibile che il crollo delle Torri Gemelle sia un evento talmente conosciuto a livello mondiale da superare qualsiasi altra conoscenza.

Noi avevamo 35 anni, con le scelte più importanti già compiute, ma con il mondo ancora aperto ad ogni soluzione. Con qualche rimpianto e qualche rimorso. Con la coscienza di essere ormai grandi, ma la voglia di essere ancora ragazzi. Parecchi di noi erano già genitori, qualcuno aveva già perso mamma o papà. Avevamo tante prospettive davanti a noi, ma con i ricordi ancora freschi per non dimenticare quello che avevamo vissuto e quello che avevamo condiviso.

E certo, se ogni generazione ha il ricordo che si merita, dobbiamo tristemente constatare che i nostri nonni e i nostri genitori ne avevano costruiti di ben più belli dei nostri. Il nostro è il ricordo di una catastrofe, di una strada che come cantavano le teste parlanti, non porta in nessun luogo. Quindi la domanda non è, dov’eravate l’11 settembre, cosa facevate o cosa pensavate. La domanda che nessuno si fa, ma che mi piacerebbe fare, se qualcuno avesse risposte sensate (o non avesse troppa paura delle risposte più probabili), in un mondo come quello che gli stiamo lasciando, quale sarà l’evento e quindi il ricordo che accomunerà i nostri figli?

 

 

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10 sgradevoli sensazioni

In effetti era un po’ che non vi intrattenevo con un bel post minchione sulle “dieci cose che”. E anche se già qui, vi avevo raccontato le cose che mi urtano i nervi, oggi parlo esclusivamente di sensazioni, al di là dei ragionamenti: la reazione causa effetto che alcune specifiche situazioni mi danno in automatico.

Cominciamo con l’apertura della porta della doccia. Premetto che io sono generalmente caloroso (la mia dolce metà dice che comincio ad avere le vampe dell’andropausa, ma in realtà il caldo non l’ho mai sopportato, anche quando ero più giovane e non mi scrociavo i peroni giocando a calcetto), ma l’ondata di freddo mentre sei nudo, bagnato e cerchi a tentoni l’accappatoio, è davvero molto sgradevole.

La pasta sciapa. Potevo dire il caffè amaro o la pasta scotta (o cruda), ma scelgo questa perché è veramente spiacevole. E soprattutto senza soluzione. Avete provato ad aggiungere il sale alla pasta dopo che l’avete scolata e condita? Bleah!

La puzza di sudore. Sì, lo so, questo già l’ho detto. Ma è davvero forse in assoluto la cosa più sgradevole che posso immaginare. Più di pestare la cacca di cane con le scarpe con il carrarmato?  Sì, peggio.

Mio padre che fa lo spiritoso. Del resto la minchioneria la dovevo pur aver ereditata da qualcuno. In particolare la situazione più sgradevole avviene nei negozi, dove lui cerca sempre di avere uno sconto e comincia ad inventarsi i motivi più improbabili per cui lui ne avrebbe avuto diritto. E così comincia ad improvvisare, sparando minchiate a casaccio. E si diverte un mondo! Quando ero più piccolo avrei voluto morire, così fulminato all’istante. Oggi alzo il sopracciglio, cercando la complicità del commesso e cerco di fargli capire la mia assoluta estraneità alla faccenda, manco fossi San Pietro al sinedrio prima che canti il gallo.

Le persone prive di senso dell’umorismo, che quindi non capiscono le battute e magari prendono per vere le minchiate che dico (anche se, debbo riconoscere, che in certe situazioni, questa sensazione può invece ribaltarsi e diventare molto, ma molto divertente!). Solitamente però la sensazione di aver detto una battuta fantastica e guardare il vuoto siderale negli occhi dell’interlocutore è molto deprimente.

Non essere capace ad aiutare gli altri. Già ho confessato altre volte di essere inguaribilmente afflitto dalla sindrome del genio della lampada: si dice pure che non tutte le ciambelle riescono col buco. Ma il senso di frustrazione quando non riesco ad avere la parola giusta, quando capisco quale sia il problema, ma capisco pure che la soluzione non c’è, è una cosa davvero insopportabile.

Il tinticarello alla gola. Uno con il fisico con il mio, da autentico lanciatore di coriandoli, è inutile dire che al primo alito di vento si ammala. Sono anche un bel po’ ipocondriaco, quindi ogni minimo doloretto mi fa subito scattare l’escalation al male incurabile. Ma la sensazione più sgradevole è quel leggero bruciore alla gola, quasi impercettibile, che so già il giorno dopo diventerà un raffreddore catastrofico. Raffreddore che solitamente inizia a metà ottobre e finisce a fine marzo. Un po’ peggio dell’ora solare.

Prevedere qualcosa di negativo prima che succeda che in effetti è il generale della situazione particolare precedente. E’ quella sensazione che hai ad esempio quando vedendo una partita capisci che gli altri stanno per segnare un goal alla tua squadra. Oppure (ricordo scolastico), quando quell’infamona della professoressa sta lì con quel suo ditino che scorre la lista dell’elenco e zac! Sai che si fermerà su di te. Poi magari gli altri si mangiano il goal, e l’infamona interroga il tuo vicino di elenco, ma quegli istanti che precedono il verdetto, sono tra le cose più sgradevoli che si possa provare.

Le situazioni incompiute, le storie irrisolte, le occasioni sprecate. Non sai se vuoi davvero sapere come si compirà quella situazione, non sai se vuoi davvero cogliere quell’occasione o se ti piacerà il finale di quella storia. Ma rimanere appesi è proprio brutto. Non sono del partito dell’occhio non vede, cuore non duole. No! E anche se non mi piace quel libro che sto leggendo, difficilmente lo lascerò a metà. Magari il finale mi sorprenderà.

Il particolare della situazione precedente sono i telefilm che finiscono sul più bello. Sei all’ultimo episodio della serie, l’hai seguita tutta, dall’inizio alla fine, sai già che passeranno mesi prima di vedere il seguito, ma speri comunque in un finale roboante, che chiarisca almeno le situazioni aperte. E quelli se ne escono con quei finali a pene di segugio che ti lasciano perplesso ed attonito , che ti chiedi…ma chi me l’ha fatto fare di vedere ‘sto polpettone senza né capo, né coda per tutto ‘sto tempo? In assoluto penso che Lost sia il prototipo di questa sensazione. Il fatto che abbia continuato a seguirlo per tutte e sette le serie, quando ero assolutamente certo che il finale dei finali sarebbe stata l’iperbole della supercazzola, dimostra alcune cose di me. Lo so, lo so, non tutte positive.

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Elogio del Coppedé. E poi di cortili e facciate

Il preambolo è dato dal fatto che l’altro giorno passeggiavo per il quartiere Coppedè. A mio insindacabile giudizio il quadrilatero tra via Nomentana, corso d’Italia, via Salaria e piazza Istria è la zona più bella di Roma. Villa Ada (ma anche Villa Torlonia), il Giulio Cesare, il Piper, ma soprattutto le strade, le piazze, i palazzi. Ecco i palazzi. Mi piacciono quelle facciate imponenti, con quei portoni altissimi, le balconate, i fregi. Mi piacciono quelle lunghe scritte in latino e quelle file interminabili di finestre coperte dalle persiane verdi o marroni. Sarà che tra quelle strade ho passato gli anni dell’adolescenza, sarà che ancora mi sembrano esenti dalle cafonate che si vedono in giro nel resto della città, ma quella è davvero una Roma particolare, lontana dai giri turistici. In cui puoi girare la domenica pomeriggio e godere in silenzio la grande bellezza della città eterna. Signorile, ma non snob, aristocratica e popolare insieme, ironica e sognatrice. Elegante come una canzone dei Depeche Mode. Biancoazzurra come il suo cielo. Fine del preambolo.

La facciata è l’aspetto di un palazzo, è quel che appare, quello che te lo fa giudicare ed è su quello che ti fai un’idea delle persone che ci abitano. Non è solo un discorso “di facciata”, perché non è solo esteriorità. Non è solo ornamento, se questo fosse solo una cosa esteriore e dovesse in qualche modo essere contrapposto ad un monumento. E’ piuttosto il portamento, lo sguardo, i lineamenti. Quando si dice, “ci metto la faccia”, per un palazzo si dovrebbe dire la facciata.

E’ indubbio però che se vuoi conoscere davvero un palazzo, se vuoi immergerti nelle sue storie, toccare le sue viscere, sentire le vene e le arterie sui quali scorre il sangue che lo rende vivo, allora devi entrare dentro, devi vedere cosa c’è dietro la facciata. L’anima del palazzo è nel cortile. E’ lì che si consumano le storie più autentiche, la vita vera. Nell’ombra dei suoi alberi, sulla pietra dei gradini, fra la terra delle aiuole. Nelle cose vive, perché no, anche fra i bidoni dei rifiuti.

Qualcuno potrebbe obiettare che ci sono palazzi senza cortile. Certo, esistono persone senz’anima.

Ma perché, sul serio pensavate che stavo parlando di architettura?

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Falsi profeti, il naso di Cleopatra e anniversari inutili. Ovvero il post che non c’è

Nel post che non c’è avrei dovuto scrivere di pecore e lupi. Di lupi che si mascherano da pecore e pecore che belano tutte in coro ad applaudire “oh che bel travestimento“. Ma del resto si sa, la realtà è un punto di vista. Magari il lupo non si traveste da pecora per chi sa quale ragione. No, lui forse, in cuor suo, pensa davvero di essere un pecora. Ma del resto anch’io chissà potrei passare per uno stalker. Non sempre quello che siamo (o che pensiamo di essere) è quello che riusciamo a far arrivare e allora forse c’ha ragione il lupo. Oppure, chissà boh!

Oppure nel post che non c’è avrei potuto trattare del naso di Cleopatra. Voglio dire, sì lo sappiamo, la storia è mossa dall’economia, l’uomo è quel che mangia, uno spettro si aggira per l’Europa, la dialettica e la sovrastrutture. E però invece, Cesare, Antonio, Roma, la guerra, tu quoque Brute…la storia, perché è la gente che fa la storia, se Cleopatra avesse avuto un naso diverso, avrebbe cambiato il suo corso. Forse ora eravamo tutti egiziani. E magari stavamo anche meglio, chi lo sa, boh!

In realtà nel post che non c’è avrei voluto festeggiare uno strano anniversario, di due che si riconoscono prima di conoscersi e le discese ardite e poi risalite. Magari, ingenuamente, avevano pensato che sarebbe stato sufficiente non innamorarsi e il resto sarebbe stato semplice. Ma niente è semplice a questo mondo. E quindi poi ci furono ipotetici venditori di fumo sul lungomare di Senigallia, strane citazioni di Grey’s Anatomy, musica, tanta musica: quella che viaggia con Amazon e quella che sta dentro le chiavette Usb. E poi risotti con i funghi e serate troppo alcoliche, racconti di stelle e radio libere e poi libri e treni, spesso insieme, puntuali come i chiarimenti dopo le incomprensioni. Grandi aspettative e forti delusioni, lunghe chiacchierate e tristi silenzi, con la voglia di ricominciare e la certezza che ne valeva comunque la pena. Sempre! Per questo come sottofondo del post sarebbe stato bello riascoltare Bridge over troubled water… All your dreams are on their way. See how they shine. If you need a friend, I’m sailing right behind. 

Ma questo post in realtà non c’è, perché chissà se c’ha ancora senso. E allora boh!

 

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Ricorda per sempre il cinque novembre

Non doveva andare così. No che non doveva.

Soldi facili pensavi. La siccità si era portata via anche l’ultima bestia e lavoro non ce n’era. C’erano invece due bocche da sfamare, un futuro da costruire. Soldi facili. Com’è facile morire. Anche se hai ventidue anni e a casa una moglie e un bambino che ti aspettano.

Non doveva andare così. Non è giusto perdere un padre prima ancora di conoscerlo. Hai idea di che cosa sia stato crescere da solo? Con i racconti che si mischiano e si confondono con i ricordi, fino a non capire più dove cominciano gli uni e dove finiscono gli altri. In realtà non è vero che sia cresciuto da solo. C’era sempre quest’odio insieme a me. L’odio che cresceva sempre più forte, che mia aiutava ad andare avanti, a rispondere ai bulli, a mandare via le lacrime. Ti avrei vendicato, lo sai che l’avrei fatto, l’avevo giurato.

Perché l’odio è come l’amore papà, hanno la stessa natura. Si alimentano e crescono da sé, trovano forze e vigore nelle difficoltà e vanno dritti alla loro meta come le luci delle stelle.

Gli anni passavano veloci, ormai era tempo di agire, avevo diciassette anni, ero un uomo e potevo finalmente affrontare l’uomo che mi aveva portato via mio padre, che si era portato via per sempre l’innocenza della mia fanciullezza, condannandomi a crescere troppo in fretta.

Quel 5 novembre era una giornata di una bellezza sconvolgente, quelle giornate quando il sole è ancora caldo come fosse primavera e il cielo è di un azzurro imbarazzante. Il giorno giusto per ristabilire la giustizia, per far tornare finalmente i conti.

Mi ero procurato una pistola, la stringevo nella tasca, neanche avessi paura che potesse fuggire via. Avevo studiato il percorso, controllavo l’orologio, lo sapevo che tra qualche istante sarebbe uscito di casa ed ero lì a riprendermi quello che mi aveva tolto dodici anni prima.

Il tempo e lo spazio sono concetti strani. Ad esempio, la vedi quella stella laggiù? Noi continuiamo a vedere la sua luce, ma forse lei è morta da tempo. La sua luce continua a viaggiare nello spazio per chilometri e chilometri, viaggia nel tempo per anni e anni e noi continuiamo a vederla, ma forse lei non c’è più, è sparita nel nulla senza che noi possiamo saperlo.

Quel giorno l’uomo che ti aveva ucciso non era solo. Uscì di casa ed io arrivai silenziosamente dietro di lui, con il dito sul grilletto della pistola che urlava nelle tasche. Non era solo perché aveva in braccio un bambino, ancora mezzo addormentato. Camminava avanti a me, eravamo a due metri di distanza, il bambino ha tirato su la testa, mi ha guardato, ha fatto un sorriso e mi ha fatto ciao con la mano.

L’amore e l’odio sono come la luce delle stelle, continuano a viaggiare, ma forse la loro origine non c’è più da tempo. E noi dobbiamo solo rendercene conto.

 

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Della dignità del vivere e del morire

Tutto ciò che si può dire lo si deve dire chiaramente. su ciò di cui non si può parlare si deve tacere.  (L. Wittgenstein)

Leggevo la notizia di questa Brittany Maynard, una ragazza americana, malata di tumore, che ha deciso di togliersi la vita, scegliendo, come ha detto in un ultimo tragico video, “di morire dignitosamente”.

A parte il fastidio per la spettacolarizzazione mediatica che questa notizia ha (direi inevitabilmente) suscitato, mi veniva una riflessione, condivisa anche da Chiara di Squarcidisilenzio. Perché morire in quel modo sarebbe più dignitoso di morire lasciando che la malattia segua il suo corso?

Lungi da me dare una valutazione su questa vicenda. Non ho gli elementi per giudicarlo e se anche li avessi non vorrei assolutamente dare un giudizio: come diceva il saggio Ludwig, su ciò di cui non si può parlare sarebbe meglio tacere. Il gesto di questa ragazza potrebbe essere stato di grande coraggio o di grande viltà, di grande egoismo o di altrettanto grande altruismo. Purtroppo, come spesso accade in queste occasioni, si perde di vista la persona, la sua sofferenza e si prende spunto da qui per schierarsi, per alzare il sipario su un circo mediatico che specula sulla vicenda, portando acqua al mulino di una tesi, piuttosto che di un’altra. Senza dubbio, per averlo passato sulla pelle, posso dire che c’è altrettanta dignità nel morire seguendo il corso delle cose. La malattia ti toglie tante cose, purtroppo, ma non certo la dignità.

Come dicevo nel post dell’altro giorno, per il lavoro che faccio (ma anche probabilmente per come sono fatto) sono un negoziatore, sono sempre portato a cercare una soluzione condivisa, a conciliare quello che apparentemente è conflittuale. Proprio partendo da questo però sono assolutamente convinto che ci siano principi, ma soprattutto valori, che non siano affatto negoziabili. Uno di questi è che siamo responsabili, ma non padroni della nostra vita. Della nostra, come di quella di nessun altro. Sono responsabile, non padrone, della vita di chi amo. E della mia. Da questo discende un altro principio non negoziabile: ci sono motivi, principi, valori per cui vale la pena dare la vita. Non credo ce ne siano di validi per toglierla. Quella degli altri, ma conseguentemente, la propria.

Detto questo, a questa povera ragazza ai suoi genitori che l’hanno accompagnata in questa scelta difficile, vorrei arrivasse questa antica Benedizione Irlandese, che si scambiavano i viandanti prima di un lungo viaggio.

Che la strada ti esca incontro,
che il vento soffi sempre alle tue spalle,
che il sole brilli forte sul tuo viso,
che le piogge cadano dolcemente sui tuoi campi,
e fino a che non ci incontreremo di nuovo,
che Dio ti custodisca nel palmo della Sua mano.