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E saper fuggire un cretino

Ormai si sa, la pazienza è una grande virtù. Sopportare con pazienza le persone moleste è non a caso una delle opere di misericordia spirituale. Ma fino a che punto? Perché è vero, bisogna calarsi nei panni degli altri, bisogna cercare di vedere la realtà dal loro punto di vista, la molestia spesso nasce dalle paure, dalle insicurezze. A volte è importante rassicurare, alcune volte bisogna farsi spalla, altre volte è sufficiente essere orecchio. Devi saper contare fino a cento, a volte invece meglio far finta di non vedere, né sentire le persone moleste.

Ma moleste come? Come una caccola nel naso che non va né su, né giù? Come quelli che a Tresette bussano con il tre secondo? O come chi non riparte quando scatta il semaforo verde? Non c’é un’indicazione in questo senso. Bisognerebbe sopportare tutti, anche chi ha l’alito cattivo e si ostina a non tenere il distanziamento sociale. Perché in realtà la questione vera è un’altra: fino a che punto pazientare e quando invece provare con una capocciata sui denti?

In ogni caso, una volta che la razionalità ha percorso tutte le sue strade, alla fine dobbiamo ricorrere alla poesia. E nel nostro tempo, chi meglio del sommo poeta Giulio Rapetti, in arte Mogol, ci può dare un’indicazione chiara su come andare avanti?

Se è il caso lottare, più spesso lasciare
Saper aspettare chi viene e chi va
E non affondare se si può in nessuna passione
Cercando di ripartire, qualcosa accadrà
Curare il giardino e saper fuggire un cretino
Usare poco i motori e poco gli allori
Non temere la notte, non temere la notte
Però amando più il giorno
E partire senza mai pensare, ad un sicuro ritorno
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I bambini smarriti

Le cause perse, i soggetti ai margini, i concetti superati e le questioni dimenticate. Gli emarginati, quelli fuori dai giri, le promesse non mantenute, gli impegni disattesi, la fiducia mal riposta. Come i bambini smarriti di Peter Pan, sono i dimenticati, gli eterni ragazzi, che non cresceranno mai e rimarranno per sempre nell’Isola che non c’è, perché nessuno li reclama più.

Eppure ci sono, esistono, invisibili e pur presenti nelle nostre vite, come realtà residuale. Ma il residuo, lo scarto, se non viene riciclato o smaltito per bene, ritorna a galla sotto i nostri occhi, come le buste di plastica nel mare. Quando meno te lo aspetti puoi imbatterti in loro, nascosti dietro le mascherine, ma in realtà ben riconoscibili. Ritornano da noi che li avevamo volutamente tralasciati, che avevamo cercato di ignorarli, senza farci i conti.

Come Del Piero, possiamo anche fare la pubblicità dell’acqua diuretica per anni e anni, ma questo non ci salverà dai calcoli renali, perché la più brutta realtà sarà sempre più vera della più bella fantasia. E l’isola che non c’è, sarà pure un paradiso, ma comunque non c’è. Invece per combattere i pirati, abbiamo bisogno proprio dei bambini smarriti, dobbiamo diventare alleati e fare finalmente pace con loro, per capire davvero ciò che è importante da ciò che non lo è. Ciò che ci salva e ciò che ci condanna.

Abbiamo un’occasione straordinaria, forse irripetibile: ma se non lo capiamo neanche dopo una pandemia mondiale, forse non lo capiremo più.

 

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Qualcuno mangia un pipistrello in Cina e tu ti ritrovi a cantare “bella ciao” da un balcone

Come già osservava più d’uno, questa pandemia ha reso chiaro a tutti, ancora di più di quanto già non lo fosse prima, che viviamo in un villaggio globale. Mai come oggi possiamo sentire quanto profonde siano le interconnessioni fra le persone, le nazioni, i continenti: i confini esistono ormai solo nelle menti ristrette di certi politici da strapazzo, che mietono consensi nell’ignoranza e nelle paure delle persone.

Qualcuno mangia un pipistrello in Cina e tu ti ritrovi a cantare “bella ciao” da un balcone: come si potrebbe spiegare meglio l’eterogenesi dei fini? Che come spiegano i manuali di filosofia è quella teoria per cui la storia, il mondo, la realtà vanno avanti grazie a conseguenze non intenzionali di azioni intenzionali. A meno ché non siate complottisti da scie chimiche o non crediate a quel tipo con i capelli buffi che consigliava di curare il Covid iniettandosi l’amuchina in vena, abbiamo la prova evidente che un fatto occasionale, completamente non intenzionale, ha determinato una serie di conseguenze inimmaginabili fino a pochi mesi fa.

Un po’ come quel genovese che cercava un’altra via della seta e si trovò a scoprire un nuovo continente, non sempre le nostre azioni hanno le conseguenze che immaginavamo, quelle che avevamo pianificato. Qui (ma non solo qui), sbagliava anche il mio amico Marx: secondo lui il peggior architetto era comunque più avanti rispetto all’ape migliore proprio per la capacità dell’uomo di visualizzare con precisione i propri progetti. La realtà è diversa. La realtà e che puoi anche avere il miglior progetto del mondo, ma se nel realizzarlo poi viene fuori tutt’altra cosa, come la mettiamo?

Perché la realtà è quasi sempre più complicata di come la pensiamo noi (in realtà a volte è più semplice e siamo noi a complicarla troppo, ma questo aspetto adesso ci porterebbe fuori discorso). Le conseguenze delle nostre azioni arrivano spesso molto più lontano di come avevamo programmato e a volte in direzioni inimmaginabili. Per questo dovremmo provare a volerci bene l’un l’altro, esercitando l’antica arte della pazienza reciproca. Per questo dovremmo imparare a chiedere scusa. Ed infine, dovremmo sempre ringraziare la nostra buona stella.

I’m so much closer than
I have ever known
Wake up
Better thank your lucky stars
Well, I’m so much closer than
I have ever known
Wake up
Better thank your lucky stars
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La regola dell’amore

Sul serio pensate possa esistere una regola dell’amore? E siete così ottimisti che credete di trovarla nel mio blog? A volte la fiducia degli altri mi commuove. E come ve la immaginate? Tipo quelle inserite in un decalogo, con divieti assoluti a non fare questo e inviti pressanti a fare quest’altro? Oppure potrebbe essere simile a una regola logica, come quelle che si trovano nei manuali di grammatica.

Secondo voi è possibile fare un’analisi grammaticale dell’amore? Qual è il sostantivo? In amore contano gli aggettivi o possiamo farne a meno? E con quale articolo si può accompagnare, determinativo e indeterminativo? Il verbo è presente, passato o futuro? E la forma è attiva o passiva? Allora forse potremmo provare con l’analisi logica. Ma siamo sicuri che sia facile individuare il soggetto, il predicato e i vari complementi? Ugualmente complicata sarebbe l’analisi del periodo: l’amore si svolge su proposizioni principali o secondarie? Indipendenti o subordinate? No, non sarebbe affatto facile.

Magari allora si potrebbe provare con una regola matematica. Ma se volessimo fare un’equazione per calcolare l’algebra dell’amore, probabilmente scopriremmo che non sempre con l’addizione si ottengono numeri maggiori, anzi a volte per aumentare bisogna sottrarre e per moltiplicare è necessario dividere. La distanza non si calcola in metri, il peso non si calcola in chili e le equivalenze non sempre funzionano. Puoi essere vicino e stare a distanze siderali e viceversa. Può essere pesante così tanto da soffocarti e al contrario leggero fino a farti volare. Per trovare il minimo comune denominatore potrebbe servire una vita. Non parliamo della geometria dell’amore! Il triangolo sicuramente non è la forma più adeguata e a volte può anche capitare che due rette parallele si incontrino, trovando un punto in comune.

Forse potrebbe funzionare una regola musicale: potremmo trovare la regola dell’amore in una intonazione perfetta, con i diesis e i bemolle, con le leggi dell’armonia, trovando il tono giusto, con le pause e l’incrocio di voci differenti, che insieme però danno la melodia, seguendo un ritmo determinato. Ma se poi a qualcuno piacessero gli amori stonati o quelli dissonanti, come la metteremmo? Dobbiamo arrenderci al fatto che in amore non esiste una regola uguale per tutti?

Il fatto è che ognuno di noi pensa di sapere quale sia questa regola. Come quando bisogna riepiegare il bugiardino dei medicinali: lo tiriamo fuori ed è scontato che poi riusciremo a rimetterlo dentro, che ci vuole? Stava tutto compatto in zero centimetri, ora basta chiudere qui, ripiegare qua, no, forse va girato così, proviamo di là………….

Forse hanno ragione i REM: l’amore è una strana moneta. Per trovare la regola dell’amore ci vorrebbe un cambiavaluta oppure un bravo interprete, per prendere la regola e tradurla nella propria lingua. Non ci credete? Pensate a Cyrano de Bergerac, alla più bella definizione di bacio che è stata data dalla letteratura: “l’apostrofo rosa fra le parole t’amo“. Ma gli inglesi dicono “love you” e non “t’amo” oppure “Je t’aime” come nella frase originale e quindi non c’è nessun apostrofo. E quindi? Quindi in inglese il bacio è diventato “The Pink Exclamation Mark after I love you!”

Allora forse potremmo dire che la regola dell’amore è far diventare un apostrofo un punto esclamativo. Non ne trovo una migliore.

I need a chance, a second chance, a third chance, a fourth chance
A word, a signal, a nod, a little breath
Just to fool myself, to catch myself, to make it real, real
These words, “You will be mine”
These words, “You will be mine,” all the time, oh

 

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E tu, che cosa hai imparato?

Una situazione così estrema e così paradossale, lontana anni luce da qualsiasi altra abbiamo mai affrontato prima, inevitabilmente ci insegna tante cose. Quanto sia importante la vicinanza delle persone che amiamo, quanto la mancanza delle persone amate ce le rende vicine anche se sono lontane, quanto sia importante avere un cane, quanto la musica e i libri possono essere il miglior modo per passare il tempo.

Dovremmo aver imparato che il nostro stare su questa terra è un insieme di interconnessioni indistricabili e che nessuno si salva da solo. Quanto la paura faccia emergere la parte peggiore di noi, quanto siano insopportabili le norme quando sono illogiche.

Che per quanto la sicurezza o la salute siano valori assoluti, la libertà avrà sempre un valore insuperabile, che fare a meno del mare è quasi peggio che fare a meno del calcio. Che siamo irrimediabilmente deboli, ma anche incredibilmente forti. Che l’unica cosa certa del futuro è che non sarà come ce l’eravamo immaginati.

Ma con la modestia che (non) mi contraddistingue, devo ammettere che in realtà, se ci ragiono un momento, tutte queste cose le sapevo già. Tutte, dalla prima all’ultima. Allora questa tragedia planetaria non mi ha insegnato nulla di nuovo? Forse non mi ha svelato chissà quali verità che non sapevo, non mi ha aggiunto nulla in più, ma certamente mi ha fatto capire cosa potrei avere in meno.

E la scoperta di quanto sia fondamentale e allo stesso tempo precario molto di ciò che ritenevo scontato (muovermi con libertà, incontrare le altre persone, non dover giustificare il perché e il come faccio qualcosa), mi spinge a capire cosa sia davvero importante e utile nel mio modo di vivere e cosa, invece, potrei considerare superfluo o addirittura ingombrante. E su queste basi, forse sarà ora di voltare pagina una volta per tutte.

– Che cosa hai imparato? Che sai fare?
– So pensare, so aspettare, so digiunare.
– E questo è tutto?
– Credo sia tutto
(Siddharta, Hermann Hesse)
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Dopo la tempesta

Le cose belle viaggiano in modo improbabile e spesso occorre una fine perchè possano cominciare“. (Neil Young)

Quando la tempesta sarà finita siamo sicuri che vorremmo tornare alla vita precedente? Ma la vera domanda è un’altra. Dopo che la tempesta avrà bussato alla nostra porta, segnandoci ma lasciandoci vivi, seppure lo volessimo, pensate che potremmo tornare alla vita precedente?

Potremmo tornare alle solite preoccupazioni? Potremmo ancora riuscire ad arrabbiarci se qualcuno ci ruberà un parcheggio? E le questioni lavorative, saranno ancora in grado di angosciarci?

Io penso che avremo nuove priorità, forse finalmente saremo capaci di capire ciò che vale davvero la pena. Avremo nuovi obiettivi. Forse il lunedì mattina non sarà più in grado di deprimerci ed è probabile che anche il traffico nelle giornate di pioggia avrà tutt’altro sapore. Possiamo sperare che saremo in grado di inseguire l’importante, lasciando per un attimo da parte l’urgente.

E’ probabile che passata la tempesta non saremo più in grado di convivere con i rimpianti, con i compromessi e le rinuncie. Forse faremo pace con il nostro passato, perché il futuro, seppur meno sicuro, sarà senza dubbio più aperto e meno scontato di quanto l’avessimo potuto mai immaginare.

Come dopo una guerra, ci saranno macerie sulle strade, ma anche tanta voglia di ricostruire, perché fra le tante cose distrutte ci potrebbero anche essere tutte quelle resistenze che fino a ieri ci hanno impedito di correre dietro ai nostri sogni. Quando negli anni a venire Facebook ci segnalerà fra i ricordi le foto e i post di questo periodo, forse ci verrà da sorridere, ricordando come eravamo prima e come eravamo diventati dopo.

Perché come dopo una guerra, tornare alla vita di tutti i giorni, alla nostra quotidinità abituale, non sarà come rientrare a casa dopo un lungo viaggio. Non troveremo le cose come le avremo lasciate. Anzi, niente sarà più uguale a prima, anche le cose che apparentemente sembreranno le stesse. Avranno un altro colore, un altro sapore, suoneranno con una tonalità diversa.

E allora davvero alla fine di questa quresima ci sarà una Pasqua di resurrezione. Auguriamocelo. Per rispetto di quelli che la tempesta si è portata via. Allora non sarà stata solo una tragedia. E soprattutto, non sarà capitata invano.

Forse alla fine di questa triste storia, qualcuno troverà il coraggio, per affrontare i sensi di colpa e cancellarli da questo viaggio, per vivere davvero ogni momento, con ogni suo turbamento, come se fosse l’ultimo

 

 

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Un indovinello ai tempi del Coronavirus

Indovinello di Pasqua ai tempi del Coronavirus: trovate la lettera successiva

U  D  T  Q  C  S …

Ieri sul mio profilo FB ho postato un indovinello che è piaciuto molto, per questo ho pensato di proporvene un altro. Stavolta però, oltre ad essere dilettevole, vorrei provare ad essere utile. E quindi, da qui a Pasqua, per chiunque riuscirà a risolverlo, verserò un euro alla Parrocchia di San Giovanni Crisostomo di Roma. In questo periodo di chiusura forzata il mio amico Don Massimo non ha la possibilità di ricevere offerte domenicali per sostenere le varie attività di carità che normalmente svolge. Per chi volesse partecipare l’Iban è IT85W052160321800000004444

Ogni giorno aggiungerò un indizio. Provate! Per voi è gratis! Scrivete la vostra risposta: risponderò a tutti in privato, per non condizionare gli altri. Se avrete azzeccato avrete il mio personale encomio, se non avrete dato la risposta giusta vi darò la soluzione, così se volete potete fare copia e incolla e ripetere il giochino nel vostro profilo. Magari organizzando un’altra donazione a chi vorrete voi!

Il primo indizio è questo: è un giochino molto semplice, una sequenza più logica che matematica. Lo inventò qualcuno, non mi ricordo chi (magari la mia collega Paola lo sa) 35 anni fa, tra i banchi di Villa Mirafiori, durante le lezioni di Filosofia della Storia. Partecipate numerosi!

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Mi manca, ce l’ho

Pensate ad un tizio che per un qualche strano caso, un incidente in macchina, una malattia, sia caduto in coma all’inizio dell’anno. E si risvegli il 1 aprile. Non pensate che crederà di essere vittima del più gigantesco pesce d’aprile della storia? Nel XXI secolo tutte le nazioni della terra alle prese con un virus contaggiosissimo. 1 miliardo e mezzo di persone rinchiuse in casa. Multe per chi passeggia per strada, file fuori dai negozi, mascherine neanche fosse carnevale, caccia al runner untore. Forse giusto in un B movie con la realtà distopica potevamo immaginare uno scenario simile.

Del resto abbiamo sempre detto che ormai viviamo in un villaggio globale, che tempi e distanze si sono annullate? Ed ecco che il mio amico Giuliano a Cuba o Lucy in Australia hanno lo stesso problema che ho io. E tutti eravamo impreparati, perché nessuno avrebbe mai immaginato di vivere una situazione simile. Tranne Bill Gates, ovviamente. Del resto uno, non è che si inventa un sistema operativo così, dalla mattina alla sera.

Rinchiusi in questa specie di arresto domiciliare planetario, come facevo da piccolo con le figurine dei calciatori, scorro le immagini per vedere cosa ho e cosa mi manca. Mi manca il calcio. Mi mancano le partite di calcetto del giovedì con i miei amici, quelle di Lele il sabato pomeriggio, mi manca il calcio in TV, mi manca soprattutto la mia Lazio. Mi manca più di qualsiasi altra cosa!

Mi manca il mare, mi manca Rocca di Mezzo, le fughe nei fine settimana, il barbecue e le passeggiate in montagna. Mi manca la piscina (chi l’avrebbe mai detto fino a un paio d’anni fa?). Mi manca la sensazione di libertà del venerdì pomeriggio, mi manca il mercato del sabato mattina, le uscite con gli amici del sabato sera, mi mancano le domeniche, la messa, le pastarelle da Gatto e papà che viene a pranzo da noi. In pratica mi manca la mia vita precedente, ma solo quella dal venerdì pomeriggio alla domenica sera. Devo ammettere (ma non avevo dubbi in proposito), che la mia vita dal lunedì al giovedì, mi manca veramente poco.

D’altra parte, devo ammettere che ho un sacco di cose. Ho le persone più care che stanno qui vicino a me. Ho un cane con cui passeggiare, ho un prato a 100 metri da casa, ho un terrazzino. Piccolo, ma mai così apprezzato. Ho un cellulare che mi tiene in contatto con tutti i miei amici, ho un kindle e uno stereo che non mi abbandonano mai, perché finché posso leggere e ascolare musica non avrò mai modo di annoiarmi. Fra le cose che ho, voglio mettere anche la mancanza di quello che in questo momento non posso avere: perché ti mancano solo le cose o le persone importanti.

Insomma ho ben chiaro, ancora forse più chiaro di prima, quello che ho e quello che mi manca. Chi ho per davvero e chi mi manca per davvero. Tutto il resto non conta o conta davvero molto poco. Ora si tratta solo di non scordarselo quando tutto questo sarà finito e potremo tornare (quasi) a fare la stessa vita di prima.

 

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Stai vicino a me

Dico subito un’ovvietà. Non esiste l’altra metà della mela. Lo so, lo so, detto da uno che da quasi trentacinque anni sta felicemente insieme ad un’altra persona suona male. Mai come una canzone di Gigi D’Alessio però. E se ha tanto successo lui, perché io no? Ma non divaghiamo e torniamo al punto. E il punto è una fulminante verità che mi ha illuminato l’altro giorno e che neanche Jeeg Robot riuscirebbe a mettere in dubbio. Se vuoi stare vicino a qualcuno ti tocca il posto centrale.

In realtà ci hanno sempre raccontato un sacco di favole. Come accade spesso, si semplifica la realtà. E qual è la semplificazione massima, l’ovvietà più semplice ed immediata? L’antitesi. Io odio le antitesi (questa cosa me l’avete già sentita dire, o meglio, l’avete già letta, ma ora non mi va di cercare il post dove l’avevo scritta). Non esiste il bianco o nero, la doccia o il bagno, guerra o pace, pesce o carne, presepe o albero, Spandau Ballet o Duran Duran, corridoio o finestrino.

A dire il vero esistono, ma non sono fondamentali. Non importa se tu preferisci il posto vicino al finestrino per poter vedere fuori il panorama oppure il corridoio così da poter uscire fuori e sgranchirti le gambe. Non ha la minima importanza. Perché se tu vuoi stare vicino a qualcuno devi stare al centro.

Quel qualcuno non sarà l’altra metà della mela perché noi non siamo mele. Chi vorrebbe essere una mela? Magari una ciliegia, se proprio devo scegliere, ma una mela…e dai su! Starai vicino a quel qualcuno che non è (per fortuna) l’altra metà della mela. Ma è quella per cui non ti peserà perderti il panorama o la passeggiatina. Starai vicino a lei e basta perché è proprio a lei che vuoi stare vicino. E allora sticazzi di corridoio o finestrino.

Quando scende la notte e la terra è scura
E la Luna è l’unica luce che vedremo
No, non avrò paura, io non avrò paura
Almeno finché tu stai, tu stai qui accanto a me

Allora tesoro, tesoro stai accanto a me, oh stai accanto a me
Oh stai, stai accanto a me, stai accanto a me

Se il cielo che guardiamo lassù, dovesse cadere e precipitare
O se le montagne dovessero sbriciolarsi nel mare
Io non piangerò, io non piangerò, no, non spargerò una lacrima,
Almeno finché tu stai, tu stai accanto a me

E tesoro, tesoro, stai accanto a me, oh stai accanto a me
Oh stai adesso, stai accanto a me, stai accanto a me

E tesoro, tesoro, stai accanto a me, oh stai accanto a me

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All’estate che verrà

Stamattina il brutto tempo di questi giorni ci ha dato una tregua. Sulla capitale c’era un sole che andava e veniva, quasi giocasse a nascondino, reso ancora più luminoso dalle nuvole viola. La città, avvollta in questo silenzio irreale, sembrava come una macchina appena uscita da un autolavaggio, ancora umida e scintillante. Chiudendo gli occhi e respirando quell’aria fresca mi sono tornate in mente quelle giornate di fine estate, quando dopo l’acquazzone notturno le nuvole colorano il cielo delle mille sfumature del blu, dell’azzurro, del viola.

Non è il 27 marzo, è il 20 agosto, oggi non si potrà scendere al mare, perché la sabbia è ancora bagnata. Oggi è una di quelle giornate di pausa, sospese in una bolla temporale, perché non puoi fare quello che fai di solito. Però l’estate non è ancora finita, hai ancora qualche giorno di vacanza e il tempo si rimetterà e potrai tornare a fare i bagni e prendere il sole sulla spiaggia. Ci vuole solo un po’ di pazienza, ma l’estate non è ancora finita.

Invece oggi è proprio il 27 marzo e sono 21 anni che mamma non c’è più. Mi manca esattamente come 21 anni fa. Chissà cosa avrebbe detto di questa situazione. Sicuramente anche lei avrebbe cercato di vedere il domani e mi avrebbe detto che non solo non è finita, ma deve ancora cominciare. E sarà più bella che mai.

E la gente rimase a casa
e lesse libri e ascoltò
e si riposò e fece esercizi
e fece arte e giocò
e imparò nuovi modi di essere
e si fermò
e ascoltò più in profondità
qualcuno meditava
qualcuno pregava
qualcuno ballava
qualcuno incontrò la propria ombra
e la gente cominciò a pensare in modo differente
e la gente guarì.

E nell’assenza di gente che viveva
in modi ignoranti
pericolosi
senza senso e senza cuore,
anche la terra cominciò a guarire
e quando il pericolo finì
e la gente si ritrovò
si addolorarono per i morti
e fecero nuove scelte
e sognarono nuove visioni
e crearono nuovi modi di vivere
e guarirono completamente la terra
così come erano guariti loro.

Kathleen O’Meara (1869)