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Il meno peggio

Io li capisco. Quelli che dicono “tanto sono tutti uguali“. Quelli che dicono basta “è una vita che voto turandomi il naso, stavolta me ne vado al mare“. Quelli inorriditi dalle giravolte dei politici, che prima fanno cadere l’unico governo capace di farci rimanere a galla in queste acque perigliose e poi ne invocano chissà quali provvedimenti salvifici.

Capisco quelli che sono stufi delle ambiguità, degli opportunismi, delle continue delusioni. Quelli che “dì qualcosa di sinistra!”. Caro Letta, ti rendi conto che ormai l’unico di sinistra rimasto è Papa Bergoglio? L’altro che si professa di sinistra è uno che brinda per la morte di un 91 che ha contribuito a liberare l’umanità da uno dei regimi peggiori della storia. Ma quello non posso considerarlo di sinistra: è un mentecatto, il fatto che possa pensare di essere di sinistra non cambia la sostanza delle cose.

Capisco un po’ meno, ma capisco anche quelli che hanno pensato che i 5 stelle potessero costituire una novità, un’alternativa e ora sono i più disillusi. Capisco chi si fa una risatina vedendo l’ultima trovata di Berlusconi che vuole parlare ai giovani sbarcando su Tik tok (che è un po’ come se Stanlio & Ollio arrivassero su Pornhub). Arrivo persino a capire chi pensa che in fondo la destra non potrà mica fare peggio di così e quindi mettiamoli alla prova, lasciamoli vincere e vediamo che succede.

Poi però sento alla radio Sgarbi, che si candida a Bologna per il centrodestra e propone di iniziare le scule a ottobre, “perché a settembre la gente va ancora al mare” e poi di far entrare i ragazzi a scuola ad un’orario flessibile, verso le 10 “perché la mattina presto uno è intoppato…deve fare la cacca, deve svegliarsi per bene e nessuno è in grado di fare un pensiero serio prima delle 11“.

E allora dico pensiamoci. Perché non è vero che al peggio non c’è fine. E quando pensi di aver toccato il fondo, forse rischi di dover cominciare a scavare.

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La situazione è grave, ma non seria

Ricapitolando. I 5 Stelle sono riusciti nell’impresa di suicidarsi politicamente, mettendo su un piatto d’argento la possibilità al centro destra di staccare la spina al governo senza sporcarsi le mani. Nel contempo, così facendo, hanno anche sciolto il PD da qualsiasi eventuale vincolo di alleanza in vista delle ormai prossime elezioni.

Che dunque vedranno, verosimilmente, due schieramenti contrapporsi. Nel primo la pescivendola (con tutto il rispetto e la stima che ho per le mie pescivendole del mercato di Val Melaina) della Garbatella, il reparto geriatrico di Arcore e la razza padana si faranno portavoci del populismo più sfacciato, promettendo tagli di tasse, aumento degli stipendi, congiunture astrali favorevoli, tre volte Natale e festa tutto il giorno. D’altro il PD, libero dal mortifero abbraccio con i pentadementi, non dovrà far altro che affidarsi a Draghi e a tutti coloro che in Parlamento (ma soprattutto fuori da esso) vorranno appoggiare la sua linea politica. Saranno in grado di fare questa scelta, senza se e senza ma? Hanno in mano la carta vincente, ma non sarebbe la prima volta che se la fanno sfilare dalle mani.

Considerazioni a latere. Sarà un caso che abbiano fatto cadere il governo tutte le forze politiche che in passato hanno avuto rapporti più o meno stretti con Putin? Diciamo di sì. Un caso. Con la “s”. Anche se mi verrebbe di scriverlo piuttosto con due “z”.

Seconda considerazione. Una volta per tutte la finiranno con questa filastrocca dei governi non scelti dagli elettori: questa folle legislatura l’hanno scelta quell’oltre 30% degli elettori che votarono 5 stelle. Sarebbe facile dire io (come tanti altri) l’avevo detto, sarebbe facile ora dire che “uno vale uno” non vale neanche quando si scelgono le squadre di calcetto il giovedì sera. L’importante è che sia finita. E’ stato lungo, faticoso, un po’ come il Covid, ma speriamo di esserne usciti.

Terza ed ultima. Le elezioni non sono mai una sciagura: lo scenario oggi è più chiaro, non ci saranno più le contraddizioni e le ambiguità di un governo con dentro forze naturalmente antagoniste. O di qua o di là, non credo ci saranno terze vie: cosa sceglieranno gli Italiani? Una volta tanto voglio essere ottimista.

E poi la gente, (perchè è la gente che fa la storia)
quando si tratta di scegliere e di andare,
te la ritrovi tutta con gli occhi aperti,
che sanno benissimo cosa fare.

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Gli alibi e le ragioni

E confondo i miei alibi e le tue ragioni

Stiamo vivendo un periodo difficile. Sì, è vero, questa considerazione è un evergreen, l’abbiamo sentita ripetere un milione di volte, ma raramente abbiamo vissuto una pandemia mondiale e una guerra nel cuore dell’Europa, con una crisi economica che fa triplicare i costi dell’energia e rimanda indietro i livelli dell’inflazione a 40 anni fa. Insomma, viviamo sempre periodi difficili, ma questi penso oggettivamente siano più difficili di altri.

E come reagiscono i nostri politici? Come affrontano questa emergenza, questa concomitanza di eventi straordinari? Come sempre. Litigando per questioni di lana caprina, cercando di lucrare rendite di posizione e piccoli vantaggi da giocarsi a favore dei propri interessi di bottega. D’altra parte siamo stati noi ad eleggerli e non credo ci sia questa differenza radicale fra noi e loro.

Effettivamente in tante situazioni la linea di separazione fra alibi e ragioni è molto labile. E spesso anche artificiosa. Un po’ come quei confini disegnati sulla carta, dritti per dritti che vanno a dividere nazioni che in realtà fanno parte di un unico territorio. Quando invece esistono fiumi, montagne o qualsiasi altro dato concreto che separi due Stati, la situazione diventa molto più semplice. E più oggettiva.

La confusione nasce proprio dal fatto che è frequente il caso in cui non ci sono dati oggettivi. O meglio, ognuno di noi pensa di averne: siamo certi delle nostre convinzioni e quindi delle nostre ragioni. Quelli degli altri invece li giudichiamo solamente come alibi, scuse per fare o non fare qualcosa che in realtà non ha motivi.

Quando confondiamo alibi e ragioni rischiamo di rovinare un’amicizia, un rapporto di fiducia, una relazione. Ma quando questo succede a chi ha una carica ufficiale, il guaio può essere ben peggiore: chi ha obblighi nei confronti della collettività dovrebbe avere la capacità di andare oltre. Proprio perché alibi e ragioni possono essere facilmente confusi, ci vorrebbe un’assunzione di responsabilità, l’abilità e l’intelligenza di andare sopra ed oltre. E forse, quando saremo dentro la cabina elettorale, dovremmo cominciare a valutare i politici proprio a partire da questa capacità.

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Il referendum è bello, ma non ci vivrei

Se ho un problema con l’impianto elettrico non faccio un’assemblea di condominio per stabilire che tipo di intervento va fatto per risolvere. Così pure se mi si rompe la macchina, non indico una consultazione pubblica per verificare come intervenire. E se mi fa male un dente o la pancia, non mi metto a chiedere il parere di gente incontrata per strada per stabilire che debbo fare. Non faccio così e nessuno, che mi risulti, si comporta così. Chiamiamo un esperto, ci affidiamo a chi ne sa di più, magari ne sentiamo più d’uno, ma alla fine dei conti cerchiamo le competenze, perché sono quelle che contano. Non mi interessa l’opinione della signora Maria del terzo piano, perché l’opinione di cento, mille, un milione di incompetenti non varrà mai l’opinione di una sola persona colta, che ha studiato le materia, che sa per filo e per segno di cosa si parla e cosa si deve fare.

Per questo, tendenzialmente, la democrazia diretta mi fa orrore. I referendum in generale penso siano l’estrema ratio a cui si debba far ricorso in via del tutto eccezionale e per questioni semplici, che riguardino in modo diretto la vita di ognuno, ma soprattutto che non comportino competenze specifiche. Altrimenti si fanno disastri, come per le scelte energetiche che stiamo pagando ora, oppure si buttano i soldi: quante cose belle potevamo fare con questi 400 milioni di euro che abbiamo buttato dalla finestra? Sul serio non c’era un modo più intelligente di spenderli?

Ma la cosa che deve far riflettere di più è lo scollamento sempre più netto, sempre più evidente, fra le persone normali e chi ci governa. Qualcuno ha pure il coraggio di scandalizzarsi o di stupirsi che sia andato a votare il 20% degli aventi diritto? Usciti da una pandemia, spaventati da una guerra alle porte, fiaccati da una crisi economica, chissà mai perché l’80% degli italiani ha deciso che dei 5 referendum gliene importava meno di un fico secco. Chissà, chissà perché…davvero un mistero!

Io avrei tre proposte semplici semplici (che ovviamente non saranno prese in considerazione, ma io le dico lo stesso): stabiliamo una volta per tutte quali sono le (pochissime) materie che vanno sottoposte a referendum; alziamo, anzi decuplichiamo il numero di firme necessarie; introduciamo un fidejussione per i proponenti che vada eventualmente a ripagare i costi se non si raggiunge il quorum. Ma soprattutto mandiamo in Parlamento persone che legiferino, che si riprendano la responsabilità di fare quello per cui sono pagate, senza tirare per la giacchetta la povera signora Maria, che ha (giustamente) altri pensieri per la mente (e comunque è senza dubbio più saggia di loro).

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L’Italia liberata e l’Italia da liberare

La retorica di parte, di qualsiasi parte, quella dei vinti, quella dei vincitori, quella di chi c’ha ragione e quella di chi c’ha torto.

La riproposizione di tesi e antitesi smentite dalla storia, superate dai fatti, cancellate dalla memoria di tutti i giorni e ritirate fuori la domenica come il vestito della festa.

Gli schieramenti, il senso di appartenenza del tifoso, noialtri e voialtri, la necessità del nemico.

Gli ideali traditi, strumentalizzati, usati per altri scopi e poi dimenticati, cancellati.

La rievocazione di un passato che in realtà non passa mai, che tutt’al più da dramma diventa farsa, che riempe le bocche e svuota i cervelli.

Buona festa della liberazione a tutti.

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Morire per Danzica

Vale la pena morire per Danzica? Così si chiedevano i politici francesi nel settembre del 39. Qualche mese dopo i tedeschi marciarono su Parigi e la occuparono per quattro anni. La situazione non è proprio la stessa, ma certo la storia sembra divertirsi a riproporre situazioni analoghe, percorsi già battuti, scenari già visti.

E noi oggi cosa siamo disposti a fare per Kiev? Al di là delle dichiarazioni di disapprovazione, al di là dei 5 minuti di ritardo delle partite di serie A (immagino Putin roso dalla rabbia e dal timore dopo aver saputo che Salernitana Bologna cominciava alle 15,05 invece che alle 15….). Con l’uso delle armi non si risolvono le dispute internazionali: lo dimostra l’Afghanistan, lo dimostra la questione palestinese, la storia è piena di esempi da citare al proposito. La guerra è solo “un gran giro de quatrini“, come diceva saggiamente Trilussa, sulla pelle della povera gente. Allora che fare? I valori della libertà e dell’autodeterminazione dei popoli vanno affermati in tutti i modi e con tutti i mezzi, tranne quello.

Ma i mezzi e i modi utilizzati devono essere efficaci, altrimenti si limitano ad una solidarietà pelosa, l’indignazione a comando. Mettere sanzioni e poi escludere l’unica sanzione che conta, che senso ha? Chiudere i rubinetti del gas, quella sarebbe l’unica vera azione efficace. Certo, questo significherebbe chiudere i riscaldamenti delle case, farsi il bagno con l’acqua bollita, lasciare ferma la macchina: siamo pronti a farlo per un giorno, una settimana, un mese? Siamo propensi a metterci davvero qualcosa del nostro per affarmare quei valori? Siamo disposti, non dico a morire, ma almeno a pagare in prima persona per difendere Danzica, Kiev e qualsiasi altro piccolo della storia? Altrimenti stiamo zitti e per favore, almeno evitiamo il “Je suis qualchecosa” e le bandiere ucraine sui nostri profili di FB.

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Ancora a proposito di meritocrazia

Ci sono cose giuste e cose sbagliate. E poi ci sono cose giuste fatte male. Ora sarà un caso, saranno state le circostanze avverse, la congiuntura sfavorevole, il destino cinico e baro, la pandemia, “ero rimasto senza benzina, avevo una gomma a terra, non avevo i soldi per prendere il taxi, la tintoria non mi aveva portato il tight, c’era il funerale di mia madre, era crollata la casa, c’è stato un terremoto, una tremenda inondazione, le cavallette”…Fatto sta che i due provvedimenti creati, scritti e fortemente voluti dai 5 stelle, si sono rivelati fonti di truffe smisurate.

Dare un sussidio a chi è rimasto, spesso suo malgrado, fuori dal mondo del lavoro, dargli la possibilità di un’esistenza dignitosa in attesa di rimettersi in gioco, è un provvedimento sacrosanto. Non a caso presente, in varie forme, in tutti i Paesi occidentali, soprattutto (ma non solo) in quelli socialdemocratici, che ritengono fondamentale una funzione dello Stato, non solo come arbitro della partita del libero mercato, ma anche come equo riparatore delle storture del libero mercato stesso.

Altrettanto sacrosanto, soprattutto in un momento in cui va rilanciata l’economia, è un provvedimento che aiuta le imprese, accompagnando il Paese verso una gestione più efficiente delle risorse energetiche. Ma se uno vale uno e a scrivere le leggi ci va uno che fino a quel momento ha fatto tutt’altro nella vita, quale pensi sarà il risultato? Se il merito, le conoscenze, la professionalità non contano più, ci si può stupire di esiti come questo? Come si è potuto pensare che non fare selezione potesse essere la soluzione?

La sincera ingenuità di alcuni mi lascia sempre perplesso. Non so, è come se nel momento in cui scoppiasse una pandemia mondiale, la gente invece di affidarsi ai medici e alla scienza decidesse di seguire le cure del primo scemo che scrive sui social. No, mi sa che ho sbagliato esempio. (Il primo che indovina la citazione e lo scrive sui commenti vince un premio e una menzione speciale!)

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Sogno il mio Paese infine dignitoso

A volte i sogni sono lontani dalla realtà. E a volte con i sogni si possono individuare obiettivi irraggiungibili, irrealizzabili. Ma se smettessimo di sognare, se smettessimo di avere traguardi che vanno al di là delle possibilità concrete, forse non saremmo mai arrivati sulla luna. Non avremmo scoperto l’America al di là dell’Oceano, non avremmo trovato la soluzione a malattie inguaribili, non avremmo raggiunto i record nello sport.

Avere la voglia di inseguire un sogno che la logica ci dice irrealizzabile sposta il confine fra quello che possiamo e quello che non possiamo raggiungere. Inseguire un sogno significa progredire, gettare il cuore oltre l’ostacolo e creare un nuovo capitolo nella storia del mondo.

Lo so che è anziana. Che forse non ha più l’energia, le forze e la voglia o le competenze per ricoprire un ruolo così importante. Ma fosse solo per un anno, per un mese, fosse solo per un giorno, io penso che ne varrebbe la pena. Per quello che è, per quello che rappresenta, per quello che potrebbe significare per l’Italia, per l’Europa, per il mondo. Per mettere la parola fine ai deliri di qualcuno, per chiudere una storia, anzi un incubo durato troppo tempo. Io sogno Liliana Segre Presidente della Repubblica.

C’è chi guarda le cose come sono e si chiede “perché”. Io penso a come potrebbero essere e mi chiedo “perché no?” (Robert Kennedy)

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Credevo fosse amore, invece era una spazzola

Oppure potevo intitolarlo, credevo fosse una burla, invece era una candidatura. Perché in effetti è paradossale questa discussione che si è aperta su una possibile candidatura di Berlusconi a Presidente della Repubblica. Berlusconi, quello delle cene eleganti, quello della nipote di Mubarak, quello dello stalliere mafioso, con i mille conflitti di interesse e le leggi ad personam, che faceva le corna mentre lo fotografavano con i grandi della terra e dava della culona inchiavabile a Frau Angela. Esattamente, quello lì.

Paradossale solo pensarlo. Paradossale in qualsiasi altro Paese occidentale, con una tradizione democratica alle spalle, fondato su uno Stato di diritto. Non credo che si concretizzerà, non voglio neanche pensare a questa eventualità. Ma già l’averla pensata, già aver discusso per giorni su questa possibilità, mi sembra una follia, una cosa talmente inverosimile che potrebbe essere possibile solo in uno di quei Paesi della banane, in cui che so, un comico si diverte per scherzo a fondare un partito e la gente lo va a votare e gli fa pure vincere le elezioni. No, mi sa che ho sbagliato esempio.

Eppure noi siamo il Paese nato dalla resistenza, con una Costituzione bellissima, che deve essere un vanto. Un Paese con una Repubblica relativamente giovane, ma che in settant’anni di storia ha combattuto le mafie, i rigurgiti nostalgici, le strategie della tensione delle logge e dei servizi deviati, i deliri brigatistici. Un Paese che ha pagato un tributo di sangue per difendere i suoi principi, con degli anticorpi democratici a prova di qualsiasi virus, che non può commettere un errore così marchiano. Non può sbagliare fino a questo punto.

Anche se purtroppo è vero che tutti possono sbagliare. Come disse quel riccio, scendendo dalla spazzola.

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Bla bla bla

Non dico che non abbiano ragione. Non dico che non sia corretto da parte loro rivendicare un domani diverso. Non dico che non siano giustamente arrabbiati con le generazioni precedenti (quindi anche noi) che gli abbiamo ipotecato il futuro con scelte scellerate. Però…

Io non vivevo nell’aria condizionata a scuola, in macchina, a casa, nei centri commerciali. Non avevo una macchina mia, mi muovevo in autobus (conoscevo le coincidenze del 60 notturno, come il mio amico Rino), non avevo voli low coast per fare i fine settimana in giro per l’Europa (tutt’al più l’estate della maturità me la sono fatta con l’inter-rail). Non ero connesso con dispositivi che mi permettessero di parlare/scrivere/leggere e quindi essere in contatto con il resto del mondo H24. Tutt’al più avevo i gettoni telefonici.

Insomma, ragazzi miei, sicuramente la politica dei grandi è stata (anche) tanto bla bla, ma siamo sicuri che non siate anche voi un pochino (non tanto) responsabili di quello che sta succedendo e di quello che – se non cambiamo radicalmente stile di vita – succederà in futuro?