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Il passo e la gamba

La vertigine non è paura di cadere, ma voglia di volare…

Se non facciamo il passo più lungo della gamba non rischiamo di inciampare. Così ci hanno sempre insegnato, fin da bambini. Bisogna tenere il passo, essere al passo con i tempi, saper passare la mano quando è il caso e trovare i passi giusti per attraversare le montagne che incontriamo nella vita. Allo stesso tempo, bisogna essere in gamba e quando c’è da intraprendere un’impresa non ci possono tremare le gambe, anche perché le più grandi idee viaggiano sempre sulle gambe degli uomini.

Ma in ogni caso, qualunque sia il nostro passo, comunque siano le nostre gambe, ognuno di noi, nei limiti delle sue capacità, dovrebbe provare una volta a non seguire i consigli dei saggi e lasciare andare la gambe oltre i nostri passi. Viene attribuita a Thomas Jefferson la frase “se vuoi qualcosa che non hai mai avuto, devi fare qualcosa che non hai mai fatto”. Bella frase, ma riduttiva: se io volessi esattamente quello che ho sempre avuto, mi posso limitare a fare quello che ho sempre fatto? Manco per niente! Io la girerei così: se vuoi continuare ad avere quello che hai, ma di più, se vuoi continuare ad essere quello che sei, devi provare (almeno provare) a fare qualcosa che non hai mai fatto. E’ vero, rischi di inciampare, rischi di perdere qualcosa. Ma se non ci provi rischi di perdere tutto.

 

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Maritozzo Day 2019

Una volta tanto, invece di scrivere minchiate, faccio un uso privato di un blog…privato. Insomma, faccio un po’ quello che me pare. Però è per una buona causa. Infatti domani la giornata evento che celebra il maritozzo romano  sostiene una raccolta fondi interamente devoluta alla Breast Unit dell’ Ospedale FateBeneFratelli-Isola Tiberina. Il devoluto servirà infatti ad acquistare un casco speciale per le donne in cura chemioterapica che impedisce la caduta dei capelli.

L’evento si svolgerà in tutta Italia, 70 locali (di cui più di 50 a Roma) per esaltare questa specialità che verrà offerta in oltre 200 versioni: dal tradizionale con panna a declinazioni dolci e salate più innovative, in specifici esercizi anche gluten free e in versione alleggerita ‘rosa’.

Tutte le informazioni le trovate nel sito https://maritozzoday.tavoleromane.it/

Qui trovate anche la lista dei locali aderenti e il coupon da scaricare per partecipare alla raccolta fondi. Partecipiamo numerosi!

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Avessimo sbagliato tutto?

Posto che aveva ragione un mio vecchio capo, secondo il quale, sì è vero noi abbiamo degli stipendi di tutto rispetto, ma i soldi veri “o si rubano o si sposano”. Dato per assodato anche che trovare il modo di fare i soldi con i propri hobby sarebbe la vera chiave della felicità (pensa se qualcuno mi pagasse per leggere libri, ascoltare dischi o scrivere minchiate sul blog!), alcuni fatti accaduti recentemente mi hanno spinto a pormi la domanda del titolo di questo post.

Primo fatto. La giovin donzella, ormai lanciata in una brillante carriera universitaria, mettendo a frutto gli oltre quindici anni di nuoto sincronizzato, ha cominciato a tenere dei corsi di nuoto per bambini in un centro sportivo. Un quasi istruttore di nuoto prende 5 euro l’ora.

Secondo fatto. Il giovin virgulto prossimo alla maturità ha bisogno di ripetizioni di matematica. Più che vere e proprie ripetizioni, ha bisogno di qualcuno che stia lì con lui ad esercitarsi. Questo ha detto la sua prof agli ultimi colloqui. E dunque troviamo un ragazzo in gamba, prossimo alla laurea in ingegneria che si sostenta gli studi dando ripetizioni. Un quasi ingegnere prende 15 euro l’ora.

Terzo fatto. Qualche disgraziato ha provato a rubarmi la macchina. Forse disturbato dalla polizia, forse dissuaso dalla pulizia, fatto sta che l’unica cosa che è riuscito a fare è rompere la serratura dello sportello. Porto la macchina dal meccanico e risolvo la questione: “dottò, è andata bene, non ho dovuto cambiare il pezzo, mio figlio in un’ora di lavoro gliel’ha sistemato“. Un quasi meccanico prende 40 euro l’ora.

Sì, temo proprio che abbiamo sbagliato tutto.

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Ma io sul serio non mi ricordo nulla (o quasi)

La memoria è un meccanismo complesso e semplice allo stesso modo. Ma funziona allo stesso modo per tutti? Perché alcuni ricordano particolari ininfluenti ed altri invece dimenticano anche quello che hanno mangiato la sera prima? Vale per tutti in ogni caso che ci sono ricordi indelebili, quelli che marcano un prima ed un poi. Singole giornate, eventi unici che fanno da spartiacque, di cui ci rimane la memoria anche del più piccolo dei particolari. Poi c’è questo fenomeno buffo per cui gli anziani ricordano le cose antiche, ma dimenticano quelle recenti. Ma volendo provare a fare una distinzione generale, quali sono le cose che tendiamo a scordarci e quelle invece che ci rimangono dentro nei secoli dei secoli? Secondo me la cosa più saggia l’ha detta questa Maya Angelou

Effettivamente è proprio così: è facile dimenticare una nozione, una cosa che ci hanno detto, spiegato, una cosa che abbiamo imparato studiando, più difficile dimenticare una sensazione, come ci siamo sentiti con una determinata persona, cosa abbiamo provato. Vale per tutti, persino per un distratto come me, che dimentica qualsiasi cosa. Possiamo scordarci la perifrastica attiva, non certo il terrore che ci incuteva la prof quando doveva interrogarci. Possiamo forse dimenticare il nome di quella ragazza sulla spiaggia, difficilmente dimenticheremo come ci sentimmo durante il primo bacio. Poi ovviamente ci sono varie eccezioni. Non è un mistero ad esempio alcuni più sensibili di altri (o semplicemente permalosi?) fanno più fatica di altri a dimenticare certe cose.

Soprattutto le donne hanno questa caratteristica. O almeno, sono certamente così le donne della mia vita. La mia dolce metà è capace di ricordarsi cosa indossava al matrimonio della cugina del fratello del nostro amico a cui andammo nel 92. Misteri imperscrutabili per me, che farei meno fatica ad imparare un manuale di astrofisica! Poi certo, a volte la memoria o meglio la mancanza di essa, può essere un comodo alibi, anche se spesso poco creduto. Perché, appunto, se una è in grado di ricordarsi le scarpe che aveva ai piedi in quella determinata circostanza accaduta ventisette anni prima, avrà difficoltà a credere che tu non ti sei ricordato, che so, di prendere quella cosa o di chiamare quella persona che ti aveva detto di fare solo qualche giorno fa.

Ammettiamolo, a volte ci giochiamo un po’ con le dimenticanze. Ma in realtà soltanto un po’ perché io per esempio davvero non mi ricordo proprio mai nulla. E non faccio grande distinzione fra ciò che mi converrebbe ricordare e quello che effettivamente sarebbe meglio dimenticare. E oltre alla dolce metà ci si mette anche FB a ricordarmi tutte le minchiate che scrivo giorno per giorno, visto mai mi dovessero passare di mente. Eppure anche il GDPR sulla privacy prevede un diritto all’oblio! Io mi scordo tutto in maniera uniforme, sono ecumenico in questo, senza alcuna distinzione. A parte i risultati delle partite della Lazio, ovviamente, ma quella è un’altra storia.

Dimentico e per questo non porto rancore. Anche se quello forse dipende più dal dare la giusta importanza a quello che dicono/fanno/pensano gli altri, al peso che dai alle loro opinioni nella tua vita. Io dimentico. Poi magari mi viene la gastrite, ma anche quello è un altro discorso. A volte saper ricordare è un bel vantaggio e una grande dote. Ma datemi retta, a volte anche dimenticare non è poi così male.

 

 

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Una sardina si aggira per l’Italia

E’ chiaro, che il pensiero dà fastidio
Anche se chi pensa è muto come un pesce
Anzi è un pesce 
E come pesce è difficile da bloccare (cit. L. Dalla)

Sardine di tutto il mondo unitevi (semi cit. K. Marx)

Chi dorme non piglia pesci, dice il vecchio adagio. Ma anche stare svegli e prendere pesci in faccia non è mica così bello. D’altra parte si sa, il pesce puzza dalla testa, ma poi il venerdì che altro vuoi mangiare? Io sarei anche capace di stare muto come un pesce, ma non vorrei poi sentirmi come un pesce fuor d’acqua, anche per non fare il pesce in barile. A volte non so proprio che pesci prendere e allora rischio di buttarmi a pesce nelle situazioni, anche se qualcuno potrebbe pensare che in fondo non sono che un pesce piccolo. Ma io ho principi sani come un pesce e per non naufragare in questo mare tempestoso, non vorrei passare per uno che non è né carne né pesce. Ma allora che faccio, abbocco?

(Un movimento nato dal basso, senza padri, né madri, figlio solo del senso di nausea verso una deriva intollerante, ogni giorno più intollerabile. Un movimento fatto dai ragazzi, dalla gente comune che non trova più soluzioni e quindi se ne inventa di nuove. O almeno ci prova. Quanto ci metterà per essere strumentalizzato? Quanto ci metteranno per ingabbiarlo e farlo diventare qualcos’altro? Mi fa naturalmente simpatia e allo stesso tempo inquietudine. La mia paura più grande è che come l’ospite, dopo tre giorni, possa cominciare a puzzare. Proprio come un pesce.

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Figli di una vecchia canzone

Ultimamente il mio giovin virgulto, tra pochi giorni diciottenne, ha scoperto Venditti. Invece di trapanarmi i timpani con cantanti inascoltabili, dai nomi improbabili e dalle voci sgraziate, in macchina ricerca i pezzi storici del buon vecchio Antonello. Con cui, fin da sempre ho un rapporto controverso: da una parte, come menestrello della parte giallorossa della capitale, non ho mai potuto digerirlo, dall’altra però sono cresciuto con le sue canzoni, conosco a memoria interi album, mi ricordo perfettamente quando uscirono.

Così, saranno queste canzoni che hanno accompagnato la mia adolescenza, sarà che lui sta frequentando il suo ultimo anno di liceo, stamattina quando l’ho lasciato davanti all’entrata della scuola, vedendo la solita folla di ragazzi che si attardavano prima di affrontare la giornata fra i banchi, mi è presa un’ondata di nostalgia. Avrei voluto parcheggiare e nascondermi in mezzo a loro per intrufolarmi dentro un’aula qualunque.

Soprattutto mi piacerebbe fargli capire che deve assaporare queste giornate fino in fondo, gustarsi ogni singola ora, perché al di là delle scocciature dei compiti, al di là delle ansie per le interrogazioni, questi sono giorni indimenticabili, con sensazioni che nessun altro contesto riuscirà anche lontanamente ad avvicinare. Dopo la scuola nasceranno tante amicizie, spesso anche più profonde di quelle nate fra i banchi di scuola. Troverà persone con più affinità, sceglierà quelle più vicine al suo modo di pensare. Perché in fondo i compagni di classe sono come i parenti, mica puoi sceglierteli! Te li ritrovi a 14 anni, appena più di bambino e cinque anni dopo li lasci appena meno che uomo. Ma quel percorso che hai fatto insieme, quel legame che ti ha unito, ti segna per tutta la vita.

Ed è per questo che trent’anni dopo ti ritrovi a capire che quel legame che c’era è rimasto inalterato. Che il tempo passato ha cambiato tantissime cose, che forse se quelle stesse persone le incontrassi oggi per la prima volta non ti direbbero e non ti darebbero nulla, ma invece sono loro, sono i tuoi amici, un pezzo di te e della tua storia, di quello che sei, di come e perché sei così e non in altro modo. Come scrivevo qualche tempo fa, sono stato felice sotto molti cieli, ma sicuramente mai più quanto fra i banchi di scuola.

Ed il rock passava lento sulle nostre discussioni
Diciotto anni son pochi, per promettersi il futuro
Ma tutto quel che voglio, dicevo, è solamente amore
Ed unità per noi che meritiamo un’altra vita
Violenta e tenera se vuoi
Nata sotto il segno, nata sotto il segno dei pesci

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Scusa devo andare via

Liliana Segrè prossima presidente della Repubblica? Non avrebbe la sufficiente esperienza politica per un ruolo così delicato, dice qualcuno. Sarebbe l’ennesimo ammiccamento alle mode e all’emotività del momento, ho sentito dire a qualcun altro. Non è un figura istituzionalmente rappresentativa, hanno detto. E’ un personaggio di parte, che non può rappresentare unitariamente tutti gli italiani, ha commentato qualcun altro.

Non succederà purtroppo. E non certo per i motivi indicati sopra. Forse semplicemente perché non abbiamo sufficiente fantasia, perché la politica italiana non riesce più a farci sognare, circoscritta in beghe simil condominiali, chiusa nei personalismi e negli interessi privati che parlano esclusivamente alla pancia degli individui. Ma solo perché ancora non hanno trovato il linguaggio per rivolgersi a organi meno nobili, altrimenti sarebbero arrivati anche lì.

E poi forse, la verità più amara, la verità vera è che una come lei questa Italia qui non se la merita.

Questo è un giorno in cui la luna
si confonde con la strada, e va veloce.
La violenza del mattino lascia il posto
alla tristezza della sera
e San Lorenzo chiede ancora un’altra canzone d’amore.
Ma scusa devo andare via 
Roma, Roma dimmi chi sei.
Roma dimmi, dimmi, dimmi che vuoi.
Non vedi le mie mani,
le mie mani chiuse a chiave nelle tasche
Non la senti questa voce,
questa maledetta voce che non vuole uscire.
Ma dentro me soltanto, soltanto la voglia di un’altra canzone
Ma scusa devo andare via 
Roma, Roma dimmi chi sei.
Roma dimmi, dimmi, dimmi che vuoi
e San Lorenzo chiede la solita storia d’amore
Ma scusa devo andare via 
Roma, Roma dimmi chi sei
Roma dimmi, dimmi, dimmi che vuoi.

 

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Il pregiudizio di sopravvivenza

Girovagando su internet l’altra sera mi sono imbattuto in un articolo che parlava del “pregiudizio di sopravvivenza”. Echeczz’è il pregiudizio di sopravvivenza, si chiederanno i miei ermeneutici lettori? Sarà lo stress post traumatico del lunedì mattina? Sarà quel fenomeno per cui un ex bibbitaro del San Paolo ci rappresenta nel mondo?  Nulla di tutto questo! State a sentire invece questa storia.

Durante la seconda guerra mondiale, gli alleati mapparono i fori di proiettile degli aerei colpiti dalla contraerea nazista. La deduzione logica degli ingegneri e dei costruttori fu quella di rinforzare le aree maggiormente colpite, al fine di blindare ulteriormente i velivoli, dando loro maggiore resistenza al fuoco nemico.

Un matematico, di nome Abraham Wald, giunse però a tutt’altra conclusione: i puntini rossi, che vediamo nell’immagine, rappresentano solo i danni subiti dagli aerei che tornarono alla base, e non di quelli abbattuti. Secondo lo studioso quindi, le aree che dovevano esser rinforzate erano quelle in cui non c’erano puntini rossi, poiché se fossero state colpite l’aereo e il suo pilota non avrebbero più fatto ritorno a casa.
Questo fenomeno si chiama “pregiudizio di sopravvivenza” e avviene quando guardiamo le cose che sono sopravvissute quando invece dovremmo concentrarci su quelle che non ce l’hanno fatta.

Succede lo stesso con le relazioni. Ci fissiamo sui difetti, sulle cose che non ci piacciono, quelle che saltano agli occhi e ci concentriamo su quelle, puntando tutti i nostri sforzi per cercare di migliorarle, quando in realtà forse dovremmo fare attenzione a ciò che non si vede, perché lì sta il veleno autentico. Un po’ come le coppie che stanno insieme da anni e da anni battibeccano sulle stesse questioni. Qualcuno potrebbe domandarsi: sono trent’anni che litigano sulle stesse cose, ma come fanno a restare insieme? Infatti probabilmente, se trent’anni prima avessero smesso di litigare su quelle cose, ora non starebbero più insieme.

Quando sono debole è allora che sono forte“, diceva San Paolo (non lo stadio di Giggino, quello di Tarso): i punti rossi dell’aero, un po’ come le nostre (personali e/o di coppia) cicatrici, sono il segno tangibile di una prova superata, le debolezze che paradossalmente diventano i punti di forza. Non dico che dovremmo coccolarli perché sarebbe come indugiare sui difetti, però, anche se a volte ancora fanno male, possiamo star sicuri che non saranno lor a far precipitare il nostro aereo. Poi è ovvio, ognuno di noi preferirebbe non avere cicatrici, né punti rossi, preferiremmo essere immuni dalla contraerea del nemico, ma non sono e non saranno loro il motivo della caduta, perché sono il segno concreto che, nonostante loro, ce l’abbiamo fatta.

 

P.S. Scrivendo questo post pensavo alla mia amica Lucy, con la quale grazie alla magia della blogosfera, abbiamo abbattuto le distanze fra l’emisfero australe e quello boreale. Recentemente ha deciso di raccontare agli altri i suoi punti rossi ed io penso che ne debba essere orgogliosa, perché nonostante loro, nonostante probabilmente le facciano ancora male, è rimasta in piedi e ha saputo ricostruire. Seguite il suo blog e non ve ne pentirete. E come dicevo dillà….daje Lucy daje!

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Le buone cose di pessimo gusto

Stamattina pensavo a quanto sono strane le sopracciglia. I nostri antenati primitivi avevano su tutto il viso uno strato di peluria uniforme, poi pian piano l’evoluzione ha fatto sì che progressivamente si ritirasse sulla parte superiore del capo, diventando capelli e nei maschi (ma mica solamente!) in quella inferiore, diventando barba. Unici peli irriducibili, isole nel deserto glabro del resto della faccia, le sopracciglia. In effetti quei peli lì non a caso sono gli unici ad avere una funzione, perché riparano gli occhi dal sudore. Ma per quanta corse possiamo fare, per quanto caldo possiamo sentire, ma quanto dovremmo sudare per poter dire “ma sì effettivamente queste sopracciglia sono una bella trovata”?

Ammettiamolo, sono insolite! Un vero e proprio residuo del passato, quasi un monito per ricordarci quella parte animale che spesso vogliamo dimenticare. Pensate per un attimo se invece di lì dove sono un gruppo di peli fosse rimasto in mezzo alla fronte oppure sotto gli occhi. Eppure, nonostante ci siano stati periodi in cui la moda le riduceva drasticamente fino a volte ad azzerarle, ma quanto è orrendo un volto senza sopracciglia?

Al di là della loro presunta funzione salvaocchi, le sopracciglia sono belle. A me piacciono molto! E questa cosa mi ha fatto tornare in mente Gozzano con le sue buone cose di pessimo gusto di cui parlavo con un’amica giorni fa. Ci sono oggetti che ci circondano, che abitano le nostre giornate, a cui siamo affezionati, che sono belle pur essendo brutte, sono comode anche se in realtà la scienza e la tecnica ne hanno inventate di più comode. Un paio di stivali di gomma per portare il cane al prato, lo spremi agrumi manuale, quel vecchio giaccone coprivento, la bicicletta vecchia e arrugginita perfetta per la casa al mare.

E le persone? Non è forse vero che ognuno di noi ne ha? Quei vecchi amici a cui siamo visceralmente legati, ma che sono obiettivamente impresentabili. Amici che a volte spariscono per mesi ma quando li senti è come se ti fossi lasciato il giorno prima, da cui compreremmo una macchina usata, con cui condivideremmo soldi e mutande, ma che non porteremmo mai ad una serata di gala. Buoni, anzi ottimi amici, di pessimo gusto. Un po’ come un bel paio di sopracciglia!

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La coerenza di Mara

Solo gli stupidi non cambiano idea. E infatti la coerenza va bene, ma se al mutare delle situazioni rimaniamo fermi sulle nostre posizioni rischiamo di essere stupidi invece che coerenti. Accettare i cambiamenti, modificare le nostre idee, il nostro modo di vivere e di pensare, assecondarli ed insieme guidarli per non lasciarsi travolgere, questo dovremmo fare.

Ieri in Senato alla votazione per istituire una commissione contro l’antisemitismo e l’odio razziale il centro destra (ormai sempre più sinistro) si astenuto in modo compatto. Unica voce fuori dal coro Mara Carfagna, che ha dichiarato di non riconoscersi più in Forza Italia, colpevole a suo dire di aver tradito i valori fondanti quel partito. Chissà a quali valori e a quali altri esponenti del suo partito si riferisce: francamente non ricordo campioni dell’antisemitismo o più in generale impavidi difensori dei diritti sociali e delle minoranze fra quelle file, ma forse ricordo male.

E torno alla riflessioni iniziale. Ci piace guardarci allo specchio ed essere soddisfatti della nostra coerenza, ci piace pensare che i fatti e le circostanze non hanno cambiato le nostre convinzioni. Ma quando succede che qualcuno le intacca, possiamo avere la tentazione di trovare una comoda via d’uscita negando la realtà dei fatti, interpretandola come meglio ci pare: l’amico che ci delude perché è cambiato, l’azienda in cui lavoriamo che non è più la stessa, il nostro partito in cui non ci riconosciamo più. A volte per cercare di rendere accettabile il cambiamento, stravolgiamo la realtà. Perché invece ammettere di aver sbagliato è dura. E’ dura ammettere di essersi sbagliati su qualcuno, è doloroso riconoscere di aver preso un abbaglio, di aver frainteso completamente la vera natura di una persona o una situazione. Ma non c’è altra via, se vogliamo crescere. Altrimenti restiamo convinti che la realtà si possa modellare a nostro piacimento con una bacchetta magica. O con un colpo d’aria.