Avatar di Sconosciuto

Chi l’ha detto che non sarà proprio così?

“Alla morte si pensa continuamente, per tutta la vita, ma mai nello stesso modo: difficile ricordare tutte le forme e i paesaggi e i colori che ha preso dentro di noi l’idea della morte nel corso degli anni e tutti i sentimenti che ha destato nel nostro animo; è l’idea più mutevole che si possa avere; non c’è niente in noi che sia mutevole come l’idea della morte.

A volte pensiamo che ci sarà, dopo la morte, un’altra vita. Ascoltiamo quello che dicono gli altri. Alcuni dicono che dopo morti ci si trasforma in cani o in gatti o in altri animali; non ci dispiacerebbe, perché così potremmo continuare a frequentare la gente e la terra. Molto meno saremmo contenti di diventare degli alberi, perché gli alberi stanno immobili e noi temiamo, nel raffigurarci l’altra vita, sia il troppo moto sia l’immobilità.

Quando pensiamo all’altra vita, abbiamo una gran paura di sentirci lontani dalla terra e sfaccendati, senza niente da fare; non avremo più niente di quello che ci rende oggi l’esistenza così schifosa e insieme a modo suo allegra, calda e marcia e brulicante come ogni cosa vivente; non avremo più i mille interessi pettegoli e stupidi in cui ci troviamo a impicciarci, provandone ribrezzo e piacere; ci chiediamo se ci sarà consentito, da morti, cacciare ancora il naso nei fatti della terra o se invece saremo non più impiccioni ma asettici, indifferenti e severi.

Forse ci toccherà, dopo morti, vagabondare senza tregua nell’aria. Quest’idea ci affatica e ci spaventa perché pensiamo che saremo presto annoiati e stanchi. Ci chiediamo se potremo aver con noi almeno una sedia. Vediamo lo spazio disseminato di sedie, con aggrappati altri esseri costretti come noi a ruotare nello spazio senza riposo.

Altre volte pensiamo che la morte darà riposo. Immaginiamo allora la morte come un piccolo paese, o come una piccola casa o una stanza. Qui abiteremo per sempre, con tutte le persona che abbiamo amato. Delle diverse idee che abbiamo sulla morte, questa è l’idea che più di tutti ci è cara. Il vero riposo è stare sempre con le persone amate. E perché non potrebbe essere così la morte? Chi l’ha detto che non sarà proprio così?”

Natalia Ginzburg

 

6054006819_de0cda9e1f_z

Avatar di Sconosciuto

Per sconfiggere Amalek

Non dipende tutto da noi. L’impegno che ci mettiamo, il futuro che proviamo a delineare, gli obiettivi da individuare, i risultati da raggiungere, le aspettative che gli altri ripongono in noi, la stanchezza con cui convivere, i nostri desideri più profondi, le paure da sconfiggere, le delusioni con cui fare i conti. Non dipende tutto da noi.

Eppure, per altri versi, tutto è nelle nostre mani. L’impegno che ci mettiamo, il futuro che proviamo a delineare, gli obiettivi da individuare, i risultati da raggiungere, le aspettative che gli altri ripongono in noi, la stanchezza con cui convivere, i nostri desideri più profondi, le paure da sconfiggere, le delusioni con cui fare i conti. Tutto è nelle nostre mani.

Dobbiamo semplicemente fare i conti con questo dato di fatto. Non dipende tutto da noi, eppure tutto è nelle nostre mani e nella nostra capacità di crederci. Di credere che sia necessario e sufficiente il nostro impegno, il nostro alzare le braccia per arrivare al risultato. Ma nello stesso tempo nell’umiltà di accettare che senza l’aiuto di qualcuno queste braccia cadranno prima del dovuto e tutto sarà perduto. E alla fine, nella profonda saggezza di accettare che siamo come fili di rame su cui scorre energia, strade che portano ad una meta, strumenti per raggiungere obiettivi più alti. Solo così Amalek verrà sconfitto.

Allora Amalek venne a combattere contro Israele a Refidim. Mosè disse a Giosuè: «Scegli per noi alcuni uomini ed esci in battaglia contro Amalek. Domani io starò ritto sulla cima del colle con in mano il bastone di Dio». Giosuè eseguì quanto gli aveva ordinato Mosè per combattere contro Amalek, mentre Mosè, Aronne, e Cur salirono sulla cima del colle. Quando Mosè alzava le mani, Israele era il più forte, ma quando le lasciava cadere, era più forte Amalek. Poiché Mosè sentiva pesare le mani dalla stanchezza, presero una pietra, la collocarono sotto di lui ed egli vi sedette, mentre Aronne e Cur, uno da una parte e l’altro dall’altra, sostenevano le sue mani. Così le sue mani rimasero ferme fino al tramonto del sole. Giosuè sconfisse Amalek e il suo popolo passandoli poi a fil di spada.” (Es 17, 8-13)

Avatar di Sconosciuto

Ogni traduzione è un tradimento

Ogni traduzione è un tradimento, diceva il sommo Heidegger. Ed è vero! Ogni linguaggio ha un insieme di significati, di radici semantiche, di rimandi culturali che è praticamente impossibile trasportare intatti in un’altra lingua. Solo chi ha la capacità di comprendere la lingua di una canzone, di un romanzo o di un film, può apprezzarlo fino in fondo. Può comprendere realmente tutto quello che l’autore voleva esprimere con quell’espressione utilizzata. Mi ha sempre fatto riflettere il fatto che all’estero i film vengano proiettati soprattutto in lingua originale, tutt’al più con i sottotitoli. Il doppiaggio è una cosa molto italiana.

Per questo quando traduciamo, per quanto bravi, per quanto capaci, facciamo una violenza al testo originale, lo pieghiamo alle regole di un’altra lingua, lo inseriamo dentro un contesto diverso, che ha altri rimandi e, inevitabilmente, altri significati. Ogni traduzione non può che tradire il significato originario, non può che essere un adattamento, più o meno verosimile a quello da cui è partito.

D’altra parte ci sono traduttori talmente bravi che forse riescono anche ad arricchire il testo originario e a non perdere gran parte dei significati che questo conteneva. Fare il traduttore in ogni caso è una gran bel lavoro, perché ti permette di plasmare la realtà: non devi solo riproporre l’esistente, devi reinventarlo. Poi, certo, quando ti capita di dover tradurre uno che, probabilmente in preda a un indigestione di fava tonka, dice che gli Americani sono nostri alleati fin dalla guerre puniche, a quel punto ma che t’inventi?

Avatar di Sconosciuto

10 cose che ho capito di me

Se lo vuoi rimani
Non c’è molto da dire che non sia già detto
Si dice che domani
Sia il solo posto adatto per un bel ricordo

Sembra ieri che in qualsiasi riunione andassi ero sempre il più giovane. Quando è cominciato a non essere più così? Non me lo ricordo e questo già denota qualcosa. In ogni caso penso che non riuscirò mai ad abituarmi fino in fondo a questo dato di fatto.

Sono un tipo riconoscente. Mi piace riconoscere le gentilezze ricevute. E mi piace tanto anche essere riconosciuto. L’altro giorno ad esempio mi ha riconosciuto una bella fanciulla che non mi vedeva da circa una quarantina d’anni. Sono soddisfazioni. Tralasciamo il fatto che io non sia stato altrettanto pronto, anche questo denota qualcosa.

Mi piace se qualcuno mi riconosce per l’aspetto fisico, ma sopratutto mi piacerebbe essere riconosciuto nei modi di fare, di pensare, nei comportamenti e nelle scelte. E’ vero che la coerenza non è di questo mondo, ma una continuità di fondo, seppur fra una caduta e l’altra, sarebbe quanto mai auspicabile.

Prima ero molto più paziente. E anche più tollerante. Ora sono spesso in modalità “mi state tutti sul cazzo“, anche se debbo dire che almeno non lo da a vedere (non troppo, se non altro). In ogni caso, chi l’ha detto che invecchiando si migliora?

Tu sei uno su cui si può fare affidamento“, resta forse il complimento più bello che abbia mai ricevuto.

In questi quasi trent’anni di lavoro ho avuto capi di qualsiasi tipo e sono andato d’accordo con tutti: donne cazzute, giovani rampanti, attempati paraculi, gente sull’orlo di una crisi di nervi. Forse semplicemente perché l’ansia da competizione non so propria cosa sia.

Non mi appartiene neanche l’ansia da prestazione. So quello che posso dare e quello che no. So che volendo, se non fossi pigro, potrei arrivare persino ad uccidere il Ciciarampa. Ma poi penso che ho imparato a nuotare a cinquant’anni, che altro devo dimostrare?

Figuriamoci quindi se posso avere ansie da felicità. Che sono sempre più convinto, si raggiunge solamente quando si smette di cercarla.

Ci sono tante cose sopravvalutate. I soldi, il successo, il sesso la politica, il novanta percento delle paure. E pure la felicità. Prenderne coscienza seriamente e comportarsi di conseguenza varrebbe un 6 al superenalotto.

Come dicevo nell’ultimo post, restare umili è un impegno quotidiano. Ma d’altra parte le sconfitte della Lazio continuano a prostrami e deprimermi, rovinandomi le giornate più dei cambiamenti climatici dovuti all’inquinamento. Non so cosa voglia dire, ma anche questo penso denoti qualcosa.

 

 

 

Avatar di Sconosciuto

Resto umile

Per fortuna il mio razzismo non mi fa guardare
quei programmi demenziali con tribune elettorali

Ho avuto la conferma che c’è gente che pensa seriamente che alzare la voce sia risolutivo nelle discussioni. E poi ho constatato che qualcuno si angoscia, si incazza, perde la pazienza per questioni che hanno la stessa consistenza del pane carasau. Poi ce ne sono alcuni che pensano che assumendo un’aria truce ed arrogante riescano a farsi rispettare. Ed alcuni che gli vanno dietro come cagnolini scondinzolanti, sperando di raccogliere le briciole dalla loro tavola imbandita.

C’è chi si mette degli occhiali da sole
per avere più carisma e sintomatico mistero

C’è gente che ne fa una questione di principio. E alcuni persino ci perdono la salute. Alcuni bevono birra analcolica e fanno la carbonara con la pancetta invece del guanciale. Alcuni giudicano gli altri dal passato, piuttosto che dal congiuntivo e poi c’è gente che si scandalizza se vede due uomini che si baciano, mentre due uomini che si picchiano non gli fanno né caldo, né freddo. Alcuni hanno paura dell’invasione degli stranieri, ma hanno la badante rumena a casa con mamma, l’idraulico moldavo tanto bravo senza fattura, comprano la frutta dal bangladino e vanno a cena nei ristoranti cinesi.

Quante squallide figure che attraversano il paese 
com’è misera la vita negli abusi di potere

Ci sono persone che hanno una fortuna smisurata, vivono accanto a bellezze senza prezzo, ce le hanno sotto agli occhi ma non solo non riescono ad apprezzarle, forse nemmeno le vedono. Alcuni sono seriamente convinti che i soldi siano la cosa più importante, altri pensano che comandare sia meglio che fottere e poi ci sono persone che proprio non ce la fanno a volersi bene, ci provano eh, ma non ce la fanno. E quindi come potrebbero voler del bene a chi gli sta intorno?

Uh com’è difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore
in quest’epoca di pazzi ci mancavano gli idioti dell’orrore
Ho sentito degli spari in una via del centro 
quante stupide galline che si azzuffano per niente

E insomma ragazzi, io resto umile. Ma ammettiamolo, è veramente complicato. Resto umile, ma alzo bandiera bianca.

 

Avatar di Sconosciuto

Razzista a chi?

Chi frequenta da un po’ questo luogo virtuale sa come la penso riguardo le differenze razziali e soprattutto riguardo chi si lascia condizionare dal colore della pelle o dal credo religioso di qualcuno. Per chi fosse capitato qui per caso, lascio parlare il mio amico Jake

Odio i pregiudizi e ho una bassissima considerazione di chi si lascia condizionare da idee preconcette, da paure insensate o da valutazioni aprioristiche che non tengono conto della effettiva realtà di chi ci sta di fronte.

Premessa necessaria per spiegare come mi sono sentito ieri sera quando, parlando con l’Amministratore di condominio, sono venuto a sapere chi verrà ad abitare nel piano sotto a noi, nell’appartamento lasciato vuoto dopo la dipartita di una coppia di simpatici vecchietti. Domenica pomeriggio avevamo visto una ditta di traslochi che aveva appoggiato nell’androne dei materassi: qualcuno diceva quindici, altri venti, ma insomma una quantità davvero insolita. L’appartamento, affittato da una ditta edile il cui responsabile è il nipote dei precedenti proprietari, verrà abitato da otto (qualcuno dice dieci) operai egiziani, che lavorano appunto in questa ditta.

Mentre assimilavo questa informazione gli altri condomini urlavano allo scandalo, minacciavano ricorsi ai vigili, alla guardia di finanza ai Power Ranger ed io ho cominciato ad immaginare i prossimi mesi, l’odore di spezie che dalla loro cucina fluttuerà per le scale, l’aroma di cumino che pervaderà l’androne e stazionerà nell’ascensore, i canti e le feste notturne durante il Ramadan, mia figlia che torna a casa in tarda notte vestita come si vestono le belle fanciulle ventenni e quindi mi sono ricordato quello che diceva Bergonzoni. Non mi fa tanto paura il razzismo in sé, quanto il razzismo in me.

Avatar di Sconosciuto

A proposito di koala, tortellini e spermatozoi (che non sono più quelli di una volta)

Sarà vera questa cosa o è l’ennesima legenda metropolitana, tipo quella dei treni che arrivavano in orario? Secondo i dati diffusi da uno studio dell’OMS (Organizzazione mondiale della sanità), pare che il numero e la qualità degli spermatozoi dei nostri nonni fosse migliore della nostra. Nel mondo occidentale in cinquant’anni siamo passati da una concentrazione di 99 milioni di spermatozoi per millilitro, a circa 47, ovvero meno della metà. Le cause reali di questo drastico calo ancora non si conoscono ma certamente il maggiore indiziato, come sempre è il maggiordomo.

Sarebbe stato semplice, invece no, è lo stile di vita (che poi che stile sarà? Dorso, rana, stile libero? Chi può dirlo). Comunque con stile o senza stile, sembra che gli scienziati siano tutti d’accordo nel pensare che l’esposizione a sostanze chimiche dannose, un’alimentazione sbagliata, l’abuso di steroidi anabolizzanti, il fumo, l’alcol, il maggior consumo di droghe, lo stress, la sedentarietà facciano male. Chi l’avrebbe mai detto eh? Ci volevano davvero degli scienziati per diagnosticare una cosa del genere.

Ma la domanda è un’altra (come sempre, la domanda è sempre un’altra e la risposta è 42). D’accordo, abbiamo stabilito che i nostri padri e e i nostri nonni avevano molte più probabilità dei nostri figli di ingravidare una donna. Ma è proprio un male questa cosa? Dobbiamo seriamente preoccuparci? Non sarebbe meglio far finta di sbagliare chat su whatapp e dire finalmente la verità? E uno potrebbe dire, ma qual è la verità?

La verità è che i Koala rischiano l’estinzione perché stiamo distruggendo il loro habitat. E voi siete così sicuri che il livello di autocoscienza civica dei sedicenni di oggi (quelli che ascoltano la musica trap, si rincoglioniscono davanti alla Play Station e non derogano davanti a questioni di principio, tipo togliere l’uvetta e i canditi dal panettone senza sbriciolare la fetta) sia maggiore di quello dei Koala abbarbicati sui rami degli alberi di eucalipto?

Ma mentre mi interrogo su questo ardito dilemma, un’altra fondamentale questione sorge all’orizzonte politico. No, non quello del crocifisso nelle aule, c’ha rotto sta storia del crocifisso nelle aule! Tra l’altro il povero Gesù penso che riprenderebbe la croce su di sè e scapperebbe lontano piuttosto che stare dentro un aula piena di adolescenti refrattari all’uso del dentifricio, con le scarpe da ginnastica e le tute sintetiche ad ingabbiare le ascelle. La questione vera è se non sia meglio per noi morire, piuttosto che vivere nell’ignoranza di cosa ci sia dentro i tortellini che stiamo gustando nel brodo della domenica. Un affare di stato, lo jus cucinae! A destra gridano “prima il maiale”, a sinistra rivendicano la questione politica, anzi pollitica. E dunque vi ripeto, troppo pochi spermatozoi o ancora troppi per sperare in una rapida estinzione?

Avatar di Sconosciuto

Non hai niente che non va

Diglielo a tutti quelli che si atteggiano saggi e prudenti, che ti dicono che non è il momento giusto, che ieri era presto e oggi è tardi. A tutti quelli che sì però, una volta era diverso, una volta eri diverso, tutti quelli che non ti riconosco più.

A tutti quelli che perché non ti fai mai sentire, quelli che mi sembra che non ci sei anche quando sei qui. A tutti quelli che il problema non sei tu, quelli che ma mi stai ascoltando? A tutti quelli che ma il problema vero è un altro, quelli che tu non puoi capire.

A tutti i ricattatori affettivi, gli arrampicatori del cuore, a tutti quelli che ti giudicano senza capirti, quelli che non pensavo ti importasse tanto. A tutti quelli che ma che problema c’è? Quelli che danno consigli facili perché hanno soluzioni pronte.

A tutti quelli che ti danno per scontato, che minimizzano, quelli che non sono riconoscenti, perché non sanno riconoscere. A tutti quelli che sei così superficiale, a quelli che madonna mia quanto sei pesante. A tutti quelli che domani sicuro ti chiamo.

Devi dirglielo a tutti, devi urlaglielo in faccia. Ma soprattutto devi dirlo a quello che ti guarda dallo specchio ogni mattina. Tu non hai niente che non va. Non hai niente che non va.

Avatar di Sconosciuto

Quanto dura il sole a mezzogiorno

Si sente spesso dire che dovremmo imparare a vivere l’oggi, cogliendo ed assaporando le gioie del presente, senza farci catturare dalle ansie del futuro e senza cadere nella nostalgia dei tempi andati. La realtà è che nello scorrere del tempo la nostra mente, come un sole che parte ad est e finisce il suo percorso ad ovest, si sposta da ieri a domani con grande facilità. Il nostro sguardo fermo sul presente, come il sole perpendicolare a mezzogiorno, dura solo un attimo fugace. In ogni età il momento in cui viviamo è intrinsecamente legato al già vissuto e a quello ancora da vivere.

Da bambini, poi da ragazzi, siamo proiettati nel futuro, vorremmo bruciare le tappe. Vedo l’ansia di mio figlio che tra qualche mese diventerà maggiorenne, che ovviamente non vede l’ora di poter guidare la macchina o di firmare da solo le giustificazioni a scuola. Poi, passano gli anni, ci lasciamo alle spalle i vari traguardi, dagli enta agli anta e più o meno inconsciamente, cominciamo a ricordare e rimpiangere il passato, molto più di quanto ci proiettiamo nel futuro. Mio padre, novantanni suonati, vive giustamente nei suoi ricordi più belli e per quanto sia soddisfatto di quel che ha, nulla di quello che vive o che assapora, può essere paragonato con quello che fu. Su queste basi sembra quindi un’utopia riuscire a mettere da parte le speranze del futuro e le nostalgie del passato, per rappacificarci con il presente.

In realtà però che presente sarebbe se non avessimo più ricordi dei nostri ieri e speranze per il domani? Non sarebbe forse un oggi che non ha più nulla da dire? La verità è che il desiderio per quel che sarà e la dolce nostalgia di quel che è stato fanno parte integrante del nostro oggi, lo rendono più ricco, gli danno sapore, come la lontananza di un luogo o di una persona ce le fa apprezzare anche di più dell’averle sempre sotto mano.

Quest’inverno, prendendo spunto da alcune piccole cose, vi avevo raccontato come secondo me, mentre il mondo intorno a noi cambia rapidamente e radicalmente, quelli che restiamo uguali siamo noi stessi (per chi se lo fosse perso, lo potete leggere qui). Ne sono sempre più convinto. Aggiungiamo giorni, abbiamo nuovi ieri da ricordare e nuovi domani da aspettare, ma in fondo i nostri oggi sono sempre gli stessi. Dobbiamo semplicemente prendere coscienza che la felicità sta proprio qui.

Avatar di Sconosciuto

Consigli di lettura non richiesti. 19/ Berney – Edugyan

E’ un bel po’ di tempo che non ritiravamo fuori questa poco pretenziosa quanto del tutto futile rubrichetta, in cui mi avventuro a darvi consigli (assolutamente non richiesti) di lettura. Il motivo di questa sospensione è facilmente spiegabile. Ho letto molte cose, anche belle (ad esempio la quadrilogia dell’amica geniale), ma nessuna che mi avesse lasciato quel misto di meraviglia e di entusiasmo tale da sentire quasi il bisogno di far partecipare qualcun altro alla gioia della lettura. Quest’estate la scintilla è scoccata nuovamente ed ecco quindi i miei suggerimenti per le letture autunnali dei miei affezionati viaggiatori ermeneutici.

Il primo consiglio riguarda Lou Berney ed il suo November Road e ci porta nelle classiche storie americane di gangster e di mafia, un romanzo on the road, che parte da una fatto storico ben preciso (l’assassinio di Kennedy) e ci racconta una trama alternativa, individuando un possibile inconsapevole protagonista, costretto dalle circostanze a fuggire per tentare di non lasciarsi travolgere dal tornado che lui stesso ha involontariamente scatenato. Nella sua fuga incontra tre donne, una mamma e due bambine, fuggite da un presente di squallore ed in cerca di un futuro tutto da costruire. L’unione delle loro fughe potrebbe essere la chiave per trovare insieme la salvezza o quella per perdersi definitivamente. Una storia molto ben scritta, che ti inchioda alle pagine e non ti lascia fino alla fine, verso un finale non scontato quando tutti i fili verranno dipanati e tutto tornerà al posto che avrebbe dovuto avere fin dall’inizio.

Con il secondo consiglio ci avventuriamo invece fra la storia e la fantasia. Esi Edugyan, una giovane autrice canadese con Le avventure di Washington Black ci porta a zonzo nella prima metà dell’800, fra le Antille, il Polo nord, l’Inghilterra Vittoriana, il Marocco, per seguire le vicende di uno schiavo con un nome improbabile. Uno schiavo che riesce ad affrancarsi grazie a un padrone illuminato e le sue capacità fuori dal comune, che lo portano a viaggiare in un mondo ancora molto selvaggio, in cerca di una identità difficilmente ricostruibile. L’argomento del romanzo di per sé non sarebbe leggero, ma la bravura dell’autrice è proprio la sua capacità di alleggerire ogni situazione, anche quelle più drammatiche, senza perdere il contatto con la realtà, ma riuscendo a raccontarla con un tono quasi fiabesco che avvolge il lettore. Gran bel libro insomma, che offre un punto di vista completamente differente sul tema della schiavitù, rispetto ai grandi romanzi classici che nel tempo hanno raccontato l’argomento.

Come sempre, buona lettura a tutti!