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Il piano B

Il piano B è il paracadute, la banconota da 50 euro per le emergenze, la strada alternativa che tieni per te, la via di fuga se i progetti non vanno come dovrebbero, la pallottola che non sparerai mai. A meno ché non sarai proprio costretto. Perché, sarà anche il paracadute, ma alle volte il piano B è il salto nel vuoto. E chi salterebbe se non fosse proprio obbligato?

Il piano B è la vacanza a casa dei tuoi, quando è esaurito dappertutto, ma tu hai bisogno di staccare per il fine settimana. Perché il piano B è spesso l’usato sicuro, la via già percorsa, è il programma che sai già cosa ti porterà, è l’amico che chiami all’ultimo minuto, quello un po’ noioso, brontolone, ma che non dice mai di no, che qualsiasi cosa proponi lui c’è. Il piano B è la serata restiamo a casa, pizza e dvd, magari a vedere il Compagno B di Stanlio & Ollio per la milionesima volta.

Il piano B non va confuso con il lato B. Anche se, a dir la verità, ne ho conosciuto che di faccia per carità, sembravano le sorelle di Cenerentola, ma in compenso con un gran bel…va be’, non divaghiamo.

Il piano B è la soluzione ai tuoi fallimenti, le delusioni, le sconfitte. Sì hai perso, hai sbagliato, ti è andata male, hai perso l’occasione della vita, la svolta che poteva cambiare il destino. Ma tu hai il piano B. Allora fanculo alla jella, al destino cinico e baro, agli stronzi di ogni ordine e grado. Potrà anche essere girata male, ma che me ne importa? Io ho il piano B.

Il piano A è la via scontata, quella legata alla ragione, ha il buon senso che lo guida, è la strada di chi ha ragione. Il piano B invece è la risposta agli imprevisti, è la strada di chi aveva torto, ma se n’è accorto in tempo, prima di fare disastri veri e quindi ne è uscito alla grande. E’ il navigatore che ricalcola il percorso e ti fa evitare la strada intasata.

Il piano B è la vita che non finisce di stupirci, perché ha sempre un’altra soluzione. E quasi sempre è migliore della prima.

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La situazione è grave, ma non seria

Parliamo di calcio. Come si fa a non parlarne? In realtà mi piacerebbe fare il minchione come sempre e come ho fatto in questi giorni su FB, ma una qualche considerazione un po’ più seria mi andava di farla. Hanno licenziato Ventura. E magari lunedì (chissà di quale settimana) faranno fuori anche Tavecchio. E poi? Tutto risolto? Forse qualcuno dimentica che dopo la figuraccia rimediata quattro anni fa in Brasile si dimisero sia Prandelli che Abete. Cosa è cambiato?

Per carità, lungi da me difendere l’indifendibile, sia il ct che il presidente che ce l’ha messo dovevano essere cacciati a calci in culo dimettersi la sera stessa dell’eliminazione. Ma questo di per sé non cambia e non può cambiare la situazione. Siamo un paese che ha circa 5.000.000  di persone che giocano a calcio: la Croazia (che andrà ai mondiali) ha 4 milioni e 200 mila abitanti. Per dire. Il problema è quindi che su cinquemilioni (!!!!!) non riusciamo a trovarne 11 capaci di farci entrare fra le prime 32 squadre al mondo? O pensiamo che con un altro allenatore la cosa sarebbe stata diversa? Forse sì, ma siamo seri.

Non sarà che il sistema è talmente marcio che non permette una selezione meritocratica? Non sarà che per fare carriera e arrivare a giocare nelle serie maggiori bisogna sborsare centinaia di migliaia di euro? La colpa è di Ventura o di chi porta qui carrettate di ragazzini/adolescenti da tutto il mondo con un mercato stile tratta degli esseri umani? la colpa è di Tavecchio o delle società di calcio che lo tengono lì prosperando su questo sistema, chiedendo alle famiglie dei ragazzini tredicenni (se non prima) di pagare 10, 20 mila euro l’anno per farli entrare nelle loro squadre giovanili?

Si dice che il papà di Florenzi, simpatico giocatore proveniente dal vivaio della seconda squadra della capitale (scusate, sono già in clima derby!) abbia dovuto vendere un bar per far sì che il suo giovin virgulto arrivasse dove è arrivato. A lui, alla fin fine è andata bene (pare che il figlio gliel’abbia anche ricomprato), ma quanti come lui, forse anche più forti si perdono per strada? Questo è il sistema, tutti sanno, qualcuno comincia anche a denunciare, ma nessuno fa nulla per cambiare la situazione.

L’episodio di Florenzi potrebbe anche essere una leggenda metropolitana. Lui è forte, magari ci è arrivato solo grazie alle sue doti, anche se ne dubito fortemente. Quello che so per certo è che, a meno ché tu non sia Maradona (e avrei dubbi anche su quello) se non hai dietro una famiglia disposta a pagare in serie A non ci arrivi. E neanche in serie B o in Lega Pro. Al massimo continui a giocare con gli amici e a vedere l’Italia in Tv. Anzi, a giugno neanche più quello.

 

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La tempesta perfetta

Potevo fare di questa Aula sorda e grigia un bivacco di manipoli…” (B. Mussolini, 16 novembre 1922)

Un contesto politico internazionale molto confuso, legato a grandi trasformazioni e profonde crisi economiche, sociali, di valori. Che sia la fine della Grande Guerra, la caduta del Muro di Berlino o l’ondata migratoria legata ai cambiamenti climatici cambia poco.

La frammentazione delle forze politiche tradizionali, concentrate sulla gestione del potere e del malaffare, lontane dal dare risposte concrete ai problemi della gente comune. Che si chiami grande depressione, tangentopoli o altro cambia poco.

L’affermarsi di forze nuove, orgogliose della propria diversità rispetto al passato, ricche di promesse con soluzioni semplici e a portata di mano, legate alla figura del leader carismatico in grado di attrarre le folle con la sua eloquenza ed i suoi slogan risolutivi: autarchia, il milione di posti di lavoro, reddito di cittadinanza, aiutiamoli a casa loro, cambia poco.

Il Paese è sempre l’Italia, l’anno mettetelo voi, può essere il 1922, il 1991 o il 2018. Il risultato temo che cambi poco lo stesso.

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L’eterno ritorno dell’uguale

Ritorna l’ora legale e la prima sensazione di freddo la mattina, quando ti accorgi che le gonne si allungano e le giornate si accorciano, lasciandoti un senso di spossatezza e le nostalgia delle vacanze, a metà fra i ricordi di quelle passate e la voglia di programmare quelle future.

Ritornano i commenti sdegnati dei giornalai populisti, che prendono posizione su fatti che non conoscono, generalizzano situazioni, ragionano per pregiudizi e violentano la verità dei fatti per avvalorare le loro tesi preconfezionate.

Ritorna il traffico del lunedì mattina e poi quello del martedì, che si unisce a quello del mercoledì, che si aggiunge a quello del giovedì, che trova il suo tripudio nel venerdì, in cui c’è sciopero dei mezzi pubblici, altrimenti questi poveri sindacalisti come fanno a farsi il week end in pace? Per fortuna che però ritornano anche le domeniche ecologiche, utilissime come un ombrello in una giornata di sole, così sì che il clima si preserva e la qualità dell’aria migliora.

Ritornano le discussioni senza fine e senza senso dei politici di qualsiasi colore e qualsiasi bandiera, vuote e prive di significato quasi quanto quelle sul calcio, anzi forse rigori e fuorigioco hanno pure un certo valore se paragonate alla vaccate dei no euro, no vaccini, scie chimiche e federalismi vari.

Ritorna la voglia insopprimibile degli italiani di andare dietro al pifferaio magico di turno, meglio se ottimista e con la battuta pronta, che risolve i problemi e promette l’avvento dell’era del bengodi, venghino signori venghino.

Per interrompere l’eterno ritorno dell’uguale ci vorrebbe una qualche meraviglia, un’azione a sorpresa, inaspettata, coraggiosa e folle al tempo stesso. Come un sole di mezzanotte, la Nomentana sgombera, un giornalista con la schiena dritta, un politico che non fa promesse vane e sa quello che dice, il Benevento che vince lo scudetto. E’ chiedere troppo? Temo di sì. Per fortuna però, ritorna anche il vino novello e così anche questo novembre diventa un po’ più sopportabile.

Che accadrebbe se un giorno o una notte, un demone strisciasse furtivo nella più solitaria delle tue solitudini e ti dicesse: Questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni indicibilmente piccola e grande cosa della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione – e così pure questo ragno e questo raggio di luna tra i rami e così pure questo attimo e io stesso. L’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granello della polvere!” (F. Nietzsche – La Gaia Scienza)

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La maglia di Anna Frank

Sarebbe bello pensare che si tratti di ignoranza, che quei 4 mentecatti che hanno messo quegli adesivi non sapessero la storia di una quindicenne morta in un campo di concentramento. Sarebbe comodo pensare che si tratti di un fenomeno confinato dentro le curve degli stadi, come se poi i 4 mentecatti negli altri sei giorni della settimana frequentassero oratori e biblioteche, magari servendo alle mense della Caritas. Per qualcuno poi è persino conveniente pensare che i 4 mentecatti in questione non possano che essere laziali, brutti e cattivi per default.

La verità è che le curve degli stadi, quelle di Lazio e Roma come quelle juventine (ricordate gli insulti ai morti di Superga?) o toriniste (il dileggio dei morti dell’Heysel) sono semplicemente la cartina di tornasole per capire a che livello siano arrivati i seminatori di odio. Altro ché ignoranza! I razzisti decerebrati conoscono benissimo la storia e coscientemente inneggiano all’orrore, dileggiano i morti e si vantano di voler distruggere l’avversario. Ma non è un fenomeno da stadio, perché lo si ritrova per le strade, nelle risse del sabato sera, nei barboni picchiati, negli insulti social a Bebe Vio, negli slogan razzisti di alcuni politici, non solo della Lega. Possiamo chiudere tutte le curve del mondo, troveranno altri palcoscenici, maschereranno il loro odio dietro nuovi slogan. Magari lascerebbero in pace la mia Lazio, ma questo temo sarebbe solo l’unico vantaggio.

Per questo non basta neanche più l’impegno giornaliero delle persone comuni: praticare atti di gentilezza a caso resta un imperativo categorico che ognuno di noi dovrebbe prefissarsi nell’arco della giornata. Alla lunga produrrà i suoi effetti, ma nel breve io penso che lo Stato debba cominciare a muoversi, debba cominciare a reprimere sul serio. Certe “opinioni” non possono essere più tollerate. Il 28 ottobre si avvicina, vogliamo far passare per goliardica anche la marcia su Roma? Vogliamo continuare a pensare che siano solo quei quattro poveri mentecatti di cui sopra? Sono certamente mentecatti, ma temo non siano più solamente in quattro e probabilmente, continuando a sminuire il fenomeno, o peggio a strumentalizzarlo, ce li ritroveremo in Parlamento, come già succede in Germania o in Austria.

E poi a partire da subito, il bonus cultura per i diciottenni lo impiegherei per una visita a Birkenau obbligatoria per tutte le ultime classi dei licei: non puoi fare la maturità se non sei stato una volta lì. Forse qualcosa comincerebbe a cambiare.

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#MeToo o dell’Araba Fenice

Se una ragazza, vuole di sera andare sola per strada, non lo può fare, non è corretto che non sia accompagnata. Andare sola per la città e non c’è niente di male, ma una ragazza chissà perché, questo non lo può fare. Andare sola, per la città, mi sembra un fatto normale, ma una ragazza, chissà perché questo non lo può fare. E’ un incantesimo strano, che la colpisce da sempre, mentre il duemila, non è più tanto lontano. Tutte le sere rinchiusa in casa, ma questa volta ha deciso e vuole andare per la città sola col suo sorriso. Sola per strada col suo sorriso e chi può farle del male se ci saranno mille ragazze che la vorranno imitare…(Edoardo Bennato)

Così cantava oltre trent’anni fa il buon Edoardo. E sarà perché sono nato e cresciuto in una famiglia matriarcale, dove le donne erano (ma forse dovrei dire sono) le depositarie ultime delle scelte e delle decisioni. Sarà che – come dice una persona che mi conosce abbastanza bene – la mia parte femminile è abbastanza consistente. Sarà che io ho paura del sangue che mi esce se per caso mi faccio un taglietto la mattina con il rasoio, mentre voi – come un’Araba Fenice che risorge dalle proprie ceneri – avete una volta al mese un’emorragia e ogni volta ne uscite indenni e più agguerrite di prima.

Saranno queste e molte altre cose, ma io continuo a rimanere senza parole di fronte a quello che si legge. Che parecchi uomini pensino alle donne come una loro proprietà o semplicemente come una “cosa” di cui disporre a proprio piacimento non è una novità. Ma non può passare ancora come un’ovvietà, come una cosa inevitabile, vecchia come il mondo, come il fatto che la pioggia bagna. Come scrive prima e meglio di me la bravissima Povna, sottolineare che la pioggia bagna, anche poco, anche involontariamente (forse), ma sempre, in ogni occasione, dev’essere un imperativo categorico. Dev’essere la madre di tutte le guerre, perché è probabilmente la causa e l’origine di tutte le altre guerre.

Non a caso parlo della madre di tutte le guerre. Perché fino a prova contraria, ognuno di noi ha avuto una madre. E allora, amiche, sorelle, compagne di strada e di avventura, ricordiamoci noi maschietti, ma soprattutto voi, che tutto nasce da lì. Perché l’uomo di oggi, è il bambino di ieri. E ogni bambino diventa uomo in base a quello che ha visto, sentito, interiorizzato, a quello che gli stava intorno. Se volete uscire per strada sole con il vostro sorriso, dipende da quante ragazze vorranno farlo. Noi possiamo aiutarvi certo, possiamo darvi una mano, ma il grosso dipende da voi.

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Katia, ci fai o ci sei?

Sta spopolando nel web questo video creato artigianalmente da alcuni impiegati di una filiale di Intesasanpaolo. Il mio amico pank lo ha commentato in questo post attribuendo delle grandi responsabilità all’azienda in questione, che avrebbe chiesto ai suoi dipendenti questa prestazione extra a scopo promozionale.

Non so se sia andata così, anzi ne dubito fortemente. Come già molti lettori sanno lavoro anche io in una grande azienda e anche da noi non è così insolito che i dipendenti si organizzino per realizzare sketch o video ad uso interno (che poi inevitabilmente finiscono in rete). Qui di seguito un fulgido esempio…

Se non altro il nostro fa ridere. Quello di prima no. Non fa ridere per niente, perché non ha nulla di autoironico: vorrebbe chissà, convincere qualche cliente riottoso ad affidare i propri risparmi a questi amorevoli ed appassionati dipendenti bancari. O forse vorrebbe convincere i dirigenti della banca che possono fare affidamento su questa filiale per raggiungere chissà quali risultati.

Mentre Pank appunto, se la prende con l’azienda, che avrebbe in maniera più o meno subdola, spinto i suoi dipendenti a questa figuraccia mediatica, io penso invece che il tutto sia nato dalla fervida fantasia di questa direttrice. La mia venticinquennale esperienza all’interno di grandi aziende mi fa pensare infatti che la tizia in questione non stesse affatto recitando. Insomma, venendo alla domanda del titolo, lei in realtà, non ci fa. Ci è! La sua identificazione con l’azienda è autentica. Il ché non so se sia un’attenuante o un’aggravante, ma sono quasi certo che questa Katia Ghirardi creda veramente in quello che dice e nessuno l’ha costretta a dire o a fare qualcosa di diverso.

Ho incontrato spessissimo nella mia esperienza lavorativa persone come questa povera Katia. Che poi, povera perché? Perché la sta perculeggiando il web intero? Forse invece lei è persino contenta. Si sta immolando per la sua causa, sta dimostrando a tutti quanto davvero ci tiene. Resta da capire quanto questa cosa faccia bene all’azienda e quanto faccia bene a lei. Fa bene all’azienda avere esecutori acritici, tifosi appassionati piuttosto che teste pensanti? Ma delle aziende alla fine, sti cazzi. Chiediamoci soprattutto se fa bene a noi perdere la distanza fra quello che siamo e quello che facciamo.

Perché questa mi sembra la cosa più importante di tutta questa vicenda. In questo periodo incerto, in cui le relazioni si fanno complicate, i rapporti sempre più spesso quasi inevitabilmente si fermano alla superfice, in cui si vince la solitudine nelle piazze virtuali dei social, in cui le grandi ideologie sono belle che tramontate, la necessità di trovare un’identità perduta può arrivare a farci pensare che valga la pena spendere la propria vita per il lavoro.

Non so chi sia in realtà questa Katia. Se abbia una famiglia, un marito, dei figli, un cane. Non so i suoi hobby, le sue passioni, quali libri legga, che musica ascolti, se ama il sesso tantrico o preferisce curare il giardino. Non so quali viaggi abbia fatto, quali sogni avesse da ragazzina, quante volte si è ubriacata con gli amici e quand’è stata l’ultima volta che si è innamorata. In ogni caso, cara Katia, vorrei dirti che vali molto di più. Molto, molto di più.

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A che ora è la fine del mondo?

I fatti di cronaca e di politica estera di questi giorni improvvisamente ci stanno riportando ad uno scenario che pensavamo ormai appartenere alle paure del passato, al mondo diviso in due blocchi, alla minaccia sovietica. Invece questi due ciccioni con i capelli improbabili sembrano abbastanza pazzi da mettere in atto quello che nessuno fino ad oggi ha mai compiuto.

Tra l’altro leggevo che, al di là di un attacco vero e proprio sul suolo americano (che ancora forse non è realmente possibile), quello che già oggi potrebbe succedere è un attacco ai sistemi elettrici colpendo i satelliti che orbitano nell’atmosfera. Questo potrebbe comportare un black out totale per oltre un anno, in America come anche in Europa. Riuscite ad immaginare un mondo senza elettricità? Senza internet, senza poter ricaricare i cellulari, senza televisori, senza frigoriferi….altro che meteorite del Buondì Motta!

Chissà quanti fra noi cattolici (circa un miliardo e 300 milioni nel mondo) si rende conto che ogni volta che andiamo a messa ci auguriamo che arrivi la fine del mondo (nell’attesa che si compia la beata speranza…). Ma se davvero rimanessimo al buio per un anno, con la reale possibilità che l’escalation nucleare potrebbe portare alla catastrofe totale, come diventerebbe la nostra percezione del tempo? Come cambierebbe la nostra scala delle priorità?

Di fronte alla fine di ogni cosa, quanto sarebbe ancora importante quell’inderogabile impegno di lavoro che ci mette ansia, il conto in banca in rosso che non ci fa dormire, un goal al derby che ci fa esultare e poi un esame universitario, una colonscopia, l’indipendenza di un paese, la ricerca di lavoro, l’elezione del governo, la parità dei diritti, la lotta di classe, la previdenza integrativa, la lotta all’omofobia? Ogni sforzo, ogni obiettivo, ogni cosa, ogni causa, anche la più nobile, perderebbe importanza. E forse rimarebbero davvero solamente le cose essenziali.

Allora diventa inevitabile farsi una domanda. Se stesse per finire ogni cosa, come passerei le mie ultime due ore? Fumerei un bel sigaro cubano, sorseggiando un bicchiere di rum e poi vorrei perdermi fra le braccia dell’amore mio. Un ultimo ballo, magari con questa canzone di sottofondo.

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E tu mi manchi

“E tu mi manchi, mi manchi, mi manchi, mi manchi in carne ed ossa, mi manchi nella lista, delle cose che non ho, che non ho, che non ho”.

Ti può mancare qualcosa che ti è necessario. Una pasticca di Moment quando hai mal di testa, un panino quando hai fame, una fontana quando muori di sete, un bagno quando te la stai facendo sotto.

Ti può mancare qualcosa che ti piace moltissimo, ma non hai. E fai di tutto, vendi il campo, vendi tutte le tue pecore, vendi ogni cosa solo per averla.

Ti può mancare qualcosa che hai avuto per lungo tempo e improvvisamente ti hanno portato via. Uno stato sociale fatto di serate rampanti e gin tonic, i vestiti alla moda e le vacanze a Cortina e alle Maldive, i soldi, la stima, la fama, che oggi ci sono e domani potrebbero non esserci più.

Ti possono mancano i giorni belli dell’estate, le mattine che potevi rimanere al letto, oppure alzarti presto per andare al mare, la spensieratezza degli anni della gioventù, la capacità di non dormire tutta una notte e poi magari continuare i bagordi il giorno dopo.

Puoi sentire la mancanza di un’abilità particolare a fare cose che non proprio non ti riescono. Cantare quando sei stonato, la capacità di parlare dieci lingue quando a stento capisci la tua, suonare il violino, fare un tiro sotto l’incrocio, risolvere i quiz in un battibaleno.

Ti  possono mancare i figli che non hai avuto, tanto desiderati, tanto cercati. Puoi sentire la mancanza di una donna giusta accanto a te, quella che ti avrebbe capito e amato come tua madre, forse anche meglio.

Ti può mancare qualcosa che non hai mai avuto, ma sempre desiderato. Quello che hanno tutti tranne te, quello che hanno tutti meglio di te, quello che non è giusto, perché io no?

Ti possono mancare tante cose. Ma ti può mancare qualcosa che non ti è necessario, che non hai mai avuto in passato, che non hai mai desiderato prima? Che non sai nemmeno se davvero vuoi? Sì, ti può mancare anche quella.