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Dagli una possibilità

Devi dargli una possibilità al sogno chiuso in un cassetto. Perché finché starà chiuso lì dentro sarà solo un’ipotesi dell’assurdo, un ladro nella notte, che come un tarlo continuerà a bussare senza speranza. Se lo lasci andare potrebbe forse evaporare come fumo profumato diventando una strada verso il nulla. Oppure potrebbe essere la strada verso il domani. Potrebbe.

Devi dargli una possibilità all’amico di sempre, che fa sempre gli stessi errori, sempre nello stesso modo, ad ogni occasione, con lo stesso tempismo di una scoreggia ad un pranzo di nozze. Devi dargliela perché forse la prossima volta ti stupirà. Forse.

Devi dargli una possibilità al giorno che arriva. Perché nessun giorno è uguale all’altro, i colori dell’alba sono simili e allo stesso tempo diversi da quelli del tramonto. La tavolozza delle sfumature non ha fine e in un solo giorno a volte succede quello che hai aspettato da anni. A volte.

Devi dargli una possibilità a quella faccia ormai ben nota che ogni mattina, con l’aria assonnata e l’espressione un po’ così, ti guarda dallo specchio del bagno. Sì, è sempre lo stesso, non ci sono dubbi, ma in realtà ha voglia di sognare così forte da farsi uscire sangue dal naso. Magari ti stupirà. Magari.

Devi dargli una possibilità allo sconosciuto che incontri per caso ad un pranzo di amici e fra tutti i presenti comincia a parlare proprio con te. Prendendola un po’ alla lontana, cerca di fare buona impressione e ti chiede se può riaccompagnarti a casa. Chissà che non sia proprio lui quello giusto. Chissà.

Potrebbe, forse, a volte, magari, chissà. Il condizionale è d’obbligo. Ma se non gli dai una possibilità, non lo saprai mai.

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30 aprile

Oggi è il compleanno della mia sorellina, dopo cinque anni la Lazio ha vinto il derby, anche Lele ha vinto, segnando il goal decisivo. Ho comprato su kindle i nuovi romanzi di Lansdale e di Pennac e mi sono scaricato un bootleg dei Mumford & Sons. Domani è lunedì, però è festa. Mentre facevo un bel giro in bici nel parco di Aguzzano, pensavo che effettivamente ha ragione Trilussa.

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Amore che vieni, amore che vai

Quei giorni perduti a rincorrere il vento
a chiederci un bacio e volerne altri cento
un giorno qualunque li ricorderai
amore che fuggi da me tornerai (F. De André)

In questi giorni è assurta agli onori onori delle cronache la storia d’amore fra il possibile futuro presidente della Francia Macron e la sua ex insegnante del liceo, di ventiquattro anni più grande. Fra gli altri Adinolfi (per capirci, quello che quando nacque la mamma disse “e il grosso è fatto”) non ha perso l’occasione per sparare una montagna di minchiate  esprimere la sua opinione che sintetizza quello che pensano molti sul carattere “malato” di questa relazione. Complesso di Edipo, facciata per nascondere l’omosessualità, rapporto anomalo, morboso.

Adinolfi dice che non è un rapporto normale. Ma chi l’ha detto che l’amore debba seguire i canoni della normalità? Soprattutto, come si può denigrare un legame che dura da oltre vent’anni? Non conosco i dettagli della storia, anzi mi infastidisce molto questa curiosità pruriginosa che vorrebbe scavare dentro i rapporti che dovrebbero rimanere privati. Ma come scrivevo altrove, come si fa a stabilire se un amore è vero? Come si può fare una classificazione dell’amore, attribuendo un voto, questo vale, questo no, questo è importante, quest’altro non conta, questo è lecito, questo è malato…per fortuna l’amore basta a se stesso e non ha bisogno di altri aggettivi, di altre definizioni o classificazioni.

Un uomo che probabilmente potrebbe avere tutte le donne che vuole, una donna che lascia marito e tre figli, due persone che dopo vent’anni che stanno insieme dicono quasi vergognandosi che non potrebbero vivere l’uno senza l’altra. Forse ha ragione Adinolfi, effettivamente non è affatto un amore normale.

 

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Riprendere tempo

I been running Monday Tuesday Wednesday
Thursday Friday Saturday Sunday runnin’
Monday Tuesday Wednesday Thursday Friday
Saturday Sunday. What have I done? What have I done?

Parlavamo ieri con la mia amica M. del blog Trentaquaranta (un blog modaiolo molto fashion che assolutamente dovete seguire) su quanto sia bello, su quanto dia soddisfazione, su quanto ci faccia sentire sollevati, disdire un appuntamento prefissato. Lei indicava l’estetista come suo soggetto preferito. Io invece direi che il top è il dentista. Una telefonata ed è fatta, sei libero.

Tu che stai leggendo, pensa ai tuoi prossimi impegni, agli appuntamenti che hai preso controvoglia e supera le remore che ancora ti tengono prigioniero. Disdiciamo amici miei, disdiciamo! Non c’è nulla di disdicevole. Si tratta semplicemente di tornare ad essere padroni del proprio tempo. Basta semplicemente fermarsi un momento, guardarsi allo specchio e dire, “ma anche no”! Dormiamo un’ora in più, facciamo un bel giro in bicicletta, spegniamo il cellulare, prendiamo un bel libro e sdraiamoci in un parco.

Come trovarsi 50 euro in tasca. Hai improvvisamente del tempo inaspettato, non programmato, un regalo a tutti gli effetti. E nello stesso momento ti rendi conto di quanto non ti andava di fare quella cosa, di andare in quel posto, di incontrare quelle persone. Ma chi ce lo fa fare a vivere in questo modo? Con agende strapiene, incroci improbabili, corse senza fine? Neanche avessimo la polizia alle calcagne!

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La prima cosa bella

Come stare fuori dal tempo, quando fuori è mattina presto…

I ricordi sono una materia fluida, spesso non coerente, difficilmente catalogabile in maniera defintiva. A volte mentre viviamo certe situazione non ci rendiamo conto di quanto siano belle, di quanto siamo stati felici a viverle. Poi nel rievocarle possono assumere sfumature inaspettate, quasi sconosciute: forse solo il fatto di averle vissute in altre età, con certe persone che non ci sono più, in situazioni differenti da quelle attuali, ce le rende più belle. Ci fa dare un peso diverso a certi particolari che mentre li abbiamo vissuti sembravano insignificanti, ma ora, a distanza di tempo, chissà perché ci sembrano fondamentali.

E così con i sapori delle cose mangiate da bambini, con le vacanze fatte da adolescenti, con le musiche ascoltate in certi determinati anni. Di fronte alla bellezze passate il presente difficilmente regge il paragone. Ma perché è così? Solo perché siamo intrinsecamente nostalgici o c’è qualcha altra ragione?

Guardando i miei figli adolescenti mi rendo conto che, esattamente come facevo io, alla loro età sei troppo preso a vivere per riflettere cosa sta vivendo. Sei troppo indaffarato a non perderti neanche un minuto, un’occasione, una possibilità, per avere anche il tempo di fermarti a pensare quanto siano belle. Ma è anche giusto che sia così, non gliene faccio una colpa. Ed è inutile spingerli a riflettere su questa cosa. Del tutto inutile.

La verità è che l’autocoscienza della felicità si impara vivendo. Sia che tu l’abbia raggiunta e poi persa, sia che ce l’abbia ancora affianco a te, sia che invece tu non l’abbia ancora colta fino in fondo, in ogni caso è difficile vivere la percezione profonda della felicità nel presente. Eppure dovremmo imparare a farlo. Tutti. Al più presto!

Per questo dico spesso che la felicità, o meglio la sua ricerca, è sopravvalutata. Perché rischia seriamente di non far cogliere le situazioni presenti e di allontanare sempre più quell’autocoscienza, magari facendoci nascondere dentro i ricordi, ricercando lì quello che non ci sembra avere qui e oggi. Ma se ci fermiamo un attimo a pensare, dobbiamo ammettere che se ci sembra bella perfino Semplice di Gianni Togni, allora tra trent’anni ci sembrerà accettabile anche la scimmia che balla di Gabbani. Ma allora perché aspettare? Perché non provare ad essere felici oggi, qui e ora? In fondo, aveva ragione Togni…è semplice.

 

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Aridatece il Minculpop!

Ieri mi sono avventurato in una discussione su FB prendendo spunto da questo articolo di Repubblica, “La pedofilia come salvezza. Il romanzo inaccettabile di Walter Siti”. Premetto che non ho letto il libro, né tanto meno mi è venuta voglia di leggerlo. Da quello che emerge dall’articolo però sembra proprio che nel romanzo si dia una qualche paradossale giustificazione della pedofilia. Ripeto, non ho letto il libro, quindi magari non è così e in realtà la giornalista che ha scritto l’articolo ha completamente travisato il messaggio dell’autore. Diamo per buono che invece l’interpretazione sia esatta.

Le persone con cui mi sono trovato a discutere sostenavano, con una certa determinazione, che l’arte non deve avere nessun limite o censura e che quindi sia libera di esaltare la pedofilia o qualsiasi altra atrocità, proprio perché non ha funzioni educativo o etiche. Un po’ quello che si diceva di Charlei Ebdò e della necessità di non mettere vincoli alla satirà, in quanto libera espressione. Oppure sull’impossibilità di limitare la libertà di bufale che girano sul web

Libertà di espressione! E’ vero, l’arte esprime il bello (o il brutto), non il bene (o il male) o il giusto, non dovrebbe quindi essere giudicata da altri canoni che non siano quelli estetici. Ma come forma di espressione è giusto che non debba rispondere a null’altro? Secondo questa tesi scrivere un trattato scientifico o politico in cui si giustifica la supremazia di una razza su un’altra sarebbe da contrastare, invece un romanzo o un quadro che esalti la pedofilia sarebbe accettabile.

Ma un par di palle! Io non sono per niente d’accordo. L’arte, come qualsiasi altra forma di espressione, è libera e tale deve restare. Ma questa libertà finisce dove inizia la libertà altrui. E inneggiare al nazismo o alla pedofilia, che tu lo faccia con un quadro, con un romanzo o con un trattato pseudoscientifico per me è esattamente la stessa cosa.

Chi stabilisce questo limite? Vuoi ricreare il Minculpop? A parte che tutto sommato…(!), ma certo non può essere quella la soluzione. E allora, visto che il comune sentire si è così imbarbarito da accettare una rivista satirica che si prende gioco dei morti o un romanzo che giustifica la pedofilia, come, o meglio chi, deve stabilire questo confine?

Io non ce l’ho una risposta. Mi piacerebbe tanto averla, ma non ce l’ho. So solo che in questo periodo, grazie al kindle sono tornato a leggere in media 3 libri al mese, 36 l’anno. Visti i miglioramenti della medicina, se non mi viene l’Alzheimer e se non divento cieco prima, diciamo che un’altra cinquantina d’anni di letture potrei anche averli. Fanno 1800 libri. Senza dubbio troppo pochi rispetto a quelli che vorrei leggere e rispetto a quelli che meriterebbero di essere letti.

Quindi caro il mio Walter Siti non so chi avrebbe dovuto impedirti di scrivere queste oscenità. Una cosa però la so. Non farai parte di questi milleottocento.

 

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Già che sei in piedi, lavi anche la frutta? Ovvero, fenomenologia dell’orgoglione

Può succedere a volte che ci si senta pieni di entusiasmo e di voglia di fare. Sono fasi transitorie, a volte basta il tempo del passaggio di una nuvola, conti fino a dieci e volano via. A volte però questa voglia si fa inspiegabilmente ed irrazionalmente insistente. Diventa quasi un bisogno fisico. Come una specie di irrefrenabile prurito, la voglia di fare prende il sopravvento. E tu non puoi non seguirla.

Può capitare che questa voglia si mascheri sotto mentite spoglie come un qualcosa di conveniente. Pensi che sia una buona idea e ti lanci. La professoressa chiede chi vuole farsi interrogare e tu alzi la mano, convinto di essere preparatissimo. In ufficio il capo chiede chi vuole coprire il turno della sera e tu ti fai avanti sperando così di fare carriera. Pensi ad un tornaconto. Vuoi fare bella impressione.

Altre volte invece la maschera che assume è quella dell’alto ideale. Vuoi dare di te un’idea diversa. Vuoi fare l’eroe, partire volontario al fronte contro il nemico, vuoi dimostrare, prima di tutto a te stesso, che non sei lì a fare calcoli di piccolo cabotaggio, che non hai paura di esporti, di metterti davanti agli altri, faccia a faccia con le difficoltà. O forse vuoi fare colpo con quella del primo banco (la più carina, la più cretina, cretino tu…). Ecco, aveva ragione Venditti! Cretino tu!

Ma chi te lo fa fare! Ma cosa vai a pensare! Tanto quella lì, non te la dà lo stesso. E poi lo sai che succede? Quando dai un dito ti prendono un braccio. Quando per una volta ti rendi disponibile, la prossima la daranno per scontata. Ma soprattutto, quando hai fatto trenta ti chiederanno trentuno. Ci sarà sempre un uno in più da fare.

Ecco perché non devi pensare alle conseguenze. Vuoi fare una cosa? Falla. Ma senza pensare a nulla in cambio. E non ti credere che qualcuno ti dirà bravo. Anzi! Sarà praticamente certo che supererai quel labile confine che c’è fra il buono e l’ingenuo, fra il disponibile e il cojone. Almeno sii un cojone consapevole di quello che fa, anzi orgoglioso di quello che fa. Un orgoglione.

E se per caso, in mezzo alla cena ti alzi da tavola per prendere l’acqua, sta tranquillo che qualcuno, mentre stai per sederti nuovamente, dirà con finta nonchalance “già che sei in piedi, perché non lavi anche la frutta?

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There Will Be The Time

Ci sarà tempo per ripensare alle scelte sbagliate, alle alterne fortune, ai colpi della sorte e ai sentieri interrotti sul nascere. Ai silenzi delle parole non dette e alle cattiverie di quelle dette di troppo, ai troppo e ai troppo poco.

Ci sarà tempo per arrabbiarsi con se stessi per l’incapacità di capire la situazione, di cogliere l’opportunità, di comprendere quello che ci stavano dicendo, di prendere l’ombrello prima di uscire di casa.

Ci sarà tempo per immaginare cosa sarebbe stato se non avessimo dato ascolto alla prudenza e se avessimo seguito gli entusiasmi. Se avessimo dormito un’ora in meno o se avessimo bevuto un bicchiere in più.

Ci sarà tempo per rimpiangere la grinta lasciata da parte, l’aver dato ascolto alla pigrizia e aver ignorato la voglia di cambiare le cose. Il non aver dato libero sfogo alla giusta indignazione di fronte ai torti e alle prepotenze.

Ci sarà tempo per pensare diversamente. Ora è tempo di vivere (ascoltando questa in sottofondo)

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Consigli di lettura non richiesti / 15. Brizzi – Fast

E’ arrivata la primavera! Le giornate si allungano, le allergie impazzano e la mattina per alzarmi dal letto ci vogliono le cannonate. Però, seppure Morfeo ci vorrebbe ancora avvinghiati al cuscino sotto le lenzuola, c’è sempre un buon motivo per alzarsi. Per esempio la voglia di continuare il libro lasciato a metà la sera prima!

Sarà questo clima che volge al bello, sarà che la vita di tutti i giorni non ci fa mancare guai e rotture varie, per questa volta, contravvenendo la tradizione, vi suggerisco due libri abbastanza leggeri. Due letture spensierate, ma non per questo meno coinvolgenti e stimolanti.

Il primo consiglio va al primo volume della saga della famiglia Lavette “Il vento di San Francisco” di Howard Fast. Uno scrittore con una storia travagliata, autore di moltissimi romanzi da cui furono tratti anche kolossal cinematografici (su tutti Spartacus con K. Douglas), ma caduto in disgrazia per le sue idee comuniste. L’America maccartista non perdonava certe simpatie e così di lui si persero le tracce. Gran peccato, perché  ad esempio la storia di questa famiglia di emigrati italo francesi è invece un vero gioiello. In italiano sono stati tradotti per il momento solo i primi due capitoli, ma spero proprio che a breve rendano disponibili anche gli altri.

Sulla storia non mi dilungo: attraverso i personaggi si rivive l’America di inizio 900, la prima guerra mondiale, fino al crollo di Wall Street. Grandi successi e clamorose sconfitte, l’ascesa inarrestabile di immigrati italiani, cinesi, ebrei che dal nulla costruiscono un impero finanziario e lo vedono poi crollare altrettanto repentinamente. Senza però arrendersi mai, anzi gettando le basi per un nuovo riscatto.

Il secondo suggerimento è per “Il matrimonio di mio fratello” di Enrico Brizzi. Di questo autore avevo letto anni fa “Jack Frusciante è uscito dal gruppo” e mi era piaciuto. Questo nuovo romanzo è più maturo e ben articolato. Attraverso il racconto del protagonista si rivivono gli ultimi 40 anni di storia italiana: mi sono ritrovato nelle vicende adolescenziali degli anni 80, anche se Bologna (dov’è ambientato) non è Roma, ma certe dinamiche sono assolutamente le stesse. E poi lungo le storie familiari intrecciate a tangentopoli e all’ascesa burlesconiana, si rivivono fatti, situazioni, circostanze che abbiamo passato in questi anni.

La storia di questo fratello citato nel titolo, con i suoi eccessi, le sue vittorie e le rovinose cadute, fa da filo conduttore per raccontare l’Italia a cavallo del nuovo secolo fino ai giorni nostri (molto divertente e assolutamente condivisibile l’effetto Facebook, che nel bene e nel male ha cambiato radicalmente usi e costumi di moltissime persone, anche le più insospettabili). Il finale è quello che tutti si aspettano, ma nonostante questo non è scontato e lascia comunque la voglia di continuare a seguire la storia dei protagonisti. Per far questo però bisognerà aspettare che passi qualche anno!

Buona lettura!

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Lanciatori di coriandoli uniamoci!

Passano gli anni e tante cose non sono più quelle di una volta. Si cambia, si evolve. Ma fra le tante cose che non cambiano, una cosa che non tradisce, è il mio fisico da lanciatore di coriandoli. Basta uno sbalzo di temperatura, il giusto mix tra primi caldi e repentine rinfrescate ed eccomi qui con qualche linea di febbre a tossire come un vecchio tabagista, con la gola in fiamme e il naso più otturato di un lavandino rotto.

Eppure qualcosa in realtà è cambiato, perché in effetti, se c’è una cosa che rimpiango dell’infanzia, è quello stato di sospensione del mondo che entrava in vigore a casa mia appena il mercurio superava la soglia del 37. Neanche a dirlo, il giudice supremo che decretava questo stato di cose era mia madre. Mio fratello ed io eravamo esentati da qualsiasi cosa. Anzi, eravamo costretti a letto, da dove potevamo alzarci esclusivamente per andare in bagno (anche se a dire il vero ho raccapriccianti ricordi di vasini in stanza….). Persino i pasti si svolgevano a letto grazie a uno scomodissimo vassoio che inevitabilmente lasciava le lenzuola pieno di briciole e altri resti vari.

Giornate passate a leggere fumetti dalla mattina alla sera, scandite da rituali sempre uguali. E finché la febbre non spariva pensare di rimettersi in piedi era assolutamente impensabile. La cosa più terribile però era la notte, perché inevitabilmente facevo lo stesso incubo. Un castello in montagna ed io che correvo inseguito da chissà cosa o chissà chi e poi precipitavo nel vuoto. Risvegliarsi nel proprio letto a quel punto era la sensazione più bella del mondo.

Fanciulle care, è inutile che ora rompete le scatole ed ironizzate sul fatto che un 37 e 1 a noi maschietti ci lascia dolenti neanche avessimo scalato l’Everest in costume da bagno. La colpa è la vostra! Prima ci abituate così, poi che pretendete?

And I’m on my way, I still remember
Those old country lanes
When we did not know the answers
And I miss the way you make me feel, it’s real
We watched the sunset over the castle on the hill
Over the castle on the hill
Over the castle on the hill