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Condividi anche tu la foto di un maiale al tramonto

Ho visto uno che entrava in un negozio di musica e con esagerata esuberanza, comprava un CD di Giggi D’Alessio.

Ho visto uno che, con una fastidiosa espressione di autocompiacimento, aveva un piercing sul capezzolo destro. E pure un altro sul sinistro.

Ho visto uno che camminava sulla spiaggia con un tatuaggio di due ali d’angelo che gli copriva tutta la schiena. E non si vergognava neanche un po’.

Ho visto uno che aveva comprato un divano da Poltrone & Sofà senza avere sconti. No, va be’ scherzo.

Ho visto uno che, felice e contento come un acciuga dentro un fiore di zucca, passeggiava al centro commerciale indossando una tuta con i colori della peperonata.

Ho visto uno che affermava, anche con una certa sicumera, che Milinkovic Savic è una pippa al sugo.

Ho visto gente che, con malcelato entusiasmo, guardava Uomini e Donne parteggiando per qualcuno contro qualcun’altro, come se poi gliene venisse in tasca qualcosa.

Ho visto uno che giurava e spergiurava che la pora nonna nei bucatini all’amatriciana ci metteva il soffritto con la cipolla.

Ho visto uno che, con viva e vibrante riprovazione, se la prendeva con il governo perché nevicava troppo.

Ho visto uno, anzi era più d’uno, che riteneva, anche con una certa aria seriamente corrucciata, che 54 milioni fossero un nonnulla, quisquilie, pinzillacchere.

A quel punto ero un po’ depresso. Che fine ha fatto il buon gusto? Dov’è andato il senso dell’estetica? Quando abbiamo perso la voglia di circondarci di cose belle? Perché in giro non si trova più l’armonia, lo stile, l’eleganza ? Allora ho condiviso sulla bacheca di Facebook la foto di un maiale al tramonto.

Ho visto che è stata molto apprezzata.

E mi è tornato il buonumore.

Ho visto un re. “Sa l’ha vist cus’è?”, ha visto un re, “Ah beh, sì beh”. Un re che piangeva seduto sulla sella, piangeva tante lacrime, ma tante che bagnava anche il cavallo! “Povero re” “E povero anche il cavallo!”

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Ragionare con il cuore (magari ascoltando i Pink Floyd)

Continuiamo a ragionare con il cuore perché siamo fatti di sangue, di ossa, muscoli, tendini, tessuti. Siamo una combinazione di sostanze chimiche e campi elettrici che muovono impulsi fisici e che determinano il nostro stato di salute fisica e mentale. Ma non siamo solo quello.

Per questo, come giustamente diceva qualcuno nei commenti al post di ieri, ci nutriamo anche con le orecchie. Perché siamo fatti anche di desideri, slanci, ansie, sogni, rimorsi, inquietudini, fantasie, illussioni, rimpianti, nostalgie, scommesse, speranze. E con quello che siamo ognuno di noi deve scalare la sua collina e deve farlo trovando la sua strada. Senza paura.

E per scalare la collina potremmo voler mangiare con le orecchie. Oppure camminare con le mani. Potremmo aver bisogno di risciacquare i polmoni, così da agevolare la salita. Potremmo dover bere con la mente, cantare con i piedi, guardare con il colon, ridere con il fegato. Scaleremo la collina, arriveremo in cima, ma ognuno a modo suo, perché non c’è una regola prestabilita. Non ci sono strade asfaltate, tutt’al più troveremo dei sentieri, ma sono appena accennati e non è detto che siano quelli più adatti a noi.

Ecco perché continuiamo a provare a ragionare con il cuore. E perché poi non dovremmo?

“Dici che la collina è troppo lunga da scalare. Dici che vorresti vedermi cercare di scalarla. Tu scegli il posto e io il momento. Ed io salirò la collina a modo mio. Devo soltanto aspettare il giorno giusto e poi spunterò dalle macchie d’alberi e dalle nubi, guarderò giù e saprò sentire il suono delle parole che hai detto oggi.”

 

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Avete mai provato a mangiare con le orecchie?

Qualcuno dice che si mangia prima di tutto con gli occhi: se un piatto è ben guarnito, se le pietanze hanno un aspetto invitante ed appetitoso sicuramente mangeremo con più gusto. Il sapore di quello che si mangia però lo si coglie con l’olfatto: in effetti quando siamo raffreddati ogni cosa perde sapore, che sia pasta, carne o dolce, ci sembra di mangiare la stessa cosa. Anche la sensazione tattile è importante: una cosa morbida oppure croccante, il caldo di una minestra, il freddo di un gelato. E poi ovviamente c’è il gusto, che comprende e raccoglie tutti i dati che vengono dagli altri sensi.

L’unico che rimane escluso è l’udito. Eppure l’orecchio non è  certo da meno degli altri. Se ci pensate è semplicemente fantastico, riesce a percepire suoni, melodie, rumori, semplici vibrazioni, echi lontani. Ci fa orientare in un luogo buio, ci diletta con musiche e canti, facendoci cogliere sfumature ed accordi sublimi. Fra tutti quanti io penso sia il top, il numero uno, il più importante. Ma nessuno avrebbe mai la malsana idea di utilizzarlo per mangiare. Nessuno! E nessuno sano di mente pensa che questo sia una limitazione, sia un difetto dell’orecchio. Perché tutti sappiamo che per quanto sia perfetto, per quante capacità abbia, quella cosa lì non è proprio capace di farla.

E perché invece continuiamo a tentare di ragionare con il cuore?

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Breve storia triste di un matrimonio che non s’ha da fare

“Si potrebbe andare tutti allo zoo comunale. Vengo anch’io. No tu no. Ma perché? Perché no”

  • Toc toc
  • Chi è?
  • Siamo quelli che fino a ieri vi hanno mandato affanculo. Vorremmo venire a casa vostra così potremmo mandarvi affanculo meglio
  • No, grazie, non ci interessa
  • Mi permetto di insistere. le assicuro che come mandiamo affanculo noi…
  • Ma guardi, le ho detto che…
  • E’ un’occasione unica. Se vuole potremmo anche accusarvi di un bel complotto giudaico-massonico-plutocratico
  • No, grazie, abbiamo già tutto
  • Un po’ di scie chimiche?
  • Le lasci dal portiere
  • Establishment! Establishment!
  • Le ho detto dal portiere
  • Un’offerta per il nostro giornalino on line?
  • Mi scusi, non ho spicci
  • E allora il PD? E la casta? Eh che mi dice della casta?
  • Eh quella effettivamente è carina, però ora la saluto
  • Allora, arrivederci a Bruxelles!

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Il genio

Il genio non teme il giudizio delle folle. Il genio non si lascia condizionare dalle convenzioni. Lui va avanti per la sua strada, crea, inventa, sogna. Il genio vede cose che noi non possiamo neanche immaginare. E non si lascia imbrigliare dal già noto, dalle nozioni, dalla scienza. Il genio non si fa condizionare dalla storia. Lui la fa la storia. Non gli intetessa la geografia, lui crea posti nuovi. Per questo il genio è un incompreso. A meno che non crei un nuovo partito, per riunire tanti geni accanto a sè. Allora magari un giorno te lo ritrovi a capo del governo.

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Giochi linguistici (in memoria di Tullio De Mauro)

In un’altra vita mi sarebbe piaciuto andare lassù nel Klondike, per diventare un cercatore di sogni d’oro. Ma forse sarebbe bastato essere un addetto alle pulizie, che riuscisse a lavare i denti così bene fino a schiarire le idee. Oppure vorrei essere un dietologo per dimagrire i discorsi, eliminando le parole ricche di grassi e di zuccheri superflui. O un ascensorista, così da mandare giù i bocconi amari tutti d’un colpo, senza passare dal via e ritirare le venti mila lire.

Però un giorno farò una grandissima partita a scacchi e riuscirò a dare scacco matto. Così matto da fermarmi ad un semaforo con la musica della macchina a tutto volume, scendere e improvvisare passi di danza al suono dei Beach Boys. Perché bisogna sempre cercare scomesse improbabili e obiettivi possibili, ma soprattutto è meglio aggiungere vita ai giorni che giorni alla vita.

Allora potrei ricaricare le batterie così da rimanere sempre collegato, prima di tutto con le realtà. Oppure potrei fare un corso di cucina, per imparare a elaborare idee originali. Certo la cosa migliore sarebbe diventare un nuotatore, per sapersi tenere a galla anche in un mare di guai. Anche se io preferisco le montagne: pensa che bello sarebbe diventare un maratoneta, per correre in salita lungo i più impervi percorsi mentali.

Peccato che in matematica non ero bravo, altrimenti all’università invece che filosofia avrei potuto fare architettura, così forse avrei saputo costruire un futuro diverso. Sicuramente non avrei potuto fare il poliziotto, anche se fare degli arresti cardiaci a volte poteva essere utile. Ma anche il giardiniere e curare le piantine, così da sapersi orientare anche senza navigatore: che poi perché il navigatore? Mica vado mai in barca. Mah!

Più di qualsiasi altra cosa però mi piacerebbe diventare un osservatore per guardare il mondo con gli occhi dei cani. Che forse non parlano, ma sicuramente un linguaggio ce l’hanno. Eccome se ce l’hanno.

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I can’t stop thinking about you

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E così anche questo 2016 volge al termine. Terremoti, attentati, incidenti, crisi di governo…se guardo quello che è successo nel mondo non posso che confermare il detto “anno bisesto anno funesto”.  Ma infatti l’ideale sarebbe non leggere i giornali, né guardare la televisione e magari concentrarsi sui propri confini: non per egoismo o per menefreghismo. Al contrario. Con la convinzione che le nostre singole storie siano piccoli tasselli della Storia con la S maiuscola. E se miglioriamo loro, le nostre realtà quotidiane, contribuiamo a costuire un insieme diverso. E allora, dal mio punto di vista, questo duemilasedici non è mi dispiaciuto per niente.

La tradizione del blog vuole che questi siano i giorni dei bilanci, delle classifiche delle cose più belle dell’anno trascorso: sui libri ormai vi intrattengo periodicamente con i consigli di lettura quindi non mi dilungo. Dovessi dire un solo titolo fra la trentina abbondante che ho letto quest’anno, direi che il podio va al solito Lansdale, con Paradise Sky romanzo storico bellissimo su uno dei più famosi sceriffi di colore nella storia degli Stati Uniti a cavallo fra 800 e 900 (non era nella collana dei “consigli” e quindi ve lo suggerisco ora!).

Sulla musica poco da segnalare: bello Revolution Radio dei Green Day, ma niente di trascendentale, sui loro livelli, comunque secondo me sempre elevati. Una menzione per A Headfull of Dreams dei Coldplay e soprattutto 57th & 9th di Sting, perché avevo perso le speranze per entrambi: invece hanno tirato fuori due CD di buon livello. Certo, se devo emozionarmi con la musica, per fortuna c’è sempre il boss: mi hanno regalato The Ties that Bind, cofanetto che racchiude tutto il lavoro edito e soprattutto inedito di The River e debbo dire che ne è davvero valsa la pena.

E il concerto del Boss di luglio è stato sicuramente l’evento dell’anno. Insieme ai vari festeggiamenti per le ricorrenze che sono cadute lungo questi 366 giorni: i miei 50 anni, i 18 della mia principessa, i 30 anni insieme alla mia dolce metà. Tante ricorrenze, tanti festeggiamenti, tanti viaggi: ermeneutici, ma non solo. In giro per l’Italia, in giro per il mondo: Monaco, ma soprattutto Cuba, su cui però già vi ho ampiamente raccontato. Adesso ricominciamo a mettere i soldi da parte per i prossimi!

Cosa augurarsi per questo 2017? Libri da leggere, musica da ascoltare, viaggi da organizzare (e da scrivere). Ma soprattutto grandi, grosse, grasse risate. Alle spalle di chi non coglie l’ironia, alla faccia di chi si crede chissà chi, ma soprattutto insieme agli amici più cari. Quelli a cui non riesci a smettere di pensare, quelli dalle mille parole e quelli dai silenzi condivisi, quelli delle buonanotte e dei buongiorno, quelli vicini, ma soprattutto quelli lontani (che a volte sono i più vicini), quelli da tirare su e quelli con cui lasciarsi andare. Quelli con cui è impossibile litigare, quelli che sai puoi anche insultare quando ti gira storto, tanto sai che non se la prendono. Gli amici di sempre e quelli per sempre. Gli amici, senza altri aggettivi.

 

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Fai le cose per bene

Non esiste nessun manuale che parli del problema essenziale della manutenzione della motocicletta: tenere a quello che si fa. Questo è considerato di scarsa importanza, o viene dato per scontato. (“Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta”)

Dicono che invecchiando si diventa più saggi. Dicono pure che, come il vino, invecchiando si migliora. Una bugia consolatoria talmente palese che non ha bisogno di ulteriori commenti: il vino invecchiato diventa aceto e noi da vecchi, siamo certamente peggio di noi da giovani. Io per esempio non mi trovo mica migliorato. Manco per niente. A calcetto non corro più come prima, sono meno veloce, meno resistente, meno potente. La testa dice una cosa, le gambe ne fanno un’altra. E meno male che invecchiano anche i miei compari del giovedì!

Ma anche sul discorso della saggezza avrei qualche dubbio. Ad esempio, sempre riferendomi al sottoscritto, mi accorgo di essere diventato molto più intollerante di un tempo. Cose che qualche anno fa non mi davano particolare fastidio, cose che quasi non notavo, adesso mi urtano i nervi. Non è mica segno di saggezza. No, no. Ed anzi, le ultime briciole di saggezza, legate probabilmente agli ultimi barlumi di giovinezza che albergano in un cinquantenne, sono proprio le resistenze interne che mi fanno evitare scenate senza senso, che mi fanno alzare il sopracciglio invece che la voce. Insomma, che evitano, per il momento, di trasformarmi in un vecchio brontolone e litigioso, esattamente come quei vecchi brontoloni e litigiosi che ho sempre detestato. Comunque, io vi ho avvertiti per tempo.

Una riprova di questo la ritrovo nelle piccolezze, perché è nelle piccolezze che si valutano le questioni. Ad esempio, nel modo di fare le cose. E’ evidente che ci sono infinite modalità di compiere qualsiasi gesto, dal più nobile al più banale, dal più importante a quello quotidiano. Ultimamente mi trovo (troppo) spesso a mettere attenzione al modo in cui le cose vengono fatte. E purtroppo mi trovo (troppo) spesso a pensare che la fretta, la disattenzione, la superficialità, ci porta a fare le cose a cazzo di cane, non esattamente nel modo più giusto in cui andrebbero fatte.

Non dico che dovremmo usare una stilografica per scrivere la lista della spesa o mettere il cappello da chef per fare una fettina in padella, però mi sembra che più andiamo avanti e più la modalità “organo riproduttivo di segugio” sia la regola e non l’eccezione del fare. Del resto l’usa e getta impera. Sembra (anzi, ne sono certo) che le cose siano pensate e realizzate già con una data di scadenza, fatte per non durare, né tanto meno per essere riparate. E non solo i vestiti di H&M (non me ne voglia la suddetta marca, ce ne sono anche di peggio, ma mi sembra quella più simbolica per indicare questo genere di cose) o i mobili di MondoCovenienza. Le cose che si leggono, i film che si vedono, la musica che si ascolta. E forse anche i sentimenti: del resto per diventare amici, basta un clik su facebook, il quale FB ci dà persino i consigli, proponendoci quelli che a suo avviso potrebbero essere amici nostri! Lo so, sembra un discorso nostalgico (e che volete, i cinquantanni si sentono), sembra la classica premessa per dire che invece una volta le cose erano meglio di oggi. Il classico discorso da vecchio brontolone appunto.

La realtà è che forse dobbiamo (perché uso il plurale? forse perché ho l’illusione di non pensarla solo io in questo modo?) semplicemente rivedere i parametri: la nostra vita si allunga, le distanze (quindi lo spazio e il tempo) si accorciano, le cose durano di meno. Forse è anche giusto (oltre che sano) cambiare unità di misura. Fosse semplice! Ma io non dico che un romanzo dev’essere per forza Guerra e Pace o che un’amicizia fatta oggi deve per forza durare tutta la vita. Non pretendo che il divano appena comprato duri per trent’anni o che una nuova canzone sia un capolavoro come Can’t find my Way Home. I capolavori escono fuori raramente, a volte anche una sola volta nella vita. Proprio per questo però a volte, al di là del cosa fai, è importante il come. Mangiare tutti i giorni caviale e champagne non è possibile e forse non sarebbe neanche gradevole. ma se la fettina in padella prima la condisci con aglio, rosmarino e aceto balsamico, se la metti su dopo che hai scaldato un po’ l’olio, se la fai cuocere senza bruciarla, alla fine è più buona. Bisogna tenerci a quello che si fa. In fondo anche i più grandi hanno scritto pezzi semplici, banali, orecchiabili. Ma allora, che almeno sia come Valerie.

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Consigli di lettura non richiesti / 13. Strout – Howard

Prossimi al Natale avete dimenticato qualche regalo? Gli impegni lavorativi vi hanno distolto dagli acquisti ed ora non sapete come rimediare? Niente paura! Ecco per voi due suggerimenti che vi faranno fare un figurone con il minimo sforzo.

Partiamo con I ragazzi Burgess, di Elizabeth Strout. Una bella storia americana, profondamente americana, che ricorda i colori delle foglie d’autunno in Massachusetts. La storia dei tre fratelli, così vicini, così lontani, segnati da una tragedia che ne ha influenzato le vite in maniera determinante. Una storia che è quasi un percorso psicologico lungo i sentimenti per scoprire ciò che lega e che rende simili al di là delle più o meno reali differenze. Un romanzo da gustare con un bicchiere di whiskey, ascoltando vecchie canzoni di Frank Sinatra.

Il secondo consiglio è per una saga che mi ha letteralmente rapito quest’estate, impegnando ed assorbendo quasi completamente le mie letture agostane. Si tratta della La Saga dei Cazalet di Elizabeth Jane Howard (oggi tutti consigli su autrici donne che si chiamano Elizabeth, pubblicati in Italia da Fazi, che in effetti è un editore che mi piace molto). Ovviamente vi consiglio di partire dal primo volume, Gli anni della leggerezza, ma sono sicuro che una volta iniziato non potrete fare a meno di proseguire con gli altri due (se ho ben capito ci sono poi altri due volumi che non sono stati ancora tradotti in italiano). I Cazalet sono una grande famiglia inglese e la saga ne racconta la storia dagli anni 20 fino al secondo dopoguerra. Io che amo Wodehouse non potevo non rimanere incantato di fronte a queste pagine, che descrivono quell’Inghilterra ancora legata alle tradizioni monarchiche, ma già proiettata verso il futuro. Tutti i personaggi sono descritti in maniera mirabile, tant’è che dopo un normale disorientamento, si riesce a seguirne le storie con tranquillità (comunque nel primo volume c’è un utile elenco anche con i legami di parentela che uniscono i vari protagonisti). Non mi stupirei se ne facessero una trasposizione cinematografica, perché il materiale c’è e sarebbe facilmente riadattabile.

Come sempre, buona lettura a tutti!

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Che ti regalo per i 50 anni?

E così siamo arrivati! 365 giorni dopo questo post, dove elencavo tutto quello che avrei voluto fare prima di oggi, ci siamo. Mi sa che ora mi toccherà anche aggiornare l’about del blog! Come era largamente prevedibile ho bucato gran parte dei dieci obiettivi che mi ero ripromesso di raggiungere: per la precisione, non ho giocato più partite, non ho letto più libri, non ho preso più metropolitana, non sono tornato in America (ma sono andato a Cuba), non sono andato a più concerti (a quello del Boss però sì!), non ho discernuto…discernito…non ho saputo discernere (tiè!) meglio le persone, non ho pubblicato un nuovo romanzo (a breve però…), ma in compenso ho continuato a scrivere post minchioni (e va be’, questo era facile) e posso dire di essermi abbastanza avvicinato a quello che avevo detto essere il vero obiettivo. No, non quello di fare la colonscopia, anche se sono molto soddisfatto di averla fatta perché per me era un po’ come affrontare il Ciciarampa. Se è per quello sono anche molto soddisfatto di aver rinnovato la patente. Infatti dopo i 50 i rinnovi vanno fatti ogni 5 anni. Quindi, avendolo fatto ai 49, anche solo per pochi mesi, mi vale per dieci anni. Un bella soddisfazione!

Ma per restare nella stretta attualità, tutti mi chiedono, cosa vorresti per regalo? A parte rispondere un gratta & Vinci con 500 mila euro, sono molto in difficoltà. Primo perché i regali mi piace molto più farli che riceverli. Secondo perché i regali che apprezzo di più sono i libri e i CD. Ma i CD nuovi decenti ormai sono sempre più rari, i libri li leggo praticamente solo su kindle e quindi ecco lì che davvero non so cosa rispondere. 50 anni però non è che si compiono tutti gli anni e quindi, per chi volesse proprio cimentarsi, ecco la lista dei regali che mi piacerebbe ricevere.

Una bussola per orientarsi per davvero. Non quello che ti dicono dov’è il nord. Diciamo la verità, ma chissene importa di dov’è il nord! Una bussola che ti indichi quando sarebbe meglio tacere e quando invece sarebbe meglio parlare. Un ago che indichi se sia meglio stare fermi o andare, che ti dica dove andare e con chi.

Un rilevatore di bugie. Un aggeggio che, appena qualcuno dice una bugia si illumina, oppure si mette a suonare. O magari fa una pernacchia. Immaginate che bello accenderlo davanti al telegiornale. O in ufficio, quando sei ad una riunione con i capi. Ovviamente ci vorrebbe un interruttore così da metterlo in stand by, perché a volte qualche bella bugia fa anche piacere.

Un metro per le persone. Non quelli in centimetri che servono a misurare quanto sei alto. Piuttosto un metro per capire quanto sia opportuno/sano/corretto/appropriato/utile avvicinarsi e quanto allontanarsi dagli altri.

Un raccoglitore di tempo. Una cosa tipo un registratore: stai vivendo un bel momento, tranquillo con gli amici, felice, con la persona che ami? E quello lì si mette a registrare. Poi più tardi ti metti comodo, schiacci un tasto, e te lo rivivi tutte le volte che vuoi. Poi potrebbe funzionare anche con il tasto FF (vai avanti veloce), per velocizzare i momenti noiosi. Questo sarebbe proprio un bel regalo.

Un trasformatore che converta le scoregge in palloncini colorati. Questo lo ammetto, sarebbe davvero un regalo un po’ naif. Però il mondo diventerebbe un posto più colorato. E anche meno puzzolente.

Una gomma da masticare autorigenerante. Premetto che io odio le gomme da masticare. Però, ad esempio contro l’alito cattivo, sono utili. Il problema è che appena le mangi sono buone, gustose, rinfrescanti. Ma dopo circa una quarantina di masticate, ecco lì che diventano stoppacciose, emerge prepotente la loro natura gommosa e diventano insopportabili. Se invece si rigenerassero, continuando ad essere morbide e succose per 4 o 5 ore, allora forse ricomincerei ad apprezzarle.

Un elimina rotturedicoglioni. Ancora devo immaginare come potrebbe funzionare. Tipo una pistola ad acqua: si presenta la rottura di minchioni tu spingi il grilletto, spruzzzzz e via, eliminata. Dai, non sarebbe mica male!

Un aspiratore di nuvole per far splendere il sole quando serve. Questo sarebbe davvero un bel regalo. Il giovedì sera calcetto? Ecco lì che a partire dal pomeriggio una bella aspiratina intorno al cielo nei dintorni del campo e giochi all’asciutto (che alla nostra età, non è che sia proprio salutare giocare sotto l’acqua). E vogliamo parlare dei fine settimana funestati dalle nuvole? Mai più.

Tornando all’obiettivo di 366 giorni fa, avevo detto che avrei voluto dare leggerezza ai pensieri e profondità ai sentimenti. Questo era l’obiettivo prima di arrivarci e resta l’obiettivo ora che sono arrivati. Ecco, il regalo più bello è il piccolo o grande aiuto che ognuno di voi mi vorrà dare per raggiungerlo. Senza dubbio il più bello ed il più gradito!

Se invece arrivate lunghi, proprio all’ultimo minuto, non sapete che fare, fra una bottiglia di amaro, la discografia completa di Raffaella Carrà o una scatola di cioccolatini, se posso scegliere, allora preferirei un biglietto aereo per Cuba. E fate sempre la vostra bella figura.

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