“Perché così duro? – disse una volta il carbone al diamante – non siamo forse parenti stretti? Perché così teneri chiedo a voi, non siamo in fondo fratelli?” (F. Nietzsche)
Essere resistenti, ma flessibili. Assorbire i colpi, modificando in modo elastico i propri confini, essere capaci di adattarsi agli attacchi esterni, resistendo all’usura del tempo, autoripararsi, tornare alla situazioni ideale dopo aver subito un danno. Affrontare in maniera positiva agli eventi traumatici, essere capaci di riorganizzare la propria vita superando le difficoltà. Se non ti uccide ti fortifica.
Chi è che non vorrebbe essere resiliente? Chi non vorrebbe essere capace di adattarsi ai cambiamenti, assorbendo quello che ti colpisce da fuori, come una spugna? In fondo non è questo l’insegnamento delle filosofie e delle religioni orientali? Diventare saggi sarebbe superare i turbamenti del mondo, imparare a farsi scorrere le cose come acqua su una parete liscia.
Ieri faceva freddo. Molto freddo. Freddissimo. Un vento gelido e una pioggia battente ha spazzato la città. Volevi sembrare duro? Volevi farci credere che facevi sul serio? Così, tanto per darti un tono. Oppure per farci capire che se vuoi te ne sbatti del buco dell’ozono, te ne freghi di noi e dei danni che possiamo fare. Sei ancora il padrone del tuo destino. Se solo volessi potresti ancora decidere di essere quello che vuoi, signore della tua vita, incurante delle conseguenze.
Ma in realtà era una bugia, una commedia. Oggi è di nuovo primavera. E’ bastato un battito di ciglia e ti sei sciolto come neve al sole. Allora facevi solo finta? La realtà è che lo sai anche tu, le bugie hanno le gambe corte. E poi, soprattutto, se nasci tondo non puoi morire quadrato.
E la resilienza, a dirla tutta, mi fa proprio schifo.
When I was a child I had a Fever, my Hands felt just like two Balloons. Now I’ve got that feeling once again. I can’t explain you would not understand, this is not how I am. I have become comfortably numb.
L’idea che un blog che ha la parola viaggi nel titolo non parli di viaggi mi piaceva molto, perché sottolineava l’intrinseca minchioneria del contenuto. Però adesso questo soggiorno londinese merita due righe di commenti e così inauguro una nuova categoria: i Diari di viaggi.
La vacanza non poteva cominciare peggio. Arrivati a Ciampino abbiamo scoperto che a causa di uno sciopero dei controllori di volo la partenza prevista per le 10 era spostata forse, non sappiamo, chissà, alle 16. In realtà poi siamo partiti alle 19, bruciando la prima giornata e mandando giù tali e tante maledizioni al personale Enav e ai sindacati tutti, che mi stupisco che non sia stata segnalata dai giornali una qualche epidemia di dissenteria fra le suddette categorie.
Effettivamente, abbandonando per un attimo il tono minchione, mi chiedo, se sia giusto che per rivendicare i miei diritti io debba scassare i minchioni rovinare i programmi di persone qualunque che non hanno alcuna responsabilità di quello che mi capita. Lo sciopero dovrebbe essere un mezzo per colpire il proprio datore di lavoro affinché riconosca dei diritti violati. Ma è mai possibile che io diventi ostaggio delle tue richieste? E’ possibile che per far valere queste richieste tu possa impunemente colpire i miei diritti? Tra l’altro al datore di lavoro se ne sbatte allegramente gli zebedei non importa assolutamente un fico secco dello sciopero in questione, non viene minimamente scalfito da queste azioni. Va be’, torniamo minchioni che forse è meglio.
A differenza di Venezia (che com’è noto è bella ma non ci vivrei), penso proprio che a Londra potrei viverci molto volentieri. La città mi è piaciuta veramente tanto. Al di là delle varie cose da vedere, i musei, le attrazioni è la sua atmosfera cosmopolita che ti avvolge e ti affascina. Mi dà idea che 2000 anni fa, Roma ai tempi dell’impero doveva essere una cosa del genere. Passeggiando per strada o entrando in una vagone della “tube” potresti incontrare qualcuno con una tazza del cesso in testa e probabilmente nessuno si volterebbe a guardare. Una tazza del bidè no, perché quello non ce l’hanno (da qui il simpatico nomignolo di culizozzi, come vengono affettuosamente chiamati dai nostri compaesani che vivono lì gli abitanti della perfida Albione).
E parliamo dei compaesani. Sono tanti, forse anche troppi! Li incontri ovunque, ma non solo turisti. Praticamente ci sono più italiani a Londra che a Bologna. Avrete la sensazione di essere in Italia molto di più prendendo un vagone della District o della Circle Line, piuttosto che la linea B della metropolitana di Roma in direzione Re Bibbia. Nonostante questa presenza esagerata non sono riuscito a bere un caffè decente e questo forse, a parte il già ricordato bidè, è l’unica cosa che mi è mancato dell’Italia. In realtà mi sono mancati anche un sacco di soldi per comprare tutto quello che avrei voluto, ma per quello non c’era bisogno di andare a Londra. Che è una città carissima. Qualsiasi cosa costa molto di più che qui ed il fatto che la Sterlina stia ormai veleggiando verso un euro e mezzo non aiuta. Ottima la scelta del residence, che almeno la sera ci ha permesso di mangiare in modo decente, senza farci spennare.
Ma veniamo al racconto, se no che resoconto è? In 4 giorni non si riescono a vedere tutte le cose che varrebbe la pena visitare, perché in realtà, a secondo dei gusti e degli interessi ci sarebbe da trascorrere un mese senza vedere tutto. Anche i posti che visiti puoi vederli sommariamente in due ore, come abbiamo fatto noi o passarci giornate intere. Essendo un gruppo eterogeneo, fatto anche di pargoli piccoli, adolescenti e diversamente giovani, abbiamo cercato di mischiare cose serie a cose più frivole. Quindi in rapida carrellata ecco a voi la nostra 4 giorni a Londra.
Primo giorno, mattino British Museum, pomeriggio giro a Piccadilly e strade dello shopping. Secondo giorno, mattino Westminster e Big Ben, la Tower of London, pomeriggio giro in battello sul Tamigi fino a Greenwich (che a differenza di tutte le regole di pronuncia che ci hanno insegnato si dice Grenich. Se dite Grinuich, come abbiamo sempre fatto, vi guardano con aria fessa e non vi capiscono). Terzo giorno il mercato di Campden Town (secondo la mia personalissima classifica il posto più bello di tutti), poi nel pomeriggio qualcuno al Museo delle Cere e qualcun altro al tour guidato a Stanford Bridge, casa del Chelsea. Quarto giorno giretto a Hyde Park a rincorrere gli scoiattoli e visita al museo di Storia Naturale, pomeriggio da Harrods (forse l’unica tappa che non rifarei: immaginate una Rinascente di Piazza Duomo a Milano a cui hanno dato epo e doping fino a farla esplodere).
Mancano ancora un sacco di cose: la National Gallery, Portobello, London Eye, un musical e una partita di calcio in uno dei tanti stadi della città. Insomma, Londra chiama e noi ci torneremo, speriamo presto.
L’occasione di un viaggio non ermeneutico e quindi la forzata assenza di qualche giorno dal blog mi dà lo spunto per riportare su uno dei primi post del blog. Una cosa scritta quasi dieci anni fa, che ai suoi tempi addirittura vinse uno di questi minchionissimi premi di una altrettanto minchiona rivista on-line per aspiranti scrittori (rigorosamente minchioni, ovviamente). Ma che, a prescindere da tutto, mi aveva divertito molto scrivere. Buona lettura e a rileggerci tra qualche giorno!
Il giorno in cui tutto era diverso. Quel giorno di novembre quando le formiche cominciarono un po’ ad alterarsi. Con quel caldo che faceva loro continuavano a sgobbare, facendosi un notevole fondoschiena, mentre quelle donnine allegre delle cicale continuavano a cantare a squarciagola, neanche fosse piena estate. Eh che cazzo Lafontaine! Ma mica vale così! A questo punto, noi avremmo dovuto starcene tranquille a bere e a trombare al calduccio dei nostri formicai e quelle peripatetiche delle cicale avrebbero dovuto essere già belle che schiattate…allora? Dobbiamo scioperare anche noi? Dobbiamo scendere in piazza? Bloccare la città come fossimo blechebloc? Guarda che non ci mettiamo niente, eh! Tanto il passamontagna nero neanche ci serve! Scesero in piazza miliardi di formiche, secondo la questura però erano centinaia di milioni.
A quel punto davvero qualcosa sembrava diverso. Ma era una sensazione sbagliata. Non c’era qualcosa di diverso. Era tutto completamente diverso. Gli uomini…
E’ proprio in quel momento che ne prendiamo consapevolezza. Senza capirlo, senza spiegarlo. Perché non c’è una ragione, non c’è un motivo. Non uno solo, almeno. Semplicemente lo sentiamo sulla pelle, come la pioggia, come il freddo o il caldo. E lo sentiamo perché siamo nudi, senza protezioni, indifesi. Non c’è alcuna soluzione, non c’è alcun riparo. Forse possiamo ricordare. Possiamo farci tornare alla mente i giorni in cui pensavamo di essere forti. O forse possiamo provare a ridere, perché quello nessuno potrà mai togliercelo. Ma soprattutto possiamo stringerci e abbracciarci forte e cantare insieme.
Finestre blu dietro le stelle luna gialla che sorge grandi uccelli che volano attraverso il cielo gettando ombre sui nostri occhi ci lasciano senza riparo indifesi, indifesi, indifesi
Ovindoli, una domenica di marzo, sulla spianata in fondo alle piste da sci, incontriamo nuovamente i nostri amici Umberto e Cristina di cui qui vi avevo raccontato qualche perla di saggezza estiva.
LUI. Umberto, già lo conosciamo è grosso, tanto grosso, del resto la palestra è la sua principale occupazione. D’inverno non può sfoggiare i suoi mitici tatuaggi, ma la bandana in testa non manca, occhiali da sole, tuta da sci verde ramarro con inserti gialli e arancioni. Praticamente uno stabilo boss ambulante.
LEI. Cristina è bionda tinta, è più minuta, ma il fisico palestrato non è da meno. Anche lei bandana in testa, occhiali da sole, tuta da sci fucsia e celeste (gli altri due colori degli evidenziatori che mancavano a lui, perché certa gente ci tiene ad essere precisa).
LEI. Aho! Sei arivato, ma quante piste te sei fatto, me ne stavo annà. Poi tu me lasci tutta sola, nun sai ch’ è successo…io stavo qua tutta tranquilla a ripià fiato e ce stava uno che me guardava. Sai quanno te guardeno come pe’ dì, ma io te conosco, ma io mica o conoscevo. Allora s’avvicina e me fa, “Ciao bionda, ma dove ci siamo già visti? Che per caso d’estate stai ar Trocadero a Ladispoli?” “No, guarda, te stai proprio a sbaja. Io vado a Torvaianica” “Però me pareva, senti io comunque so Cristian e tu come t’antitoli” “Eva” “Aho, bello è un nome bibblico, come Abramo e Eva!” “No, come evapora, che mo’ ariva er ragazzo mio e si te vede qua ‘ntorno t’appiccica ar muro come ‘na gomma da masticà.” Ma n’hai capito, amo’? Ce stava a prova’. Amò, ma me stai a sentì?
LUI. Eh? Sì, amò hai fatto proprio bene.
LEI. Er fatto è che tu me lassi sempre sola, te ne vai de qua e dellà, cori, ma che te cori? Che te credi da esse Arberto Tomba, io nun je la faccio mica a statte dietro. E poi manco ce volevo venì, oggi a Porte de Roma ce staveno pure le svendite da eccendemm, Giorgia m’aveva detto e dai, viecce pure tu, che ce vai a fa, a te la neve manco te piace, giusto perché tu madre ha ‘nsistito “e dai, annate a scià, c’abbiamo casa, nun ce va mai nessuno, allora me la vendo” Ma anfatti, perché nun s’avendono sta casa? Eh amò, secondo te?
LUI. Eh? Sì, amò t’ho detto che hai fatto bene.
LEI. Seeee ciao ni. Umbè o vedi come fai? Io parlo ma tu mica me stai a sentì.
LUI. A Cristì io devo annà ar bagno, dev’esse stato er cappuccino co la bomba calla. Nun te sto a sentì, perché se no me caco sotto.
LEI. Amo, sei propio ‘na bestia.
Eh sì, è tardi per cambiare stile di vita. Per pensare di poter diventare qualcosa o meglio qualcuno di diverso. E’ tardi per imparare a sognare oppure per smettere di farlo. Per ritenere che ci sia la possibilità di cambiare il verso delle cose o il finale della storia. E’ tardi per immaginare un nuovo inizio, per recriminare ed anche per inventare scuse puerili. E’ tardi per far finta di non ricordare com’era prima. E’ tardi.
E’ tardi per giocare e forse anche per aspettare qualcosa o qualcuno che sappiamo non arriverà. E’ tardi per pensare di smettere o per chiedere scusa. E’ tardi per chiedersi su chi poter contare ed anche su chi valga la pena aspettare. E’ tardi per fingere. Soprattutto per fingere che non ci importi di nulla e di nessuno. E’ tardi per smettere di fidarsi degli altri. E’ tardi per pensare che il malox, oppure il sesso, sia la soluzione dei problemi senza soluzione.
E’ tardi per rimpiangere le cose che non torneranno più. E’ tardi per smettere di dire bugie, soprattutto a se stessi. E’ tardi per farsi domande a cui non possiamo rispondere. E’ tardi. Ma forse non ancora troppo tardi
Non è mai troppo tardi per essere quello che sareste potuti essere (G. Eliot)
Stasera mi va di raccontare una vecchia storia. Spesso ci vogliamo sentire simili agli altri, ci vogliamo omologare, quasi per forza, per non sentirci esclusi. A volte, al contrario, ci piace marcare le differenze. Pensarci diversi ci aiuta a sentirci migliori. Ma a volte non è così semplice stabilirlo in modo netto e somiglianze e differenze rischiano di confondersi.
C’era una volta un uomo che odiava il razzismo.
Disprezzava i razzisti e non perdeva occasione per prenderli in giro, per sottolineare tutto il suo disprezzo verso le loro idee. “Odio i nazisti dell’Illinois” era una delle sue citazioni preferite. Perché lui credeva fermamente che l’uguaglianza fra gli uomini fosse un principio assoluto ed universale. Era profondamente convinto che tutti gli uomini avevano gli stessi diritti senza alcuna differenza di sesso, di razza, di religione. Così aveva cresciuto i propri figli.
Persino a livello grammaticale non sopportava il modo di dire “noi altri”, che presupponeva sempre un “voi altri”, quasi a voler sottolineare l’estraneità del “voi” rispetto al “noi”.
Un giorno nella sua città ci fu un delitto orrendo: un uomo e sua figlia di pochi mesi, furono barbaramente uccisi. Il nostro uomo, come sempre, partecipò allo sdegno generale. Provò molta pena per quell’uomo ucciso ed il fatto che fosse straniero non aggiunse e non tolse nulla a quel sentimento. Pensare che una bimba di pochi mesi potesse morire così, per pochi soldi era orribile, intollerabile.
Gli assassini furono presto individuati: erano stati ripresi da alcune telecamere e avevano lasciato tracce di dna sulla refurtiva. Anche loro erano stranieri. Quando lo seppe il nostro uomo, per un attimo tirò un sospiro di sollievo. Fu solamente un istante. Quel breve lasso di tempo in cui le emozioni arrivano prima dei ragionamenti. Come la luce prima del suono. Un momento soltanto. Quell’uomo capì che c’era ancora molta strada da fare.
Le domande sono importanti. Sì, certo, anche le risposte. Ma le domande di più. Le domande fatte bene a volte non hanno bisogno delle risposte. Pensate alla fantasia che c’è nelle domande dei bambini, nella loro ossessiva, retorica, a volte urticante sequela di “perché”. O alla profondità di pensiero della filosofia. Molto, molto più importanti le domande, di qualsiasi possibile risposta. Anche perché ogni possibile risposta non esaurirà mai la domanda. Ne farà nascere di nuove, sempre più ricche, sempre più profonde.
Ci sono domande retoriche, dove la risposta è scontata, o domande paradossali, domande curiose e domande imbarazzanti, domande sciocche e domande inopportune. Domande che escono fuori come fiumi in tempesta, come una scariche di elettricità, come una gazzelle nella savana, come un tornado di vento in un tunnel. Domande oziose, fatte giusto per aprir bocca e dargli fiato, oppure domande fastidiose, fatte apposta per far innervosire l’interlocutore. Domande che contengono le risposte e domande di cui non vorremmo mai sentire la risposta. Io, che notoriamente sono curioso come una scimmia, tendo sempre a fare troppe domande. Se mi fermo un momento a ragionare magari scopro che non è che mi interessa poi così tanto delle risposte. Ma vuoi mettere il gusto di chiedere?
Le persone andrebbero giudicate dalle domande che pongono, più che dalle risposte che danno. Poche cose fanno capire il livello di intelligenza o di stupidità di qualcuno quanto le domande che fa. A parte forse il rifarsi le sopracciglia. Perché è dalle domande che si capiscono le cose, molto più che dalle risposte. Può capitare di non avere una risposta. Peggio, molto peggio è il non avere più domande. O fare la domanda, già sapendo la risposta.
E così fa di nuovo freddo. Magari la pianteranno tutti di rompere: il riscaldamento globale, non piove più, il buco dell’ozono, piove troppo, le alluvioni mica c’erano prima, perché fa troppo caldo, i ghiacciai poverini. Invece no fa freddo, fa troppo freddo, le scie chimiche, l’era glaciale. Cambiate troppo spesso idea! Anche io però. Sono meteorologico e un po’ meteoropatico. Molto simpatico, ma poco pratico. Un tipo atipico, come un segnale fonetico. Un anno sabbatico o un impianto eolico.
Così tiro a indovinare, ma non ci azzecco mai. Allora tiro la palla contro il muro. Ma spesso vince il muro. E infatti il muro è molto spesso e ci si para davanti all’improvviso. Siamo in motorino ora, ma riusciamo a sterzare. E continuiamo per la nostra strada. Stiamo arrivando. Ma lo sapevo che non dovevamo venire in motorino. Sto scomodo. E non so come reggermi. Non mi reggo. Il problema è che anche gli altri non mi reggono.
Tieni, prendi questi cento euro e non dirlo a nessuno. Anzi, sono troppi, ridammeli e puoi dirlo a chi vuoi. Il fatto è che tu pensi che siamo amici perché sei ricco, hai una Ferrari, un superattico ai parioli e guadagni 100 mila euro al mese. Ma ti sbagli, invece. Sarei amico tuo anche se ne guadagnassi 90 mila. Questo è molto consolatorio per me. Sai ho problemi, soffro di alitosi. A sì? Ma dai! Pensa parlando con te al telefono non me ne sono mai accorto. Io però mi chiedo, cosa ci fa qui questa libreria? Ah, ora ti riconosco…mi stai prendendo in giro! Ma io non sono stupido? La libreria non sta facendo proprio niente. Forse ti sbagli. Su cosa mi sbaglio? Sul fatto che la libreria sta facendo qualcosa? No, sul fatto che non sei stupido.
Comunque, tu inventa una storia credibile ed io farò finta di crederci. Sta a sentire, una volta, ero in Africa, appena svegliato sparai ad un elefante in pigiama. Però non ho mai capito chi gli avesse messo il pigiama. Questo sogno non porta da nessuna parte. Ma se non porta allora parto. Parto e vado via. Ma è un parto difficile, un cesareo. San Cesareo, Colleferro, Anagni, Fiuggi. Fuggi da Fiuggi! Anche perché si sta bene, ma si mangia troppo. Non ci voglio tornare mai più, mi hai detto. Mai dire mai. Anzi, mai dire mais. Nell’insalata. Lo odio. Mi si infila fra i denti, sta robba gialla, ma che siamo galline che mangiamo il mais?
E mentre noi disquisiamo sul mais, arriva il guardiano. Arriva sempre un guardiano, ma questo è grosso e somiglia ad Alberto Sordi e mi dice: A regazzì, cell’hai ‘na casa? E và alla casa! E io ci vado sì a casa. Ma non prima di aver comprato un biglietto per il prossimo concerto della Bandabardò.
Una specie di elogio della fuga, se non l’avesse già scritto qualcuno prima e meglio di quanto potrei farlo io. No Zeus, che hai capito? Ho detto Fuga! Con la “u”, perché sì, questo resta sempre un blog minchione, ma non così minchione.
La questione è semplice. Se fai parte del gioco devi rispettarne le regole. Anche se non le comprendi. Anche se cerchi di comprenderle, ma non ti piacciono. Anche se ti sforzi di fartele piacere, ma poi ti svegli alle 4 del mattino con un fastidioso e persistente mal di stomaco.
Puoi anche pensare di inventarti tu delle regole. Puoi arrivare a mentire, prima di tutto a te stesso. Ma non è così e lo sai bene. E allora chiudi gli occhi e ripeti a te stesso che ce la puoi fare, che in fondo se ce la fanno tutti perché tu no? E intanto ti fermi nell’androne del palazzo senza sapere se uscire oppure entrare. E ascolti il rumore di tacchi che si allontana nella notte e capisci che ormai è andata via, forse per sempre e tu non puoi farci più niente.
Oppure puoi fuggire. Forse non è la via più onorevole, ma è probabilmente l’unica vera alternativa.
“Quando non può lottare contro il vento e il mare per seguire la sua rotta, il veliero ha due possibilità: l’andatura di cappa che lo fa andare alla deriva o la fuga davanti alla tempesta con il mare in poppa e un minimo di tela. La fuga è spesso, quando si è lontani dalla costa, il solo modo di salvare barca ed equipaggio. E in più permette di scoprire rive sconosciute che spuntano all’orizzonte delle acque tornate calme. In tempi come questi, la fuga è l’unico mezzo che rimane per mantenersi vivi e continuare a sognare.” (Henry Laborit, Elogio della fuga)