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Pezzetti di noi

Le piante per diffondere il loro seme utilizzano gli insetti, gli uccelli, la lanugine che grazie al vento può coprire grandi distanze. Molto spesso la creazione funziona così: gli esseri viventi inviano versioni di se stessi verso la grande incognita del futuro. Per far questo si servono di aiuti casuali, spesso inconsapevoli, che non si sa se avranno avuto effetto, se incontreranno condizioni favorevoli, se attecchiranno in un terreno fertile o si perderanno in mezzo ai rovi.

E’ come suonare una musica, lasciando che le note si diffondano intorno, senza una meta precisa, con la speranza però che un orecchio meno distratto possa coglierle e magari rilanciarle, canticchiando il motivo mentre l’ascoltatore si allontana per i fatti propri. O come il profumo di un piatto ben cucinato, che solletica l’appetito e la fantasia di chi lo intercetta, risvegliando in lui antichi sapori apparentemente dimenticati.

Allo stesso modo scriviamo nei nostri blog, lasciando pezzetti di noi nel vasto mare del web, sperando che chi li legga sappia cogliere quello che volevamo trasmettere. E quando magari dopo qualche tempo ci capita di rincontrarli, rileggendo quello che avevamo scritto, ci sorprendiamo un po’, a volte apprezzando, a volte invece domandandoci cosa avessimo in testa quel giorno per scrivere certe cose. Emozioni, sentimenti, opinioni che comunque hanno fatto parte di noi. E se pensiamo che in due anni circa il nostro corpo si trasforma completamente, rinnovando tutte le cellule e il materiale organico di cui è composto, forse proprio il blog, questo contenitoro virtuale di opinioni, ci aiuta a ritrovare la strada di casa, ci aiuta a ricordare chi siamo.

Give a little bit
Oh, give a little bit of your love to me
I’ll give a little bit
I’ll give a little bit of my life for you
Now’s the time that we need to share
So find yourself, we’re on our way back home

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Tutto quello che (non) mi fa bene

L’altra sera ero fuori con Rose per la passeggiatina notturna, con il sigarillo che non avevo fumato di giorno mi godevo il tempore di questo insolito autunno. L’atmosfera era veramente rilassata, venerdì 28 ottobre, la prospettiva di 4 giorni di tranquillità, nell’aria il suono delle cicale. Improvvisamente però un pensiero si è insinuato in questo quadro idilliaco. Come già ho scritto qui il canto delle cicale è una delle cose che più mi rilassa e mi mette di buon umore, ma siamo sinceri, il 28 ottobre non è tanto normale sentirle ancora cantare.

Così mi dibattevo nel duplice sentimento, da una parte l’incanto di quel suono magico, dall’altro l’inquietudine per dei cambiamenti che potrebbero trasformare il mondo così come lo conosciamo. No, decisamente non era giusto, non era sano, che le cicale ancora continuassero a cantare: ma d’altra parte quanto era bello poter stare lì fuori ad ascoltarle, facendo finta che fosse ancora estate? In questa ambivalenza rientrava anche il sigaro: lo so che non mi fa bene, che fumare va contro ogni buon senso, ma quanto mi piace? Mi autolimito ad uno al giorno, ma adesso come adesso mi peserebbe molto farne del tutto a meno.

E da qui ho allargato l’orizzonte. Quante cose facciamo, quante cose apprezziamo, anche se sappiamo che non ci fanno bene? Relazioni tossiche, abitudini sbagliate, vizi privati e pubbliche (apparenti) virtù, buoni propositi gettati al vento, falsi alibi e facili autoassoluzioni. D’altra parte non sono certo il primo a fare una riflessione simile e già duemila anni fa, qualcuno molto più saggio di me ammetteva che “non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio“.

Improvvisamente è passata una moto in accelerazione e si è alzato un venticello fresco: le cicale si sono azzittite, ho spento il sigaro e me ne sono andato a letto. Se ne parla l’estate prossima.

E come il fuoco diventa cenere e l’acciaio diventa ruggine, noi diventiamo saggi. Ma poi non così saggi (Bukowski)

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Il bene di tutti, la responsabilità di ognuno

Capita che anche in una grande metropoli come Roma si spengano le luci. Non per risparmiare l’energia pubblica, come qualcuno aveva ipotizzato, semplicemente per un guasto. Nella strada dove abito e nella parallela ci abiteranno almeno un migliaio di persone, ci sono negozi, bar, persino un ristorante e da un paio di settimane l’illuminazione pubblica non funzionava.

L’altro giorno, stufo di dover camminare in mezzo alla strada per evitare i marciapiedi e i possibili “ricordini” lasciati dai cani (o meglio, dai loro incivili padroni), ho telefonato al numero verde dell’Acea. “Sicuramente ve l’avranno segnalati in tanti, visto che sono due settimane che stiamo al buio, però volevo sottolineare nuovamente che in via Tizio e in via Caio manca la luce dei lampioni“. L’addetto ha preso nota, mi ha ringraziato della segnalazione, dicendo che in realtà non avevano ricevuto chiamate precedenti. Possibile? Ho pensato, figurati se nessuno ha mai chiamato, sicuramente è una scusa! Sarà stato un caso (!), una fortunata coincidenza (!), tant’è che il giorno dopo è tornata a luce.

Forse siamo troppo abituati al fatto che le cose non funzionano. Forse abbiamo ormai fatto il callo alle inefficienze e all’inutilità del denunciare i disservizi. Forse, anzi, sicuramente, siamo sicuri che comunque qualcuno provvederà. A volte però le cose non stanno così: migliorare le cose si può e – guarda un po’ – dipende (anche) da noi: personalmente da ognuno di noi. Inutile pensare che altre persone potrebbero intervenire, non rassegniamoci al mal costume, cominciamo a fare la parte nostra. E forse eviteremo di rimanere a brancolare nel buio.

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Quel che abbiamo, quel che siamo, quel che manca, quel che serve

Rispetto a quel che abbiamo, rispetto a quel che siamo, possiamo dire di essere ricchi. Nella media e con le dovute eccezioni, molto più ricchi di coloro che ci hanno preceduto. Dalle cose pratiche, all’istruzione, dalla salute, alle prospettive di vita, per le condizioni materiali e culturali in cui viviamo, possiamo ben dire, che vivere in quest’Italia del terzo millennio è molto più semplice e molto più comodo rispetto alle generazioni precedenti. Eppure ci manca sempre qualcosa. E questo è un bene, forse, anzi sicuramente, perché se avessimo tutto non avremmo più la voglia di cercare, di scoprire, di trovare cose nuove.

Ma tra tutte le cose che ci mancano, quali sono quelle che ci servono veramente? Torniamo alla premessa di prima. Siamo ricchi, dicevamo, molto più ricchi delle generazioni precedenti: cos’altro ci manca? Nulla o forse tutto. Probabilmente le stesse cose che mancavano in altre epoche. Per questo non bisognerebbe mai confondere ciò che ci manca da quello che veramente ci serve.

Io penso che dovremmo essere amici della nostra vita. Amici autentici, quelli che non pretendono che tu sia migliore di quello che sei. Quelli che ti conoscono e nonostante ciò restano tuoi amici, senza giudizio e senza riserve. Quegli amici che ti vogliono bene e che se c’è bisogno ti aspettano, magari per cantare insieme vecchie canzoni.

“Mi chiedevi che ti manca, una casa tu ce l’hai. Hai una donna, una famiglia, che ti tira fuori dai guai. Ma tutto quel che voglio pensavo, è solamente amore ed unità per noi, stretti in libera sorte, violenti e teneri se vuoi, figli di una vecchia canzone.”

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Il momento esatto in cui

Mi ha sempre affascinato quel paragone che ridisegna l’età della Terra (4 miliardi e mezzo di anni) lungo un anno solare, come se ogni giorno durasse circa 12 milioni di anni. Un paragone che per primi fecero Piero ed Alberto Angela una trentina d’anni fa e che poi è stato ripreso spesso in varie trasmissioni e in diversi contesti.

Secondo questo paragone le prime forme di vita sarebbero apparse nel nostro pianeta intorno alla metà di novembre, i primi animali alla fine di novembre, i dinosauri sarebbero apparsi intono a Santa Lucia e si sarebbero estinti a Santo Stefano. Le prime scimmie antropomorfe sarebbero sorte il 28 dicembre e per i primi ominidi si sarebbe dovuto aspettare l’ultimo giorno dell’anno. A quel punto, in un solo giorno, a distanza di qualche ora sarebbe venuto fuori l’Homo Sapiens, sarebbe iniziata e finita l’ultima glaciazione (circa 10 mila anni fa), mentre allo scoccare della mezzanotte, solo qualche secondo prima, ci sarebbero state l’inizio della civiltà, le piramidi e via via tutta la storia come la conosciamo. Il tutto in una sola manciata di secondi, se paragonato a tutto il resto.

Questa concentrazione di eventi è davvero impressionante. Dalla nostra prospettiva il tempo ha una sua velocità: gli anni, i secoli, i millenni hanno una loro durata, una loro importanza. Se ci mettiamo dal punto di vista della Terra, tutto appare diverso e anche molto meno rilevante. Per un tempo che facciamo fatica a comprendere quanto sia stato lungo, tutto è rimasto su per giù immobile, senza sostanziali variazioni, poi nel giro di un nonnulla è successo di tutto. Ma se vogliamo continuare nei paragoni, anche nella storia dell’umanità ci sono stati lunghi periodi in cui tutto o quasi, sembra sia rimasto inalterato e poi…

In questo scorrere del tempo è forse impossibile, ma allo stesso tempo irrimediabilmente affascinante, cercare di cogliere il momento in cui le cose non sono state più come prima: l’attimo del cambiamento. “Quello che per il bruco è la fine del mondo, per il resto del mondo è una farfalla“. Ma quand’è che il bruco diventa farfalla? Quando la prima scimmia è diventata uomo? Quand’è successo che sono scese dagli alberi e hanno cominciato a camminare, da branco sono diventate comunità, da assembramenti hanno creato i villaggi? E’ stato un processo lento, lo so, ma quando si può dire che ci sia stato un prima e un dopo e cosa ha creato questo cambiamento.

Veniamo a noi, quando è cambiata la nostra vita? Quando possiamo stabilire un prima ed un poi, una cesura netta che determini l’oggi diverso da ieri? La rivoluzione industriale, le guerre mondaili, Il suffragio universale, l’invenzione del frigorifero, internet, la diffusione dei cellulari, l’alta velocità, i voli low cost, il commercio elettronico, la pandemia? Cosa ci ha cambiato radicalmente facendoci diventare quello che siamo oggi? Si sono abbattute le distanze spazio temporali e oggi non siamo più quello che eravamo ieri o quello che erano i nostri nonni e quelli che ci hanno preceduto: ma qual è stato il momento preciso in cui abbiamo abbracciato il cambiamento?

Ma sopratutto, siamo proprio sicuri che stiamo meglio oggi rispetto a ieri?

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Vuoto a perdere

La colpa, caro Bruto, non è delle stelle nostre, ma di noi stessi che ne siamo subalterni” (W. Shakespeare, Giulio Cesare)

Accadono cose in questo nuovo inizio (perché anche voi ormai l’avete capito che l’anno comincia il primo settembre, vero?). Muoiono regine che sembravano eterne, risentiamo mirabilanti promesse pre elettorali che si ripropongono come una peperonata andata a male, gente che si lamenta del tempo (signora mia, che caldo che fa e che umidità, mica è normale), le giornate cominciano ad accorciarsi e le gonne ad allungarsi. Ma soprattutto mi sembra chiara una cosa. Non possiamo far altro che perdere.

Per dirla meglio, in tutta la vita non facciamo altro che perdere: le cose, gli amici, i posti di lavoro, i treni, le parole. Perdiamo di vista, perdiamo le occasioni, perdiamo le partite, perdiamo le staffe e qualche volta perdiamo anche di peso. Il ché non è neanche male.

Ma al di là di tutto, potremmo anche dire che la vita è un percorso per imparare a perdere. Detta in altro modo, la vita dovrebbe abituarci, dovrebbe insegnarci, il cambiamento. Ogni cosa cambia, anche quelle che sembrano immutabili. Ma mentre i cambiamenti provocati e voluti da noi si accolgono facilmente, quelli che arrivano dall’esterno sono spesso inaccettabili.

Il mondo cambia, le situazioni, le persone, noi stessi cambiamo, perdendo quello che avevamo e quello che eravamo. Ma se accettiamo il cambiamento, anche la perdita entra in un’altra ottica. Quella della libertà. Accettare il cambiamento significa riconoscerci liberi, dalle situazioni, dalle persone, dalle idee consolidate, dalle sicurezze. Senza continuare a riempire i vuoti con cose, situazioni, persone che non servono.

Per questo dobbiamo imparare a cambiare, anche se significa il più delle volte perdere qualcosa. Ma l’obiettivo è non perdere noi stessi. E imparare la libertà. Che è faticosa, come il cambiamento, ma è anche l’unica strada per arrivare ad essere felici. E allora vale la pena almeno provarci.

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Conservalo per un giorno di pioggia

Dopo quest’estate torrida, con temperature africane e una siccità sempre più preoccupante, forse dovremmo rivedere il concetto di bel tempo. Non io che sono metereopatico: per me una giornata di pioggia sarà sempre una giornata di merda. E persino in quest’estate bollente se, come oggi, arriva d’improvviso il temporale estivo, mi girano le scatole.

Il fatto è che il bel tempo di quest’estate, il sole e il cielo senza nuvole, sembrava quasi un fatto scontato. Come quelle persone sempre disponibili, quelle che non si tirano mai indietro, sempre pronte a dare una mano: alla fine c’è sempre chi si sente autorizzato a chiedere qualcosa in più. A pretendere qualcosa in più, che se non arriva, fa nascere i malumori. Allora vi chiedo, viaggiatori ermeneutici, la colpa è di chi è troppo disponibile o è di chi esagera a chiedere?

Ma come una sola giornata di pioggia non può rovinare un’estate, così anche i no, non dovrebbero far cambiare opinione su qualcuno. Anzi, dovremmo riuscire ad apprezzare o almeno a valorizzare il buono che c’è in ogni frangente. Che poi, ricordiamocelo, se non si è suicidato Dolce Remì, vuol dire che tutto si può aggiustare.

Non esiste limone troppo aspro da non poterci fare qualcosa di vagamente simile a una limonata”. E’ una delle frasi cult di “This is us“, (probabilmente la serie TV più bella di sempre, a mio insindacabile giudizio) che rende bene l’idea di quello che voglio dire. Continuo ad amare l’estate, il sole, il poter girare mezzi nudi, le finestre spalancate che di notte fanno entrare il suono delle cicale, ma forse dopo questo torrido agosto riuscirò a dare una possibilità anche a una giornata di pioggia, cercando di tirarne fuori qualcosa di vagamente simile ad una bella giornata.

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Fortunati quelli che hanno qualcuno che gli rompe le scatole

Metti un venerdì notte in questa torrida estate del duemilaventidue. Nella casa al mare, con la prospettiva di un fine settimana tra spiagge e bagni rinfrescanti, te ne stai rilassato su una sdraia, sono le 23 e 30, rifletti se andare a letto o continuare a guardare le stelle, con questa leggera brezza marina che finalmente ti fa smettere di sudare.

Metti che tuo figlio, a 70 km di distanza, partecipi ad un torneo di calcetto estivo e pensi bene di farsi diventare la caviglia come un melone dopo un contrasto assassino. “Papà mi accompagni al Pronto Soccorso?

Metti una corsa in macchina con i lavori sulla pontina e sul raccordo, che nemmeno puoi incazzarti, perché se non li fanno di notte, quando li fanno? Ti ritrovi alle 5 della mattina sempre a rimirare le stelle, ma da una panchina fuori del Pronto Soccorso, perché con le norme anticovid ora non ti fanno nemmeno entrare, sperando che non ci sia nulla di rotto.

E insomma, sarà stata la stanchezza di una notte insonne dopo una settimana di lavoro, sarà stata la prospettiva del week end al mare che stava evaporando con il sudore che aveva ripreso a scendere (alle 5 del mattino nel parcheggio del Pertini c’erano 26 gradi), sarà stato il suono delle cicale, saranno state le stelle, fatto sta che mi sono fatto una domanda. Al di là del giovin virgulto, per chi altro sarei disposto a rinunciare a una notte di sonno, ad un week end di vacanza, per chi guiderei come un pazzo a fari spenti nella notte per vedere?

E qualcun altro c’è. Più di qualcuno, a dir la verità. In quel preciso istante, mentre le cicale continuavano a gridare la loro voglia d’estate e le stelle brillavano soddisfatte, mentre la barbona che dormiva nella panchina a canto a me mi chiedeva per la terza volta una moneta (una volta per l’acqua, poi per il caffè, poi per uno snack) ho capito di quanta ricchezza abbiamo. Di quale fortuna inestimabile. Perché appunto, al di là dei figli, per cui non c’è neanche da discutere, se hai parenti, amici o conoscenti, per cui sei disposto a farti sfracassare i minchioni e sei felice di farlo, allora sei un uomo fortunato.

P.S. Per la cronaca niente di rotto, solo una brutta distorsione ghiaccio, riposo e tornerà più forte di prima!

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La situazione è grave, ma non seria

Ricapitolando. I 5 Stelle sono riusciti nell’impresa di suicidarsi politicamente, mettendo su un piatto d’argento la possibilità al centro destra di staccare la spina al governo senza sporcarsi le mani. Nel contempo, così facendo, hanno anche sciolto il PD da qualsiasi eventuale vincolo di alleanza in vista delle ormai prossime elezioni.

Che dunque vedranno, verosimilmente, due schieramenti contrapporsi. Nel primo la pescivendola (con tutto il rispetto e la stima che ho per le mie pescivendole del mercato di Val Melaina) della Garbatella, il reparto geriatrico di Arcore e la razza padana si faranno portavoci del populismo più sfacciato, promettendo tagli di tasse, aumento degli stipendi, congiunture astrali favorevoli, tre volte Natale e festa tutto il giorno. D’altro il PD, libero dal mortifero abbraccio con i pentadementi, non dovrà far altro che affidarsi a Draghi e a tutti coloro che in Parlamento (ma soprattutto fuori da esso) vorranno appoggiare la sua linea politica. Saranno in grado di fare questa scelta, senza se e senza ma? Hanno in mano la carta vincente, ma non sarebbe la prima volta che se la fanno sfilare dalle mani.

Considerazioni a latere. Sarà un caso che abbiano fatto cadere il governo tutte le forze politiche che in passato hanno avuto rapporti più o meno stretti con Putin? Diciamo di sì. Un caso. Con la “s”. Anche se mi verrebbe di scriverlo piuttosto con due “z”.

Seconda considerazione. Una volta per tutte la finiranno con questa filastrocca dei governi non scelti dagli elettori: questa folle legislatura l’hanno scelta quell’oltre 30% degli elettori che votarono 5 stelle. Sarebbe facile dire io (come tanti altri) l’avevo detto, sarebbe facile ora dire che “uno vale uno” non vale neanche quando si scelgono le squadre di calcetto il giovedì sera. L’importante è che sia finita. E’ stato lungo, faticoso, un po’ come il Covid, ma speriamo di esserne usciti.

Terza ed ultima. Le elezioni non sono mai una sciagura: lo scenario oggi è più chiaro, non ci saranno più le contraddizioni e le ambiguità di un governo con dentro forze naturalmente antagoniste. O di qua o di là, non credo ci saranno terze vie: cosa sceglieranno gli Italiani? Una volta tanto voglio essere ottimista.

E poi la gente, (perchè è la gente che fa la storia)
quando si tratta di scegliere e di andare,
te la ritrovi tutta con gli occhi aperti,
che sanno benissimo cosa fare.

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Gli alibi e le ragioni

E confondo i miei alibi e le tue ragioni

Stiamo vivendo un periodo difficile. Sì, è vero, questa considerazione è un evergreen, l’abbiamo sentita ripetere un milione di volte, ma raramente abbiamo vissuto una pandemia mondiale e una guerra nel cuore dell’Europa, con una crisi economica che fa triplicare i costi dell’energia e rimanda indietro i livelli dell’inflazione a 40 anni fa. Insomma, viviamo sempre periodi difficili, ma questi penso oggettivamente siano più difficili di altri.

E come reagiscono i nostri politici? Come affrontano questa emergenza, questa concomitanza di eventi straordinari? Come sempre. Litigando per questioni di lana caprina, cercando di lucrare rendite di posizione e piccoli vantaggi da giocarsi a favore dei propri interessi di bottega. D’altra parte siamo stati noi ad eleggerli e non credo ci sia questa differenza radicale fra noi e loro.

Effettivamente in tante situazioni la linea di separazione fra alibi e ragioni è molto labile. E spesso anche artificiosa. Un po’ come quei confini disegnati sulla carta, dritti per dritti che vanno a dividere nazioni che in realtà fanno parte di un unico territorio. Quando invece esistono fiumi, montagne o qualsiasi altro dato concreto che separi due Stati, la situazione diventa molto più semplice. E più oggettiva.

La confusione nasce proprio dal fatto che è frequente il caso in cui non ci sono dati oggettivi. O meglio, ognuno di noi pensa di averne: siamo certi delle nostre convinzioni e quindi delle nostre ragioni. Quelli degli altri invece li giudichiamo solamente come alibi, scuse per fare o non fare qualcosa che in realtà non ha motivi.

Quando confondiamo alibi e ragioni rischiamo di rovinare un’amicizia, un rapporto di fiducia, una relazione. Ma quando questo succede a chi ha una carica ufficiale, il guaio può essere ben peggiore: chi ha obblighi nei confronti della collettività dovrebbe avere la capacità di andare oltre. Proprio perché alibi e ragioni possono essere facilmente confusi, ci vorrebbe un’assunzione di responsabilità, l’abilità e l’intelligenza di andare sopra ed oltre. E forse, quando saremo dentro la cabina elettorale, dovremmo cominciare a valutare i politici proprio a partire da questa capacità.