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Abbiamo bisogno di eroi?

Ieri sera ho visto con piacere un docufilm (termine bizzarro, una via di mezzo tra un film e un documentario) sugli azzurri vincitori del Mondiale spagnolo, esattamente 40 anni fa. Correva l’estate dei miei 16 anni, con Miguel Bosè che cantava i Bravi ragazzi (tutti poeti noi del 66, come modificavamo la canzone a nostro uso e consumo) e i primi amori sul lungomare fra Anzio e Lavinio. Ma ancor prima di aver rivisto quelle immagini, come penso tanti della mia stessa età, sarei in grado di raccontare perfettamente ognuna di quelle partite della nazionale.

Ricordo esattamente dov’ero e con chi vedevo le partite, le ansie prima di ogni incontro e i festeggiamenti dopo. Ricordo lo scetticismo e le cattiverie giornalistiche che accompagnarono le prime gare, salvo poi mutarsi rapidamente nella santificazione dei giocatori: la corsa a salire sul carro dei vincitori è sempre stato uno degli sport più praticati, in qualsiasi epoca. Ricordo che qualche lupacchiotto giallorosso (come sempre, i figli stupidi di Roma) tifava Brasile perché c’era Falcao e quel cattivone di Bearzot non aveva convocato Pruzzo. Ricordo mia mamma felicemente sbronza dopo la finale, a sventolare una bandiera sulla litoranea, affollata di macchine festanti.

Nel servizio della Rai condotto da un grande Marco Giallini, ritornavano tutte queste cose e si inquadrava quella manifestazione nello scenario del Paese dell’epoca, sottolineando le difficoltà economiche e sociali in cui ci trovavamo. “Abbiamo bisogno di eroi” ha detto Giallini alla fine del documentario, perché quella vittoria può considerarsi come il riscatto dell’Italia, che proprio in quel gruppo di ragazzi era riuscita a ricompattarsi, a ritrovare uno spirito unitario dopo i veleni del periodo di piombo. La cosa mi ha fatto pensare, perché in realtà non sono molto d’accordo con questa ricostruzione.

In realtà nell’82, almeno dai miei ricordi, c’era un’altra atmosfera nel Paese. Gli anni duri, Moro, Ustica, la stazione di Bologna, erano ormai alle spalle. Ovviamente ancora c’erano degli strascichi, le BR facevano ancora paura, ma l’aria era cambiata, eravamo già andati avanti. Non c’è paragone con l’oggi. Siamo appena usciti da una pandemia mondiale, siamo nel pieno di una guerra dentro i confini dell’Europa e dentro una crisi economica che è ben lontana dall’essere superata. E siamo pure fuori dal mondiale, quindi nessun eroe potrà salvarci. Ma neanche risollevarci il morale.

E poi, seppure non ci avessero eliminati prima ancora di partecipare, con i problemi che abbiamo e il disincanto diffuso, a cosa sarebbe servita un’ipotetica vittoria al mondiale di calcio? E’ vero, sono il primo ad essere convinto che “il calcio è la cosa più importante fra le cose meno importanti“, può essere terapeutico (la Lazio continua ad essere il termometro del mio umore non solo domenicale). Ma nonostante tutta la retorica di cui possiamo caricarlo, davvero stavolta non credo che ci avrebbe potuto salvare. Forse, proprio come successe oltre 40 anni fa, dovremo sbrigarcela da soli. Ripartiremo anche senza eroi: ce la facemmo allora e ce la faremo adesso.

Loro arriveranno dopo e magari ci regaleranno un altro mondiale.

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Proprio come uno sbadiglio

Gli atteggiamenti non sono sempre univoci, non tutti li valutano allo stesso modo. Ma neanche gli eventi. Come la pioggia: per qualcuno è una calamità, per qualcun altro una benedizione. E così le lacrime. C’è chi piange dalla disperazione e chi dalle risate. La natura delle cose può essere ambigua, può significare una cosa e a volte l’esatto contrario.

Una gentilezza può nascondere piaggeria, una battuta ironica può essere in realtà una cattiveria, come un rimprovero anche duro può avere dentro un affetto smisurato verso chi viene fatto. Le intenzioni non sono sempre allineate ai comportamenti e cosa conta veramente, le cose che facciamo o i motivi per cui le facciamo? Quante volte poi siamo portati ad equivocare i comportamenti degli altri per dei preconcetti che abbiamo verso di loro. Anche con le migliori intenzioni a volte si combinano disastri e se combini un disastro davvero allora poco importa con quali motivazioni la hai compiuto.

Ad esempio uno sbadiglio, come dobbiamo interpretarlo? Stiamo annoiando il nostro interlocutore? O ci tiene così tanto ad ascoltarci che, nonostante la stanchezza, il suo corpo gli chiede nuovo ossigeno così da poterci seguire meglio? Anche gesti involontari ed inconsapevoli come questo possono nascondere motivazioni diverse, persino opposte fra loro. Insomma, la confusione è tanta e non ci sono grandi soluzioni: dobbiamo imparare a conviverci!

Con i cani è più facile, perché i cani non fingono: se scondinzolano sono contenti, se ringhiano meglio girare al largo. Amano in maniera incondizionata e senza secondi fini. Amano e basta. Niente interpretazioni, niente doppi sensi: azioni e intenzioni sono perfettamente allineate. Per questo andranno in paradiso molto prima e con maggior merito di noi. Come dite? Anche loro sbadigliano? Eh sì! E anche per loro la cosa non è facilmente interpretabile. Sembra che sbadiglino per allontanare una situazione spiacevole, a volte per fame, altre per cercare attenzioni. Forse anche loro stanno diventando umani. Speriamo non troppo umani!

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La sindrome Nimby e la ricerca dell’Altrove

Che cos’è sarà mai la sindrome Nimby, si chiederano i miei affezionati viaggiatori ermeneutici: il solito uragano estivo che flagella le coste degli Stati Uniti? Un nuovo elettrodomestico che prepara risotti, lava i piatti e stira i pantaloni? Un nuovo social media che supera Tik Tok, che ha superato Instagramm, che ha mandato in pensione Facebook, così tanto per farci sentire vecchi e superati anche a noi?

Niente di tutto ciò. Nimby è l’acronimo che sta per “Not In My Back Yard“, che da noi potremmo tradurre “non nel mio cortile”. Ovvero quell’atteggiamento, quella presa di posizione, per cui qualsiasi cosa potrebbe anche essere positiva, l’importante è che non si faccia nelle nostre vicinanze spazio temporali. L’accoglienza ai profughi può anche essere giusta, anzi sicuramente lo è: basta che non ci sia un campo di accoglienza dietro casa nostra. E il termovalorizzatore o una linea ferroviaria ad alta velocità? Idem, non si discute se siano più o meno utili, l’importante è che non stiano da qualche altra parte. La riforma delle pensioni o gli interventi per la salvaguardia del clima? Vanno benissimo, più che giusti. Però magari rimandiamoli di qualche anno.

La questione si ripropone ciclicamente ed è impressionante come, anche riguardando temi diversissimi tra loro, segue sempre lo stesso schema: fate come volete, ma fatelo lontano da qui, fatelo altrove. Un altrove che diventa un luogo e un tempo metafisico, una specie di al di là, che non ci riguarda più. Un atteggiamento comprensibile, “umano troppo umano”, direbbe il mio amico Nietzsche che però ovviamente porta alla stasi. Sia nel tempo che nello spazio infatti è impossibile trovare un punto che non sia vicino a qualcuno.

Ma perché proprio vicino a me? In un Paese come il nostro, con una spiccata assenza di sensibilità riguardo i “beni comuni”, con quella domanda si scatenano vere e proprie guerre civili, pronte ad essere cavalcate dal politico populista di turno, ben felice di passare per paladino dei poveri cittadini vittime della calamità di turno o di riforme impopolari: no tav, no tap, no triv, no expo, no mose, no profughi, e via dicendo. Ultimo solo in ordine cronologico il termovalorizzatore annunciato da Gualtrieri.

Non se ne esce: ci vorrebbe un sussulto di dignità, una presa di coscienza individuale, che metta da parte il cortile per guardare l’intero circondario. Altrimenti questo Altrove non bene identificato (guai ad identificarlo!) diventa un “da nessuna parte”: in inglese suona meglio, da somewhere a nowhere.

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La libertà di sbagliare

L’altro giorno la mia dolce e problematica sorellina mi poneva un quesito non da poco: è giusto rispettare la libertà degli altri quando stanno palesemente sbagliando oppure è necessario intervenire, anche limitando questa libertà, per evitare di farli cadere?

Questione complicata. Presupponiamo innanzitutto che sia possibile in modo chiaro ed evidente sapere cosa sia giusto e cosa sia sbagliato per qualcuno: non è facile saperlo per se stessi, figuriamoci per altri! Ma poniamolo come presupposto. Di fronte ad un’alternativa, una strada ti consente di arrivare al traguardo ed una è senza uscita, siamo nelle condizioni di saperlo con certezza e quindi possiamo indicarla all’altro evitando che vada in quella sbagliata. Ci ascolterà? E se non ci ascolta fino a che punto dobbiamo fare in modo che ci dia retta? Può capitare con i figli, con gli amici, con il partner, con chiunque ci sentiamo legati al punto da essere (o da sentirci) responsabili della sua scelta.

Io penso che senza dubbio dobbiamo metterlo sull’avviso, dobbiamo cercare di fargli aprire gli occhi, di farlo ragionare, di spiegare le ragioni. Invece a volte possiamo essere tentati di compiacere, più che di fare la cosa giusta, creandoci degli alibi. Potremmo voler evitare lo scontro, cercare di non essere sgradevoli o insistenti, giustificando le scelte (sbagliate) altrui dietro il paravento della loro libertà. Non poche volte mi sono trovato in situazioni simili, come penso chiunque altro. Si arriva ad un punto per cui si dice: io te l’ho detto, ho fatto il mio dovere, tu non vuoi capire, pazienza a questo punto peggio per te.

D’altra parte, continuare ad insistere, arrivare persino a prevaricare le scelte altrui, può essere una soluzione? Ripeto, sempre dando come presupposto di essere in possesso della verità, di avere quindi la certezza di quale sia la scelta giusta (che per esempio uno presuntuoso come il sottoscritto ha spesso la sensazione di avere!). Anche in questo caso però non credo che questa possa essere la soluzione. Sbagliando si impara, dice il proverbio. Ma finché non si sbaglia in prima persona, difficilmente si impara. Perché purtroppo gli sbagli altrui possono non essere significativi.

Che fare dunque? Sperare che questa via sbagliata non porti conseguenze irreparabili, cercare di limitare i danni e poi, soprattutto, essere lì accanto a quella persona anche quando sta sbagliando. Perché lì sta tutta la differenza del mondo, fra coloro che amiamo e tutti gli altri. Senza compiacimenti, senza indulgenze a buon mercato, senza giustificazioni astruse e soprattutto senza i “te l’avevo detto”, che tanto non servono a un fico secco. Se non riusciamo, pur con tutti gli sforzi del mondo, a fargli vedere il mondo con i nostri occhi, allora, seppur a malincuore, seppur con fatica e un dolore che sembra insopportabile, dovremmo calarci insieme a lui per vedere il mondo con i suoi occhi, vivere con lui i suoi errori, così da aiutarlo a venirne fuori. Perché solo a partire da lì possiamo dargli la speranza che una redenzione è possibile.

Delle ali e un altro apparato per respirare che ci permettessero di attraversare l’immensità degli spazi, ci sarebbero inutili, perché se salissimo su Marte o Venere conservando gli stessi sensi, questi rivestirebbero dello stesso aspetto delle cose della Terra tutto quello che potremo vedere. L’unico vero viaggio, l’unico bagno di giovinezza, sarebbe non andare verso nuovi paesaggi, ma avere altri cento occhi, vedere l’universo con gli occhi di un altro, di cento altri, vedere i cento universi che ciascuno vede, che ciascuno è. (Marcel Proust, La prigioniera)

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Di musica e persone

Rispetto alla musica, alla musica di autori che mi piacciono, da sempre ho un tipo di ascolto che potrebbe essere definito compulsivo. Da quando comperavo i vinili, quando ho un nuovo disco fra le mani, mi metto lì e ascolto e riascolto per ore (adesso con spootify è molto più comodo e non rischi nemmeno di graffiare il disco!): perché il primo ascolto non è mai veritiero, devi dare tempo alla melodia di sedimentarsi, devi capire le parole, lasciargli il tempo di entrare dentro. Ovviamente questo, oltre ad urtare i nervi a chi ti sta vicino (ne sa qualcosa il mio povero fratellino…) si può fare soprattutto con i propri autori preferiti, perché quello che c’è di nuovo viene fuori sempre a partire da quello che invece si conosce già.

Perché quando ascoltiamo una canzone per la prima volta è probabile che ci troveremo di fronte a un qualcosa di già conosciuto ed un ché di completamente nuovo. Ma proprio il giusto mix di questi due aspetti ci attrae o ci allontana, ci fa apprezzare quello che stiamo ascoltando, oppure ci fa passare oltre senza interesse. Il nuovo, che ha qualcosa di mai ascoltato prima, ha radici in quello che è già stato scritto e suonato, come fosse un nuovo capitolo di un libro già iniziato. E così magari scopri un gruppo che non hai mai calcolato (in questo caso gli Smashing Pumpkins), che fa musica che conosci da sempre. E questa cosa mi piace!

Ma in fondo, non è così anche con le persone? Ci attraggono e ci sorprendono le persone che non conosciamo, se hanno con noi un terreno comune, degli ideali, dei modi di pensare, dei ricordi di fatti ed eventi che pur non avendoli vissuti insieme, sono i nostri. Fino ad oggi non ci conoscevamo, ma seppur lontani abbiamo vissuto insieme l’11 settembre, la vittoria del mondiale di calcio e domani la pandemia. C’è una base comune, un già noto pur essendo sconociuto. Su questa base possiamo sperare di veder nascere amicizie belle e autentiche anche domani. Altrimenti aveva ragione Guzzanti: nell’era della comunicazione globale possiamo arrivare a dialogare con chiunque, possiamo conoscere anche chi sta dall’altra parte del mondo, ma poi alla fine, io e te aborigeno, che se dovemo dì?

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Praticare la gentilezza (sempre sul diffondere luce e dolcezza)

Perché dovremmo essere gentili? A parte il sottoscritto, che come già ampiamente scritto sulle pagine di questo Blog ha come suo compito specifico quello di diffondere luce e dolcezza, cosa ce ne viene a praticare la gentilezza?

Essere gentili non è di moda. Anzi. A volte può generare diffidenza ed incomprensioni: c’è chi ci vede sempre dietro un secondo fine, chi equivoca la cosa, pensando al possibile tornaconto. Abituati ormai all’indifferenza generale, al rimanere ognuno chiuso nei propri spazi, può persino dare fastidio, perché in una visione distorta potrebbe voler significare un ruolo subalterno per chi la riceve. Effettivamente la gentilezza non è di moda. Ma proprio per questo andrebbe praticata.

La gentilezza richiede tempo. Pensare ai bisogni degli altri, venire incontro alle difficoltà, prevenire i desideri e fare ciò che è possibile per realizzarli, potrebbe essere faticoso. Ci vuole impegno e a volte pazienza, insomma potrebbe significare togliere tempo e spazio alle nostre attività. Sì, essere gentili comporta anche questo. Ma proprio per questo andrebbe fatto.

Diffondere luce e dolcezza, ovvero praticare la gentilezza, fondamentalmente, è futile, nel senso che non è né utile, né inutile. Perché la gentilezza inizia dove finisce l’obbligo: tutto ciò che dobbiamo fare, che rientra nei nostri obblighi (non solo morali) non ne può far parte. Potremmo dire che la gentilezza è super-flua, laddove l’accento andrebbe messo sul prefisso “super”. Proprio per questo dovremmo sentirla come indispensabile.

D’altra parte, pensateci un po’, chi è un personaggio famoso che ci dà un esempio concreto di come fare a diffondere luce e dolcezza? Senza dubbio è il buon samaritano. Si trova lì a passare per caso e vede questo derelitto ai bordi della strada: non è tenuto ad aiutarlo, nessuno lo obbliga, nessuno glielo chiede, nessuno se lo aspetta. Eppure lo fa!

Ma al di là dell’insegnamento che ci vuole dare questa parabole, la cosa che mi ha sempre colpito di questa storia è che ci dice chiaramente che non siamo noi a scegliere a chi prestare aiuto. Potremmo dare per certo che il buon samaritano avrebbe preferito aiutare un riccone che poi lo avrebbe ricompensato. O magari una bella fanciulla con cui cominciare una storia d’amore. Al limite forse avrebbe aiutato più volentieri un altro samaritano. Ma non funziona così. Non siamo noi a scegliere. Luce e dolcezza volano dove vogliono loro, non si fanno rinchiudere negli interessi, negli obblighi o nelle necessità. E noi siamo semplicemente gli strumenti dove loro entrano ed escono per suonare la loro musica.

I looked at you all
See the love there that’s sleeping
While my guitar gently weeps…

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Analfabetismo emotivo

E’ appena iniziata la primavera e in questo momento il livello del Po è al di sotto della soglia più bassa fatta registrare in piena estate. Una situazione disastrosa. Alla foce il livello è talmente basso che l’acqua del mare entra indisturbata per chilometri, cambiando radicalmente l’abitat di piante e animali. Altro che siccità, qui rischiamo la scomparsa, un cataclisma climatico che potrebbe scolvolgere radicalmente tutto l’ambiente di quelle regioni.

Ormai siamo quasi rassegnati a questi grandi cambiamenti che in pochi anni arrivano a stravolgere i paesaggi a cui eravamo abituati da sempre. Sappiamo che sono le nostre azioni, le nostre scelte, le principali responsabili, ne conosciamo bene gli effetti nefasti, ma al di là di dichiarazioni preoccupate e proclami di principio cosa stiamo facendo? Cosa siamo realmente disposti a cambiare del nostro stile di vita per modificare questa situazione?

Le stesse domande che ci si pone oggi sulla necessità di staccarci dalla dipendenza del gas russo. Siamo disposti a sentire un po’ più freddo o a lasciare a casa la macchina? Quest’estate saremo disposti a non accendere i condizionatori?

Il problema vero però, sicuramente aumentato con la pandemia, è questa sorta di analfabetismo emotivo che sembra abbia contagiato tutti più del Covid: non sappiamo più nominare le nostre emozioni. L’emergenza climatica, la guerra a due passi da casa, prima ancora la pandemia: tutte situazioni che sfuggono al nostro controllo, sulle quali fondamentalmente possiamo fare ben poco, che ci portano a chiuderci sempre di più in noi stessi. Ci adagiamo sulle emozioni generali, sul comune sentire, ma sembra che nessuna di queste cose tocchi veramente le nostre corde, influenzi le nostre vite. Il distanziamento sociale rischia di diventare distanziamento emotivo che ci lascerà aridi come il grande fiume, in piena siccità di sentimenti.

Ma non possiamo rassegnarci all’impotenza. Né possiamo chiudere le emozioni solo per paura, sperando così di non soffrire più. Se vogliamo arrivare ad una svolta dobbiamo trovare il modo di reagire: dobbiamo sentire la necessità di intervenire. Sentire prima di tutto, non solo con l’udito. Sentire le emozioni sulla nostra pelle, perché tutto questo ci riguarda personalmente, molto più di quello che potremmo pensare. Per questo dobbiamo reimparare a sentire le cose che ci accadono. Sentire per intervenire.

Perché rendiamocene conto: non basterà aspettare che torni la pioggia.

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Ma siete proprio sicuri che volete integrarvi a noi?

Per cercare di distrarmi un po’ dalle notizie drammatiche che arrivano dall’Ucraina, oggi sfogliando le cronache, leggevo la storia di Ahmed, giovane operaio tunisino, che ha trovato 600 euro in un postamat e li ha restituiti all’ufficio postale.

Ahmed, ma come dobbiamo fare con te? Allora dillo! Non c’è niente da fare: non ce la fate, non ci riuscite, non è nelle vostre corde. E quindi seppur a malincuore bisogna ammettere che Salvini ha ragione: voi non volete integrarvi!

P.S. Sarà che sto a casa con il Covid (fortunatamente solo con i sintomi influenzali). Sarà che appunto dobbiamo cercare di toglierci dalla mente quelle immagine orribili che ci martellano ogni giorno, in ogni notiziario, in ogni programma. Ma quando leggo che la Lega ha proposto centinaia di emendamenti contro lo Ius Scholae, pretendendo di introdurre vincoli come il merito scolastico o la conoscenza di usi e tradizioni popolari, mi viene in mente quella domanda iniziale che farei a questo Ahmed e a tanti altri come lui: siete proprio sicuri che volete integrarvi, che volete diventare come noi? Ci avete pensato bene?

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In quasi tutte le domeniche mattina

Insieme alla mia cara amica E. assidua vaggiatrice ermeneutica, si discuteva sui recenti casi di condivisione della malattia da parte di personaggi pubblici. In modi molto differenti fra loro, seguendo non proprio una moda, quanto piuttosto un modello culturale che ormai ha abbattuto i confini di pubblico e privato, Fedez e Mihajlovic hanno deciso di raccontare a tutti dello loro lotta contro il tumore.

Dicevo in modi differenti. Fedez ci ha raccontato passo dopo passo malattia, intervento chirurgico e conseguente cura, Sinisa si è limitato a rendere pubblico il ritorno della malattia, lanciandogli un pubblico guanto di sfida: “ha coraggio questa malattia a ripresentarsi contro uno come me”. Ognuno ha la sua modalità di reagire e se da una parte la condivisione passo passo, dall’altra il paragone della lotta, sono due atteggiamenti che aiutano e rincuorano nella difficoltà, allora niente da dire.

Ma non farei mia nessuna delle due. Non credo mi sarebbe d’aiuto la “socializzazione” di un percorso difficile com’è quello delle cure. Ma ancora di più, non mi piace questa retorica del guerriero, della lotta alla malattia come fosse un nemico da sconfiggere con coraggio ed ardore. Perché poi non vorrei sottintendere che la guarigione sia una vittoria conquistata sul campo. E chi invece non ce l’ha fatta? Significa che era debole? Che non era capace o peggio che non si è meritato di guarire?

Che la malattia – e questa come e più di altre – non sia una punizione mi sembra assodato. Non vorrei però che si pensasse che la guarigione sia un premio. Caro Sinisa, bravo tu se riesci a fare la voce grossa contro il tumore e se è quello che ti serve e che ti aiuta ad affrontarlo, bene così. Ma non vale per tutti. E soprattutto, non è che questo ti renda “migliore” (più bravo, più capace, più meritevole) di altri. Malattia e guarigione dipendono certo dai nostri comportamenti, ma solo fino ad un certo punto. Un punto che la medicina sposta sempre più avanti, grazie alla prevenzione e alle cure. Ma guarire non è meritocratico, non è la medaglia per chi è stato bravo, perché altrimenti sai quanti ce l’avrebbero fatta!

Purtroppo non è così invece e non sappiamo come o perché si guarisca. E’ come una domenica mattina: speri ci sia il sole e (almeno a Roma) per fortuna quasi sempre è così. A volte invece piove e scombina i nostri piani e non ci possiamo fare nulla. Per quanto lo avremmo voluto, non ci possiamo proprio fare nulla. Ma come dicevo con F. (altro amico fraterno anche di E.) un giorno il Principale lassù ce ne dovrà di spiegazioni!

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Mo te la do ‘na pizza!

Ma quindi ha fatto bene o no, il prode Willbur a schiaffeggiare l’oltraggioso comico che aveva fatto dell’ironia sulla sua dolce metà? E voi, nei suoi panni, che avreste fatto?

Ho letto varie opinioni al riguardo. C’è chi sta col marito vendicativo, chi dice che la consorte avrebbe dovuto difendersi da sola, chi in ogni caso ritiene deprecabile il ricorso alla violenza e c’è pure chi non è neanche a conoscenza dell’accaduto. Per costoro riepilogo rapidamente i fatti. Alla notte degli oscar il comico Chris Rock, presentando gli ospiti ha fatto una battuta di dubbio gusto sul fatto che la moglie di Will Smith è affetta da alopecia. Per tutta risposta l’attore si è alzato, l’ha raggiunto sul palco e gli mollato uno schiffone in diretta mondovisione, intimandogli di non provare più a nominare la consorte.

Come sa chi mi conosce non sono incline alla violenza. Non credo che avrei reagito allo stesso modo. Magari avrei provato a rispondere per le rime. In fondo la lingua sa essere più affilata della spada e poi la battuta era davvero squallida che forse si commentava da sé. Ovviamente non conosco che tipo di relazione ci sia fra i due contendenti, magari c’erano dei trascorsi, forse non è stato un episodio isolato. Non conosco nemmeno come la signora Smith stia vivendo questa sua malattia: probabilmente non molto bene, considerata appunto la reazione del marito.

Qui ritorna il tema della libertà d’espressione, della presunta liceità del comico che non deve sottostare alle regole: qualcuno è convinto che non ci debba essere censura, che si possa e in un certo senso si debba ironizzare su qualsiasi cosa. Ma resta il fatto che colpire chi è debole, colpirlo nella sua fragilità, su una cosa che gli procura dolore, esattamente nel suo punto debole, non si fa. E fosse stata mia moglie, uno dei miei figli, un amico, non cambia la sostanza. Mi sarei sentito coinvolto. E una bella pizza, con la lingua forse più che con le mani, gli avrei data sicuramente anche io!

“Arzete, arzete, a cornuto arzete!” j’ho detto!… (Willbur Smith che cita Borotalco imitando il mitico Mario Brega)