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Praticare la gentilezza (sempre sul diffondere luce e dolcezza)

Perché dovremmo essere gentili? A parte il sottoscritto, che come già ampiamente scritto sulle pagine di questo Blog ha come suo compito specifico quello di diffondere luce e dolcezza, cosa ce ne viene a praticare la gentilezza?

Essere gentili non è di moda. Anzi. A volte può generare diffidenza ed incomprensioni: c’è chi ci vede sempre dietro un secondo fine, chi equivoca la cosa, pensando al possibile tornaconto. Abituati ormai all’indifferenza generale, al rimanere ognuno chiuso nei propri spazi, può persino dare fastidio, perché in una visione distorta potrebbe voler significare un ruolo subalterno per chi la riceve. Effettivamente la gentilezza non è di moda. Ma proprio per questo andrebbe praticata.

La gentilezza richiede tempo. Pensare ai bisogni degli altri, venire incontro alle difficoltà, prevenire i desideri e fare ciò che è possibile per realizzarli, potrebbe essere faticoso. Ci vuole impegno e a volte pazienza, insomma potrebbe significare togliere tempo e spazio alle nostre attività. Sì, essere gentili comporta anche questo. Ma proprio per questo andrebbe fatto.

Diffondere luce e dolcezza, ovvero praticare la gentilezza, fondamentalmente, è futile, nel senso che non è né utile, né inutile. Perché la gentilezza inizia dove finisce l’obbligo: tutto ciò che dobbiamo fare, che rientra nei nostri obblighi (non solo morali) non ne può far parte. Potremmo dire che la gentilezza è super-flua, laddove l’accento andrebbe messo sul prefisso “super”. Proprio per questo dovremmo sentirla come indispensabile.

D’altra parte, pensateci un po’, chi è un personaggio famoso che ci dà un esempio concreto di come fare a diffondere luce e dolcezza? Senza dubbio è il buon samaritano. Si trova lì a passare per caso e vede questo derelitto ai bordi della strada: non è tenuto ad aiutarlo, nessuno lo obbliga, nessuno glielo chiede, nessuno se lo aspetta. Eppure lo fa!

Ma al di là dell’insegnamento che ci vuole dare questa parabole, la cosa che mi ha sempre colpito di questa storia è che ci dice chiaramente che non siamo noi a scegliere a chi prestare aiuto. Potremmo dare per certo che il buon samaritano avrebbe preferito aiutare un riccone che poi lo avrebbe ricompensato. O magari una bella fanciulla con cui cominciare una storia d’amore. Al limite forse avrebbe aiutato più volentieri un altro samaritano. Ma non funziona così. Non siamo noi a scegliere. Luce e dolcezza volano dove vogliono loro, non si fanno rinchiudere negli interessi, negli obblighi o nelle necessità. E noi siamo semplicemente gli strumenti dove loro entrano ed escono per suonare la loro musica.

I looked at you all
See the love there that’s sleeping
While my guitar gently weeps…

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Analfabetismo emotivo

E’ appena iniziata la primavera e in questo momento il livello del Po è al di sotto della soglia più bassa fatta registrare in piena estate. Una situazione disastrosa. Alla foce il livello è talmente basso che l’acqua del mare entra indisturbata per chilometri, cambiando radicalmente l’abitat di piante e animali. Altro che siccità, qui rischiamo la scomparsa, un cataclisma climatico che potrebbe scolvolgere radicalmente tutto l’ambiente di quelle regioni.

Ormai siamo quasi rassegnati a questi grandi cambiamenti che in pochi anni arrivano a stravolgere i paesaggi a cui eravamo abituati da sempre. Sappiamo che sono le nostre azioni, le nostre scelte, le principali responsabili, ne conosciamo bene gli effetti nefasti, ma al di là di dichiarazioni preoccupate e proclami di principio cosa stiamo facendo? Cosa siamo realmente disposti a cambiare del nostro stile di vita per modificare questa situazione?

Le stesse domande che ci si pone oggi sulla necessità di staccarci dalla dipendenza del gas russo. Siamo disposti a sentire un po’ più freddo o a lasciare a casa la macchina? Quest’estate saremo disposti a non accendere i condizionatori?

Il problema vero però, sicuramente aumentato con la pandemia, è questa sorta di analfabetismo emotivo che sembra abbia contagiato tutti più del Covid: non sappiamo più nominare le nostre emozioni. L’emergenza climatica, la guerra a due passi da casa, prima ancora la pandemia: tutte situazioni che sfuggono al nostro controllo, sulle quali fondamentalmente possiamo fare ben poco, che ci portano a chiuderci sempre di più in noi stessi. Ci adagiamo sulle emozioni generali, sul comune sentire, ma sembra che nessuna di queste cose tocchi veramente le nostre corde, influenzi le nostre vite. Il distanziamento sociale rischia di diventare distanziamento emotivo che ci lascerà aridi come il grande fiume, in piena siccità di sentimenti.

Ma non possiamo rassegnarci all’impotenza. Né possiamo chiudere le emozioni solo per paura, sperando così di non soffrire più. Se vogliamo arrivare ad una svolta dobbiamo trovare il modo di reagire: dobbiamo sentire la necessità di intervenire. Sentire prima di tutto, non solo con l’udito. Sentire le emozioni sulla nostra pelle, perché tutto questo ci riguarda personalmente, molto più di quello che potremmo pensare. Per questo dobbiamo reimparare a sentire le cose che ci accadono. Sentire per intervenire.

Perché rendiamocene conto: non basterà aspettare che torni la pioggia.

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Ma siete proprio sicuri che volete integrarvi a noi?

Per cercare di distrarmi un po’ dalle notizie drammatiche che arrivano dall’Ucraina, oggi sfogliando le cronache, leggevo la storia di Ahmed, giovane operaio tunisino, che ha trovato 600 euro in un postamat e li ha restituiti all’ufficio postale.

Ahmed, ma come dobbiamo fare con te? Allora dillo! Non c’è niente da fare: non ce la fate, non ci riuscite, non è nelle vostre corde. E quindi seppur a malincuore bisogna ammettere che Salvini ha ragione: voi non volete integrarvi!

P.S. Sarà che sto a casa con il Covid (fortunatamente solo con i sintomi influenzali). Sarà che appunto dobbiamo cercare di toglierci dalla mente quelle immagine orribili che ci martellano ogni giorno, in ogni notiziario, in ogni programma. Ma quando leggo che la Lega ha proposto centinaia di emendamenti contro lo Ius Scholae, pretendendo di introdurre vincoli come il merito scolastico o la conoscenza di usi e tradizioni popolari, mi viene in mente quella domanda iniziale che farei a questo Ahmed e a tanti altri come lui: siete proprio sicuri che volete integrarvi, che volete diventare come noi? Ci avete pensato bene?

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In quasi tutte le domeniche mattina

Insieme alla mia cara amica E. assidua vaggiatrice ermeneutica, si discuteva sui recenti casi di condivisione della malattia da parte di personaggi pubblici. In modi molto differenti fra loro, seguendo non proprio una moda, quanto piuttosto un modello culturale che ormai ha abbattuto i confini di pubblico e privato, Fedez e Mihajlovic hanno deciso di raccontare a tutti dello loro lotta contro il tumore.

Dicevo in modi differenti. Fedez ci ha raccontato passo dopo passo malattia, intervento chirurgico e conseguente cura, Sinisa si è limitato a rendere pubblico il ritorno della malattia, lanciandogli un pubblico guanto di sfida: “ha coraggio questa malattia a ripresentarsi contro uno come me”. Ognuno ha la sua modalità di reagire e se da una parte la condivisione passo passo, dall’altra il paragone della lotta, sono due atteggiamenti che aiutano e rincuorano nella difficoltà, allora niente da dire.

Ma non farei mia nessuna delle due. Non credo mi sarebbe d’aiuto la “socializzazione” di un percorso difficile com’è quello delle cure. Ma ancora di più, non mi piace questa retorica del guerriero, della lotta alla malattia come fosse un nemico da sconfiggere con coraggio ed ardore. Perché poi non vorrei sottintendere che la guarigione sia una vittoria conquistata sul campo. E chi invece non ce l’ha fatta? Significa che era debole? Che non era capace o peggio che non si è meritato di guarire?

Che la malattia – e questa come e più di altre – non sia una punizione mi sembra assodato. Non vorrei però che si pensasse che la guarigione sia un premio. Caro Sinisa, bravo tu se riesci a fare la voce grossa contro il tumore e se è quello che ti serve e che ti aiuta ad affrontarlo, bene così. Ma non vale per tutti. E soprattutto, non è che questo ti renda “migliore” (più bravo, più capace, più meritevole) di altri. Malattia e guarigione dipendono certo dai nostri comportamenti, ma solo fino ad un certo punto. Un punto che la medicina sposta sempre più avanti, grazie alla prevenzione e alle cure. Ma guarire non è meritocratico, non è la medaglia per chi è stato bravo, perché altrimenti sai quanti ce l’avrebbero fatta!

Purtroppo non è così invece e non sappiamo come o perché si guarisca. E’ come una domenica mattina: speri ci sia il sole e (almeno a Roma) per fortuna quasi sempre è così. A volte invece piove e scombina i nostri piani e non ci possiamo fare nulla. Per quanto lo avremmo voluto, non ci possiamo proprio fare nulla. Ma come dicevo con F. (altro amico fraterno anche di E.) un giorno il Principale lassù ce ne dovrà di spiegazioni!

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Mo te la do ‘na pizza!

Ma quindi ha fatto bene o no, il prode Willbur a schiaffeggiare l’oltraggioso comico che aveva fatto dell’ironia sulla sua dolce metà? E voi, nei suoi panni, che avreste fatto?

Ho letto varie opinioni al riguardo. C’è chi sta col marito vendicativo, chi dice che la consorte avrebbe dovuto difendersi da sola, chi in ogni caso ritiene deprecabile il ricorso alla violenza e c’è pure chi non è neanche a conoscenza dell’accaduto. Per costoro riepilogo rapidamente i fatti. Alla notte degli oscar il comico Chris Rock, presentando gli ospiti ha fatto una battuta di dubbio gusto sul fatto che la moglie di Will Smith è affetta da alopecia. Per tutta risposta l’attore si è alzato, l’ha raggiunto sul palco e gli mollato uno schiffone in diretta mondovisione, intimandogli di non provare più a nominare la consorte.

Come sa chi mi conosce non sono incline alla violenza. Non credo che avrei reagito allo stesso modo. Magari avrei provato a rispondere per le rime. In fondo la lingua sa essere più affilata della spada e poi la battuta era davvero squallida che forse si commentava da sé. Ovviamente non conosco che tipo di relazione ci sia fra i due contendenti, magari c’erano dei trascorsi, forse non è stato un episodio isolato. Non conosco nemmeno come la signora Smith stia vivendo questa sua malattia: probabilmente non molto bene, considerata appunto la reazione del marito.

Qui ritorna il tema della libertà d’espressione, della presunta liceità del comico che non deve sottostare alle regole: qualcuno è convinto che non ci debba essere censura, che si possa e in un certo senso si debba ironizzare su qualsiasi cosa. Ma resta il fatto che colpire chi è debole, colpirlo nella sua fragilità, su una cosa che gli procura dolore, esattamente nel suo punto debole, non si fa. E fosse stata mia moglie, uno dei miei figli, un amico, non cambia la sostanza. Mi sarei sentito coinvolto. E una bella pizza, con la lingua forse più che con le mani, gli avrei data sicuramente anche io!

“Arzete, arzete, a cornuto arzete!” j’ho detto!… (Willbur Smith che cita Borotalco imitando il mitico Mario Brega)

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Domani sarò felice anche per te

Questi ultimi due anni ci hanno insegnato o meglio, avrebbero dovuto insegnarci, a riscoprire e riapprezzare la normalità. La libertà di andare dove vogliamo, di stare insieme a chi vogliamo, uscire con gli amici, i baci, gli abbracci. Ed ora, di fronte ad una possibile crisi energetica, magari apprezzeremo di più uno doccia calda, i termosifoni accesi, la possibilità di fare un pieno e andare dove ci porta la macchina senza lasciarci lo stipendio. Sono cose banali, che abbiamo da sempre e per questo, inevitabilmente, abbiamo dato per scontato. Quando vengono a mancare o anche solo l’ipotesi del loro venir meno, ce le fa apprezzare nuovamente, ci fa comprendere appieno la loro importanza.

Ma queste emergenze mi sollecitano anche un’altra considerazione. Anche chi non ha avuto il Covid ha vissuto la pena di quelle bare, l’angoscia di quei giorni in cui eravamo in balia di un male sconosciuto. Così come anche noi che vediamo la guerra solo da lontano viviamo e soffriamo l’angoscia di quei poveretti. La compassione, il sentire come nostro il dolore altrui, è un sentimento che ci appartiene in quanto esseri umani e proprio in questi momenti di difficoltà si riaccende e ci fa capire quanto non siamo soli, quanto in realtà facciamo parte di un tutto.

Ma non solo. Se riusciamo a partecipare, mentalmente, ma soprattutto emotivamente, alle difficoltà e al dolore altrui, perché non gioire con loro per una guarigione o per una salvezza riuscita. Se riusciamo a con-patire, perché non dovremmo con-gioire? Questo è quello che avremmo dovuto imparare da questi due anni di tragedie. Non soffriamo da soli e non gioiamo da soli. Magari domani sarà una giornataccia, pioverà, ma forse dalle tue parti splenderà il sole ed io potrò con-gioire con te. E’ vero, esiste l’invidia: c’è chi gode delle disgrazie altrui e chi non riesce proprio a gioire dell’altrui felicità. Ma al di là delle considerazioni morali, costoro andrebbero compatiti, perché si perdono molte cose belle. E si autoescludono da un evento globale.

Infatti, quando arriverà il momento favorevole, quando arriverà Il giorno della salvezza, non sarà un evento individuale. Come insegnano le favole, alla fine vissero tutti felici e contenti. Tutti, non solo alcuni. E se non siamo ancora tutti felici e contenti, significa solo che ancora non siamo alla fine.

Al momento favorevole ti ho esaudito e nel giorno della salvezza ti ho soccorso. Ecco ora è il momento favorevole, ecco ora è il giorno della salvezza“. (2Cor, 6,2)

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Il kalashnikov e il lecca lecca

È vero che in questi ultimi anni ci sono state molte guerre: Siria, Afghanistan, Cecenia, diversi Paesi africani, ma è evidente che un conflitto all’interno dell’Europa ci colpisca e ci coinvolga in maniera diversa. Non vedo dove sia lo scandalo. Il mio prossimo, letteralmente, è colui che mi sta vicino, che mi tocca, che è in contatto fisico con me.

Quindi, mentre da noi ci si preoccupa perché il costo della benzina tocca punte mai viste, mentre qualcuno comincia a fare scorte neanche fossimo di fronte ad una carestia, io non riesco a non smettere di pensare a questa bambina, con il Kalashnikov e il lecca lecca. Alla sua infanzia rubata, che comunque vada a finire questa guerra, non tornerà mai più e segnerà in maniera irrevocabile la sua vita. Vorrei prenderla fra le braccia e stringerla forte. Vorrei dirle che questo orrore passerà e che di fronte a lei ha tutta una vita. Vorrei riuscire a convincerla, ma soprattutto vorrei crederci anche io.

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Anche voi vi sentite un po’ obsolescenti?

Dopo una lunga militanza è caduta anche lei. L’ultima rimasta, venticinque anni di onorato servizio, ma alla fine si è dovuta arrendere. Più noi che lei a dir la verità, perché forse lei con un nuovo intervento sarebbe andata avanti anche stavolta. Parliamo della lavatrice, una Bosh quasi indistruttibile, come probabilmente non ce ne sono più in giro. E infatti ne abbiamo comprata un’altra, della stessa marca, ma si vede subito che non è la stessa cosa: materiali diversi, solidità diversa e quindi anche durata.

“Queste nuove nascono già con un data di scadenza”, dice il tecnico che ce l’ha installata. Ma non solo loro, se è per questo: gli elettrodomestici, le automobili, i cellulari, non c’è ormai nulla che duri più di quanto hanno già stabilito che deve durare. Si chiama “obsolescenza programmata” ed è una di quelle cose per cui i miei amici delle Associazioni dei consumatori ce l’hanno su con le grandi ditte produttrici di beni.

Ma d’altra parte, allargando il discorso, forse influenzato da questa strisciante atmosfera da fine del mondo (prima la pandemia, poi una guerra nel cuore dell’Europa, quindi l’asteroide che sfiora la terra…), mi veniva da pensare che in fondo tutti noi siamo obsolescenti programmati, nati con una data di scadenza. Sconosciuta (grazie al cielo), sempre più lontana (grazie alla medicina), ma comunque questa data c’è. E noi cerchiamo di funzionare al meglio fino a quel momento. Un po’ come la mia lavatrice.

E le relazioni, i sentimenti, i rapporti? Anche loro hanno una obsolescenza programmata o hanno qualche possibilità di durare più di quanto immaginiamo? Mi piacerebbe dire di no. Mi piacerebbe credere che a differenza degli elettrodomestici e dei più sofisticati apparecchi elettronici, le nostre relazioni possano durare domani come sono oggi o com’erano ieri. Ma non è così, perché non c’è nulla di immobile, che resti identico a se stesso con il trascorrere del tempo che passa.

A differenza di quello che pensavo in passato però questo non è un male, perché noi e la nostre relazioni, a differenza degli elettrodomestici, possiamo rinnovarci. Possiamo evolvere e quindi andare oltre la data di scadenza. Lo possiamo fare, anzi lo dobbiamo fare, se vogliamo superare l’obsolescenza: costruiamo il presente lasciando andare il passato, senza smettere mai di pensare al futuro. Come d’altra parte cantavano i Fleetwood Mac cinquantanni fa. Perché forse l’unica cosa che non diventerà mai obsolescente è proprio la bella musica.

Don’t stop thinking about tomorrow, Don’t stop, it’ll soon be here, It’ll be better than before, Yesterday’s gone, yesterday’s gone

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Centro di gravità temporaneo

Ovviamente il riferimento è alla bellissima canzone di Battiato, tratta da un album meraviglioso, che ad ogni ascolto mi fa tornare all’estate dei miei sedici anni, con una valanga di ricordi se possibile ancora più belli di quando li ho vissuti.

Caro Franco, tu volevi un centro di gravità permanente, “che non mi faccia mai cambiare idea sulle cose, sulla gente” (ammettetelo, leggendola l’avete canticchiata!), ma ora abbiamo bisogno di un centro di gravità temporaneo, che ci apra la mente, che non la atrofizzi nei pensieri già pensati, nei giudizi già dati: ci serve un centro di gravità capace di farci cambiare idea sulle cose e soprattutto sulla gente.

Partendo da un centro temporaneo forse non riusciremo a incontrare la vecchia bretone, con un cappello e un ombrello di carta di riso e canna di bambù. Probabilmente neanche i Gesuiti Euclidei vestiti come dei bonzi, per entrare a corte degli imperatori della Dinastia dei Ming. Pazienza, ce ne faremo una ragione. Però così forse saremmo in grado di giudicare meglio chi ci sta di fronte, dandogli un’altra possibilità rispetto alla prima impressione, valutando fatti e situazioni senza preconcetti.

In questi giorni i venti di guerra soffiano sull’Europa e ci hanno riportato indietro di cent’anni, a sensazioni che pensavamo di esserci ormai lasciati definitivamente alle spalle. Un po’ come la pandemia: la realtà concreta che si prende una rivincita sul virtuale e rende nuovamente reali gli incubi del passato. Per questo non possiamo dare nulla per scontato, ma dobbiamo essere pronti a cambiare percorso, come i furbi contrabbandieri macedoni, cercando strade nuove. Chissà, forse anche Franco (che in effetti già allora non sopportava i cori russi) sarebbe d’accordo con me.

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Ancora a proposito di meritocrazia

Ci sono cose giuste e cose sbagliate. E poi ci sono cose giuste fatte male. Ora sarà un caso, saranno state le circostanze avverse, la congiuntura sfavorevole, il destino cinico e baro, la pandemia, “ero rimasto senza benzina, avevo una gomma a terra, non avevo i soldi per prendere il taxi, la tintoria non mi aveva portato il tight, c’era il funerale di mia madre, era crollata la casa, c’è stato un terremoto, una tremenda inondazione, le cavallette”…Fatto sta che i due provvedimenti creati, scritti e fortemente voluti dai 5 stelle, si sono rivelati fonti di truffe smisurate.

Dare un sussidio a chi è rimasto, spesso suo malgrado, fuori dal mondo del lavoro, dargli la possibilità di un’esistenza dignitosa in attesa di rimettersi in gioco, è un provvedimento sacrosanto. Non a caso presente, in varie forme, in tutti i Paesi occidentali, soprattutto (ma non solo) in quelli socialdemocratici, che ritengono fondamentale una funzione dello Stato, non solo come arbitro della partita del libero mercato, ma anche come equo riparatore delle storture del libero mercato stesso.

Altrettanto sacrosanto, soprattutto in un momento in cui va rilanciata l’economia, è un provvedimento che aiuta le imprese, accompagnando il Paese verso una gestione più efficiente delle risorse energetiche. Ma se uno vale uno e a scrivere le leggi ci va uno che fino a quel momento ha fatto tutt’altro nella vita, quale pensi sarà il risultato? Se il merito, le conoscenze, la professionalità non contano più, ci si può stupire di esiti come questo? Come si è potuto pensare che non fare selezione potesse essere la soluzione?

La sincera ingenuità di alcuni mi lascia sempre perplesso. Non so, è come se nel momento in cui scoppiasse una pandemia mondiale, la gente invece di affidarsi ai medici e alla scienza decidesse di seguire le cure del primo scemo che scrive sui social. No, mi sa che ho sbagliato esempio. (Il primo che indovina la citazione e lo scrive sui commenti vince un premio e una menzione speciale!)