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Della dignità del vivere e del morire

Tutto ciò che si può dire lo si deve dire chiaramente. su ciò di cui non si può parlare si deve tacere.  (L. Wittgenstein)

Leggevo la notizia di questa Brittany Maynard, una ragazza americana, malata di tumore, che ha deciso di togliersi la vita, scegliendo, come ha detto in un ultimo tragico video, “di morire dignitosamente”.

A parte il fastidio per la spettacolarizzazione mediatica che questa notizia ha (direi inevitabilmente) suscitato, mi veniva una riflessione, condivisa anche da Chiara di Squarcidisilenzio. Perché morire in quel modo sarebbe più dignitoso di morire lasciando che la malattia segua il suo corso?

Lungi da me dare una valutazione su questa vicenda. Non ho gli elementi per giudicarlo e se anche li avessi non vorrei assolutamente dare un giudizio: come diceva il saggio Ludwig, su ciò di cui non si può parlare sarebbe meglio tacere. Il gesto di questa ragazza potrebbe essere stato di grande coraggio o di grande viltà, di grande egoismo o di altrettanto grande altruismo. Purtroppo, come spesso accade in queste occasioni, si perde di vista la persona, la sua sofferenza e si prende spunto da qui per schierarsi, per alzare il sipario su un circo mediatico che specula sulla vicenda, portando acqua al mulino di una tesi, piuttosto che di un’altra. Senza dubbio, per averlo passato sulla pelle, posso dire che c’è altrettanta dignità nel morire seguendo il corso delle cose. La malattia ti toglie tante cose, purtroppo, ma non certo la dignità.

Come dicevo nel post dell’altro giorno, per il lavoro che faccio (ma anche probabilmente per come sono fatto) sono un negoziatore, sono sempre portato a cercare una soluzione condivisa, a conciliare quello che apparentemente è conflittuale. Proprio partendo da questo però sono assolutamente convinto che ci siano principi, ma soprattutto valori, che non siano affatto negoziabili. Uno di questi è che siamo responsabili, ma non padroni della nostra vita. Della nostra, come di quella di nessun altro. Sono responsabile, non padrone, della vita di chi amo. E della mia. Da questo discende un altro principio non negoziabile: ci sono motivi, principi, valori per cui vale la pena dare la vita. Non credo ce ne siano di validi per toglierla. Quella degli altri, ma conseguentemente, la propria.

Detto questo, a questa povera ragazza ai suoi genitori che l’hanno accompagnata in questa scelta difficile, vorrei arrivasse questa antica Benedizione Irlandese, che si scambiavano i viandanti prima di un lungo viaggio.

Che la strada ti esca incontro,
che il vento soffi sempre alle tue spalle,
che il sole brilli forte sul tuo viso,
che le piogge cadano dolcemente sui tuoi campi,
e fino a che non ci incontreremo di nuovo,
che Dio ti custodisca nel palmo della Sua mano.

 

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Dell’attesa, del tempo e dello spazio

Che l’uomo di oggi abbia una percezione del tempo e dello spazio diversa da quella che aveva 50 o 100 anni fa penso sia un dato assodato. La velocità e la disponibilità dei mezzi di comunicazione e di interconnessione fra le persone, tende ad annullare le distanze. Se voglio vedere una persona non ho bisogno di aspettare chissà quanto, se ci voglio solo parlare mi basta un click.

E come diceva Guzzanti, la possibilità di essere in contatto con l’aborigeno australiano (senza ovviamente avere una mazza da dirsi) è diventata ormai una realtà assodata. Ma come giustamente faceva notare Suprasaturalanx in questo post, abbiamo annullato le distanze anche della conoscenza. Grazie a Internet, a Google, a Wikipedia, possiamo in un secondo controllare che sì, Orazio è nato in Basilicata (sempre ammesso e non concesso che la Basilicata esista per davvero) e che quel tal pittore milanese ha fatto quel quadro e anche quell’altro.

Il rischio della perdita del senso di meraviglia è effettivamente reale. Se posso sentirti ogni giorno, ogni momento, non ci sarà il rischio che non avremo più niente da dirci? La possibilità di sapere tutto e subito, non ci toglierà il piacere di cercare? Perché poi è vero che come diceva Pascal si gusta più la caccia della preda. La semplice “possibilità di”, ovvero la disponibilità assoluta ad avere o a sapere tutto, siamo sicuri sia un vero arricchimento?

Ma soprattutto l’annullamento delle distanze, mi sembra nasconda un rischio ben maggiore. Il tutto e subito (che in fondo è la vera regola del modo di vivere attuale, in ogni campo) ha un’implicazione connaturata che difficilmente può essere superata. La sua caratteristica intrinseca è la superficialità. E così possiamo credere che Wikipedia sia la fonte del sapere, che essere amici su FB significhi conoscere le persone, che sia inutile viaggiare quando basta vedere un video su youtube, che chattare su What’up significhi aprire il cuore alle persone.

Non sono un nostalgico, non credo che senza telefonini o senza internet si stesse meglio. Ricordo che mia mamma diceva che “chi ha la comodità e non se ne serve, nemmeno il confessore lo può assolve”. Però ai miei figli spero di far capire che a volte l’attesa non è tempo perso. Che è bello camminare ore per arrivare in cima alla montagna perché per certi traguardi vale anche la pena sforzarsi. Che per quanto bella possa essere la musica, a volte è bello anche il suono del silenzio. E soprattutto, che per quanto belli, comodi, utili, la vera vita è altrove. Fuori da qualsiasi schermo.

Fiori e frutti sono maturi quando cadono; gli animali si sentono e si trovano l’un l’altro e sono soddisfatti. Ma noi, che ci siamo prefissi Dio, non possiamo essere pronti. Spostiamo in avanti la nostra natura come le sfere dell’orologio. Abbiamo ancora bisogno di tempo (R.M. Rilke)

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Talvolta anche un vaffanculo ha un suo perché

Mi scuso anticipatamente del linguaggio scurrile di questo post. Se il turpiloquio urta la vostra sensibilità cambiate canale. Del resto, nessuno vi obbliga a leggermi.E poi, le parole sono importanti. Già l’ho detta questa cosa e mi ci sono intrattenuto qui.

Io sono una persona molto tollerante. Qualcuno una volta diceva troppo (chissà se lo pensa ancora?) Per carattere e poi anche per lavoro sono l’uomo della mediazione. Cerco sempre un compromesso,  mi sforzo per trovare le ragioni degli altri, per calarmi nei loro panni così da cogliere il loro punto di vista sulle vicende. Ma nella settimana in cui il presidente dei senatori del secondo partito italiano si mette ad insultare un’adolescente su twitter, il presidente di una squadra di calcio dà dal “filippino” al presidente di un’altra squadra, il capocomico dice che la mafia aveva un suo codice d’onore, mi veniva in mente quella grandissima, iperbolica, pluricitata frase di Voltaire: “Non condivido la tua idea, ma darei la vita perché tu la possa esprimere”.

Ma un par di cazzi! Ma proprio no! Gli stronzi, i razzisti, i nazisti dell’Illinois de noantri, gli arroganti, i maleducati, gli integralisti, quelli che picchiano le donne, chi si ubriaca e investe i poveri cristi, chi manipola gli altri per i suoi comodi, chi si approfitta delle persone ingenue. E anche quelli che non si lavano! Perché? Perché diamine dovrei farli esprimere? Rispetto? Tolleranza? Ma perché no un bel vaffanculo? Un gagliardo, vigoroso, liberatorio, MAVATTENAFFANCULO!

State zitti, sparite dalla faccia della terra, chiudetevi in convento. Anzi, ho un’idea: morite. Ecco, sì! Una bella morte magari, da raccontare ai posteri, “eh sì, era un po’ stronzo, però è morto per…” per quale causa vorreste immolarvi? La cura dell’Ebola? La fame nel mondo? L’uguaglianza fra i popoli?  Scegliete voi. Su, avete una bella occasione di riscatto. In questo paese basta morire e santifichiamo tutti. Anche Berlusconi vedrete che qualcuno riuscirà a recuperarlo. L’hanno fatto con Mussolini, con Craxi, vedrete quante vedove lascerà il povero Silvio.

Non volete morire? Ma io lo dicevo per voi….Va be’, allora almeno, intervistate Nanni Moretti

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I torti, le ragioni e le cose della vita

Ci sedemmo dalla parte del torto, perché tutti gli altri posti erano occupati” (S. Beckett)

In effetti la realtà è esattamente come la dice Beckett. La parte della ragione ha sempre un sovraffollamento, una densità demografica persino superiore a quella delle carceri italiane. E proprio come nelle carceri non è che ci stai tanto comodo, ma sei costretto a starci.

La ragione ti costringe dalla sua parte con tutta la ragionevolezza delle sue argomentazioni e ti imprigiona con la consequenzialità dei suoi collegamenti causa effetto. Sono gli altri che non ti capiscono, che si approfittano di te e della tua buona fede. Sono gli altri che quando gli servi allora sì, ma poi invece. Sono gli altri che tradiscono le tue aspettative, che fuggono di fronte alle responsabilità.

“La ragione non sta mai da una parte sola”, “i torti e le ragioni si dividono”…in realtà questi sono solo modi di dire. La parte della ragione è un tiranno, non ammette dubbi o tentennamenti. La parte della ragione fagocita le regioni vicine, allarga il suo campo di azione. Ti fa invadere la Polonia a cuor leggero e al suono della Cavalcata delle Valchirie. Perché quando sei dalla sua parte, quando ti senti di farne parte, la sua musica ti avvolge e ti coinvolge, ti stordisce con il suo ritmo, con la melodia e alla fine non riesci più ad ascoltare altro.

Come dicevo qualche post addietro, chi sta dalla parte della ragione vanta dei crediti, più o meno esigibili, comunque sempre sacrosanti.

Io preferisco essere dalla parte del torto. Preferisco sentirmi in debito, ascoltare le ragioni degli altri e continuare a cantare le cose della vita. E se ho sbagliato a viverle, come cantava Venditti, non è finita. Non è mai finita. Tutt’al più significa che c’è ancora da imparare.

 

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La forza dell’abitudine

L’abitudine è un abito. Un vestito su misura che ci cuciamo addosso. Le spalle, le maniche, il giro vita, il cavallo, la lunghezza delle gambe. L’abitudine ci calza a pennello, comoda ed elegante a seconda delle necessità. Nostra, soprattutto.

L’abitudine è come una vecchia canzone che conosci a memoria. Ti ritrovi a canticchiarla quando non hai altri pensieri. Ha accompagnato le tue giornate, l’hai sentita quando eri giù e quando eri felice. Magari per un po’ ti era passata di mente, ma in realtà era sempre lì, in un angolino della mente, perché lei fa parte di te, della tua storia.

L’abitudine ha dalla sua, la forza del già vissuto. Non ti sorprenderà, ma sai che su di lei puoi contare. E’ affidabile come un vecchio amico di infanzia. E’ rassicurante, anche se a volte può diventare scontata. Capita allora che si voglia uscire fuori, per vedere se c’è un fuori. E dopo la prima sensazione di disorientamento, scopri che ne puoi anche fare a meno. Che per quanto comoda, magari ti accorgi che appartiene al passato, ma non più al tuo presente, né tanto meno al tuo futuro.

E allora l’abitudine potremmo dire che è come una cabina del telefono. Esistono ancora? Funzionano? Ma soprattutto, interessano ancora a qualcuno? Eppure quanta storia, quanto tempo, emozioni, ansie, incazzature, gioie che abbiamo passato lì dentro. Semplicemente un giorno ti accorgi che non servono più.

(per lo spunto finale ringrazio gli amici blogger Rideafa e a Ammennicoli)

 

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Mirror, mirror on the wall…

Le persone possono essere suddivise in mille modi. Destra, sinistra, nord, sud, passionali e razionali, guardie e ladri, giorno e notte, Però effettivamente, come scrisse una volta quel vecchio trombone di Scalfari esistono due macrocategorie antropologiche, che comprendono e fanno comprendere molte persone e molti atteggiamenti ricorrenti. Chi si sente in credito e chi si sente in debito con la vita.

I primi hanno sempre da recriminare presunti torti subiti, hanno la sindrome della persecuzione, si sentono sempre defraudati, vittime di chissà quali complotti, oppressi da ingiustizie immeritate. Ovviamente, sentendosi in credito, si sentono anche autorizzati a richiedere, anzi a pretendere quanto dovuto. Per questo si sentono legittimati ad andare fuori dalle regole, ma anche dei principi generalmente accettati nell’umana convivenza. Il fatto che il mondo esterno non riconosca le loro sacrosante recriminazioni, li fa convincere sempre più del torto subito, aumentando la propria autostima, ingrossando un ego già di per sé ipertrofico, incapace di ascoltare la minima critica, neanche la più piccola voce discordante.

Il più delle volte c’è un nemico. Concreto, individuabile, ma allo stesso tempo metafisico, che è ovviamente colpevole di tutte le nefandezze del mondo, ma soprattutto di aver rubato la marmellata al povero cocco di mamma: le democrazie plutocratiche, le lobby giudaico massoniche, i servizi segreti bulgari, la Spectre, gli extraterrestri, Luciano Moggi. Davanti al loro specchio si pongono le domande fondamentali dell’esistenza, perché gli altri mica la vogliono riconoscere questa lapalissiana verità che loro e solo loro sono i più belli, i più forti, i più meritevoli del reame. E il loro specchio gli dà sempre ragione!

A questi si contrappone chi dalla vita si sente sempre in debito. Chi capisce che ha avuto tanto e quindi è disposto a restituire. Chi ringrazia anche quando non dovrebbe, chi è contento di quel che ha e per questo accetta quello che arriva senza pretendere nulla. Non è detto che sia completamente soddisfatto perché l’essere in debito non toglie la legittima aspirazione a migliorarsi. Non ha specchi al muro a cui domandare lumi del futuro, non ha rassicuranti risposte preconfezionate sulle quali adagiarsi. Ma come le onde di un fiume non ritornano indietro, così chi si sente in debito, guarda avanti, non sapendo se avrà ancora da ricevere, ma con la sicurezza che avrà ancora molto da dare.

Sail away, away, ripples never come back, gone to the other side, sail away, sail away

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Il mistero di More than a feeling, ovvero la fenomenologia dell’idiota

E così siamo arrivati a 200 post. E state ancora qui? Una prova incontrovertibile dell’umana pazienza! Per festeggiare il traguardo, come già altre volte è accaduto, prendo spunto da un bel post di quel gattaccio di Gintoki (questo), che si interrogava sull’insostenibile leggerezza dell’ebete.

In effetti, dai, ammettiamolo: siamo circondati da idioti! In macchina, in ufficio, allo stadio, al supermercato, al ristorante, in spiaggia, negli ufficio postali, a scuola, ai concerti, sulle piste da sci, sui sociale network, al cinema (gli idioti brillano anche al buio!). Programmi idioti in tv, elettori idioti alle urne, la mamma degli idioti…E meno male che il più delle volte l’idiota è innocuo. E’ fastidioso,  anche molto fastidioso, ma fortunatamente per lui e per chi lo circonda, non è così dannoso come altre categorie (che so, per esempio, gli stronzi. L’idiota spesso non riesce ad arrivare ad essere stronzo: ci prova, però che vuoi, in fondo poverino, è idiota).

Ma qual è il segno distintivo? Cos’è che contraddistingue un idiota? E poi, si è idioti in toto o l’idiozia è legata ad un qualche singolo contesto? Chi è idiota al volante automaticamente sarà idiota anche con un carrello della spesa o in fila allo sportello? E poi, ci si redime o è incurabile? In ogni caso, una caratteristica peculiare dell’idiozia, secondo me, è la velocità. L’idiota è lento. E’ lento di riflessi, è lento a calarsi nel contesto, è lento a comprendere il prossimo, è lento a capire le circostanze. E’ come se avesse qualche ingranaggio inceppato, che stenta a mettersi in moto e quindi lo fa arrivare tardi nelle situazioni, lo fa essere inopportuno. L’idiota è rallentato dalle sue convinzioni, dai suoi pregiudizi, da un orizzonte mentale ristretto, che non riesce ad andare alla stessa velocità del mondo che lo circonda.

Per questo, salvo qualche notevole eccezione che non manca mai, solitamente c’è chi è bravo a fare il sudoku, chi i rebus, qualcuno i cruciverba, insomma non è detto che si debba essere idioti in tutto. Il fatto che so, che i Boston (avete visto che facce avevano? Ma poi un gruppo che si chiama come una città…mah!) abbiano scritto More than a Feeling, porterebbe a pensare che davvero anche un orologio rotto una volta al giorno segna l’ora esatta.

Questo da una parte è un pensiero consolante. Dall’altra però ci dovrebbe far riflettere che, in fondo in fondo, nessuno è totalmente immune dall’idiozia. E anche noi che non guidiamo col cappello, che non parcheggiamo in doppia fila. Noi che stiamo attenti a non urtare i carrelli altrui, che non tagliamo la fila sulle seggiovie, noi che evitiamo di postare commenti inopportuni su FB, che abbassiamo il volume della radio in spiaggia, guardiamo History Channel e cerchiamo di tenerci informati su quel che succede nel mondo. Noi che ci vantiamo di comprendere gli altri, o almeno che ce la mettiamo tutta per capire e per farci capire, insomma noi che ci riteniamo reattivi, svegli, anche noi possiamo avere delle improvvise quanto catastrofiche frenate, che azzerano qualsiasi velocità.

E questo è il motivo per cui non ho paura dell’idiota in sé. Molto di più dell’idiota in me.

 

 

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Nessuno mi può giudicare

E così l’altra sera ci siamo rivisti “Nessuno mi può giudicare”. Al di là della bravura degli interpreti (la Cortellesi mi fa morire, la adoro), al di là che conosco lo sceneggiatore dai tempi della scuola, il film è una simpatica favola metropolitana, che però lancia un sasso, senza neanche nascondere la mano.

La questione è vecchia come il mondo. Le situazione avverse, la necessità di dover provvedere a persone care che dipendono da te, la dura legge della sopravvivenza…quali sono le circostanze che giustificano l’abbassamento dell’asticella che regola ciò che è lecito, da ciò che non lo è? Detto in altri termini, quale fine giustifica l’utilizzo di mezzi disonesti o comunque scorretti? E non parliamo di cose leggere. Non pensate che so, se sia lecito segnare con una mano come Maradona, oppure se sia permesso soffiare la fidanzata a qualcuno inventando chissà che storia. No, qui la protagonista si ritrova vedova in mezzo ad una strada, piena di debiti, con un figlio da mantenere. Così decide di prostituirsi. Il resto se vi va vedetelo!

Anche perché, in maniera un po’ piaciona, un po’ paracula, alla fine il film sposta l’attenzione (come già si dice nel titolo) sul fatto del giudizio. Sul perbenismo, di fronte alla sincerità dei sentimenti. E su questo penso si possa raggiungere una certa uniformità di opinione. Giudicare è sempre sbagliato. Sempre. In assoluto quando non conosciamo a fondo le situazioni (e chi può essere certo di conoscerle a fondo?), ma direi anche quando le conosciamo per bene in tutti i risvolti. Asteniamoci dai giudizi. Se non altro perché non si sputa in cielo, senza che…

Ma tralasciando quest’aspetto. Mettiamo conto che nessuno sia lì a giudicarti. Il problema è tuo. Tuo e della tua coscienza. E’ con lei che devi valutare la giusta causa, devi capire se c’è un buon motivo, che ti porti a compiere un’azione sbagliata. E in questo (non che avrebbe dovuto), il film non mi ha mica convinto. Come scrivevo in un post precedente (non lo cito se no la Pellona mi strilla, che dice che mi autocito troppo spesso) continuo a pensare che il perché (i motivi, la cause, le intenzioni) delle azioni sia sopravvalutato. I perché se le porta via il vento. Quello che resta sono le cose che fai e soprattutto le conseguenze di quello che fai.

Potrò comprenderlo il tuo perché. Potrò forse anche giustificarlo (io poi sono un cultore della materia, un giustificatore nato). Potremo valutare insieme quanto fossero dure, spietate, insensate le alternative. Potrò addirittura condividerne con te il peso, facendo sì che sia anche un po’ mio. Potrò astenermi da ogni tipo di giudizio. Ma questo non cambierà di una virgola la questione. Perché le cose sbagliate restano sbagliate. E nessun “perché” le rende meno sbagliate.

 

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Tu sei la mia persona

In fondo si tratta semplicemente di credere in qualcosa che non si vede. Le storie che raccontiamo, quelle che scriviamo, le storie in cui vogliamo credere e quelle che inventiamo di sana pianta. Tutte le storie sono eteree e impalpabili, ma non per questo non sono reali. Anzi, sono assolutamente reali. Dicono che l’amico, la persona che ti vuole bene, è quella che ti apre gli occhi, quella che ti sta vicino e ti aiuta a scegliere bene. E sì, forse è così. Ma l’essenziale è altro.

L’essenziale è avere la speranza di farcela. Nessuno ne ha la certezza, tranne forse quei gran culi che vincono le lotterie. Ma se non hai in tasca un biglietto vincente o un sei al superenalotto, se non vivi nelle favole, ma nella realtà, allora devi solo avere la forza per sperare. E questa sì, certo, ce l’hai dentro, la costruisci negli anni, compiacendoti delle vittorie e rialzandoti dopo le sconfitte, ma non basta. Non può bastare. Devi avere anche qualcuno che la condivida con te. Devi avere qualcuno che ci creda con te.

E non è nemmeno un discorso di verità o bugia. Non conta davvero se pensi seriamente che sia così o invece hai forti dubbi. No, non è quello. Ciò che resta, alla fine della storia, è che tu riesca a sostenere questa speranza, a dargli forza, a farla crescere, a spingerla in avanti quando da sola non ce la fa. A soffiargli vento se c’è bonaccia, in modo che le vele riprendano forma, a dargli una spinta se il motore si è inceppato, così da farlo ripartire. Non si tratta di credere nelle favole. La realtà è molto più brutta della favole. E’ molto più triste e drammatica. Ma anche molto più ironica. Molto, molto più ironica. Per questo si tratta semplicemente di credere che possiamo farcela. E di avere qualcuno che ci aiuti e ci sostenga in questa speranza.

Per questo forse un amico normale non ti basta mica. E nemmeno l’amore ti basta, perché forse non è la persona amata che riesce a fare questo. Non si può fare tutto e non si può essere tutto nella vita degli altri. Per questo devi trovare la tua persona.

 

 

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Ancora, ancora una volta

E’ la strada conosciuta, con i punti di riferimento, impressi nella mente, conosciuti come le tue tasche. Non ti spaventa il buio, la notte o il giorno, il sole o la pioggia, non conta nulla, non ha importanza, potresti continuare ad occhi chiusi. Conosci ogni momento, ogni passaggio, sai quel che c’è dopo. “Ancora, ancora una volta”. E’ la canzone che ti piace ascoltare e ancora e ancora: spingi il tasto replay e parte di nuovo, la prima nota e poi la voce, poi la chitarra, entra il basso lo sai, azzecchi l’attacco perché la sai a memoria, potresti cantarla e ricantarla, ancora, ancora una volta. E’ la tua storia che te lo chiede, sono le cose giuste che hai fatto, l’esperienza accumulata, quella che ti fa essere saggio, che ti fa cogliere la situazione, che ti mette in bocca le parole giuste, al momento giusto, nel tono giusto. Te lo chiede con dolcezza, te lo sussurra appena, suadente, femmina. “Ancora, ancora una volta”.

E sono gli errori, sono i vicoli ciechi, le svolte mancate, le parole sbagliate, i momenti inopportuni, i silenzi traditi, quelli che sai che fanno male, soprattutto dopo. Ma loro vogliono ferire, vogliono ferite aperte, vogliono sangue. E anche loro chiedono “ancora, ancora una volta”. E tu devi essere bravo a resistere, devi aspettare, devi solo aspettare perché sai che se passerà quel momento ce l’avrai fatta. Devi essere bravo a chiudere gli occhi e le orecchie, per poter chiudere la bocca e fermarti in tempo così da non fare quel passo in più. Per non versare quella goccia, per non spingere il coltello e non far uscire il sangue, il sangue che macchia e che sporca, la goccia che farà traboccare tutto il vaso. Anche se è lei. Sì, è lei, è proprio quella stronzissima goccia che vuole uscire, che sgomita, che spinge, che dice, anzi che urla, “ancora, ancora una volta”.

E allora in fretta, più in fretta, perché sta arrivando, la senti, la vuoi e nello stesso tempo la detesti, chiudi gli occhi e mandi giù, tutto d’un fiato. E brucia, stordisce e lascia senza fiato e grida “ancora, ancora una volta”. I vestiti pesano sulla pelle la incendiano e allora li togli, li strappi, via, via, in fretta, più in fretta. Come droga, come alcol, come il sesso. Conatus in suo esse perseverandi, ancora, ancora una volta, ancora una volta, ancora una volta, ancora una volta, ancora, ancora.

E’ questo il ritornello della nostalgia. E’ il sintomo della malattia del ritorno, da cui non c’è cura. Chi potrà salvarci? Perché se non sarai il mio salvatore, allora sarai la mia dannazione.