Padri che uccidono figli, mariti che uccidono mogli, uomini che uccidono colf, decapitazioni in diretta tv. Ma almeno in quest’ultimo caso c’è il fanatismo religioso a dare un motivo, a creare un contesto, per quanto assurdo, almeno razionalmente comprensibile alla malvagità. Negli altri casi ci dobbiamo affidare ad un contesto vago, ad un contenitore vuoto, che può essere riempito di qualsiasi cosa, com’è quello della follia.
La verità è che di fronte al male senza senso siamo presi dalle vertigini, perdiamo i punti di riferimento, belli o brutti che siano. La malvagità cieca, assoluta ci disorienta. Perché capiamo che in fondo, come un ospite indesiderato, potrebbe essere accanto a noi, potrebbe bussare all’improvviso, senza alcun avviso.
Forse c’è sempre stata ed oggi con questo surplus di informazioni che abbiamo, diventa solo più evidente. Non credo ai fenomeni di emulazione. E non credo nemmeno alla strategia della testa sotto la sabbia. Al contrario invece, dobbiamo rimanere svegli, “con gli occhi aperti nella notte scura” perché avere paura non ci aiuterà.
Piuttosto, come in modo schietto ci invita a fare Hanna Arendt, dobbiamo inchiodare il male alla sua banalità, cancellando alibi, togliendo maschere, scuse, presunte incomprensibili grandezze o giustificazioni. Con tutta la pietà possibile per coloro che non ce l’hanno fatta, ma nello stesso tempo con tutto il coraggio di cui disponiamo: nessuna resa, nessun passo indietro, dobbiamo insistere nella speranza che invece un’altra realtà è possibile.
Like soldiers in the winter’s night, with a vow to defend. No retreat, believe me, no surrender.
“Vieni padre mio, usciamo a fare un giro e guida tu e guarda avanti e non parliamo più, albero padre con un ramo solo ”
Adoro le giornate fresche che arrivano all’improvviso a spezzare la calura imperante. Adoro la montagna perché ti sa regalare questi cambi repentini. Ma allo stesso modo adoro quegli sprazzi di tepore inaspettati nelle mattinate assolate di dicembre, promesse di un’estate ancora lontana. Mi piace quando il tempo mi sorprende, in vestiti inadeguati, troppo caldi o troppo leggeri. Il rischio è un raffreddore, ma è un rischio che vale la pena correre.
Quella sensazione di inadeguatezza, che spiazza il nostro orientamento, come una via sconosciuta nata chissà come proprio nel bel mezzo di un itinerario che pensavamo di conoscere. A volte è una via senza uscita, altre volte invece può diventare una scorciatoia. Oppure, ancora meglio, la strada per posti inesplorati. Il rischio è perdersi, ma è un rischio che vale la pena correre.
La verità è che dovremmo imparare a restituire responsabilità. Soprattutto io, che come sempre predico bene e razzolo demmerda con risultati abbastanza insoddisfacenti.
Dovremmo smetterla di pianificare ogni singolo istante del futuro o di tentare di prevedere quello che potrà succedere (tanto non ci si riesce mica). E proprio io che vorrei coprire ogni imprevisto, sia che sia fatto per amore, sia che sia fatto per paura, dovrei proprio smettermela. Bisogna restituire la responsabilità, dando fiducia alle persone e quindi alle situazioni. Il rischio è rimanere delusi. Ma anche questo è un rischio che vale la pena correre.
Altrimenti come possiamo sperare di essere sorpresi? Se non restituiamo responsabilità, se non lasciamo per un attimo il comando, per quanto gravoso ci possa sembrare, per quante vertigini possiamo provare, non solo gli altri non riusciranno mai a sorprenderci. Rischiamo di soffocarli. Corriamo il rischio che come fiori finti non crescano mai. E questo è forse l’unico rischio che non possiamo correre.
Hai in mano quella moneta. Quella stupidissima moneta con le sue belle facce. Perché ci sono sempre due facce. E anche se sono sempre convinto di quello che scrivevo qui https://giacani.wordpress.com/2013/10/24/aut-aut/ – che quando ci troviamo di fronte a un bivio, ad un’alternativa, forse più cercare la risposta giusta, dovremmo avere la pazienza di riformulare la domanda – resta però il fatto, indubitabile, che a volta la vita ci pone di fronte ad un’alternativa.
Allora ti immagini quel signore un po’ anziano, con gli occhiali calati sul naso, che prende in mano una moneta grezza, prima del conio e meccanicamente la mette sulla pressa. Senza volerlo stabilirà lui se vincerai la palla o il campo, se avrai il sole in faccia o alle tue spalle, se il tuo avversario batterà per primo o la farai tu. Prenderà in mano quella moneta e gli darà le due facce. Stabilirà lui la testa e la croce, non certo il destino, il fato o chissà quale altre astratta divinità. Semplicemente un vecchio signore con gli occhiali.
O forse no, forse oggi le monete nascono già con le due facce. Come le situazioni in cui abbiamo di fronte l’alternativa: nascono così, già ambivalenti. A volte l’alternativa è fra ciò che vogliamo e ciò che dobbiamo: ma in quei casi è facile scegliere. Basta aver chiaro l’obiettivo e ti regoli di conseguenza. Segui il cuore o la ragione, le regole o l’istinto: chi predomina fra i due decide. Se però non ci sono queste sfumature? Se la scelta è radicale ed assoluta? Se proprio non riesci a scegliere fra quello che perdi e quello che trovi, allora non resta davvero che tirare in alto la monetina. E magari a volte, neanche serve sapere se uscirà testa o uscirà croce.
Quando sei davanti a due alternative lancia in aria una moneta. Non perché farà la scelta giusta al posto tuo, ma perché, nell’esatto momento in cui è in aria, saprai improvvisamente in cosa stai sperando di più (Bob Marley).
I sentieri ufficiali in montagna, quelli segnati e catalogati dal Cai, hanno dei bei segnali rossi e bianchi che ti dicono dove devi andare. Basta avere un po’ di colpo d’occhio, seguire i segni e sei sicuro di non sbagliare mai. A volte il sentiero sembra prendere da un’altra parte, a volte la via più grande, quella apparentemente più semplice gira da un lato, ma il segno indica altrove. Magari su per un viottolo stretto e quasi nascosto: se lì ci sono le strisce bianche e rosse puoi stare tranquillo, perché quella è la strada giusta. Malgrado ogni apparenza.
Se segui i sentieri già battuti non rischierai di perderti. Non avrai sorprese, né belle, né brutte. Sai che arriverai dove volevi arrivare. Non devi star lì a ragionare più di tanto: non devi valutare i pro e i contro, né hai l’imbarazzo della scelta. Qualcuno, più esperto di te, ha fatto le scelte più giuste e ora tu non devi fare altro che fidarti di lui e seguire le sue orme.
Può capitare però a volte che senza accorgertene, ti trovi su una pista non segnata. Basta non vedere uno dei segni, magari seguendo quello che sembra essere il sentiero principale e ti ritrovi su un terreno non battuto. A quel punto puoi tornare indietro per recuperare la strada giusta. Oppure puoi improvvisare, puoi tentare di andare avanti, orientandoti con il sole o con le cime dei monti. Andare avanti su una strada sconosciuta, su un sentiero incerto, poco battuto, con la speranza che prima o poi ti riporterà sulla via principale.
Perché anche in mezzo ai boschi le apparenze possono ingannare e quando pensi di aver trovato una via alternativa, quando sei pieno di orgoglio e ti senti un novello Cristoforo Colombo, quel sentiero ampio e incredibilmente pulito, si interrompe improvvisamente in mezzo al nulla.
Ogni volta la montagna mi dice tante cose. Mi dice che per quanto possiamo essere bravi, difficilmente ci inventeremo un sentiero alternativo. Mi dice che a volte dobbiamo avere l’umiltà di tornare sui nostri passi. Che se vogliamo arrivare in cima, dobbiamo saper cercare i segni, senza lasciarsi ingannare dalle apparenze. Soprattutto mi dice che in fondo l’obiettivo può anche essere il cammino stesso, più ancora di quello che ci sarà alla fine del sentiero.
Ammesso e non concesso che non sia già accaduto quello che scrivevo qui (https://giacani.wordpress.com/2014/03/18/quando-saro-morto/) quando avrò 64 anni starò per andare in pensione. Come sarà l’Italia nel 2030? In Tv continuerà la sagra dell’ovvio. Ci sarà sempre l’emergenza caldo d’estate (bevete molto, non uscite nelle ore calde), l’allerta meteo d’inverno (mangiate cose calde, copritevi nelle ore fredde), ci sarà qualche comico che si improvvisa politico e qualche politico che ci farà ammazzare dalle risate.
Sarà l’anno dei mondiali. Il calcio però sarà meno seguito di oggi, soppiantato sempre più dai giochi virtuali. Tutto sarà un po’ più virtuale. Non ci saranno più le chat, avrà largo seguito il videofonino. Noi antichi no (salvo qualcuno più minchione di altri) ma le giovani generazioni videoparleranno soprattutto con un computer, precedentemente programmato per essere esattamente come vogliamo che sia. I miei nipoti saranno amici e passeranno la gran parte del tempo con una che ha l’aspetto di Marylin, adora la birra e soprattutto dice sempre di sì, senza star lì troppo a puntualizzare.
Nel 2030 ebrei e palestinesi continueranno a starsi reciprocamente sulle balle, ma speriamo che avranno convertito i conflitti in partite a scacchi. Non ci sarà più la fame nel mondo e questo grazie ai cinesi che avranno invaso la terra con negozietti tutto a un euro e involtini primavera a gogò. Inutile dire che ci avranno definitivamente colonizzato: noi, l’Europa, gran parte dell’America e dell’Africa. Ci saranno i cinegri e i cineuropei: i più fetenti di tutti, ovviamente saranno i cinromanisti, ma questo è ovvio.
I miei figli vivranno in un altro Paese, ma grazie al videfonino potremo vederci tutti i giorni. I miei nipoti parleranno altre lingue, mia nuora potrebbe avere la pelle di un altro colore e mio genero pure. O invece no. Magari i miei figli dopo aver girato di qua e di là saranno tornati nei paraggi, tanto più che ormai gran parte dei lavori si svolgeranno da casa o comunque a distanze anche siderali dal luogo di lavoro.
Dicevo che starò per andare in pensione. Ma ancora ci si andrà in pensione? Questo lo ignoro, però è probabile che si lavorerà di meno. I nostri nonni lavoravano 6 giorni alla settimana, noi 5, i nostri nipoti probabilmente 4. Ci sarà sempre più tempo libero e le persone, inevitabilmente, si dedicheranno sempre di più a hobby e ad attività ricreative. L’altra faccia della medaglia sarà che ci si annoierà anche molto di più. Troveranno nuovi modi di sballarsi e di perdere il contatto con la realtà.
Ci si ammalerà di meno e si invecchierà di più. Avranno trovato un rimedio contro il reflusso esafageo forse non ancora contro il cancro. Di qualcosa si continuerà a morire. Il traffico a Roma sarà sempre lo stesso, non avranno finito i lavori della metropolitana e quando pioverà saremo lì tutti in fila a smadonnare. Continueremo a giocare a calcetto il giovedì sera, ma avremo avuto la prudenza di comprarci un defibrillatore, Bruno continuerà a tirarci sòle e con Tato, Elena e Ciu continueremo a farci pazze risate. Isotta sarà preside da qualche parte e Dario avrà messo su un’agenzia per giovani calciatori. Ci saranno sempre lunghe discussioni con I. e continueremo a sorprenderci per la strane coincidenze che ci capiteranno.
Ale continuerà a sopportarmi. Lo so, questo è più un auspicio che una previsione razionalmente fondata, ma almeno una concedetemela! Senza alcun dubbio sarò sempre il gran cazzone che sono sempre stato. Forse anche un po’ peggio. Continuerò a leggere Tex e a bere vino, a tifare Lazio e ad ascoltare good-old music. Spero che avrò ancora la curiosità di conoscere persone e cose e la capacità di non prendere nulla sul serio. Soprattutto me stesso.
E i blogger? Be’, questo ce lo dovranno raccontare loro! Quindi sotto a chi tocca…
Questo post è stato quanto meno sollecitato da quello del mio amico Gintoki, dove si/ci chiedeva, cosa dire a qualcuno nel momento di difficoltà, cosa fare nel momento del bisogno.
Certamente le cosiddette “frasi di circostanza” lasciano il tempo che trovano. Fanno parte della convivenza civile e sono quindi un po’ un cliché a cui ricorriamo, appunto nelle situazioni in cui non sappiamo cosa dire. Come quando sei in ascensore con uno sconosciuto, oppure con qualcuno che conosci ma con cui hai poca confidenza e non sai dove guardare e cominci a giocare con le chiavi. Ecco, cose tipo “vedrai che il tempo lenisce ogni cosa” o similari, sono come quel mazzo di chiavi.
Forse meglio sarebbe non dire nulla oppure, semplicemente, “se vuoi io sono qui”. In modo un po’ drastico commentavo però che solitamente diciamo così quando all’altra persona non frega una beneamata ceppa se ci siamo o no. I veri amici, le persone che stanno dentro le nostre vite sul serio, non hanno bisogno di dire “ehi, ci sono”. Come non hanno bisogno di dire grazie, ma questo è un altro discorso, non divaghiamo.
Perché secondo me non è vero che gli amici si vedono nel momento del bisogno. O comunque non è del tutto vero. Quelli sono i medici. Gli amici preferirei vederli anche in altre situazioni. Gli amici veri, quelli che fanno parte delle nostre vite sanno parlare e sanno tacere. Sono quelli che ci sono sempre: che c’erano ieri e siamo abbastanza confidenti che ci saranno anche domani, nelle situazioni favorevoli e in mezzo alle tragedie. Se dovessi pensare ad un ideale di amico vero non credo sarebbe quello a cui telefonerei in piena notte se mi si è rotta la macchina. Quello si chiama carroattrezzi. Il mio ideale di amico vero è quello che sta lì in macchina con me e magari mi prende per il culo perché ho una macchina di merda oppure perché sono il solito cazzone che non controlla il livello dell’olio.
E quando lo incontri in ascensore sai benissimo cosa raccontargli e non hai bisogno di tirar fuori le chiavi. A meno che tu non abbia un altro bisogno, perché te la stai facendo sotto e non vedi l’ora di arrivare nel tuo pianerottolo per andare in bagno. Ma anche questo è un altro discorso.
Si può apprezzare una persona senza volerle bene? E si può voler bene ad una persona senza apprezzarla?
Così ci interrogavamo l’altro giorno con I., che come già sapete (https://giacani.wordpress.com/2014/01/05/i-il-rubinetto-della-doccia-e-la-domanda-kantiana/tp://) ha l’indubbio merito di costringermi a vincere la pigrizia e a mettere momentaneamente da parte la minchioneria, per farmi diventare una persona seria. Alla prima domanda è facile rispondere sì. Stimare professionalmente qualcuno e magari detestarlo non è poi così raro. Anzi, c’è anche il detto, vizi privati e pubbliche virtù. A volte quelle caratteristiche che da un punto di vista professionale ci fanno apprezzare qualcuno, si portano quasi automaticamente appresso degli aspetti, delle particolarità che contrastano profondamente con il nostro sentire. E questo ci porta a dare giudizi completamente differenti, a volte contrastanti su determinate persone.
Anche alla seconda domanda è facile rispondere di sì. Capita con i familiari, che, come si sa, ci ritroviamo e certamente non ci possiamo scegliere. Capita anche con gli amici. Che effettivamente di solito ci scegliamo. Magari però quando li scegliemmo erano diversi da oggi: magari continuiamo a voler bene, però certo il giudizio su di loro nel tempo può cambiare, anche radicalmente.
Con le amicizie “adulte” è più difficile. “Da grandi” per voler bene a qualcuno penso sia quasi indispensabile stimarlo: bisogna condividere con lui un orizzonte ideale, dei valori, dei punti di vista comuni . Sarà anche per questo che però è così difficile e così raro che si riesca ad allacciare legami profondi? La realtà è che si diventa più esigenti. E d’altra parte non si ha quel vissuto insieme, quelle esperienze, spesso fatte negli anni più belli, che ti fanno passare sopra a tante cose, che ti fanno chiudere un occhio e a volte anche due, perché “lei (o lui) è fatto così, lo sai, è inutile incazzarsi, non cambierà mai…”
Però quando accade che si riesce a trovare un comune sentire, quando la stima si intreccia anche ad un legame affettivo, se pensi sia talmente bravo che potrebbe fare la prima ballerina per radio e allo stesso tempo le vuoi così bene che la apprezzeresti anche come soprano in un film muto, per bacco! Allora sì! E’ difficile, ma può succedere. E di solito succede in modo del tutto accidentale, come dice Bach, “nel più importante dei modi. Per caso“.
E allora magari le vuoi così bene ed insieme la stimi così tanto che arrivi anche a sognare che ha i piedi più lunghi di quelli che ha.
Ma tutto quel che cerca e che vuole è solamente amore…
Fra i tanti errori che possiamo fare, c’è quello di pensare che ci debba sempre essere una reciprocità assoluta, una sincronia perfetta del dare e dell’avere. L’errore è pensare che ci sia una conseguenza logica fra un’azione che fai e quella che faranno altri in risposta. Ma non è così, non è quasi mai così.
Non è per bontà o per un generico e farisaico altruismo che dobbiamo pensare che non dobbiamo pretendere un ritorno. Non possiamo pretendere o neanche aspettarci indietro qualcosa, perché a volte (spesso? quasi sempre?) gli altri non sono proprio capaci di restituirci almeno una parte delle attenzioni, delle cure, dell’amore che siamo stati in grado di dare. Non è cattiveria. E’ questione di capacità. Come saper suonare il pianoforte o parlare il cinese. C’è chi è portato e lo impara solo ascoltando, c’è chi si impegna e con lo studio alla fine riesce e chi proprio è negato. Che ci vuoi fare?
Quache anno fa altrove scrivevo così…
Un giorno la mano destra e la mano sinistra decisero che era ora di tagliarsi le unghie. Cominciò la mano destra, che era quella più brava, quella più capace. E fece proprio un bel lavoro: tagliò e limò, pareggiò alla perfezione le unghie della mano sinistra seguendo con cura la forma arrotondata delle dita, rendendole tutte uniformi. Poi disse alla sinistra: “Vedi come ho fatto? Adesso tocca a te”. La sinistra prese in mano le forbici e… fece un disastro! Un’unghia era rimasta lunga, una mezza storta, un’altra era tanto corta quasi da far sanguinare il dito. Alla fine la destra, che aveva fatto un buon lavoro, era molto meno curata della sinistra, che invece era passata sulla sua compagna come un flagello divino.
Non c’è cattiveria nella mano sinistra. E’ semplicemente incapace. E per questo è inutile pretendere o semplicemente aspettarsi quello che non potrà mai dare. Forse è proprio sbagliato chiederle una cosa che sappiamo già in partenza non sarà capace di fare. In questo modo aumentiamo la nostra frustrazione per un attesa disattesa e anche il senso di colpa altrui, ammesso e non concesso che questo altro ce l’abbia. Ma il più delle volte è così.
Resterebbe da capire com’è che qualcuno è capace di imparare il cinese, di suonare il pianoforte, di tradurre in Italiano una guida sulla Route 66, e altri non sono nemmeno capace di tagliarsi le unghie. Possiamo stabilire con certezza che i primi siano meglio dei secondi? Che siano più bravi, più buoni o forse semplicemente più ricchi di talenti che altri non hanno? Resterebbe poi da stabilire chi campa meglio. Perché mica è detto cosa sia più soddisfacente, più realizzante: essere mano sinistra che riceve o essere destra che dona?
Diffidate di chi ama tutti. Una persona veramente perbene deve avere almeno 10 persone che gli stanno sul cazzo.
No, tranquilli, non è l’ennesimo post sulle 10 cose (anche se…un post sulle 10 persone che mi stanno sul cazzo mica sarebbe male). No, stasera faccio la persona seria (disse quello che aveva un boccale di birra nell’immagine del profilo…). Partiamo dalla prima affermazione. E’ possibile amare tutti? Cristianamente parlando, chi è questo benedetto prossimo che dovremmo amare come noi stessi?
Francamente non penso si possa amare tutti. Io penso che il prossimo siano, banalmente, quelli che ci capitano a portata di mano. A portata di naso, di orecchie, di occhi. Non possiamo salvare il mondo. Pur nella mia infinita presunzione devo ammettere che no, non ce la posso fare. Ma quelli che mi stanno intorno, quelli che Dio o chi per lui ha messo sulla mia strada, almeno quelli, certo che posso. O almeno ci posso provare. Pagando eventualmente lo scotto della sconfitta, laddove il risultato non sia poi quello sperato.
Io penso che bisogna imparare dagli errori, anche se è la cosa più difficile del mondo. Senza cercare alibi o giustificazioni, senza scuse. Anche perché come dicevo qui https://giacani.wordpress.com/2014/05/16/con-le-migliori-intenzioni/, non frega una beneamata ceppa a nessuno delle intenzioni con cui fai le cose. I risultati sono importanti. Se hai fatto bene o se hai fatto una cagata. Questo importa.
Quindi penso, anzi, mi impegno ogni giorno, per cercare di far bene e soprattutto di essere attento a quello che capita intorno a me. Penso che, come dicevo sopra, il mondo no, ma chi sta intorno a me, chi è vicino al mio cuore, debba avere il meglio e io devo fare di tutto per fargli avere il meglio. Soffro della sindrome del genio della lampada: fare felici gli altri (non tutti, quelli più prossimi, come dicevo sopra) credo sia l’unica vera ragione per essere al mondo.
Infine, penso che a volte bisogna fare un passo indietro. Pur nella già citata smisurata presunzione penso che a volte basta chiedere scusa e poi starsene in silenzio. Perché c’è sempre il pericolo di voler fare i protagonisti anche nelle situazioni in cui sarebbe meglio fare i comprimari, anzi sarebbe meglio proprio lasciare la scena ad altri.
Capita a volte, mentre parlo con qualcuno, di interrogarmi su cosa pensi di me il mio interlocutore. Lo osservo mentre parla o mentre ascolta quello che gli dico e cerco di capire. E spesso ho la sensazione che abbia un’idea sbagliata, che non capisca davvero come sono fatto. A volte penso di essere meglio di quello che sembro, altre volte invece ho esattamente la sensazione opposta e ho la quasi certezza che questo fantomatico interlocutore mi giudichi meglio di quello che sono. Questa ambivalenza, o meglio, la distanza fra quello che penso di essere e quello che penso gli altri pensino di me, ha determinate conseguenze.
Conseguenza numero uno. Le opinioni altrui su di me hanno un’importanza che disegna una curva asintotica allo zero. Lo so, potrebbe essere un difetto. Ma nel bene e nel male mi rendo conto che è così. Sto a sentire tutti, anzi sono molto curioso delle opinioni altrui. Ma è una curiosità accademica. In realtà, in fondo in fondo, sono proprio pochi i giudizi altrui che davvero mi interessano. Non ve la prendete quindi. Niente di personale!
Conseguenza numero due. Non sono capace di piacere per forza a qualcuno. Ma questa cosa già la sapete, perché l’ho scritta qui non sono e non sarò mai un buon venditore, non sono e non sarò mai un conquistatore di cuori.
Terza conseguenza. Non so dire di no. O meglio, certo che lo so dire, ma per me è davvero faticoso. Con i figli, con i colleghi, con la zingarella che si offre di pulirmi il vetro, con quello che mi vende l’aglio al mercato di Val Melaina, con chi vuole offrire le rose alle signore sedute al mio tavolo, con gli amici, con mio padre. Direi di no è una fatica inenarrabile, uno sforzo sovrumano e contronatura, che quando posso evito come la peste. E lo so che non si può piacere a tutti (e neanche me ne importa, in effetti) e so anche che un “no” solitamente non uccide nessuno. So anche che, come capita per primo a me, non è che poi gli altri se ne muoiano dal volere il mio sì. Immagino bene che possano tranquillamente fare a meno del mio aiuto e a volte sono solo le circostanze a far sì che io sia coinvolto., che mi chiedano cose che potrebbero benissimo chiedere a centinaia di altre persone. Però…però è più forte di me “Ma sì, dai lavame ‘sto vetro, va!”