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Attese e aspettative

All’inizio di una storia sei pieno di speranze, perché sei convinto che ci sia un mondo da conquistare e nulla da perdere. E così, seguendo le tue spinte costruttive, sei pieno di buoni propositi. Combatti contro la tua superficialità, la tua faciloneria e ti sforzi di mettere da parte i pregiudizi, vorresti ripulire la tua mente per lasciarla aperta ad ogni contributo, dando la massima disponibilità all’ascolto, avvicinandoti cercando di raccogliere il massimo di quello che gli altri possono darti.

E quello che arriva è tutto trovato.

Così gli altri non ti deluderanno mai, perché avranno sempre qualcosa da offrirti. Magari qualcosa di piccolo, di apparentemente insignificante, ma che invece può diventare prezioso.

Ma funziona anche con chi amiamo profondamente ed incondizionatamente? Anche con coloro riusciamo ad essere così saggi, così bravi da aspettare senza pretendere?

E con noi stessi? Con noi stessi abbiamo la pazienza di aspettarci, oppure saltiamo direttamente alla pretesa? Cosa ci aspettiamo da noi stessi? E per quanto tempo siamo disposti ad aspettare?

Insomma, non sarà che invece proprio sul più bello, proprio nei rapporti che contano veramente, non siamo incatenati ai nostri pregiudizi, non siamo lì tesi a pretendere, senza se e senza ma, quello che vogliamo da noi stessi e dalle persone che amiamo?

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C’è sempre un motivo

Un fastidio persistente, di quelli che ti prendono e non ti lasciano in pace per tutto il giorno. Così diffusi che hai difficoltà a capirne la causa, così prolungati che a volte neanche ti accorgi più di averli. Non stai bene, ma non capisci più neanche perché. Una sensazione di malessere generica, che ti accompagna da quando ti svegli a quando vai a dormire. Mentre lavori, mentre mangi, mentre sei in mezzo al traffico.

Magari quello che sembra un malumore, legato al tempo o ad una nottata passata in bianco, ha invece un’origine fisica. Un mal di testa, prendi una bella pasticca e via. Oppure erano le scarpe strette, appena te le sfili il fastidio scompare. Se individui il dolore, dal dolore risali al senso di malessere generale e da lì alla causa vera.

L’ideale è proprio capire qual è la causa.

Perché a volte non è il mal di testa.

E nemmeno le scarpe strette.

A volte il malessere è generico, astratto.

Ma non bisogna farsi sviare.

C’è sempre un motivo.

Inconscio o rimosso, dimenticato o talmente fastidioso da non voler essere ricordato.

Il motivo è lì.

Basta avere la capacità di individuarlo.

O forse, più che la capacità, sarebbe meglio dire il coraggio.

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Considerazioni sul traffico

Rientrando in macchina stasera, in mezzo al traffico impazzito del periodo prenatalizio che trasforma il mio tragitto casa ufficio dai 50 minuti abituali ad oltre un’ora e un quarto pensavamo di come in effetti le regole stradali possano essere una bella metafora della convivenza civile.

Ognuno di noi ritiene di sapere cosa sia il bene e il male. Ognuno di noi pensa di viaggiare alla giusta velocità, nel giusto mezzo fra quelli che seguono pedissequamente, acriticamente (quindi stupidamente) le regole e gli incoscienti che non capiscono il rischio che corrono e che fanno correre a te non seguendole. Perché ognuno di noi pensa di essere esattamente a metà fra la disciplina zelante e la disobbedienza pericolosa. E non è così pure fuori dal traffico? Non è così pure con le altre regole, con le tasse, con i regolamenti condominiali o con i comandamenti (per chi ci crede!)? Non siamo tutti convinti di essere nel punto esatto fra gli estremi, fra l’ingenuo e il furbo, fra il bigotto e il miscredente…

E così sfarfagliamo a quelli che vanno troppo piano, ma ci dà gusto metterci in mezzo a quelli che vanno troppo veloci. Ci arrabbiamo con quelli che ci superano a destra, ma siamo insofferenti con quelli che camminano piano a sinistra. Ci infuriamo con quelli che non mettono la freccia, ma poi magari ci scordiamo di farlo. Ma quelli che proprio ci mandano ai matti sono quelli che scientificamente rallentano al giallo per dare poi un’accelerata imporvvisa, in modo che loro passano e ci inchiodano al rosso successivo: tiè! Io la faccio franca e in più costringo te a rispettare le regole!

Perché, in fondo, rispettare le regole è fastidioso, è scocciante, soprattutto rispettare regole che riteniamo stupide, ancora peggio rispettarle mentre vedi altri che non lo fanno. E così gli odiatissimi vigili sono una visione celestiale quando beccano il cornuto che va sulla corsia degli autobus a Caracalla…Alè, dagli giù, bruciagliela quella patente, anzi, bruciagli pure la macchina!

Forse converrà ricominciare a prendere la metro.

Se non ci fossero quegli infamoni che ti si attaccano dietro i tornelli per non pagare il biglietto…

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Anestesia

Dunque l’altro giorno mi sono deciso a togliere un neo. Brutto, enorme, scomodo (proprio sulla linea della cinta dei pantaloni), ma innocuo. Erano anni che stava lì e tutti mi dicevano perché non lo togli? Ma non ti dà fastidio?

No, certo che non mi dà fastidio! O comunque il fastidio è meno della strizza di toglierlo.

Alla fine però mi sono deciso.

Ovviamente, da cuor di leone, ho preteso un’anestesia locale laddove il Doc insisteva invece a dire che proprio il giorno prima ne aveva bruciato uno ad una signora senza anestesia,senza problemi, senza un lamento. Figuriamoci! Io mi lamentavo prima che cominciasse, opponevo una serie di problemi e quindi volevo litri di anestesia (del resto, amiche mie, mi avete per caso mai sentito dire che noi uomini siamo più coraggiosi? Ho mai preteso paragonarmi alla vostra forza di volontà? Alla vostra determinazione? Testimoni voi, io mi sono arreso da un pezzo!)

E così, sdraiato sul lettino, sentivo questa puzza di bruciato, senza però sentire alcunché. E pensavo che ficata sarebbe stato se qualcuno avesse inventato un’anestesia per i sentimenti. Una punturina e via, giù di bisturi e di azoto liquido. Taglia qui, brucia là, ma senza sentire il benché minimo dolore. Con un’anestesia del genere potremmo tagliare rami secchi, cauterizzare vecchie ferite ancora aperte, non avremmo remore, non ci sarebbero esitazioni. Perderemmo ogni dubbio, romperemmo gli indugi.

Dritti all’obiettivo, senza paura. Eppure…Saremmo così precisi come il mio Doc? Saremmo in grado esattamente di tagliare ciò che c’è da buttare, senza confonderci e senza quindi portare via anche quello che invece è necessario che rimanga? In fondo il dolore è una sentinella, è come un allarme che ci dice quando fermarci. O quanto meno quando è il caso di aprire bene gli occhi. E’ per questo che solo le persone a cui teniamo sono quelle che ci fanno sentire veramente dolore. E anzi. Se a qualcosa serve il dolore, potremmo dire, è proprio il capire quanto teniamo a qualcuno. Se non sentissimo dolore insomma, forse non riusciremmo a capire quanto amiamo davvero l’altra persona.

No, niente anestesia, quindi. Magari giusto un goccio di quello buono. Almeno quello sì!

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Grey’s Vergata parte seconda

(da leggere – preferibilmente – dopo aver letto la prima nota con lo stesso titolo)

Dovendo proseguire il discorso iniziato con l’altra nota, potrei cominciare con un “E invece…”

E invece non è proprio così.

Non sono poi così male organizzati.

Anzi, diciamola tutta. Le cose sembra proprio che funzioni come si deve.

Chi l’avrebbe mai detto?

45 giorni dopo, chilometri e chilometri passati sul Raccordo Anulare in macchina sotto al sole, panini su panini mangiati in piedi di corsa solo per poter fare due chiacchiere con lui, mi debbo ricredere.

Ma a farmi ricredere non è stata la pulizia delle stanze o la precisione delle visite e dei controlli. Non è stata nemmeno la professionalità dei dottori o la disponibilità degli infermieri.

No. A farmi ricredere è stata una dottoressa con le crocks rosse, i jeans sdruciti, una voce da contralto, l’aria sempre stanca e un sorriso contagioso.

Una dottoressa che non solo gli ha dato la terapia giusta. Ha passato del tempo con lui.

Non solo gli ha controllato i valori delle analisi. Gli ha sempre regalato un sorriso.

Non solo è stata a sentirlo. Gli ha raccontato la sua vita.

Insomma non ha solo curato papà. Si è presa cura di lui.

Come dice il poeta, la differenza salta agli occhi!

E improvvisamente mi ha colto questo pensiero.

Noi costruiamo case, facciamo quadrare i conti, affrontiamo cause in tribunale, scriviamo articoli sui giornali, insegniamo latino o matematica, consegniamo lettere, coltiviamo grano o vendiamo salumi.

Chi fa il dottore salve delle vite.

Ognuno di noi ha delle soddisfazioni o delle delusioni nel lavoro.

I dottori fanno uscire con i propri piedi gente che entra da loro seduta, quando ve bene.

E quando va male li lascia andar via sdraiati.

E’ una banalità, me ne rendo conto. Ma forse è così banale che ce lo scordiamo.

Quindi amici cari, la prossima volta che saremo orgogliosi o giustamente compiaciuti con noi stessi per un buon risultato lavorativo, ricordiamoci sempre che non abbiamo salvato nessuno.

E quando saremo incazzati, depressi o distrutti perché un risultato non è stato raggiunto (ve lo dice uno che questa settimana ha visto…la mia fine sul tuo viso), ricordiamoci che c’è chi deve sopportare il peso di qualcuno che non c’è più.

E infine, visto che ho letto che Patrick Dempsey lascerà Grey’s Anatomy, io un salto a Tor Vergata glielo consiglio.

Lì c’è una dottoressa molto, ma molto meglio di Meredith!

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Grey’s Vergata

A Seattle piove. Spesso. E fa pure freddo mi sa.

A Roma c’è il sole. Quasi sempre. E comincia a fare caldo.

Le cose positive però si fermano qui.

Al Seattle Grace arrivano le ambulanza piene di malati che vengono accolti direttamente sul piazzale da medici e infermieri che in quattro e quatr’otto li visitano, li ricoverano e li curano senza dargli tempo neanche di capire dove sono.

Papà è stato sei giorni all’astanteria del Pronto Soccorso di Tor Vergata, in mezzo a tossici, malati di mente e delinquenti con guardie di scorta al seguito. Poi finalmente gli hanno dato un letto in un reparto.

Al Seattle Grace i medici hanno a disposizione macchinari perfetti, sono in contatto con tutti gli ospedali degli Stati Uniti. Le stanze dei pazienti sono fantasmagoriche, piene di confort per i malati e gli ospiti.

A Tor Vergata, nella stanza che bontà loro sono riusciti a tirar fuori, durante la prima settimana c’era la serranda rotta e il telecomando della tv funzionava quando gli pareva a lui.

Al Seattle Grace i parenti dei malati parlano tranquillamente con il capo Webber, responsabile medico dell’ospedale.

A Tor Vergata se riesci a parlare con uno specializzando di turno che forse, fra gli altri, segue il paziente che interessa a te, ti sembra di aver vinto a Win for Life!

I medici del Seattle Grace sono belli, bellissimi! E quando non sono belli come Meredith o Shephard, sono tipi che hanno fatto almeno una guerra in Iraq (Owen e la Altman), oppure hanno personalità spiccate come Cristina Yang.

I medici di Tor Vergata ce la mettono tutta, questo non gli si può negare.

Insomma, cari dottori che devo dirvi? Siete disorganizzati, sotto dimensionati, probabilmente anche mal pagati, pretendere che siate cortesi e disponibili forse è troppo. Speriamo almeno sappiate fare il vostro lavoro.

Forse avrò visto troppi episodi di Grey’s Anatomy. Però, osservandovi in questi giorni un dubbio mi assale: ma non sarà che, rispetto a loro, trombate troppo poco?

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La banalità del male

Leggendo la vicenda del pugile ucraino che uccide a pugni “la prima che incontro per strada” (e poi anche il bell’articolo di Sofri su Repubblica di ieri “Noi uomini vigliacchi, rileggiamo Cuore”), pensando a come avrei reagito io in una situazione simile, mi veniva in mente la parabola del Buon Samaritano. Il “prossimo” che si prende cura del povero disgraziato, lasciato ai margini della strada ferito e derubato, che lo cura e gli paga la locanda, non può non opporsi ai banditi, se li incontra per strada. Non può (non potrebbe) limitarsi a curare le ferite: quanto meno dovrebbe fare di tutto per evitarle. E tutto questo non penso vada in contrasto con il porgere l’altra guancia e con il principio, non solo evangelico, della non-violenza.

Eppure molto spesso nella storia anche recente mi sembra che ci limitiamo appunto a questa funzione (importante, per carità) di crocerossine successive ai fatti, senza avere il coraggio di affrontare il male direttamente, faccia a faccia.

Che poi, nel caso in questione, non so quanto sarebbe stato coraggioso o incosciente affrontare quell’animale tentando un salvataggio improbabile (direi anzi impossibile, visto il mio fisico non proprio scultoreo). Forse meglio sarebbe stato cercare aiuto. Chissà, è difficile dirlo così, a freddo, bisogna trovarcisi, probabilmente non sono reazioni che si possono stabilire prima.

Che poi quello che fa più paura non sono i muscoli del bruto, quanto il vuoto che spalanca davanti a noi una violenza come questa. Una violenza disperata, senza senso, senza motivo, banale, come diceva la Arendt. Perché la violenza come questa è banale, non ha alcuna grandezza, né dignità o potenza. Il male che si scaglia contro una donna inerme o contro un bambino è meschino, insignificante, mediocre. E contro questo male non possiamo restare inerti, non possiamo chiudere occhi ed orecchi ed accelerare il passo. Per quanto ci faccia orrore, per quanto la disperazione ed il vuoto che ci apre di fronte ci spaventi, dobbiamo reagire. Magari con il rischio di prendere qualche sganassone. Ma sicuramente meglio che affrontare poi i sensi di colpa per non aver reagito.

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Elogio delle donne

Le considerazioni di oggi partono da una constatazione, da una citazione e da un anniversario.

La constatazione è algebrica.

Quando avevo 10 anni intorno a me c’erano tanti bambini e tante bambine, all’incirca dello stesso numero. Così anche a 20 anni, tante ragazze, tanti ragazzi.

Dai 30 anni in poi comincia uno strano fenomeno: via via che passano gli anni le ragazze (diciamo le donne) aumentano. A parte le coppie ci sono molte donne single e non altrettanti uomini. Così, a mente, senza starci a pensare troppo, mi vengono in mente decine di amiche, belle, intelligenti, simpatiche, affermate nel lavoro, più o meno felicemente single. Ho difficoltà a riempire le dita di una mano per quanto riguarda gli uomini. Forse negli ultimi anni grazie (si fa per dire) alle separazioni il numero cresce, ma sempre in percentuale minoritaria.

Com’è spiegabile questo fatto? C’è una ragione demografica? O semplicemente gli uomini non sanno stare da soli?

E qui arriva la citazione (per altro già riportata in altre note, perché mi piace molto). Diceva Gloria Stein “una donna senza un uomo è come un pesce senza una bicicletta”.

E un uomo senza una donna?

Perché effettivamente forse tutte queste amiche single non saranno sempre al 7 cielo, ma avete presente gli uomini single? Ammettiamolo amici, siamo una frana! Nostalgici quando abbiamo una grande storia alle spalle (non parliamo dei vedovi, che santificano mogli che hanno stressato per una vita!), schizofrenici e tendenzialmente vittimismi, nevrotici e autoassolutori quando non c’è neanche quella.

Non c’è dubbio che l’altra metà del cielo abbia più energie, più tempra, più coraggio e forse anche più fantasia per andare avanti.

Spiega questo il dislivello di cui parlavo prima? E’ per questo che ad un certo punto le donne, tante donne, o per scelta o per necessità, si ritrovano sole e noi maschietti no? Non lo so, non ho una risposta certa.

L’anniversario che conclude la nota mi riguarda da vicino e cade esattamente tra 7 giorni.

Infatti il 17 prossimo venturo saranno ben 25 anni che Ale ed io stiamo insieme.

Come sarebbe stata la mia vita se in quel torrido agosto dell’86 la nostra comune amica Federica non mi avesse proposto “perché non andiamo a trovare Alessandra a Tor San Lorenzo?”

Non lo so, ovviamente. Senza dubbio non sarei quello che sono.

Stare insieme ad una persona per 25 anni è una cosa bellissima. Ma non sto qui a raccontarvelo, che forse non è che ve ne importa chissà poi quanto. Una sola cosa voglio raccontare. Quello che potrei definire un beneficio obliquo, che non molti possono affermare di avere.

Essere innamorato per 25 anni della stessa donna, mi ha dato modo di stringere amicizie profonde con molte rappresentanti del gentil sesso. Cogliendo aspetti e sfumature che in genere noi maschietti tralasciamo, naturalmente attratti da altre cose.

Non vorrei fare torto a chi non cito, questo è solo un campione significativo che ovviamente non completa tutte le mie amicizie, né su FB, né tanto meno nella vita in generale. Ma in questo modo, proprio grazie ad Ale posso dire di essere rimasto affascinato dalla determinazione di Tery, dalla visione strategica di Maria Elena, dalla spiritualità di Antonella, dall’allegria di Isy, dalla voglia di farcela di Anna Maria. Sono rimasto incantato dalla grinta di Eleonora, dalla tenerezza di Chiara e di Serenella, dalla fantasia di Letizia, dall’energia di Paola e dalla capacità di analisi di Sara. Mi hanno conquistato la capacità di sognare di Madhu e l’energia di Benedetta, l’ironia di Emanuela e la voglia di cambiare il mondo di Laura.

Un uomo senza una donna è come…una bicicletta senza pedali!

Grazie amiche mie! Con voi me la cavo così…con la mia dolce metà mi sa che mi tocca pensare a qualcosa di un po’ più pirotecnico!

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Scuole paritarie

A Bologna fra due settimane ci sarà un referendum per abrogare il finanziamento alle scuole materne paritarie voluto dal sindaco Merola (del Pd).

Uno studente di una qualsiasi scuola pubblica costa allo Stato Italiano 7.500 euro annui.

Uno studente di una scuola paritaria gliene costa 600 euro.

Ma l’idea che lo stato debba finanziare le “scuole dei preti e delle monache” è indigeribile ai più (mi sa che con questa nota rischio di rovinarmi qualche amicizia…).

Eppure il discorso è molto semplice. Fatto 100 il numero di studenti in Italia, lo Stato ha i soldi (ovvero, i docenti, le aule, gli edifici) per garantire la scuola a 80.

Gli altri 20 che fa, li butta in mezzo alla strada? Li manda a lavorare?

Potrebbe essere un’idea – invece, guarda un po’ –  si organizza coinvolgendo un soggetto diverso. E così a 72 ci pensa direttamente lui, agli altri 28 ci fa pensare i privati e in cambio gli dai i soldi per 8.

Togliere i soldi alle scuole paritarie sarebbe, come si dice a Roma, il risparmio di Maria calzetta. Con le risorse “risparmiate” infatti non si garantirebbe affatto un miglioramento della scuola pubblica, anzi. Si aiuterebbe la chiusura di quelle paritarie (che già stanno in crisi per conto loro) e quindi si manderebbe in tilt tutto il sistema.

Senza contare – tra l’altro – che mandando i figli alle scuole paritarie, non solo faccio risparmiare lo stato (che per i miei figli spende il 92% in meno), ma con le mie tasse finanzio una struttura pubblica di cui non usufruisco.

Ma vuoi mettere quant’è fico dire “aboliamo i finanziamenti alle scuole private”!

Tipico esempio di populismo tafazzista che fa sì che la sinistra rimanga minoritaria nel paese e riesca a perdere le elezioni anche quando le vince.

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Limiti e confini

Nei manifesti pubblicitari del Gay Village di Roma capeggia uno di quegli slogan che vorrebbero essere tanto fichi. Quegli slogan che vorrebbero evocare significati alternativi, disegnare orizzonti diversi, immaginare mondi  anticonformisti. E invece, probabilmente proprio al contrario di quello che avrebbero voluto esprimere i creatori, è una perfetta riproduzione della mentalità corrente, di quello che più o meno coscientemente pensa la massa delle persone. Massa non solo come maggioranza, ma proprio nella peggiore accezione del termine, come insieme indistinto, banale, scontato, meschino e calcolatore.

Lo slogan in questione dice su per giù “Abbiamo confini, non abbiamo limiti”.

E questa sarebbe la rivendicazione della diversità?

A me sembra proprio che tutti vogliano i confini e nessuno vuole limiti.

Il razzista fissa i confini del suo territorio, per far sì che l’altro ne sia fuori. E per farlo non ammette limiti.

Il manager rampante stabilisce confini fra la sua vita (e magari la sua etica) privata e la sua carriera pubblica. Nel farlo spesso non vuole limiti.

L’uomo che non guarda al di là del suo naso, che sta giornate, mesi, anni a rimirare il proprio ombellico stabilisce con ferma tenacia i proprio confini, invalicabili da vicini o lontani. Ovviamente alle sue masturbazioni (intellettuali e non) non può e non vuole porre alcun limite.

Ma insomma, passiamo ad un piano metafisico. L’egoismo fissa confini, chiari e ben definiti. E per farlo non ammette e non riconosce alcun limite.

Sarebbe interessante riflettere del perché, proprio una “comunità” che fa dell’orgoglio della diversità ed insieme della richiesta di uguaglianza, scelga, magari inconsciamente, di farsi rappresentare da uno slogan massimamente conformista come questo.

Ma davvero il conformismo alla “mentalità del mondo” è la strada migliore per arrivare ad alcuni sacrosanti diritti fino ad oggi negati? Non so rispondere, in ogni caso invece penso che a volte per essere originali non basta mettersi piume di struzzo e vestiti sgargianti, se poi, alla fine della fiera, si è tali e quali a quelli da cui avremmo voluto distinguerci.