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Pubblicità regresso

Sopra l’insegna di un Bar sulla Nomentana capeggia un cartello enorme:

“qui vinti 500 mila Euro”.

Evidentemente, negli intendimenti dei proprietari, questa vincita dovrebbe servire da volano per invogliare folle di scommettitori a scegliere quel bar, rispetto ad altri.

Ma siamo proprio sicuri che sia così? Quante probabilità ci sono di vincere 500 mila euro? E quante ce ne sono che la vittoria capiti due volte nello stesso posto?

Non sono un gran giocatore: pago fior di tasse ogni mese (non per merito…me le tolgono dallo stipendio prima di darmeli!), penso già di contribuire al bene dello Stato senza dovergli regalare altri soldi.

Ma la questione è un’altra. Quante volte pensiamo di metterci in mostra favorevolmente nei confronti degli altri e invece facciamo dei clamorosi autogoal? Prima di lodare qualche nostra (presunta) dote non converrebbe domandarci: ma siamo sicuri che è quello che gli altri si aspettano da noi?

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Ed ecco a voi il blog!

Ci sono cose nella vita che prima o poi ti viene voglia di fare. Non sei proprio sicuro che saranno piacevoli però, in ogni caso, c’è questa specie di voce interiore, questo istinto irrefrenabile che ti dice, provaci, provaci… Andare in un centro benessere, mangiare in un ristorante africano, andare a teatro a vedere un’opera lirica. E’ buffo che quando siamo piccoli e gli altri – i grandi – ci dicono “attento, è pericoloso, ti fai male, non fare questo e non fare quello” quell’istinto di cui sopra ci porta a provare questa cosa in prima persona e ad ignorare le esperienze e quindi i consigli altrui. Quella voce che ci porta inevitabilmente a mettere le dita nella presa della corrente, ad assaggiare le more ancora rosse oppure a fare pipì contro vento e via dicendo.

Il livello di maturità, potremmo dire, è inversamente proporzionato alla curiosità del provare nuove cose. Da ragazzini siamo curiosi e incoscienti e quindi proviamo, ci buttiamo, audaci ed incoscienti. Crescendo tendiamo ad essere più prudenti, più avveduti e decisamente più pigri. Invece, come dico spesso ai miei figli, bisogna provare. Poi magari non ti piace, ma non puoi dirlo prima. Oddio, mica sempre vero.

Ad esempio, non mi devo buttare da un ponte per cinquanta metri legato ad un elastico per sapere che il Bungee Jumping non è e non sarà mai lo sport che fa per me. Oppure, che so, non devo per forza frequentare un corso di Burlesque, per essere certo che difficilmente avrò mai gli stessi problemi in cui è incorso il buon Marrazzo. Però, diciamo che è quasi sempre vero. E fra le cose, che prima o poi nella vita mi andava di fare, c’era anche quella di aprire un blog.

Se ne sentiva davvero la mancanza? C’era proprio tutta questa esigenza? Dovevo proprio? Neanche il mio pur grande amor proprio mi porterebbe a dare una risposta affermativa. Per me che scrivo e per i frequentatori delle mie note di FB cambierà poco o nulla. Però l’idea di avere un luogo unico in cui riunire tutte le mie cose mi intrigava. Per questo intanto ho ripreso le vecchie note (quelle che a mio insindacabile giudizio lo meritavano) e d’ora in poi proseguirò lì!

Prima di cominciare mi sento almeno di rassicurare che nel blog cercherò di tenere a mente un pensiero guida, la massima del mio caro Ludwig: “Tutto ciò che si può dire lo si deve dire chiaramente. Su ciò di cui non si può parlare si deve tacere.”

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Punti di vista e prospettive

Camminando lungo Corso Vittorio Emanuele, andando verso il lungotevere all’altezza della Chiesa Nuova, sulla destra, si può ammirare l’Oratorio dei Filippini. Con tutti i monumenti di cui è ricca Roma sicuramente passa inosservato ed è un peccato perché la facciata è un autentico capolavoro del Borromini. Non aiuta ad apprezzarlo il fatto che i piemontesi sventrarono quella zona per creare appunto un corso (non a caso intitolato al Re), per collegare piazza Venezia al Vaticano, in perfetto stile sabaudo. Nel 1630 invece, quando fu costruito, la via adiacente non era larga più di 4 o 5 metri: per ammirare la facciata era inevitabile dunque guardarla dal basso in alto e non di fronte. Da lontano, passando per l’attuale Corso che ha allargato a dismisura la distanza con l’edificio, quella facciata sembra assolutamente anonima e priva di alcun interesse. Fate la prova la prima volta che vi capiterà di passarci: mettetevi proprio sotto, alzate gli occhi e la magia del Borromini vi conquisterà. Un insieme di linee e di curve che si intrecciano in maniera armonica ed insieme stridente, com’è tipico nelle geniali follie dell’architetto che aveva fatto della sfida alle leggi della fisica la sua impronta caratteristica a costo di andare anche contro il gusto classico dell’epoca (basti pensare a Sant’Agnese in Agone a Piazza Navona!).

Non sempre spianare le strade, allargare gli orizzonti aiuta a comprendere (e quindi vedere) la realtà che ci circonda. Soprattutto, non c’è mai una sola prospettiva per vedere (e quindi comprendere) la realtà. Non c’è mai un unico punto di vista ed anzi, a volte, se vogliamo capire veramente (ma soprattutto apprezzare) quello che ci circonda, dobbiamo abbandonare le posizioni più semplici, quelle più scontate e avere la pazienza (e la fantasia) per andarci a mettere in punti diversi, scoprendo posti nuovi, disegnando nuove prospettive, reinventando la realtà.

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Con i se e con i ma

Mentre tu sei l’assurdo in persona e ti vedi già vecchio e cadente raccontare a tutta la gente del tuo falso incidente

Tornando a casa per radio riascoltavo questa canzone… E sarà stata la giornata devastante appena trascorsa, sarà stata la fila sulla tangenziale, il caldo, la Lazio che non compra nessuno, sta di fatto che ad un certo punto mi sembrava che il buon Edoardo ce l’avesse proprio con me.

E mi chiedevo: quale sarà il mio falso incidente da raccontare ai nipoti? Quale sarà la grande bugia che avrò ripetuto tante e tante volte da finire per crederci? Cosa mi inventerò per spiegare ai miei eredi del perché il loro nonno non è diventato, che so, un  calciatore di serie A, una celebre autorità, oppure un personaggio di successo? Noi aspiranti scrittori poi siamo naturalmente portati a questo. Magari dando la colpa (perché quasi sempre è colpa di qualcuno che ha provocato l’incidente) a qualche editore incompetente!

Alla fin fine, ha ragione Bennato. Ognuno di noi rischia di perdersi nei sentieri interrotti dei Se e dei Ma. Perché in fondo, ognuno di noi ha bisogno di comode e rassicuranti scuse, per giustificare – prima di tutto a se stesso – i propri fallimenti. O meglio, più che i fallimenti (lì almeno puoi dire di averci provato), tutte le occasioni che non abbiamo colto, le volte in cui non ci siamo nemmeno messi in gioco.

Per paura? Forse. Per pigrizia, soprattutto. Almeno per quanto mi riguarda. E chi sa se i miei nipoti ci crederanno! Chissà se riuscirò a convincerli che se non ci fosse stato quell’impedimento se non avessi avuto quell’imprevisto se non ci fosse stata la guera (rigorosamente con un erre sola!) se non fossi arrivato troppo presto, se non avessi fatto troppo tardi. A quest’ora…Chissà…

Chissà se con l’età avrò imparato almeno a dire bene le bugie!

Un giorno credi di essere giusto e di essere un grande uomo in un altro ti svegli e devi cominciare da zero

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Lode a Chiara Sciarrini

“A me pare giusto segnalare che solo l’universo femminile riserva ancora sentimenti così sorprendenti”.

Se vi capita recuperate l’articolo di Merlo su Repubblica di ieri (ma anche suwww.francescomerlo.it) che metteva in parallelo questa mamma di Teramo con la moglie di Strauss Khan, nel loro amore, per molti aspetti inspiegabile, nei confronti dei rispettivi sciagurati mariti.

Lascio stare la vicenda del vecchio satiro (ne avrei di cose da dire, ma viste anche le vicende italiche, l’argomento oramai mi sembra inflazionato) e mi concentro sull’altra storia.

C’è qualcosa di innaturale in un genitore che sopravvive al proprio figlio. Qualcosa di profondamente ingiusto e difficilmente accettabile. Quando poi è il genitore la causa (diretta o meno) della morte del figlio, il discorso si fa ancora più difficile.

Un figlio è un pezzo di te, è la tua linea della vita che prosegue oltre il tuo tempo, oltre te stesso. Forse proprio da qui nascono tanti sbagli che si fanno con i figli. Sbagli per troppo affetto o per troppo poco, sbagli perché li si giustifica troppo o troppo poco. Perché si è troppo esigenti oppure troppo poco. Ma proprio in questa oscillazione fra il poco ed il troppo, ognuno di noi cerca di essere padre (e madre) al meglio delle proprie capacità, perché nei figli abbiamo la scommessa più grande che facciamo con la vita. E quando perdiamo questa scommessa, cos’altro può essere importante? Cos’altro può avere significato, soprattutto quando noi stessi siamo stati il motivo per il quale questa scommessa è andata fallita?

Come può sentirsi il papà di quella bimba di Teramo?

Me lo sono chiesto in questi giorni. E con terrore ho cercato di pensare a come mi sarei sentito io. Che – chi mi conosce un pochino lo sa – sarei capace di perdermi qualsiasi cosa o dimenticarmi la qualunque. Uno dice, “ma no, i figli no!” Come fai a dimenticare un figlio? Già, come fai?

Poi ho sentito la testimonianza della moglie. Che continua a rivendicare l’amore per il suo uomo. Un amore che comprendere l’incomprensibile, che perdona l’imperdonabile, che cerca di accettare ciò che probabilmente è inaccettabile. Soprattutto che non giudica. Che non condanna. Un amore che non valuta i torti e le ragioni,  che va al di là della vita e della morte. Com’è possibile un amore così?

Come credente penso sia possibile solo nella misura in cui si travalicano i confini dell’essere umano, per rendere vivo e concreto quell’amore descritto da San Paolo, che “tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta”. Ma non so se ne sarei capace. Non tanto nei confronti della persona che amo, quanto soprattutto verso me stesso. Non credo proprio che riuscirei a perdonarmi, a sopportarmi, o semplicemente a credere in me, dopo una cosa del genere.

Ma del resto, così a mente fredda, chi ne sarebbe capace?

 

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La trave e la pagliuzza

Una sola cosa è più insopportabile della retorica fascista. La retorica antifascista.

Ma quanto aveva ragione Flaiano!

Aforisma eccezionale, sia per la situazione contingente, ma sia più in generale perché se è vero che tendiamo con facilità a condannare i difetti quando sono quelli degli altri, quanto più sono insopportabili quegli stessi difetti, quando siamo noi ad averli. Il bambino maleducato è fastidioso. Ma quanto è più sgradevole quando sono i nostri figli ad esserlo?

I tifosi delle altre squadre sono teppisti, coatti, arroganti ed incivili. E quando poi scopriamo che anche chi tifa per la nostra stessa squadra ha comportamenti a dir poco disdicevoli?

Ed il politico ladro? Quanto dà più fastidio ed imbarazzo quando scopri che appartiene al partito a cui dato il voto?

Il fatto è che se possiamo essere abbastanza sicuri dei nostri comportamenti personali, certo non possiamo garantire per tutti “i nostri” di cui possiamo far parte. Familiari, amici, colleghi d’ufficio, compagni di stadio o di partito, compaesani, appartenenti alla stessa fede religiosa…di quanti insiemi facciamo parte? Di quanti comportamenti, potremmo essere corresponsabili?

Forse per questo sono fastidiose le generalizzazioni. Voi postali, voi laziali, voi cattolici, voi di sinistra…ma voi chi? Parla per te. E se ti rivolgi a me, parla per me! Che del resto le più grandi litigate e le più grandi discussioni, me le sono sempre fatte con quelli della mia squadra, con quelli che politicamente la pensavano come me e soprattutto…con altri cattolici!

Sarà per questo che come ho già scritto in queste note ho difficoltà a riconoscermi negli insiemi, non mi piacciono le omologazioni, il noialtri ed il voialtri.

O non sarà forse questo il senso ultimo della parabola della trave e la pagliuzza? Lasciamo stare le pagliuzze altrui. Perché le travi, spesso, ce le abbiamo proprio accanto.

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Ancora sulla banalità del male

Pur evidentemente con le grandi differenze che le separano, due tragiche notizie si sono accavallate in questo triste week end. La follia che scatena la strage di ragazzi norvegesi ed l’autodistruzione di una giovane cantante rock. Che hanno in comune queste due notizie? Che hanno in comune i due protagonisti?

Da una parte c’è un norvegese pazzo, un maniaco che non riuscendo ad essere nessuno, ha pensato di diventare famoso (parole sue), come il “mostro” peggiore dai tempi della seconda guerra mondiale.

D’altra una cantante con una voce meravigliosa, che con soli due dischi ha venduto più di 10 milioni copie, che poteva diventare davvero la numero uno e lasciare una traccia imperitura nella storia della musica.

Il primo schiacciato dalla sua mediocrità, la seconda dalla sua genialità. Entrambi alla ricerca di una via alternativa, folle, distruttiva, che in qualche modo fosse una via di fuga dalla realtà, evidentemente non più tollerabile, se entrambi sono stati capaci di gesti così atroci e disperati.

E certo sarebbe stato molto più rassicurante, molto più accettabile se la strage norvegese fosse figlia di qualche macchinazione politica, se dietro avesse un terribile complotto internazionale, magari figlio di un qualche nemico.

Sarebbe stato molto più consolante se la povera Emy avesse avuto una qualche terribile malattia o che so, qualche sofferenza nascosta, un’infanzia difficile, una motivazione qualsiasi per buttare via la sua giovane vita e tutto quello che avrebbe potuto essere.

E invece no.

In entrambe la situazioni dobbiamo arrenderci all’evidenza dei fatti.

Alla cruda, quanto spietata banalità del male (avevo già scritto proprio lo scorso anno in un’altra nota, su questa celebre affermazione della Hanna Arendt). Che non ha motivi, non ha significati, non ha fini, né ragioni. E che per questo ci vede inermi e disarmati, come quei poveri ragazzi norvegesi. Non c’è prevenzione, non c’è un qualcosa che avremmo potuto fare per prevenirlo. La madre della cantante che dice che si aspettava quella notizia esprime la stessa disperata rassegnazione dei sopravvissuti dell’isola maledetta che continuano a ripetere, “che potevamo fare?”

E certo, se la nostra prospettiva è l’eternità, forse tutto può essere inquadrato in un contesto diverso, nel quale Qualcuno avrà la forza e la pazienza di cercare ragioni e di svelare motivi. Di dare una redenzione, alle vittime ed ai carnefici, di dare ed ottenere perdono.

Oppure amici miei? Oppure?

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Colpa, dolo, alibi e dignità

Rose quando fa pipì in casa (noi diciamo per dispetto, ma forse solo perché le scappa!) e quando vomita (noi diciamo perchè ha mangiato per strada qualcosa che non doveva, ma forse solo perché si sente male!) ha lo stesso atteggiamento colpevole. Si rintana nella sua cuccia e non c’è verso di farla uscire. Un po’ perché ha paura delle conseguenze (strillata e al massimo sculacciata con il giornale), un po’ forse perché si autopunisce.

E’ buffo che, per quanto sia una cagnetta molto sveglia, non coglie la differenza fra ciò che combina per colpa e quello che invece fa perché impossibilitata a fare altro. Una cosa per lei è chiara: ha fatto qualcosa che non doveva e dunque si merita una punizione. Ai voglia a cercare di consolarla quando succedono eventi del genere. Non vuole neanche essere coccolata, se ne sta dentro la cuccia a riflettere sul suo comportamento disdicevole!

Riflettevo su questo atteggiamento l’altra sera quando ho visto il dvd “Nessuno mi può giudicare”. Film molto carino (e non lo dico solo perché il regista è mio amico!), una commedia divertente, ben fatta che se non avete visto vi consiglio per una serata spensierata. In sostanza, volendo semplificare per non raccontarvi la trama, la morale del film è che in realtà non c’è una morale. In certe situazioni tutto (o quasi) è lecito, se le condizioni non ti danno alternative e se il fine è buono. Poste certe premesse, fissato un obiettivo legittimo, tutto è permesso e, appunto, nessuno può giudicare.

Il meccanismo delle “scuse”, delle “attenuanti” è evidentemente una cosa tipicamente umana. Da Caino in poi, ognuno di noi è un – più o meno abile – costruttore di alibi, di giustificazioni, scusanti, che tendono ad auto assolverci e a dare la colpa a qualcun altro. Al governo ladro, al destino cinico e baro, al vicino di casa maleducato o invidioso, al collega d’ufficio raccomandato, alla “gente” che è cattiva e non ci capisce. Sì, noi forse avremmo anche sbagliato…forse! Ma seppure fosse stato, è stato con le migliori intenzioni.

Ma quant’è più distinta la mia piccola Rose! Che non cerca scuse. Sa di aver fatto la frittata, sa anche che alla prossima occasione la rifarà e proprio per questo si mette in castigo da sola. Senza cercare scuse o accampare alibi. Si ritira nei suoi appartamenti, nobile e altera come una contessa caduta in disgrazia, che può anche aver perso tutti i suoi gioielli e i suoi averi, ma certo non la sua dignità!

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L’ovvio marzo

“And woman hold me close to your heart, however, distant don’t keep us apart, after all it is written in the stars.”

Come si fa a non essere retorici parlando dell’8 marzo? O si legge la Littizzetto (!) o è inevitabile che si cada nella retorica del già detto. E perché c’è una festa della donna e non una dell’uomo. Meno feste e più diritti. La parità tutti i giorni, non solo l’8 marzo. Alla fine tutti gli anni leggiamo su per giù le stesse cose. L’anno scorso avevo tirato fuori una storiella metafisica sulla presunta femminilità del Padreterno, ma insomma è difficile dire cose originali.

Ma poi chi l’ha detto che bisogna sempre essere originali?

A volte l’ovvio ha una profondità che ci sfugge, perché sbagliando diamo per scontata. Invece a me piace la festa della donna. E sapete perché? Perché a fianco a me vive una donna che se la merita. Non solo lei, certo. Ho anche un sacco di amiche belle, profonde e spiritose, geniali a volte.

Però, potendo parlare con cognizione di causa, dico che la mia donna è grande.

E’ lei che mi fa sentire e pensare in grande. E’ lei che mi fa incazzare e ridere alla grande. Che mi fa immaginare e scrivere in grande. Perché è lei che mi fa sognare in grande, che mi fa vivere e provare cose grandi. Che mi fa tentare di amare in grande. Altro che un fiore di mimosa…la mia donna è grande come un albero.

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Le spinte costruttive

E va be’, niente rivoluzioni.

Sono troppo pigro per le rivoluzioni.

E poi fra un po’ entra l’ora legale.

Sai che sonno.

Ma almeno si potrebbero seguire le spinte costruttive.

Potrei imparare a suonare uno strumento.

Il violino, anzi la tromba. Ho sempre sognato saper suonare la tromba.

Oppure potrei imparare una lingua straniera.

L’ebraico, ad esempio. Ho sempre sognato saper leggere l’ebraico.

Potrei imparare a nuotare.

Almeno la smetterei di fare il salame in spiaggia, mentre tutti si fanno il bagno ed io al massimo un bidè.

Non ho mai sognato imparare a nuotare. Diciamola tutta, non me ne è mai fregato assolutamente nulla di nuotare.

Ma si sa, le spinte costruttive, quando vengono vengono.

E poi dovrei smettere di fumare. Sì, lo so fumo poco, diciamo che fumo per finta. Però smettere magari farebbe finire questa tossetta catarrosa e un po’ schifosetta che non passa mai.

Avevo anche smesso, una volta.

Anzi più d’una.

Però si potrebbe sempre riprovare.

E poi potrei entrare in politica. Ma sì, proviamo a cambiare questo paese, un impegno serio, quante volte sono che Amedeo me lo chiede? Potrei sì.

Questo però non l’ho mai sognato.

Neanche dopo le cene più impegnative.

Potrei almeno ascoltare Elena e andare a correre la sera, per buttare giù la pancetta.

Chi l’avrebbe mai immaginato che un giorno avrei scritto in una nota “buttare giù la pancetta”.

Mai dire mai nella vita.

E che non ho tempo.

E neanche soldi.

Basterebbe poco.

Un po’ più di soldi, un po’ più di tempo.

Altro che spinte costruttive.

Avrei cambiato il mondo.