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Trilogia battistiana – Sogno il mio paese infine dignitoso

“Gli Italiani vincono una partita di calcio come se fosse una guerra e perdono la guerra come se fosse una partita di calcio.” (W. Churchill)

Spesso si è detto che il calcio è metofora della realtà. Vero! Una bella metafora: compagni, avversari, obiettivi, spirito di appartenenza, rispetto delle regole, generosità, estro. E purtroppo anche tante altre cose meno belle: furbizie, violenze, nemici.

Quello che è successo sabato sera poi le riepiloga tutte (quelle negative). Gli avversari che diventano nemici, addirittura nemici che in quella gara neanche giocano. E poi le curve dei violenti che decideno se, come e quando si debba giocare. E la polizia che guarda impotente. Forti con i deboli, deboli con i forti. Certo, è più facile prendersela con uno studente inerme che con Genny a’ carogna.

La cosa più innocua, ma forse simbolicamente la peggiore di tutte, l’intero stadio che fischia l’inno. Ma siamo nel piano della realtà o in quello della metafora? E’ cos’è meglio e cosa peggio?

Cos’è peggio, il calcio o la realtà? Siamo sicuri che Genny e tutti i Genny che popolano le curve siano peggio, ad esempio, della classe politica? E il grido “lavali col fuoco” è forse peggio di certe invettive che si sentono nelle tribune politiche? Il “devi morire” cantato all’avversario a terra, è forse peggio degli insulti che si sentono in tutti gli incroci sulle strade, alla prima scorrettezza al volante?

Purtroppo questo è il calcio che meglio simbolizza la nostra realtà quotidiana. Nessuna discontinuità, inutile scandalizzarsi, ipocrita gridare alla scandalo. Fischiamo l’inno perché forse ancora abbiamo un sussulto di dignità. Fischiamo noi stessi. Fischiamo noi che abbiamo votato per vent’anni Berlusconi e ora crediamo alle farneticazioni di Grillo. Fischiamo i Bertolaso e gli Anemone che brindavano a poche ora dal terremoto. Fischiamo tutte le mafie che impestano e infestano il nostro paese. Fischiamo per paura e per vergogna, con gli occhi aperti nella notte scura.

Ma tranquilli, tra un paio di mesi c’è il mondiale. E ci riscopriremo tutti amanti della patria, tutti uniti, mano nel cuore sulla maglia azzurra, a cantare Fratelli d’Italia, percé noi siamo il paese con la memoria storica di un pesce rosso. E questo è il calcio che ci meritiamo.

 

 

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Ogni cosa ha il suo prezzo

“Venderò la mia sconfitta a chi ha bisogno di sentirsi forte e come un quadro che sta in soffitta gli parlerò della mia cattiva sorte.”

Questo post è la prosecuzione di quest’altro https://giacani.wordpress.com/2013/09/18/se-non-e-ancora-successo/

Li però la rivoluzione la si faceva in prima persona. Eravamo (siamo…possiamo essere!) noi i soggetti promotori. Qui invece si parlerà di una rivoluzione che si subisce. Le più frequenti, del resto. Solo pochi, bravi e fortunati sono in grado di “fare” le rivoluzione, i più le subiscono. E solo pochi, bravi e fortunati riescono a governare le rivoluzioni che subiscono. Perché, come dice il sommo Pennac, “sul futuro, di una cosa sola siamo certi. Che non sarà come ce l’eravamo immaginato“.

Le rivoluzioni arrivano così, più o meno previste, più o meno annunciate. Arrivano e il più delle volte sconvolgono tutto. 12 anni sono tanti, troppi forse. Arriverà e travolgerà ogni  cosa. Consuetudini, modi di pensare, procedure, convinzioni, abitudini, comodità. Persone.

Ma se l’altra volta dicevo cosa intendo io per fare la rivoluzione, non ho ricette ora su come affrontarla senza esserne travolti. Certo sono curioso, come sempre. Più curioso che spaventato, anche se il buon senso mi dovrebbe mettere in guardia. Viale Europa sembra un formicaio impazzito, e Renzi potrebbe essere il bambino che per divertimento va lì e ci si mette a camminare sopra.

Ma del resto che potremmo fare? Il passato parla per noi e ormai quel che fatto è fatto. Non ho scheletri nell’armadio, ho fatto quello che mi si chiedeva di fare, come un soldato qualsiasi. E se non sono proprio orgoglioso di tutto, almeno una soddisfazione ce l’ho. Con un po’ di orgoglio e un po’ di vanagloria posso ancora guardare chiunque negli occhi e canticchiare sommessamente l’ultimo verso di questa bella canzone di Bennato. E poi sarà quel che sarà!

 

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A me quel Franti non era poi così antipatico…

E mica solo il mitico Franti (anche voi da piccoli avete letto il libro Cuore?). Lo sapete, faccio il tifo per la squadra che (ahimè) nell’immaginario collettivo italiano ed europeo è sinonimo di fascismo. Tra Bobby e JR non ho mai avuto dubbi…dai, quel piagnone di Bobby era davvero insopportabile! Insomma, parteggio sempre per quelli antipatici. E’ più forte di me!

Sara per questo che Moretti, l’insopportabile Moretti, non mi sembra abbiamo poi tutti questi torti. O forse sarà per reazione a  questo becero populismo demagogico che mi fa venire il vomito peggio dell’essere chiuso in macchina con uno che ha appena pestato una merda di cane.

Intendiamoci, Moretti è antipatico. E anche un po’ testa di mingola, perché dire certe cose, in questo modo e in questo momento è come se il lupo cattivo avesse detto “e va be’, però era vecchia e aveva anche l’alito cattivo”. Mauretto, Mauretto, ma cosa ti è venuto in mente? Oppure l’hai fatto apposta. Dillo che l’hai fatto apposta! Dillo che ti diverti a mostrare a tutti quanto sei stronzo!

Ma non solo stronzo. Anche bravo! Molto bravo. Almeno a giudicare da quello che è riuscito a combinare alle Ferrovie. E lo so, fa tanto fico compatire i poveri pendolari che devono prendere treni indecenti. Ma perché nessuno dice che il trasporto regionale dipende (appunto) dalle regioni? Che sono queste fantomatiche entità a dover dare i soldi alle ferrovie per quel tipo di trasporto? Insomma, che l’esimio (e stronzissimo) ingegner Moretti c’entra veramente molto poco su quel tipo di trasporto?

Su quello che gli compete invece, in soli sei anni, ha cambiato il modo di spostarsi degli italiani. Ma sei anni fa chi prendeva il treno per andare a Milano? Ammettiamolo. E’ un personaggio insopportabile e chi lo conosce veramente giura che in realtà è anche peggio. Ha un ego ipertrofico che neanche Superman dopo che ha salvato la terra…ma è bravo! E guadagna 10 volte meno di quanto guadagna l’amministratore delegato di una qualsiasi banca.

Il discorso è analogo a quello che si fece a suo tempo con i medici dell’ospedale. Se nelle strutture private i medici guadagnano 10, 50, 100 volte di più che nelle strutture pubbliche, secondo voi, uno bravo dove andrà a lavorare? Ecco, appunto. Se vogliamo che le aziende pubbliche funzioni, dobbiamo cercare di metterne a capo gente capace. E la gente capace costa.

I manager pubblici andrebbero giudicati per quello che riescono a fare, per i risultati che ottengono. Se le cose vanno male bisogna cacciarli. Ma se i risultati sono buoni vanno pagati e anche bene. Si chiama meritocrazia. E mentre nel privato si è più o meno imposta (l’azionista se non porti i risultati…calcio in culo e via andare!), nel pubblico ancora stenta. Il pauperismo lasciamolo al volontariato (e anche lì…mah!). Non mi sconvolgono e non mi scandalizzano gli 800 mila euro di Moretti (1 decimo di quello che guadagna Balotelli). Mi stupiscono di più altre figure, che stanno in posti di comando solo perché parenti di quello o di quell’altro (qui a Roma Alemanno ha fatto scuola).

Che poi sia insopportabile e pure stronzo, nessuno penso lo mette in dubbio. Ma gli abbiamo chiesto di far funzionare le ferrovie o cercavamo compagnia il sabato sera per andare a mangiare una pizza?

 

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Comandare è meglio che fottere

Quando ero piccolo una delle tante declinazioni della ontologica differenza tra i buoni e i cattivi (oltre che quella tra laziali e romanisti), era fra chi faceva le cose per soldi, e chi invece lo faceva per un qualche ideale.

La mia educazione cattocomunista (molto catto, poco comunista), aveva questo dogma. I miei modelli culturali erano quelli di uomini che avevano dato la vita per un sogno, per un ideale, per un impegno altruistico, religioso o meno non era poi così importante. Al contempo, guai ai ricchi! Per contrasto con i primi, chi cercava di arricchirsi, chi aveva come unico obiettivo il soldo era uno stronzo, o nella migliore delle ipotesi uno che non aveva capito i veri valori della vita.

Ora non la penso mica più così. Ma non tanto perché non ammiri più gli eori della mia infanzia/adolescenza: Martin Luther King, Jan Palach, piuttosto che  Bobby Sands, ritengo siano sempre persone che hanno spesso alla grande la loro vita. Ma anche fare soldi (onestamente) non è poi così male. Soprattutto penso – e più vado avanti e più me ne convinco –  sia un comportamento “sano”. Fare soldi, potersi permettere che so, di fare un viaggio in giro per il mondo, o comprare una casa per i figli, perché mai non dovrebbe essere giusto, corretto, condivisibile?

E questo lo penso in particolare perché invece negli ambienti di lavoro (e più si sale nelle scale gerarchiche più questo fatto è riscontrabile) sembra che lo stipendio sia un accessorio. Si lavora per guadagnare, certo, a nessuno fanno schifo i soldi, ma soprattutto si lavora per arrivare ad un posto di comando, per gestire risorse, per arrivare a decidere. Mammona, il mostro dalle mille teste, non è più il denaro: oggi il vero Leviatano è il potere, piccolo o grande non importa. Ovviamente, come tutte le droghe, più è grande e più se ne ha bisogno, più ne abbiamo e più ne vogliamo.  Questo spiega la gerontocrazia, la malattia mortale del nostro Paese. Renzi non sarà la soluzione, ma almeno, vivaddio, porterà facce nuova. Vedete in giro alternative?

O forse l’alternativa c’è. Forse ce l’abbiamo sotto gli occhi, sta a fianco a noi, ci dormiamo accanto.  E rischiamo di dimenticarcelo.

Core mio, core mio, la speranza nun costa gnente,
quanta gente cià tanti sordi e l’amore no!
Ma stamo mejo noi, che nun magnamo mai.
Core mio, core mio, la speranza nun costa gnente,
se potrebbe sta’ pure mejo, ma che voi fa’,
Per ora ce stai tu e resto arriverà.

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Fascista a chi?

I grillini pensano che PDL e PDmenoL siano uguali. Tutti fascisti.

I moderati del centrodestra (ahahahahha, questa è buona!) pensano che grillini e PD siano uguali. Tutti fascisti (mascherati, ma fascisti)

I PD pensano che il PDL e i grillini siano uguali. Ovviamente, tutti fascisti.

Ora, un dubbio ti viene. Ma non sarà che…Bravi. E’ proprio così! Non so se siano tutti uguali. Non so nemmeno se siano più o meno fascisti. Sicuramente sono italiani. Nel bene e nel male.

Il modo di dire “vizi privati e pubbliche virtù” nel nostro Paese si ribalta totalmente. In privato (forse, speriamo, chissà), siamo ancora gli italiani brava gente, che cercano di andare avanti e sopravvivere in un Paese bello e impossibile, con un grande futuro alle spalle. Gente che si aiuta nelle difficoltà, che fa beneficenza, che ama la mamma e gioca a calcetto con gli amici.

Nel pubblico siamo veramente il peggio dei peggio. Ci si insulta e si litiga in maniera oscena, in macchina, allo stadio, sui blog, in Parlamento. Da soli facciamo il 50% della corruzione di tutta Europa, abbiamo istituzioni corrotte e politici malavitosi. Soprattutto, almeno da novant’anni a questa parte, continuiamo a cercare scorciatoie. Continuiamo ad andare dietro al primo idiota che urla di avere in tasca la soluzione a tutti i problemi. L’Autarchia di ieri vale il federalismo di oggi, la battaglia del grano o la casa della libertà, e i poeti santi e navigatori non somigliano forse ai Forza Azzurri? Con il nuovo millennio le vecchie bugie si ammodernano e diventano la rete, la democrazia diretta, l’uno vale uno. Slogan, nient’altro che slogan. Comodi, semplici, comprensibili a tutti. Soluzioni facili a problemi complessi. Mantenendo la stessa pervicace avversione per le regole comuni in pubblico, a mala pena  bilanciata dal privato senso del pudore.

E inventiamo nemici. Le democrazie plutocratiche di settant’anni fa sono i burocrati di Bruxelles del duemila. Gli ebrei di ieri sono gli immigrati di oggi. Ma solo in pubblico. Perché invece in privato salviamo gli ebrei e a largo di Lampedusa raccogliamo i barconi con i profughi.

E per questo, come diceva Bergonzoni, non temo tanto il fascismo in sé. Temo molto di più il fascismo in me.

 

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Santi, Poeti, Navigatori

Viva l’Italia, l’Italia del 12 dicembre,
l’Italia con le bandiere, l’Italia nuda come sempre,
l’Italia con gli occhi aperti nella notte triste,
viva l’Italia, l’Italia che resiste

Ma sì, dai in fondo ce la faremo anche stavolta. Nonostante un governo che non c’è, ma in fondo il Belgio sono anni che non ha un governo.

E sì, ce la faremo, nonostante Berlusconi. In fondo perché no, ce l’ha fatta  l’America con Nixon, Reagan e George Bush J.

Ce la faremo, nonostante  la mafia e la camorra. In fondo il Giappone c’ha la Yakuza.

Dai su ce la faremo, nonostante i giovani non trovano lavoro, ma anche all’estero mica è facile. In fondo si lamentano persino in Germania.

Ce la dobbiamo fare, anche se le adolescenti si prostituiscono e le madri, invece di vigilare, danno consigli e i padri invece di dare ceffoni danno i cellulari (alle amiche delle figlie). Ma perché in Francia non sono stati travolti da scandali sessuali e in Inghilterra non c’è la più alta percentuale di baby mamme?

Ce la faremo

Nonostante Paolini

Ecco

Paolini

Cazzo, Paolini ce l’abbiamo solo noi.

Paolini. Il disturbatore distributore di profilattici anti pedofilia che girava film pedopornografici. La metafora più azzeccata di questo Paese che sta sprofondando fra il ridicolo e il tragico. Perché come diceva Flaiano, da noi la situazione è sempre grave. Mai seria

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E se fosse solo una scommessa?

E se in realtà fosse solo il frutto di una scommessa?

Un po’ come in una di quelle commedie iperboliche di Hollywood in cui due sfaccendati ed annoiati ricconi scommettono fra di loro una cosa assurda, per vedere poi di nascosto l’effetto che fa. La scommessa potrebbe essere, “vediamo fino a che punto mi danno retta”.

Allora, li prendo tutti per il culo per vent’anni, sparo minchiate a rotta di collo, prometto la rava e la fava,  me la prendo con nemici immaginari, corrompo giudici, politici, giornalisti, finanzieri e quelli che non riesco a comprarmi li faccio attaccare dai miei maggiordomi. Mi compro tre televisioni e comincio a trasmettere programmi di merda in cui illustri sconosciuti senza alcun talento, né capacità possono diventare ricchi e famosi. Mi compro dei giornali e ogni giorno gli faccio vomitare merda su quelli che sono contro di me. Poi mi compro una squadra di calcio e gli faccio vincere tutto quello che c’è da vincere. Panem et circenses, lo dicevano anche i latini.

Vado al governo e faccio diventare ministro il mio cavallo. Ah, già l’ha fatto qualcuno? Peccato, poteva essere una bella idea. Va be’, allora faccio diventare ministri nani, ballerine e mignotte. Poi organizzo orge con minorenni, prendo per il culo i politici esteri, stringo amicizia con gli ultimi dittatori rimasti, se c’è una foto di gruppo mi metto dietro e faccio le corna, sparo battute fuori luogo e mi dichiaro perseguitato dagli avversari. Guarda, sai che ti dico? A un certo punto mi paragono agli ebrei nei lager.

Ma vuoi scommettere che sono talmente coglioni che continuano a darmi retta?

Dai, se vinco il caffé, me lo paghi tu, se no pago io.

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Destra e sinistra

“Sono benestante, ma non ancora così ricco da potermi permettere di essere comunista”

(Ennio Flaiano)

In questo momento di confusione sembra che destra e sinistra siano diventate parole senza senso. Letta e Alfano stringono un patto di ferro, mettono il caimano in frigo e si apprestano a governare almeno fino al 2015. Ma davvero è così? Davvero essere di sinistra o essere di destra sono appartenenze antiche, ormai prive di significato, lontane dalla realtà di tutti i giorni?

Eppure, se torniamo a quando nacque la differenza (su per giù dopo la rivoluzione francese, in base a dove si andavano a raggruppare i delegati del primo parlamento democratico), la linea di demarcazione e quindi la capacità di riconoscersi in una o in un’altra parte, non è poi così complicata, né tanto meno lontana dalla realtà.

La destra predilige la liberté, la sinistra l’egualité.

Per salvaguardare la libertà del singolo, la destra accetta, anzi direi quasi auspica, che non ci sia eguaglianza: la libertà fa sì che il merito faccia emergere i migliori. Lo Stato deve limitarsi a garantire e difendere questa libertà, proprio per far sì che i migliori emergano.

La sinistra ha a cuore l’uguaglianza e per assicurare questa è disposta anche a limitare la libertà del singolo. Lo Stato, attraverso un intervento diretto, più o meno esteso, deve impegnarsi per riequilibrare le storture della concorrenza, così da garantire un’uguaglianza di fondo tra i cittadini.

Sono semplificazioni, è ovvio. E poi in democrazia nessuno dei due principi viene affermato “contro” l’altro. Anzi, forse la differenza tra democrazie e dittature è proprio qui: una dittatura di sinistra pretenderebbe di assicurare l’uguaglianza a scapito della libertà e una di destra esalta a tal punto la libertà di qualcuno (di una classe, di una razza, di un unico superuomo), negando l’uguaglianza al punto da teorizzare una differenza antropologica tra gli uomini. Per fortuna in democrazia questa tendenze sono attenuate e si cerca di affermare entrambi i principi.

Ma le differenze restano: sei di destra? Ti sentirai limitato nelle tue possibilità da uno Stato troppo presente. Sei di sinistra? Ti indignerai per le sperequazioni economiche esistenti. Sei di destra? Vuoi che l’individuo possa decidere autonomamente della propria vita, delle scelte che fa per sé e per il tipo di società in cui vuole vivere. Sei di sinistra? Hai a cuore un’ideale di uguaglianza universale, in cui anche l’uso delle risorse dev’essere vincolato dai diritti degli altri.

Traduciamo queste due impostazioni nelle scelte più semplici o in quelle più impegnative (la sanità, la scuola, la previdenza, la politica energetica, l’immigrazione, i diritti delle coppie gay, l’equilibrio politico internazionale) e capiremo l’enorme differenza che tutt’ora esiste fra destra e sinistra. E potremmo anche capire da che parte siamo. Anche se…

Anche se l’Italia è sempre stata poco incline a queste scelte di parte. Siamo il Paese del “ma anche”, liberisti e statalisti, per la scuola privata e la sanità pubblica, per la pensione a 50 anni e contro il nucleare, sionisti filo palestinesi, cattocomunisti e contro i matrimoni gay. Insomma, questo “ma anche” quest’altro. Democristiani nell’anima. Per questo sono quasi certo che ci toccherà il duo Letta Alfano chissà per quanto tempo ancora.

Io stesso, faccio outing, mi sono riconosciuto per anni nei principi della destra, mentre ora mi autocolloco nella sinistra. Questo conferma che fra i miei tanti difetti, non c’è la coerenza. E poi mi danno fastidio le appartenenze acritiche, quelle che non si sforzano neanche di provare a capire le ragioni dell’altro. Ero di destra quando tutti erano di sinistra, sono diventato di sinistra quando il mondo andava a destra. Minoranza ad oltranza.

Però al di là di tutto, se debbo proprio scegliere fra liberté e egualitè, penso seriamente che il principio più importante, quello che dovrebbe ispirare le scelte e dominare sugli altri, sia la fraternité. Il terzo principio, senza il quale gli altri due rischiano di essere solo parole vuote, concetti senza anima.

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L’ovvio è invisibile agli occhi

Chi ha la ventura di frequentare come me ogni giorno il nuovo parcheggio del laghetto dell’Eur, ne avrà senza dubbio apprezzato la comodità, la funzionalità, la pulizia. Addirittura per facilitare l’utilizzatore occasionale, ogni piano è stato chiamato con il nome di una città: -1 a destra Atene, -1 a sinistra Berlino, -2 a destra Cordova, -2 a sinistra Dublino e così via (mi pare ce ne siano altri 4).  Incredibile! A Roma siamo riusciti a fare una cosa davvero utile e di cui tutti sentivano l’esigenza. Un solo dubbio, una stupidaggine, ma andando lì tutti i giorni mi veniva da chiedermi: com’è che fra tutte le capitali hanno messo Cordova? Il -2 a destra doveva essere Madrid! Perché Cordova? Non aveva senso!

Eppure il senso è lampante. Ed è scritto a caratteri cubitali ovunque, evidenziato anche con un colore differente…ma l’ovvio è invisibile agli occhi. Almeno finché non ci vai a sbattere di fronte, finché, come si dice in altri termini, non lo tocchi con mano.

“Uno vale uno” diceva Grillo in campagna elettorale. Ma noi sospettosi a pensare chissà cosa. Saranno pericolosi black block diceva il porco di Arcore. Saranno indemoniati come lui, magari fascisti, pensavamo noi radical chic del PD. Ora li abbiamo visti, abbiamo sentito le prime interviste. E’ gente normale. Qualcuno è spaesato, qualcun altro sembra felice. Spesso ripetono i soliti slogan già sentiti, quando si allontanano dallo spartito dicono cose di una banalità imbarazzante, le stesse che senti dal fruttivendolo o in fila alle Poste.

Destra o sinistra non esistono più, va bene (anzi no) ma dimmi, stai con Israele o con i Palestinesi? Lascia stare gli slogan. Sei per il welfare o per il mercato? Rispondimi senza dire banalità. Come rilanciare il lavoro e l’occupazione? Fai una proposta non demagogica e sostenibile economicamente. Pronto? Parlo con qualcuno o con un portavoce di qualcun altro?

Insomma, magari la prima impressione è sbagliata, ma sembrerebbero adatti a governare un paese come io sarei capace a guidare un Boeing 737. Però sono onesti! Certo, infatti quando vado in ospedale per fare una laparoscopia alla colecisti la mia prima preoccupazione è quella di sapere se il chirurgo è una persona onesta.

Mi si dirà, ma perché Scilipoti quali idee aveva, che conoscenze e che contributo ha portato al Paese? Ma sugli errori e gli orrori della classe politica di questi anni si è detto, scritto e letto ovunque: il problema era chiaro a tutti. E proprio la selezione della classe politica, basata su clientele e affarismi era uno dei cancri della democrazia. Ma siamo sicuri che la non-selezione sia la soluzione? Davvero uno vale uno?

Grillo in qualche modo è stato il dito che indicava che il re era nudo. Ma il dito può farsi luna?

L’ovvio è invisibile agli occhi.

Ma se lo tocchi con mano scopri tutta la sua banalità.

Atene, Berlino, Cordova, Dublino…

Ma certo! Com’è che non c’ero arrivato prima?

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Poro nonno

Guardiamola da un altro punto di vista…

Ma se voi aveste un nonno che si tinge i capelli, si mette i tacchi, corre appresso alle ragazzine, fa battute volgari in contesti ufficiali, vede nemici ovunque, stravolge il senso della realtà…ma non vi vergognereste? Non cerchereste di fare l’occhiolino ai vostri interlocutori per fargli capire garbatamente le condizioni del “poro nonno”, come si dice a Roma? “Eh poro nonno, quando era giovane quante ne ha combinate…” E non pensereste seriamente di farlo vedere, da qualcuno bravo o al limite di metterlo in una struttura adeguata dove potrebbero seguirlo, accudirlo a dovere?

Perché non vergognarsi? Perché invece continuare a frequentarlo? Perché andare da lui a pranzo tutte le domeniche? Per pietà, forse? In ricordo dei tempi andati, di quando ancora ci si poteva ragionare? O forse perché è ricco? Forse perché sotto banco vi passa qualche euro. E cinque oggi, dieci domani. Cento la prossima settimana. Tanto con la testa non ci sta più… “nonno, mi presti il bancomat così vedo quanti soldi hai in banca?” e così la visita dal nonno serve ad arrotondare la paghetta. E in questo modo cresce la corte di ruffiani, leccaculo, nani e ballerini. Perché loro gli vogliono bene, poro nonno, tanto ‘na brava persona…quando il cielo se lo riprenderà vedrete come parleranno bene di lui…già se lo rimpiangono, poro nonno, quante battute, che risate che ci faceva fare!

Ma la vergogna? C’è ancora qualcuno che si vergogna in questo paese?