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Trilogia battistiana – Sogno il mio paese infine dignitoso

“Gli Italiani vincono una partita di calcio come se fosse una guerra e perdono la guerra come se fosse una partita di calcio.” (W. Churchill)

Spesso si è detto che il calcio è metofora della realtà. Vero! Una bella metafora: compagni, avversari, obiettivi, spirito di appartenenza, rispetto delle regole, generosità, estro. E purtroppo anche tante altre cose meno belle: furbizie, violenze, nemici.

Quello che è successo sabato sera poi le riepiloga tutte (quelle negative). Gli avversari che diventano nemici, addirittura nemici che in quella gara neanche giocano. E poi le curve dei violenti che decideno se, come e quando si debba giocare. E la polizia che guarda impotente. Forti con i deboli, deboli con i forti. Certo, è più facile prendersela con uno studente inerme che con Genny a’ carogna.

La cosa più innocua, ma forse simbolicamente la peggiore di tutte, l’intero stadio che fischia l’inno. Ma siamo nel piano della realtà o in quello della metafora? E’ cos’è meglio e cosa peggio?

Cos’è peggio, il calcio o la realtà? Siamo sicuri che Genny e tutti i Genny che popolano le curve siano peggio, ad esempio, della classe politica? E il grido “lavali col fuoco” è forse peggio di certe invettive che si sentono nelle tribune politiche? Il “devi morire” cantato all’avversario a terra, è forse peggio degli insulti che si sentono in tutti gli incroci sulle strade, alla prima scorrettezza al volante?

Purtroppo questo è il calcio che meglio simbolizza la nostra realtà quotidiana. Nessuna discontinuità, inutile scandalizzarsi, ipocrita gridare alla scandalo. Fischiamo l’inno perché forse ancora abbiamo un sussulto di dignità. Fischiamo noi stessi. Fischiamo noi che abbiamo votato per vent’anni Berlusconi e ora crediamo alle farneticazioni di Grillo. Fischiamo i Bertolaso e gli Anemone che brindavano a poche ora dal terremoto. Fischiamo tutte le mafie che impestano e infestano il nostro paese. Fischiamo per paura e per vergogna, con gli occhi aperti nella notte scura.

Ma tranquilli, tra un paio di mesi c’è il mondiale. E ci riscopriremo tutti amanti della patria, tutti uniti, mano nel cuore sulla maglia azzurra, a cantare Fratelli d’Italia, percé noi siamo il paese con la memoria storica di un pesce rosso. E questo è il calcio che ci meritiamo.

 

 

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Noialtri, voialtri

Dietro l’osceno applauso dei poliziotti ai loro sodali, rei giudicati con sentenza definitiva di aver picchiato fino ad ucciderlo un ragazzo di 18 anni, c’è la logica del branco che difende i propri appartenenti. Il Noialtri contrapposto al Voialtri, che ha sempre contraddistinto ogni tribù, ogni esercito, ogni fazione di qualsiasi tempo. Soprattutto quando si sente depositaria del fatto di essere “dalla parte della ragione”. Noi siamo i buoni, noi siamo quelli che rischiano in prima persona per difendere la legge e se per caso, per sbaglio, per un qualsiasi accidente, sbagliamo, pazienza, ci sta. Fa parte del gioco.

Mi piacerebbe parlare con ognuno di questi paladini della legge e chiedergli se fosse capitato a suo figlio, a suo fratello o padre. Ma dovresti toglierli dal gruppo, parlarci occhi negli occhi, al di fuori dell’appartenenza. E magari, anche se hanno Faccetta Nera come suoneria del cellulare, si scoprirebbe che in fondo, quarant’anni dopo continua ad aver ragione Pasolini, che anche loro sono figli del popolo, poveri cristi, esposti a cose più grandi di loro.

Glielo faranno scontare quell’applauso. E purtroppo lo pagherà forse qualcuno che ha avuto disgusto di quell’applauso come e più di me. Quello sarà l’ennesimo pretesto per i Voialtri che dovranno fronteggiare, Blackblok o Ultrà calcistici, No Tav o mafiosi di vario genere. Da che mondo e mondo odio porta odio e da qui non se ne esce, almeno finché non riesci a superare la logica degli schieramenti. Finché non capisci che non esistono Noialtri e Voialtri e non vedi individualmente chi ti sta di fronte, che non è solo parte di un insieme, ma è uno. Uno e basta.

Per questo continuo ad avere pochissima fiducia nei gruppi. Non  riesco mai a riconoscermi fino in fondo in un insieme: non mi sono mai iscritto a nessun partito, a nessun sindacato, a nessuna organizzazione di qualsiasi genere. L’unica tessera che io abbia mai avuto (per quasi trent’anni) è stata quella dello stadio. Detestando cordialmente la gran parte dei tifosi della mia squadra!

D’altra parte invece ho grande fiducia nei singoli. Tendo sempre a dare un’altra possibilità, perché cerco di ragionare sui motivi che hanno spinto chi mi sta di fronte a fare o non fare, dire o non dire qualcosa. Forse, come dice qualcuno che mi vuol bene, sono persino eccessivo in questa tendenza assolutoria, che alla fine non responsabilizza chi ci sta di fronte e lo autorizza a superare confini che andrebbero invece mantenuti. Ma sono fatto così e ormai non credo di cambiare.

Come non cambierà la mia avversione per ogni gruppo, per ogni folla. Che si rafforza proprio annullando il singolo. Che riesce a stare sotto il balcone di Piazza Venezia con la stessa facilità con cui starà poi a Piazzale Loreto. Che applaude gli assassini e va dietro all’imbonitore di turno. Diffidare, diffidare di chi vuole dare voce al popolo, alla folla, anche fosse una folla di buoni. Perché la folla, quando si tratta di scegliere, sceglie sempre Barabba.

 

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La strada di casa

Un giorno, sebbene i nostri ricordi siano una vela più lontana dell’orizzonte e il tuo ricordo sia una nave incagliata nella mia memoria, spunterà l’aurora per gridare con stupore vedendo i fratelli rossi all’orizzonte camminare gioiosi verso l’avvenire.  (Ernesto Guevara)

C’è un qualcosa che ci appartiene dentro le strade che ci portano nei luoghi in cui ci sentiamo a casa. E’ come se la casa allargasse i suoi confini e cominciasse ad esserci molto prima di dov’è realmente. Un po’ come i ricordi. La memoria di un fatto comincia dai profumi, dai sapori, dai suoni che l’accompagnavano allora. Che quando risentiamo ci riportano indietro al momento in cui li abbiamo vissuti per la prima volta.

Le 5 e 30, Angelo sta alzando la serranda del bar, come ogni mattina. Una serranda pesante come i ricordi, che ogni mattina solleva sul cielo di Milano per provare a raccontarsi un futuro diverso. Raccontare il suo passato per spiegare, prima di tutto a se stesso, perché non doveva finire così. Delinea un invece, un come sarebbe dovuto essere. Che purtroppo non si è più realizzato.

Ed è quando non ritroviamo più i sapori, gli odori, i suoni della nostra memoria che cominciamo a dubitare dei fatti. Iniziamo a pensare che forse sono i nostri ricordi che sono fallaci, che in realtà ci stanno ingannando e che le cose non sono andate proprio come sembra a noi. E’ così che cominciamo a non trovare più la strada di casa.

Il primo ricordo arriva con Giovanni, che ogni mattina entra con la copia del Manifesto e comincia ad insultare un po’ tutti quanti. “Angelo, chi ce l’avrebbe detto eh? Fasci che si mascherano da comici! E comunisti che si mascherano da papi! Com’è che dicevamo? Impiccheremo l’ultimo Papa, con le budella dell’ultimo Re! Non si capisce davvero più nulla!”. La verità, caro Giovanni è che abbiamo perso quando abbiamo smesso di fare grandi sogni. Lottavamo per l’uguaglianza e ora ci vorremmo difendere da chi ha la pelle diversa dalla nostra. Lottavamo per la libertà e ora ci siamo abituati ad avere le strade piene di schiave. Volevamo abbattere lo stato ed ora ci accontenteremmo di non pagare le tasse.

Perché un fatto può essere interpretato in tanti modi. Tanti come può essere ricordato. Le spiegazioni però a volte servono poco. Non aiutano. Noi cerchiamo spiegazioni, cerchiamo ragioni, per trovare un senso, ma a volte più ragioni troviamo, più il senso ci sfugge. Rimane la rabbia per le nostre incapacità. Rimangono i rimpianti.

Poi entrano gli studenti e Angelo riesce finalmente a distrarsi, a non pensare. Il susseguirsi meccanico dei fatti impegna la mente e aiuta a concentrarsi sull’oggi. Ma basta una battuta, una voce più forte delle altre, una risata. Quanti anni avrai? Venti? Ventidue? Quanti ne aveva il mio Gabriele. Le barricate chiudono le strade, ma aprono le vie, questo pensavo allora. Mio padre partigiano mi regalò la voglia di libertà e il bisogno di impegnarmi per cambiare questo mondo marcio. Ed io invece cosa ti ho dato? Di tutti i sogni, di tutte le battaglie hai visto purtroppo solamente la parte finale, quando era rimasta solo la rabbia per la sconfitta.

Un errore rimane tale anche se lo vedi da lontano. Anche se questo lontano ha una distanza che non si misura in chilometri, ma in giorni o in anni. Un errore rimane tale anche se riusciamo a trovargli i motivi. Il tempo non accorcia la distanza, cancella i dettagli, con la pretesa di lasciare l’essenziale. Così però dimentica delle parti fondamentali, semplifica quando dovrebbe arricchire e così tradisce quello che fu.

Volevo evitarti i miei sbagli, volevo spianarti la strada perché avevo paura che ti saresti perso. Volevo darti tutto, ma non ti ho dato l’unica cosa che avrei davvero potuto regalarti, quella fiducia lucida ed incosciente che comunque sarebbe andata, noi ce l’avremmo fatta. E forse è per questo hai cercato dentro una siringa quello che non riuscivo a darti io.

Buon giorno signor Angelo! Su con la vita, oggi voglio vederla sorridere, lo vede che bel sole che c’è fuori?” “Ciao principessa. Mi sei mancata in questi giorni. Ma sì, in fondo hai ragione tu, c’è il sole, ed è appena entrato nel mio bar!” Allora forse una speranza rimane. Se c’è ancora qualcuno che non si arrende alla realtà e ha il coraggio, la forza, l’incoscienza di provare a cambiare, allora forse non era tutto un errore.

Forse non troverò più la strada di casa, ma ancora c’è qualcuno che insegue i miei sogni. E anche se io non sono riuscito a viverli, questo non significa che fossero sbagliati.

 

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Caro Babbo ti scrivo

Babbo, che eri un gran cacciatore di quaglie e di faggiani, caccia via queste mosche che non mi fanno dormire, che mi fanno arrabbiare

Perché le mosche sono terrone. Sono i terroni che ce le hanno portate qui. Prima mica c’erano, me l’ha detto il Giangi, lui se ne intende. Babbo lo so… lo so che ti ho deluso. Ti ho deluso e ti ho tradito. Ma lei era bella e non me l’aveva mica detto che era di Avellino. Tu che mi hai insegnato la differenza tra gli slip e i boxer e quella tra la maglietta e la canottiera…Babbo mi ha ingannato! Aveva delle tette grandi grandi e tu non mi avevi mica detto dov’era Avelino!

Eppure mi avevi messo in guardia! Mi avevi detto “statento ragazzo! Se il cane abbaia non ha mangiato” così mi avevi detto o giù di lì, ora non ricordo Babbo. Io non volevo deluderti, era bionda Babbo e c’aveva anche gli occhi azzurri, oltre alle tette grandi. Mi ha ingannato, come quell’altra, quella di Durazzo. E io le avevo chiesto, ma Durazzo sta sopra il Po? E lei aveva detto sì! Hai capito Babbo? Mica però me l’aveva detto che stava in Albania! Non è stata sincera, diceva che mi voleva bene. Ma anche la maestra lo diceva e poi mi ha bocciato. Due volte. Ti ricordi Babbo? Però tu non eri arrabbiato, perché poi mi sono riscattato e ho imparato a guidare il trattore.

Volevo fare qualcosa per ripagare tutti i tuoi sacrifici Babbo. Tu che sai a memoria tutte le canzoni di Davide Van De Sfroos e hai vinto per tre volte il titolo per il Grande Rutto della Bassa. Lo so che l’hanno scorso sei arrivato secondo perché ti ha tradito la prostata e hai dovuto abbandonare il tavolo, ma per me sei sempre il numero uno. Volevo che fossi orgoglioso del tuo ragazzo. Povero Babbo, abbandonato così dalla mamma. Che poi, proprio con quel terrone del Mario doveva fuggire via?

E invece ti ho deluso anch’io Babbo, perché mi sono fatto beccare da quei poliziotti terroni. Io gli ho urlato Veneto libero! e mi sono dichiaro prigioniero politico. Ci hanno preso con il cannone, ma io non lo so mica se sparava davvero. Pensa che bello Babbo, mi ero anche imparato la marcia di Radesky con il flauto. La sapevo benissimo, ma poi il nonno me l’ha rotto in testa, perché dice che lui i crucchi li ha presi a calci nel culo sul Carso. Ma  dov’è poi il Carso? Io mica lo so, però sicuro che sta sotto il Po.  Secondo me il Carso è terrone.

Pure lui, come il nonno.

 

 

 

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Ma cos’è veramente importante?

In questi giorni ho deciso di regalarmi una macchinetta fotografica. Una volta, quando ancora c’erano quelle analogiche, mi dilettavo abbastanza. Avevo (anzi, ho ancora in qualche anfratto di casa) un fantastica Pentax K 1000 con un bel grandangolo 28 e un teleobiettivo 70-210 con cui facevo fantastiche (?) diapositive che propinavo in altrettanto fantastiche serate di proiezione. Una specie di prova di resistenza. O di amicizia. Insomma, la prova che ho amici e una compagna molto resistenti. Che però penso avessero tirato un bel sospiro di sollievo quando la suddetta passione mi era passata.

E così vado da Mediaword e mi tuffo in questo fantasmagorico mondo del tutto sconosciuto. Come orientarsi fra tutti quei modelli? Il prezzo, ok certo, ma poi le caratteristiche. E quali sono quelle importanti? Quali sono quelle essenziali? I Megapixel o i punti A/F? La velocità massima dell’otturatore o la lunghezza focale minima? Le dimensioni dello schermo o la risoluzione orizzontale?

Non ce n’è una mgiliore di altre. Dipende da quello che ti serve, da che uso ne vuoi fare, dai contesti in cui la userai, sentenzia il solerte addetto. E così, perso in queste mille alternative, mi è venuto in mente che in fondo è un po’ così anche con le persone. Ognuno di noi, in un determinato contesto, ha delle caratteristiche che possono essere determinanti. E in altri non contare nulla. Quelli coraggiosi e quelli pazienti, quelli forti e gli istruiti, quelli allegri e i gran lavoratori, quelli determinati e i sognatori.

Non c’è una macchinetta fotografica perfetta, come non c’è una persona perfetta. Però sarebbe comodo avere delle belle etichette chiarificatrici per poter scegliere a seconda del contesto. Potremmo evitare di preparare un’esame con quelli con cui bisognerebbe andare in vacanza, o viceversa. Non rischieremmo più di diventare amici con gente che invece potrebbe essere utile avere come colleghi di lavoro. Eviteremmo di chiedere un consiglio pratico a chi può darci una mano con la fantasia.

Siamo sicuri di aver puntato sulle caratteristiche giuste per quello che volevamo? O non ci siamo invece fatti ingannare dalle cose più appariscenti e sgargianti? Cos’è veramente importante per noi?

Infine quindi mi sono chiesto, qual è il contesto in cui vorrei essere scelto per poter dire la mia? Di cose da dire ce ne sarebbero molte, queste e quelle, qui e anche là. Ma invece, senza aggiungere troppe parole, anzi, senza parole, andando alla sintesi estrema, quali sono le caratteristiche  che scriverei nella mia etichetta?

 

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Si può fare!

Ragionavo l’altro giorno con I. sulla reale possibilità di migliorarsi, nel senso di imparare dai propri errori. Che detta così sembra una cosa scontata. C’è pure il proverbio “errare è umano, perseverare è diabolico”, come dire, hai sbagliato una volta, impara almeno a fare errori diversi. Ma mica sono convinto che sia così scontato.

A me sembra invece che noi facciamo sempre gli stessi errori. Magari li decliniamo in varie forme, li applichiamo in ambiti diversi…ma sono sempre gli stessi! Sia che lo facciamo inavvertitamente, sia che ne abbiamo piena coscienza.

E certo, ci sono cose che alla lunga (ma anche nel breve) si riescono ad imparare. Ma il fatto di averle imparate, di sapere bene quel che è giusto/lecito/opportuno/sano non è automaticamente la garanzia che lo seguiremo. L’ubriaco continuerà a bere, l’avaro continuerà ad accumulare, il pigro a scansare fatiche, l’iracondo a perdere le staffe.

In questa discussione I punto, una volta tanto, era più ottimista di me. Secondo lei invece è possibile imparare dagli errori e quindi evitare di ripeterli. E la molla che ci spingerebbe a farlo sarebbe la volontà di non soffrire. Il dolore causato dall’errore ci porterebbe a evitarlo in futuro.

Non ho dubbio che sia così. A volte.

Ma a volte neanche la cirrosi fa evitare di continuare a bere, o la perdita di beni porta a essere più generosi. Persino la noia, a volte, non spinge lo scansafatiche all’azione. No, a volte siamo così avvitati nei nostri errori che li ripetiamo in mille modi ed in infinite variazioni, pur rendendoci conto che questo ci porterà a soffrire. E se la sofferenza fosse degli altri? Figuriamoci! Se non riusciamo ad imparare dagli errori che fanno soffrire noi, figuriamoci se impariamo da quelli che fanno soffrire gli altri!

Io però rivolterei il discorso. Perché questa davvero potrebbe essere una bella cartina da tornasole. Quanto teniamo davvero ad una persona? Quanto gli altri tengono a noi? Al di là di tante belle parole, al di là delle più o meno romantiche prove d’amore, oltre le promesse da marinai, le dichiarazioni d’intenti, i buoni propositi…quanto?

Quanto riusciamo davvero ad imparare dagli errori. Questa potrebbe forse essere davvero la misura per capire quanto teniamo a qualcuno. E anche noi allora, pieni di speranza e meraviglia, incerti e quasi increduli, potremmo gridare come Gene Wilder…

 

 

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Ogni cosa ha il suo prezzo

“Venderò la mia sconfitta a chi ha bisogno di sentirsi forte e come un quadro che sta in soffitta gli parlerò della mia cattiva sorte.”

Questo post è la prosecuzione di quest’altro https://giacani.wordpress.com/2013/09/18/se-non-e-ancora-successo/

Li però la rivoluzione la si faceva in prima persona. Eravamo (siamo…possiamo essere!) noi i soggetti promotori. Qui invece si parlerà di una rivoluzione che si subisce. Le più frequenti, del resto. Solo pochi, bravi e fortunati sono in grado di “fare” le rivoluzione, i più le subiscono. E solo pochi, bravi e fortunati riescono a governare le rivoluzioni che subiscono. Perché, come dice il sommo Pennac, “sul futuro, di una cosa sola siamo certi. Che non sarà come ce l’eravamo immaginato“.

Le rivoluzioni arrivano così, più o meno previste, più o meno annunciate. Arrivano e il più delle volte sconvolgono tutto. 12 anni sono tanti, troppi forse. Arriverà e travolgerà ogni  cosa. Consuetudini, modi di pensare, procedure, convinzioni, abitudini, comodità. Persone.

Ma se l’altra volta dicevo cosa intendo io per fare la rivoluzione, non ho ricette ora su come affrontarla senza esserne travolti. Certo sono curioso, come sempre. Più curioso che spaventato, anche se il buon senso mi dovrebbe mettere in guardia. Viale Europa sembra un formicaio impazzito, e Renzi potrebbe essere il bambino che per divertimento va lì e ci si mette a camminare sopra.

Ma del resto che potremmo fare? Il passato parla per noi e ormai quel che fatto è fatto. Non ho scheletri nell’armadio, ho fatto quello che mi si chiedeva di fare, come un soldato qualsiasi. E se non sono proprio orgoglioso di tutto, almeno una soddisfazione ce l’ho. Con un po’ di orgoglio e un po’ di vanagloria posso ancora guardare chiunque negli occhi e canticchiare sommessamente l’ultimo verso di questa bella canzone di Bennato. E poi sarà quel che sarà!

 

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E alla fine sei crollato anche tu

E qualcosa rimane, tra le pagine chiare e le pagine scure, e cancello il tuo nome dalla mia facciata. E confondo i miei alibi, e le tue ragioni. I miei alibi e le tue ragioni…

 

Non me l’aspettavo. Da te no. Eri il più solido, il più forte. Mai un cedimento, mai uno scricchiolio. Eri quello su cui contare, su cui fare affidamento. Se me l’avessero detto non c’avrei creduto. Su tutti avrei dubitato, ma su di te no.

Il guaio non è stata la cultura. Qualcuno in effetti diceva…troppi libri, dai retta a me! Troppi!” Ma io non credo che sia così. No, non lo credo affatto.

Il problema vero sono stati i ricordi. La memoria del passato, di quello che fu: questo ti ha fatto crollare. Uno accumula, accumula, archivia, ma alla fine è troppo. Troppe immagini, troppe storie.

Che poi è anche colpa nostra. Ma che bisogno c’era di tenere tutto, di non buttare mai via niente? Non potevamo fare pulizia? E capisco le foto, capisco la musica, capisco i quaderni…ma che bisogna c’era di tenersi tutti quei Floppy Disk che non legge più nessuno?

E così sei crollato anche tu, mio vecchio e fido ripiano.

 

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Sarai abbastanza?

Potrebbe davvero, davvero, davvero succedere
Quando i giorni ti sembrano fallire
Bene, lasciali andare

E all’improvviso cambia la scena. Lo sfondo è diverso, diversi sono gli interpreti, i protagonisti e le comparse. Quello che avevi dato per scontato, già detto, già sentito, tutto quello che avevi imparato, la cose che sapevi fare, tutto azzerato, si ricomincia. Sarai abbastanza coraggioso per accettare tutto questo?

Devi ripartire da capo, come se nulla ci fosse stato prima. Battaglie, vittorie, sconfitte, nulla conta più perché ti sei lasciato alle spalle quello che avevi vissuto fino a quel momento. Ci sono nuovi strumenti da suonare, nuove melodie da creare e tu sei un principiante assoluto. Sarai abbastanza forte per adeguarti a tutto questo?

Non hai più punti di riferimento, le certezze che avevi, l’ovvio e lo scontato: non c’è più nulla di ovvio, né di scontato. Perché tu e la tua bella faccia, il tuo sorriso paraculo, la tua insana curiosità, la voglia di stupire, la paura di annoiare, tu insomma hai voltato pagina. E questo non è il nuovo capitolo di una storia vecchia. E’ il primo capitolo di una nuova storia. Sarai abbastanza folle per volere tutto questo?

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Costruire una casa

Non è mica facile costruire una casa. Diamo per scontato che sei un ingegnere e pure architetto. Insomma lo sai fare. O comunque, presumi di saperlo. Anche perché per far bene una casa devi essere convinto di essere bravo. Questo è il presupposto, altrimenti meglio lasciar perdere.

Come la farai la tua casa? Cercherai di farla solida, fondata sulla roccia, che duri nel tempo? Oppure preferirai che sia bella? Ma dovrà essere bella per te che la guardi, per chi gli passa davanti e dice, “guarda questo che bella casa che ha costruito“, oppure la vorrai fare bella in sé, che la sua bellezza basti a se stessa?

Sarà una casa appariscente, che ruberà la scena a quelle intorno, che spiccherà sulla massa, oppure sarà in armonia con lo scenario che la circonderà? La riempirai di particolari per farla essere unica, ma capirai quando fermarti per non esagerare, per non soffocarla di cose belle, ma anche inutili?

Cercherai di curarne i particolari, scegliendo per lei i materiali più pregiati, quelli di valore, oppure preferirai la semplicità, le cose funzionali, quelle che servono per rendere comoda la vita?

Quando ne costruirai un’altra ti baserai sull’esperienza accumulata e cercherai di replicarla o avrai la pazienza e la fantasia di ricominciare da capo, sapendo che nessuna casa sarà mai uguale ad un’altra?

Nel costruire una casa può capitare di accorgersi che poi vien fuori un’infiltrazione o una crepa. Allora che succederà, darai la colpa ai materiali, al destino cinico e baro? Cercherai di metterci una pezza, ti vergognerai del tuo errore o avrai il coraggio di vincere gli imbarazzi e ammettere che hai fatto uno stronzata?

E poi, ad un certo punto della tua vita, ti fermerai alle case che hai costruito, penserai di aver concluso e ti sentirai soddisfatto del lavoro oppure saprai rimetterti in discussione e avrai l’incoscienza e la fiducia di credere che ci sarà sempre un’altra casa da costruire?

Costruire una casa può essere molto faticoso, ma senza dubbio vale la pena provarci. Che poi qualcuno pensa che in fondo sia la cosa più semplice del mondo. Come bere…più facile che respirare.