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Ed ecco a voi il blog!

Ci sono cose nella vita che prima o poi ti viene voglia di fare. Non sei proprio sicuro che saranno piacevoli però, in ogni caso, c’è questa specie di voce interiore, questo istinto irrefrenabile che ti dice, provaci, provaci… Andare in un centro benessere, mangiare in un ristorante africano, andare a teatro a vedere un’opera lirica. E’ buffo che quando siamo piccoli e gli altri – i grandi – ci dicono “attento, è pericoloso, ti fai male, non fare questo e non fare quello” quell’istinto di cui sopra ci porta a provare questa cosa in prima persona e ad ignorare le esperienze e quindi i consigli altrui. Quella voce che ci porta inevitabilmente a mettere le dita nella presa della corrente, ad assaggiare le more ancora rosse oppure a fare pipì contro vento e via dicendo.

Il livello di maturità, potremmo dire, è inversamente proporzionato alla curiosità del provare nuove cose. Da ragazzini siamo curiosi e incoscienti e quindi proviamo, ci buttiamo, audaci ed incoscienti. Crescendo tendiamo ad essere più prudenti, più avveduti e decisamente più pigri. Invece, come dico spesso ai miei figli, bisogna provare. Poi magari non ti piace, ma non puoi dirlo prima. Oddio, mica sempre vero.

Ad esempio, non mi devo buttare da un ponte per cinquanta metri legato ad un elastico per sapere che il Bungee Jumping non è e non sarà mai lo sport che fa per me. Oppure, che so, non devo per forza frequentare un corso di Burlesque, per essere certo che difficilmente avrò mai gli stessi problemi in cui è incorso il buon Marrazzo. Però, diciamo che è quasi sempre vero. E fra le cose, che prima o poi nella vita mi andava di fare, c’era anche quella di aprire un blog.

Se ne sentiva davvero la mancanza? C’era proprio tutta questa esigenza? Dovevo proprio? Neanche il mio pur grande amor proprio mi porterebbe a dare una risposta affermativa. Per me che scrivo e per i frequentatori delle mie note di FB cambierà poco o nulla. Però l’idea di avere un luogo unico in cui riunire tutte le mie cose mi intrigava. Per questo intanto ho ripreso le vecchie note (quelle che a mio insindacabile giudizio lo meritavano) e d’ora in poi proseguirò lì!

Prima di cominciare mi sento almeno di rassicurare che nel blog cercherò di tenere a mente un pensiero guida, la massima del mio caro Ludwig: “Tutto ciò che si può dire lo si deve dire chiaramente. Su ciò di cui non si può parlare si deve tacere.”

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Mai dire mais

L’ultima luna la vide solo un bimbo appena nato aveva occhi tondi e neri e fondi e non piangeva con grandi ali prese la luna tra le mani, tra le mani e volo’ via e volo’ via era l’uomo di domani e volo’ via e volo’ via era l’uomo di domani  (Lucio Dalla – L’ultima Luna)

Silvio dice l’ennesima minchiata in mondovisione, si comincia a vietare lo sciopero (per il bene della democrazia, sia chiaro!) e la gerarchia perde l’ennesima occasione per fare bella figura. Ma sì, bello sto venerdì! In compenso finalmente sembra se la sia piantata di far freddo, magari la pianteranno tutti di rompere…e non piove più il riscaldamento, il buco dell’ozono, no piove, anzi piove troppo, però fa caldo, i ghiacciai poverini, no invece fa freddo, troppo freddo…cambia spesso idea, un po’ come me è meteorologico e un po’ meteoropatico. Molto simpatico, ma poco pratico. Un tipo atipico, come un segnale fonetico. Monovocalico.

Improvvisamente siamo in spiaggia e decidiamo di giocare a racchettoni. Ma i miei sono rotti. Me li ha rotti quel cazzone di Massimo. E non me li ha più ricomprati. Cerchiamo qualcuno che venda racchettoni.

–       Gelataro?

–       Non ho gelati.

–       Bibitaro?

–       Ho finito le bibite.

–       Ma io volevo due racchettoni.

–       Ne ho solo uno.

–       E che ci faccio?

–       Giochi contro il muro.

–       E poi chi vince?

–       Spesso vince il muro.

E infatti il muro è molto spesso e ci si para davanti all’improvviso. Siamo in motorino ora, ma riusciamo a sterzare. E continuiamo per la nostra strada. Stiamo arrivando. Ma lo sapevo che non dovevamo venire in motorino. Sto scomodo. E non so come reggermi. Non ci sono le maniglie. E se ti abbraccio magari divento invadente. Potresti equivocare. Un po’ come in metro. Non so mai dove reggermi. Non mi reggo. Il problema è che anche gli altri non mi reggono più. Questo sogno non porta da nessuna parte. Ma se non porta allora parto. Parto e vado via. Ma è un parto difficile, un cesareo. San Cesareo, Colleferro, Anagni, Fiuggi.

–       No Fiuggi no, vi prego, si mangia troppo e poi la colite…io me ne vado!

–       E qui sorge il dubbio amletico: andiamo o restiamo?

–       Io devo andare, sono oberato.

–       Meglio oberato che obeso.

–       Sono diventato un peso.

–       Netto?

–       No lordo.

–       Meglio lordo che lardo.

–       E dagli, ma è una fissazione la tua.

–       Se mi fisso mi farai fesso?

–       Mai dire mai!

–       No, mai dire mais… nell’insalata…lo odio, mi si infila fra i denti, sta robba gialla, ma che siamo galline che mangiamo il mais?

–       Ne ho basta me ne vado!

–       Mi dice la direzione?

–       Gliela indico con il dito!

–       Il dito medio?

–       In medio stat virtus, come dicono gli inglesi

–       Allora mi dia una zuppa inglese!

–       Ma non aveva chiesto un tiramisù?

–       Ciao Ni! Lo vuoi il tiramisù? L’ho fatto io, con le mie manine.

–       No, grazie, sa, la colite…

–       Mangia, mangia ti fa bene, c’ho messo i savoiardi, mica i pavesini.

–       Sì, lo so, però, la colite…

–       E mentre noi disquisiamo sul mais, arriva il guardiano. Arriva sempre un guardiano, ma questo è grosso ed è vestito come Alberto Sordi e mi dice

–       A regazzì, cell’hai ‘na casa? E và alla casa!

E lui prese le sue cose e scappò via.

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Punti di vista e prospettive

Camminando lungo Corso Vittorio Emanuele, andando verso il lungotevere all’altezza della Chiesa Nuova, sulla destra, si può ammirare l’Oratorio dei Filippini. Con tutti i monumenti di cui è ricca Roma sicuramente passa inosservato ed è un peccato perché la facciata è un autentico capolavoro del Borromini. Non aiuta ad apprezzarlo il fatto che i piemontesi sventrarono quella zona per creare appunto un corso (non a caso intitolato al Re), per collegare piazza Venezia al Vaticano, in perfetto stile sabaudo. Nel 1630 invece, quando fu costruito, la via adiacente non era larga più di 4 o 5 metri: per ammirare la facciata era inevitabile dunque guardarla dal basso in alto e non di fronte. Da lontano, passando per l’attuale Corso che ha allargato a dismisura la distanza con l’edificio, quella facciata sembra assolutamente anonima e priva di alcun interesse. Fate la prova la prima volta che vi capiterà di passarci: mettetevi proprio sotto, alzate gli occhi e la magia del Borromini vi conquisterà. Un insieme di linee e di curve che si intrecciano in maniera armonica ed insieme stridente, com’è tipico nelle geniali follie dell’architetto che aveva fatto della sfida alle leggi della fisica la sua impronta caratteristica a costo di andare anche contro il gusto classico dell’epoca (basti pensare a Sant’Agnese in Agone a Piazza Navona!).

Non sempre spianare le strade, allargare gli orizzonti aiuta a comprendere (e quindi vedere) la realtà che ci circonda. Soprattutto, non c’è mai una sola prospettiva per vedere (e quindi comprendere) la realtà. Non c’è mai un unico punto di vista ed anzi, a volte, se vogliamo capire veramente (ma soprattutto apprezzare) quello che ci circonda, dobbiamo abbandonare le posizioni più semplici, quelle più scontate e avere la pazienza (e la fantasia) per andarci a mettere in punti diversi, scoprendo posti nuovi, disegnando nuove prospettive, reinventando la realtà.

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Pensieri volanti

Ma che emozione ogni volta sfidare la vita rotolando nel cielo sopra il mio aeroplano. Ma ogni sera resto solo, come stasera sono solo. Cosa dici andiamo al cinema, magari a fare un volo ma perchè non sorridi? Presto dammi un bacio, presto dammi un bacio!

E tu sei lì, con quella strana sensazione ormai nota. Un morso allo stomaco, la sensazione del vuoto fuori e dentro di te. Lei passeggia elegantemente avanti e indietro. Sa quello che deve fare, è pagata per quello. Lo sguardo assente, assorto in chissà quali pensieri mentre ripete meccanicamente sempre le solite mosse mandate ormai a memoria.

E’ cordiale, ma assente, come il suo ruolo le impone. Vicina e pure distante. Ti guarda dall’alto in basso e tu ti chiedi chissà? Poi se ne va e ti lascia solo con i tuoi pensieri. Vorresti quasi addormentarti e sognare viaggi mirabolanti, mete esotiche, magari con lei, perché no? Sognare non è mica proibito.

Ma in fondo lo sai, è inutile che provi a mentire, ad ingannare te stesso. Lei è lì per te, ti darà quello che tu gli chiederai. Ma fa così con tutti. Niente di personale. E tu non puoi pretendere nulla di più, devi aspettare il tuo turno. Puoi provare a far finta di niente, però lo sai che è difficile. E il tempo, il tempo non passa mai. E tu ti senti legato, quasi non riesci a muoverti, ti formicolano le gambe, le braccia, vorresti scappare, fuggire via. Poi finalmente eccola di nuovo. Si avvicina, ti guarda, ti sorride e ti domanda…

Biscotti o salatini?

 

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Per i miei 50 anni

Se volessi scrivere la mia vita in un libro, mi piacerebbe che alla fine somigliasse ad una commedia di Wodehouse. Se dovessi colorarla, sicuramente la farei tutta biancoceleste. Se ci potessi mettere una musica di sottofondo, probabilmente sceglierei i Genesis. E se avesse uno scopo, sarebbe quello di fare felici le persone che amo.

A cinque anni. Ero un bimbo felice. Ero coccolato da una tribù di cugini e avevo un fratellino da coccolare. E una palla da rincorre in giardino, immaginando che sarei diventato un gran calciatore. Ero già stato alla stadio una volta e ovviamente ero già della Lazio!

A dieci anni. Era già iniziata la collezione di Tex, avevo tanti soldatini ed ero un drago a Subbuteo. Ero già un filosofo e avevo già incontrato l’amore della mia vita: ma ancora non sapevo nessuna di queste due cose! Ero abbonato in Tribuna Tevere non numerata e avevo visto la mia Lazio in cima al mondo.

A quindici anni. Giocavo a pallone in media 4 volte al giorno, anche se cominciavo a capire che qualcosa di più bello del calcio poteva anche esserci. Sapevo di greco e di latino più di quanto avrei mai saputo in vita mia, ascoltavo i Genesis, i Pink Floyd e i Supertramp fino allo stordimento. Allo stadio in curva nord facevo gli stessi cori che si facevano ai comizi in Piazza del popolo. Ma a quell’età sono sfumature che ti sembrano ininfluenti.

A vent’anni. Avevo scoperto di essere un filosofo e incontrato l’amore della mia vita. Avevo in mente un sacco di idee, di capelli e tanti amici: nuovi, vecchi, appena arrivati e tornati dopo tanto tempo. Fra i gruppi troskysti nelle assemblee a Villa Mirafiori, scoprii di essere molto meno di destra di quanto avessi mai pensato. La Lazio c’è sempre, ma un po’ in secondo piano.

A venticinque anni. Perdi un amico e anche quello ti fa capire che la filosofia è bella, ma la vita è ancora più bella. Mai dire mai a questo mondo. E da filosofo sono diventato un impiegato modello. I consumatori si affacciano nella mia vita, scopro che la montagna è un posto meraviglioso e un inglese pazzo mi fa un’altra volta innamorare della Lazio.

A trent’anni. Tempo di primi bilanci. Mi sono sposato, ho fatto in tempo a vedere le Torri Gemelle, ho percorso le strade polverose dell’Arizona, sono sempre appresso ai consumatori ed è arrivato il nostro primogenito peloso. Quando penso di essere diventato grande mi accorgo che ancora aspetto con ansia l’uscita mensile di Tex e che la cosa che mi fa più perdere la calma è seguire una partita di calcio. No, decisamente non sono ancora cresciuto.

A trentacinque anni. Sono arrivati i miei due gioielli, la cosa più bella che abbia mai combinato nella vita, dopo quella di aver sposato Ale. Ho lasciato la Telecom e sono arrivato alle Poste, la Lazio ha perso uno scudetto probabile e ne ha vinto uno impossibile, insieme a tante di quelle coppe, quante mai ne avevamo viste dalle nostre parti. Ho pubblicato anche i miei racconti e da lassù penso proprio che la mia mamma sia contenta per me.

A quarantanni. Mi è cresciuta un po’ di pancetta, ho qualche capello in meno, però in compenso sono tornato a vivere a Montesacro. La cosa più difficile è stato trovare posto ai 550 Tex, ma anche stavolta ce l’ho fatta. Non sono più abbonato allo stadio, in compenso urlo davanti alla Tv satellitare e non è mica un gran miglioramento. Ah, tra l’altro sono anche diventato dirigente…le Poste sono cadute proprio in basso.

A cinquantanni. Come novità c’è una meravigliosa cagnetta e una casa nel paese più bello dell’appennino abruzzese. Una figlia maggiorenne ed un figlio molto più bravo di me a calcio (e non solo in quello). Ora la domenica non è più solo la Lazio a farmi palpitare. Caduta dei capelli e aumento della circonferenza sembrano ormai essersi attestati. In compenso ho affrontato il Ciciarampa e ho provato per la prima volta gli oppiacei: non male, se non fossi stato in ospedale con una gamba rotta. Ah, nel frattempo ho anche capito che Milano poi, alla fin fine, non è poi così male.

In conclusione di questo breve resoconto se mi guardo indietro posso dire tranquillamente di non aver rimpianti. Forse avrei potuto avere più amici, ma certo non più amiche di quante ne ho. Avrei potuto avere più figli, ma certamente non ne avrei potuti avere più meravigliosi di così. Non credo che avrei potuto fare più soldi: comunque essere comunista è un lusso che ancora non mi posso permettere. Probabilmente avrei potuto scrivere racconti più divertenti, ma certo non mi sarei potuto divertire di più a scriverne. Sicuramente avrei potuto tifare per una squadra più vincente, ma allora non mi avrebbe somigliato così tanto.

Insomma, avrei potuto fare cose diverse e sarei potuto essere una persona differente. Ma dico grazie a Dio che sia andata com’è andata: non avrei potuto essere più fortunato di così, perché ho amato e sono stato amato più di quanto sarebbe stato lecito sperare e logico immaginare. La vita è un’avventura meravigliosa. Almeno finché ci sarà un nuovo numero di Tex da leggere ogni mese!

 

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Costruire l’inedito

“E tu forse parlerai di orizzonti più vasti dove uomini celesti portandoti dei figli ti diranno: “Scegli!” ben sapendo che ridendo tu…tu a loro ti unirai.”
(L. Battisti – Gli uomini celesti)

Eccomi qui! L’arrampicata è stata dura, ho ancora il fiatone, però ce l’ho fatta sono arrivato in cima. Ho avuto paura, ho temuto davvero di dover tornare indietro. Sono sfinito, ma ne è valsa la pena, avevi ragione tu. Questo panorama è meraviglioso: il cielo azzurro e queste nuvole viola che corrono veloci trasportate dal vento. L’aria fresca mi sbatte nel viso e mi dà questa sensazione elettrizzante ed insieme rilassante. Ma come può fare così freddo? Perché questo sole così forte non riesce a scaldarmi? Eppure i suoi raggi mi bruciano il viso, la loro luce accecante mi stordisce come fosse una droga.
-Sono stanco, dove trovo le forze per andare avanti?
-Per arrivare in cima non bisogna guardare la vetta, ma solo avanti a te, passo dopo passo.
Avevi ragione…ed ora rimango così, immobile come una lucertola, confuso ed intontito dal freddo, dal sole e dal vento, dall’altezza di questa montagna dall’antichità di queste pietre. Pietre pesanti, che trasudano storia: una volta erano riparo ora sono ruderi. Solo questa torre è rimasta in piedi, sentinella del passato, rifugio sicuro per cercatori come me. Il fischio sordo del vento si insinua fra le rovine della torre e mi estranea, mi isola, mi eleva: al di sopra del mondo e dell’uomo.
-Come pesa il cammino! Come fare per andare avanti?
-Diventa leggero: leggero, leggero, leggero…
Mi gira la testa, sarà quest’aria rarefatta o forse questo vento impetuoso che brucia la mia pelle con il suo soffio gelido. Ma alla fine avevi ragione: sono arrivato alla vetta, sono in mezzo alla luce, nella torre più alta del mondo. Questo mi hai chiesto? Per questo sono giunto fini qui?
Mi hai chiesto di essere limpido e sono diventato trasparente.
Mi hai chiesto di essere forza e mi son caricato tutto sulle spalle.
Mi hai chiesto di essere coraggio e ho affrontato tutte le paure.
Mi hai chiesto di essere migliore e ho scalato la montagna.
Che devo fare ancora?
-Devi credere nell’utopia!
-Sono arrivato alla vetta… non basta?
Mi affaccio di sotto: com’è buio, ho le vertigini, ho paura, quanta non ne ho mai avuta prima. Rispondimi, rispondimi! Che altro devo fare ancora? Sono in cima, sono il primo, il più alto, ho superato tutti, tutto: non ho più passi avanti a me.
-Allora adesso sei pronto.
– Perché è così difficile?
-Perché non dipende più da te! Fin ora hai costruito e lo hai fatto con le tue forze. Ora devi lasciarti andare, devi cancellare, dimenticarti tutto e buttarti!
-Perché è così difficile…
-Perché devi fidarti…
Mi sto arrampicando sul ciglio dell’abisso: non avrei mai creduto di essere capace di tanto. Chiudo gli occhi. Sono più vicino al paradiso che alla terra. Mi lancio…
Sto precipitando, mi manca il fiato, sento le viscere che salgono su, fino alla bocca, il mio cuore sta battendo all’impazzata, il cervello si è bloccato nel pensiero fisso che prima o poi questa caduta finirà e mi schianterò al suolo. Fra qualche istante sarò morto. E tutto questo per cosa? Per la smania di conoscere? Per l’ansia di seguirti, di essere come mi volevi: è per questo?
-Non aver paura, sono accanto a te, prendi la mia mano: afferrala!
– Angelo sei qui?
-Certo che ci sono: non vedi, stiamo volando, tu stai volando!
-Sto volando, sto volando! Ma è questo che significa credere nell’utopia?
-Sì. Credere nell’utopia significa costruire l’inedito.

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Con i se e con i ma

Mentre tu sei l’assurdo in persona e ti vedi già vecchio e cadente raccontare a tutta la gente del tuo falso incidente

Tornando a casa per radio riascoltavo questa canzone… E sarà stata la giornata devastante appena trascorsa, sarà stata la fila sulla tangenziale, il caldo, la Lazio che non compra nessuno, sta di fatto che ad un certo punto mi sembrava che il buon Edoardo ce l’avesse proprio con me.

E mi chiedevo: quale sarà il mio falso incidente da raccontare ai nipoti? Quale sarà la grande bugia che avrò ripetuto tante e tante volte da finire per crederci? Cosa mi inventerò per spiegare ai miei eredi del perché il loro nonno non è diventato, che so, un  calciatore di serie A, una celebre autorità, oppure un personaggio di successo? Noi aspiranti scrittori poi siamo naturalmente portati a questo. Magari dando la colpa (perché quasi sempre è colpa di qualcuno che ha provocato l’incidente) a qualche editore incompetente!

Alla fin fine, ha ragione Bennato. Ognuno di noi rischia di perdersi nei sentieri interrotti dei Se e dei Ma. Perché in fondo, ognuno di noi ha bisogno di comode e rassicuranti scuse, per giustificare – prima di tutto a se stesso – i propri fallimenti. O meglio, più che i fallimenti (lì almeno puoi dire di averci provato), tutte le occasioni che non abbiamo colto, le volte in cui non ci siamo nemmeno messi in gioco.

Per paura? Forse. Per pigrizia, soprattutto. Almeno per quanto mi riguarda. E chi sa se i miei nipoti ci crederanno! Chissà se riuscirò a convincerli che se non ci fosse stato quell’impedimento se non avessi avuto quell’imprevisto se non ci fosse stata la guera (rigorosamente con un erre sola!) se non fossi arrivato troppo presto, se non avessi fatto troppo tardi. A quest’ora…Chissà…

Chissà se con l’età avrò imparato almeno a dire bene le bugie!

Un giorno credi di essere giusto e di essere un grande uomo in un altro ti svegli e devi cominciare da zero

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Lode a Chiara Sciarrini

“A me pare giusto segnalare che solo l’universo femminile riserva ancora sentimenti così sorprendenti”.

Se vi capita recuperate l’articolo di Merlo su Repubblica di ieri (ma anche suwww.francescomerlo.it) che metteva in parallelo questa mamma di Teramo con la moglie di Strauss Khan, nel loro amore, per molti aspetti inspiegabile, nei confronti dei rispettivi sciagurati mariti.

Lascio stare la vicenda del vecchio satiro (ne avrei di cose da dire, ma viste anche le vicende italiche, l’argomento oramai mi sembra inflazionato) e mi concentro sull’altra storia.

C’è qualcosa di innaturale in un genitore che sopravvive al proprio figlio. Qualcosa di profondamente ingiusto e difficilmente accettabile. Quando poi è il genitore la causa (diretta o meno) della morte del figlio, il discorso si fa ancora più difficile.

Un figlio è un pezzo di te, è la tua linea della vita che prosegue oltre il tuo tempo, oltre te stesso. Forse proprio da qui nascono tanti sbagli che si fanno con i figli. Sbagli per troppo affetto o per troppo poco, sbagli perché li si giustifica troppo o troppo poco. Perché si è troppo esigenti oppure troppo poco. Ma proprio in questa oscillazione fra il poco ed il troppo, ognuno di noi cerca di essere padre (e madre) al meglio delle proprie capacità, perché nei figli abbiamo la scommessa più grande che facciamo con la vita. E quando perdiamo questa scommessa, cos’altro può essere importante? Cos’altro può avere significato, soprattutto quando noi stessi siamo stati il motivo per il quale questa scommessa è andata fallita?

Come può sentirsi il papà di quella bimba di Teramo?

Me lo sono chiesto in questi giorni. E con terrore ho cercato di pensare a come mi sarei sentito io. Che – chi mi conosce un pochino lo sa – sarei capace di perdermi qualsiasi cosa o dimenticarmi la qualunque. Uno dice, “ma no, i figli no!” Come fai a dimenticare un figlio? Già, come fai?

Poi ho sentito la testimonianza della moglie. Che continua a rivendicare l’amore per il suo uomo. Un amore che comprendere l’incomprensibile, che perdona l’imperdonabile, che cerca di accettare ciò che probabilmente è inaccettabile. Soprattutto che non giudica. Che non condanna. Un amore che non valuta i torti e le ragioni,  che va al di là della vita e della morte. Com’è possibile un amore così?

Come credente penso sia possibile solo nella misura in cui si travalicano i confini dell’essere umano, per rendere vivo e concreto quell’amore descritto da San Paolo, che “tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta”. Ma non so se ne sarei capace. Non tanto nei confronti della persona che amo, quanto soprattutto verso me stesso. Non credo proprio che riuscirei a perdonarmi, a sopportarmi, o semplicemente a credere in me, dopo una cosa del genere.

Ma del resto, così a mente fredda, chi ne sarebbe capace?

 

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Oppium fur das Volk

Treviri, 21 febbraio 1848

Caro Federico Angelo,

come te la passi a Londra? Qui in Renania le cose vanno sempre peggio, la situazione è diventata insopportabile. Anche ieri ho litigato con quegli antipatici del circolo hegeliano delle bocce…che snob! Non mi hanno voluto far giocare perché l’altra volta ne ho tirato una in testa al Borgomastro di Treviri…un errore, che vuoi che sia! E invece se la son presa! Dovevi vedere com’erano arrabbiati! Ma io gli ho risposto per le rime: “giocare con voi mi sembra la notte in cui tutte le bocce sono nere“, con una sottile ironia, che temo però non abbiano colto.

Per non parlare di quegli altri indisponenti dei positivisti francesi del circolo scacchista: sono stato messo alla porta anche da loro! Hanno detto che imbrogliavo e che non conoscevo bene le regole perché avevo suggerito che anche i pedoni avevano la loro dignità e non era giusto sacrificarli per salvare il re. Ma anche a loro ho gridato tutto il mio biasimo: con il consueto sarcasmo gli ho preannunciato che “un alfiere si aggira per l’Europa“! Almeno questa l’avranno capita?

La situazione dei ragazzi come noi oramai è questa. Che fare nel nostro tempo libero? Siamo destinati alla noia, oppure dobbiamo piegarci alle loro regole, ai loro giochi da signori. Ma vedi, caro Federico, qui bisogna riappropriarsi dei mezzi di gioco. Dobbiamo far emergere i contrasti tra la massa, che non è capace a giocare, e questi pochi accentratori. Ho delle idee in proposito: se inventassimo un gioco nuovo, un gioco per tutti, dove non servano grandi capacità. Si potrebbe giocarlo con i piedi: servirebbe solo una palla e via, un calcio di qua, un calcio di là, i giocatori dovrebbero cercare di buttarla dentro una rete. Che ne dici? Un gioco dialettico: chi attacca contro chi difende, l’ala destra contro il terzino sinistro e viceversa. Sarà l’occasione del riscatto per tutti gli emarginati della società: il servo che diventa padrone, il reietto che si trasforma in eroe. Sarà il superamento delle classi e delle differenze fra le persone! Con una palla al piede tutti saremo finalmente uguali!

Scriverò le regole in un libro. Già me lo vedo, lo intitolerò Il Capitano, dedicato al giocatore più rappresentativo della squadra. Sono sicuro che sarà un gran successo. Basterà fare tanti Manifesti in cui inviteremo la gente a venire a vedere le partite e vedrai che tutti abbandoneranno i vecchi giochi, ormai superati e si uniranno a noi. Il nostro motto sarà “Calciatori di tutto il mondo unitevi“!

Poi potremmo fare delle turné all’estero: ho buoni motivi per pensare che un gioco del genere possa avere un gran successo in posti freddi come la Russia. Lì la gente ha bisogno di movimento, di correre, di scaldarsi. Che ne pensi? E poi, perché no, potremmo portarlo anche in Cina. I cinesi sono tanti, avremmo risolto tutti i nostri problemi! Invece non prevedo un grande sviluppo in America…troppo sempliciotti, non sarebbero in grado di capire, di apprezzare il nostro gioco.

Insomma siamo intesi, me la dai una mano? Io farò il presidente, tu potresti essere l’allenatore. Un’ultima questione. Dobbiamo trovare un nome al gioco. Non dev’essere una cosa semplice, serve un nome comune, perché dev’essere un gioco che serva a socializzare…non mi viene in mente niente. Facciamo così, almeno a questa cosa, pensaci tu!

Vedrai, sarà un successo. Ti prometto che nel giro di qualche anno conquisteremo il mondo.

Tuo affezionatissimo,

Carlo

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La trave e la pagliuzza

Una sola cosa è più insopportabile della retorica fascista. La retorica antifascista.

Ma quanto aveva ragione Flaiano!

Aforisma eccezionale, sia per la situazione contingente, ma sia più in generale perché se è vero che tendiamo con facilità a condannare i difetti quando sono quelli degli altri, quanto più sono insopportabili quegli stessi difetti, quando siamo noi ad averli. Il bambino maleducato è fastidioso. Ma quanto è più sgradevole quando sono i nostri figli ad esserlo?

I tifosi delle altre squadre sono teppisti, coatti, arroganti ed incivili. E quando poi scopriamo che anche chi tifa per la nostra stessa squadra ha comportamenti a dir poco disdicevoli?

Ed il politico ladro? Quanto dà più fastidio ed imbarazzo quando scopri che appartiene al partito a cui dato il voto?

Il fatto è che se possiamo essere abbastanza sicuri dei nostri comportamenti personali, certo non possiamo garantire per tutti “i nostri” di cui possiamo far parte. Familiari, amici, colleghi d’ufficio, compagni di stadio o di partito, compaesani, appartenenti alla stessa fede religiosa…di quanti insiemi facciamo parte? Di quanti comportamenti, potremmo essere corresponsabili?

Forse per questo sono fastidiose le generalizzazioni. Voi postali, voi laziali, voi cattolici, voi di sinistra…ma voi chi? Parla per te. E se ti rivolgi a me, parla per me! Che del resto le più grandi litigate e le più grandi discussioni, me le sono sempre fatte con quelli della mia squadra, con quelli che politicamente la pensavano come me e soprattutto…con altri cattolici!

Sarà per questo che come ho già scritto in queste note ho difficoltà a riconoscermi negli insiemi, non mi piacciono le omologazioni, il noialtri ed il voialtri.

O non sarà forse questo il senso ultimo della parabola della trave e la pagliuzza? Lasciamo stare le pagliuzze altrui. Perché le travi, spesso, ce le abbiamo proprio accanto.