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Consigli di lettura non richiesti. 18/ Stockett – Nevo

Mi sono accorto di aver un po’ trascurato questa rubrica di consigli di lettura. Effettivamente nella seconda parte dello scorso anno ho letto sì alcuni bei libri, ma nessuno che mi abbia davvero entusiasmato ed in più nessuno di autori nuovi, che valesse la pena segnalare. E’ forse un mio limite quello di leggere qualsiasi cosa pubblichino certi autori ed è quasi naturale che poi alla lunga non tutto rientri nella categoria dei capolavori. Prendiamo il mio amato Lansdale o Lehane: sicuramente continuano a sfornare delle belle storie, libri godibilissimi, avvincenti e convincenti, ma certo qualcosa rispetto al passato secondo me stanno perdendo. Ripeto, forse è anche inevitabile così.

Questi primi mesi dell’anno invece si sono aperti con due libri sopra la media, due lampi accecanti che mi hanno davvero entusiasmato entrambi. Il primo si intitola The Help di Kathryn Stockett, una autrice esordiente che ha scritto una storia che dà un nuovo punto di vista in una vicenda ormai notissima come quella dei diritti civili delle persone di colore nell’America degli anni 60. Ed è il punto di vista tutto femminile sia della protagonista (bianca), che delle due coprotagoniste (nere), che delle varie figure che si alternano nel racconto, sia bianche che di colore. A parte il tipo di scrittura semplice, lineare, coinvolgente, la cosa straordinaria è proprio questo sguardo alternativo, perché qui non si confrontano persone dichiaratamente razziste contro i poveri neri vittime di violenza che tante volte abbiamo visto e letto nelle ricostruzioni di quegli anni. Qui i bianchi sono liberal e apparentemente aperti e disponibili verso le persone di colore. E queste ultime sono bene integrate, seppur con ruoli di secondo piano. E l’autrice è bravissima ad evidenziare le ipocrisie e le contraddizioni che ci sono negli uni e negli altri e che alla fine faranno esplodere quel tipo di società, forse anche più dei moti violenti delle Black Panters. Un libro davvero bello e forse anche istruttivo, perché l’accettazione del diverso, a parole, è sempre molto più facile e meno scontata di quanto non sia nella realtà. Probabilmente anche nella nostra.

Il secondo è Neuland di Eshkol Nevo, una bellissima storia d’amore, ambientata fra lo stato di Israele ed il sud America. Di quest’autore avevo già letto un altro libro, che mi era piaciuto (La simmetria dei desideri), ma non quanto questo. Neuland è un capolavoro. Una storia fra due sconosciuti che avevano nel loro destino quello di incontrarsi, un destino che nasce settant’anni prima e che si sviluppa insieme alla storia della Shoa e della fuga degli ebrei dall’Europa in guerra, verso la terra promessa. Che avrebbe anche potuto non essere la Palestina, perché alcuni ebrei alla fine dell’800 immaginarono una nuova terra promessa in Argentina. Ed è lì infatti che i due protagonisti si ritrovano, immaginando un futuro alternativo per le loro vite, sulla base di un passato che avrebbe potuto essere diverso, per loro, per quelli che li avevano preceduti ed in generale per tutto il popolo israeliano. Il finale resta aperto, com’è giusto che sia, perché forse intrinseco nel dna di questo popolo errante, che purtroppo sembra proprio destinato a non trovare pace.

Buona lettura!

 

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Duecentosettantadue volte grazie. E una specie di analisi del voto

Duecentosettantadue vi sembran pochi? Per essere eletti alla Regione decisamente sì!

Ma in generale, duecentosettantadue persone che ti danno fiducia scrivendo il tuo nome su una scheda elettorale, non sono poche affatto. Soprattutto se sei un “absolute beginner” in questo genere di contesti, se non hai speso (quasi) niente per  andare a cercare il loro voto, se non hai fatto (quasi) nulla per averlo. Per massima trasparenza e a scanso di equivoci chiarisco i quasi. Per quanto riguarda le spese elettorali ammontano a 48 euro per fare i certificati al Tribunale, 60 per retribuire i due ragazzi amici di mia figlia che hanno distribuito un migliaio di lettere per il quartiere e il costo di un paio di Vance per lei che mi ha dato una mano anche a stampare, piegare, imbustare. Per quanto riguarda poi nello specifico la campagna elettorale, ho semplicemente fatto presente a (quasi) tutte le persone che conoscevo della mia candidatura chiedendo quindi il voto. C’è un quasi anche qui, perché ad alcuni proprio non ce l’ho fatta. E lo so che è sbagliato, che bisognerebbe essere persuasivi ed invadenti con tutti, senza distinzione, ma questa cosa non è proprio nelle mie corde. Se non ho stima delle persone non riesco a chiedergli di fidarsi di me, di appoggiarmi e quindi di darmi il voto. Insomma, mi sa che come politico dovrei andare a ripetizione da qualcuno.

Ai titoli di coda di questa strana avventura, son d’obbligo i ringraziamenti. Prima di tutto alla mia dolce metà, che mi ha come sempre sostenuto ed appoggiato nei modi e nei tempi migliori, che solo lei sa individuare. Alla famiglia nella sua interezza a cui ho sottratto ulteriore tempo a quello già (sempre troppo) poco che riesco a dedicare loro. Poi a tutti gli amici che mi hanno sostenuto, a volte con inspiegabile quanto immotivato entusiasmo, facendo campagna elettorale per me. Ovviamente ringrazio poi uno per uno questi 272: pochi o tanti che siano, avere una prova concreta di fiducia fa sempre molto piacere. E se non avrò modo di dimostrare loro di averla ben risposta nel consiglio regionale, spero bene di continuare a farlo in tutti gli altri contesti. Poi ringrazio gli amici che mi hanno detto con somma franchezza che non mi avrebbero votato: lo considero un segno di amicizia autentica, che va al di là di altre considerazioni. Infine ringrazio chi mi ha dato questa opportunità, Amedeo, Massimiliano e Rita a cui ho provato, per quel che potevo, a dare il mio sostegno.

A chi mi chiedeva all’inizio di questa avventura quale fosse il risultato che pensavo di raggiungere ho sempre risposto, che con le mie forze sarei potuto arrivare fra i 200 ed i 300 voti. Una volta tanto non mi sbagliavo. L’unica variabile che avrebbe potuto non far tornare (positivamente) i conti, poteva essere il ruolo delle Associazioni dei consumatori. Ma al di là del sincero appoggio personale di molti rappresentanti, una volta di più si è dimostrato che il consumerismo non ha una sua influenza politica. Non è una valutazione di merito (e se lo fosse non sono sicuro che gli darei una connotazione negativa), quanto una fotografia dell’esistente. Almeno nel nostro paese resta legato alla tutela individuale di diritti, ma non è (e ripeto, forse è bene che sia così) l’espressione di una rappresentanza politica.

Chiudo brevemente con una riflessione generale su queste elezioni. Si dice che gli italiani abbiano votato con la pancia: la paura degli immigrati, l’incertezza economica, l’insoddisfazione che diventa astio verso i partiti tradizionali. Tutto vero, ma offenderemmo l’intelligenza delle persone se pensassimo che a nord ha vinto la lega per la paura degli immigrati ed al sud hanno vinto i 5Stelle perché la gente vuole il reddito di cittadinanza. Ma soprattutto, in particolare il partito democratico, non avrebbe capito quale sia la strada per riconquistare la fiducia e di conseguenza i voti delle persone. Al contrario l’esperienza della regione Lazio, deve far riflettere. Dove la sinistra si presenta unita, con una candidatura credibile, che ha saputo governare nei limiti di quel che è fattibile, senza ingenerare false speranze o mirabolanti illusioni, riesce a vincere perché riesce a convincere. Anche la pancia, oltre che il cervello. Ma forse, soprattutto il cuore.

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Votantonio, votantonio, votantonio

Italiani! (Ho sempre sognato esordire in un post in questo modo. Anzi direi che già solo per questo posso considerarmi soddisfatto di questa esperienza elettorale!).

A dire il vero ultimamente questo blog sta diventando un po’ monotematico (e anche molto meno minchione del solito), così come successe quando ero andato a Cuba e poi ve le avevo triturate ben benino con quattro post sull’argomento. L’unica differenza è che a Cuba ci tornerei anche domani, mentre la campagna elettorale, un po’ come Venezia, è bella ma non ci vivrei. Una volta nella vita è più che sufficiente.

Che poi, lo sapete, già l’ho scritto altre volte, a me chiedere non è che proprio mi faccia impazzire. E in campagna elettorale tutti si aspettano che tu chieda il voto, magari offrendo in cambio chissà cosa. Mirabolanti promesse, laute cene, raccomandazioni. Quelli del calcetto – molto morigerati – si sono limitati a dire che quando mai venissi eletto devo pagare il campo da qui fino a giugno. E va bene, ci sta, comunque mi costerebbe meno che chiedere qualcosa. Figuriamoci il voto!

Poi ho scoperto una cosa abbastanza fastidiosa: quando sei in campagna elettorale le persone che incontri tendono ad ammiccare. Che vorranno dire? Tranquillo, io ti voto. Oppure: tranquillo, col cavolo che ti voto. O anche: tranquillo, tu pensi che io ti voterò, ma invece….Insomma, l’ammiccamento è ambiguo! Perché tanto mica lo sai chi ti ha votato e chi no. Che poi non so mica se sia un male! Perché se invece si votasse per alzata di mano tu sapresti che Tizio vuole un favore, Caio ha quel problema della zia, Sempronio vuole cambiare nome (e come dargli torto) e contano tutti su di te e ti hanno votato e quindi tu devi aiutarli. Invece è segreto! Così non devi niente a nessuno. Oppure devi qualcosa a tutti.

Comunque sia, sarà la crisi dei 50 anni, sarà che mai dire mai nella vita, in questo duemiladiciotto sto facendo cose che mai avrei pensato nella vita: imparare a nuotare (già mi tengo a galla e vado dove non tocco!), fare le iniezioni a mio padre, candidarmi alle elezioni. Da qui a fine anno magari potrei segnarmi ad una scuola di tango, oppure ad un corso di paracadutismo! Ma ora scusate che domani comincia il silenzio elettorale ed io vado a chiudermi in bagno con un imbuto per megafono…

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Un pinguino all’equatore. Ovvero, ma che programma hai?

Avere un’idea alle dieci di sera è come essere un pinguino all’equatore. Soprattutto se il tuo amico, il tuo amico del cuore, è partito per il militare.

Così cantava Antonello quando ancora aveva i capelli e soprattutto qualcosa di interessante da dire. Effettivamente non so come la pensiate voi, ma trovo questa campagna elettorale di una bruttezza ontologica: al di là di insulti, attacchi ai “nemici”, slogan privi di collegamento con la realtà, promesse autentiche come monete da tre euro, cos’altro? C’è qualcuno che parla di idee, di programmi, di prospettive? Walt Disney diceva che la differenza fra un sogno e un obiettivo è una data. Ma qui non abbiamo neanche più i sogni!

E non ce li abbiamo più perché tutti parlano alla pancia degli elettori. Perché pensano che non ci sia più spazio per i sogni, che appunto quando ricevono una data diventano obiettivi. Molto più facile sparare sul bersaglio grosso: restituisco qua, taglio là, regalo questo, rimando a casa quelli. Slogan, promesse, insulti. Questa è oggi la politica italiana, almeno in buona parte.

Ma oggi non posso limitarmi a questo discorso, perché, come già vi ho raccontato, qualcuno mi ha tirato per la giacca e mi ha spedito proprio nel bel mezzo all’agone elettorale. E dunque, la domanda è, ma io che idee ho? Ce l’ho un programma? Potrei dirvi, sempre tornando alla citazione vendittiana iniziale, che il mio guaio è stato il fatto che il mio amico del cuore non è mai tornato dal militare, perché poi decise di mettere quella famosa firma. Però mi sa che non posso cavarmela così. E dunque, qual è il mio pinguino all’equatore?

Come ho già raccontato qui quello che mi si chiedeva in primo luogo era la condivisione di competenze. E dopo 25 anni passati ad occuparmi di consumerismo, tutela dei diritti, dialogo fra le parti sociali, strumenti di giustizia alternativa, questo potevo mettere in comune. Ma ho anche studiato! Le competenze delle Regioni sono una materia molto interessante, perché toccano degli ambiti essenziali nella vita quotidiani di tutti noi: dai trasporti alla sanità, dallo smaltimento dei rifiuti alla gestione dei servizi idrici. Settori strategici che devono essere gestiti con competenza e professionalità, bilanciando il costo per la collettività con la qualità dei servizi erogati.

E quindi, come dicevo, mi sono messo a studiare. Intanto (ma questo già lo sapevo), fra le tante cose fatte dalla giunta Zingaretti, proprio pochi mesi fa è stata rinnovata la legge regionale sulla tutela dei consumatori, che era ferma al 1992. E’ una buona legge, che dà poteri e strumenti di azione alle Associazioni. Ora si tratta di dargli piena applicazione. Come bisogna dare piena applicazione ad un’altra legge fondamentale, la n.244 del 2007, che all’art. 2 comma 461, prevedeva ed imponeva a tutti i gestori di servizi pubblici locali, di coinvolgere le Associazioni dei consumatori nell’individuazione degli standard del servizio, nel monitoraggio di questi standard e nella gestione del contenzioso attraverso procedure di Conciliazione. Nonostante i dieci anni trascorsi, legge ancora molto poco applicata (non solo nel Lazio, ma questo ci consola poco).

Insomma, in questo settore (ma in quanti altri come questo?) non dobbiamo inventarci nulla. Dobbiamo applicare le leggi che ci sono e dobbiamo fare in modo che ci siano le condizioni concrete per farle applicare. Tenendo conto del bene comune e di quel principio di inclusione che deve essere la stella polare per chiunque si trovi a gestire servizi di pubblica utilità. Coinvolgere le Associazioni che rappresentanto i consumatori, renderle interlocutori primari, significa aprire un canale diretto con i bisogni dei cittadini. Ma soprattutto significa avere una garanzia in più che ci siano condizioni che mettano tutti i cittadini in grado di avere accesso ai servizi, senza distinzioni di alcun genere.

Penso che questa esperienza, almeno a livello personale, si concluderà alle 23 di domenica 4 marzo. Tornerò al mio lavoro (che del resto non ho certo abbandonato!) e a scrivere cose un po’ più leggere sul blog. Ma al di là del risultato che otterrò, sono già soddisfatto così. E sono sempre più convinto che ognuno di noi, almeno una volta nella vita, dovrebbe mettere a disposizione il proprio tempo, le energie e le proprie competenze per provare a dare un contributo alla costruzione di una società migliore. Perché come diceva Don Milani, “a che serve avere le mani pulite se poi si tengono in tasca?

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Non scopate coi fascisti!

Tutt’al più passate insieme lo straccio. Con la camicia nera, così non si vede se si sporca. O al massimo fatevi aiutare a spolverare. Con il Fez secondo me verrebbe via anche la polvere più nascosta. Potete stirare insieme o fare la lavatrice. Fatevi portare la spesa, fategli sparecchiare, stendere i panni, piegare i calzini, ma scopare niente, non se ne parla. Me l’immagino la scena, con il povero camerata privato degli affetti più cari:

  • Tesoro non fare così, dai, una volta ho persino votato per Saragat!
  • Orrore, orrore, allora sei pure socialdemocratico!
  • Ma no, dai non prenderla così. Alle elementari la maestra mi aveva pure insegnato Bella ciao!
  • Niente da fare, non m’incanti!
  • Pensa che da piccolo mio cugino mi ha pure regalato la squadra di subbuteo della Dinamo Mosca!
  • No, niente!
  • E in cameretta avevo pure il poster di Che Guevara!
  • Ho detto che non te la do!
  • Ma allora che devo fare? Dimmi, dimmi che devo fare!

P.S. Cara Cecilia. Io non ti conosco, ma non posso non volerti bene. Sei la figlia di Gino, una volta ho persino dato il 5 per mille ad Emergency, state in posti pericolosissimi, aiutate gli ultimi, ci siete là dove non c’è più nessuno, in mezzo ai malati, le bombe, le epidemie, la fame, la carestia. Siete degli eroi. Ma io dico: c’era proprio bisogno? Con questo clima avvelenato, con quei scemi che inneggiano a Tito e alle foibe, con Burlesquoni che torna in auge, Salvini che gioca a fare il leader, con la gente che ha paura, che è pronta a credere al primo imbecille che promette quello che non può mantenere. C’era proprio bisogno? Dice, ma era una battuta. Be’, non faceva ridere. Ma era una battuta! Cecilietta cara, per caso vuoi metterti a fare il comico? Mi pare che abbiamo bisogno di tante cose in questo Paese, di tantissime. Di comici no, ne abbiamo fin troppi.

PPSS. Ringrazio Alessandra del blog https://intempestivoviandante.wordpress.com/ e anche la Dama di https://ladamadistratta.wordpress.com/ che mi hanno fatto delle osservazioni utili ad esprimere meglio quello che avevo in testa. E quindi, sulla base anche di quello che discutevo con loro, cara Cecilia, se tu fossi mia figlia (quindi io sarei Gino Strada? Fico!) e quindi ai miei occhi fossi la più bella ragazza del mondo (come lo possono essere solo le figlie agli occhi dei padri) ti direi, “bella di papà, non farei tanto la schiffettosa. Lo dice pure il proverbio, chi disprezza compra. In fondo, puoi sempre provare a fargli cambiare idea. E magari davvero poi gli insegni Bella ciao”.

 

 

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Sangue, merda, inferno e redenzione

C’è chi costruisce palazzi, chi difende innocenti, chi fa quadrare i conti e chi insegna il teorema di Euclide o la sintassi greca. C’è chi vende frutta e verdura, chi scrive sul giornale, chi programma computer, chi fa le multe a chi è in divieto di sosta e chi ripara impianti elettrici. C’è chi governa processi, chi fa conference call, chi consegna pacchi, chi chiama gente al telefono e chi affitta case. C’è chi si alza di notte per fare il pane e chi per guidare un taxi, chi pulisce condomini e chi gioca in borsa. I più fortunati tirano calci ad un pallone e diventano ricchi.

E poi c’è chi salva le vite. Chi riaddrizza le ossa e ricuce le ferite. E c’è pure chi cambia il catetere o il pannolone di qualcun altro. Sangue e merda. C’è chi ha scelto di stare sempre e solo con chi sta male, con chi soffre, con chi vuole guarire. C’è chi sceglie di di vivere all’inferno. Sperando sempre in una redenzione.

Sono 5 mesi che andiamo avanti ed indietro dal Pertini, insieme alla mia vecchia quercia. Tra corse al pronto soccorso, ricoveri, dimissioni e nuovi ricoveri e nuove dimissioni, trasfusioni, terapie intensive, camici, guanti, copriscarpe, lava le mani, disinfatta tutto. E poi l’intervento, la grande paura e ora un’infezione. Delle cavallette si sa nulla? Volevo scrivere questo post come sospiro di sollievo, per dire che anche stavolta ne eravamo usciti.

Ma invece forse è giusto scriverlo ora, che ancora siamo lì. Fra la possibilità di una guarigione e la paura di una caduta irreparabile. E’ giusto scriverlo ora che ancora non è stata scritta la parola fine. Perché comunque vada a finire mi sento di ringraziare quelle donne e quegli uomini che hanno scelto di essere lì, accanto a chi soffre, tutti i giorni della loro vita. Dovremmo essergli grati tutti.

Come scrivevo anche in un altro post qualche tempo fa, non devo dimenticarli. Quando penserò di aver fatto qualcosa di importante, quando sarò orgoglioso dei risultati raggiunti, quando sarò soddisfatto del mio lavoro, quando penserò di essere importante, devo ricordarmi che in quello stesso momento c’è gente che ha compiuto un miracolo. Che ha infilato le mani dentro le viscere di uno sconosciuto, nel sangue e nella merda e gli ha salvato la vita.

E allo stesso modo, quando sarò depresso e avvilito per non aver raggiunto i miei obiettivi, quando sarò arrabbiato e deluso, quando avrò la tentazione di deprimermi per i miei fallimenti, devo ricordarmi che queste donne e questi uomini devono fare i conti con l’ineluttabile. Devono arrendersi e accettare che nonostante ce l’abbiano messa tutta, nonostante gli sforzi, nonostante l’impegno, quella volta non ce l’hanno fatta. E qualcuno è morto. Ma loro domani saranno ancora lì, fra il sangue e la merda, fra l’inferno e la redenzione.

E quindi, mentre spero che la mia quercia ce la faccia anche stavolta, mi viene in mente il mio amico Rino. Perché sopra tutto questo, non possiamo dimenticare che ognuno di noi è sotto lo stesso cielo. E il cielo, grazie a Dio, nonostante tutto, è sempre più blu.

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Il come è fondamentale

Quando ti insegnano a raccontare una storia, quelli bravi, dicono che bisogna rispettare la regola delle 5 W. In inglese, who, what, when, where, why. Nella lingua patria chi, cosa, quando, dove e perché. Se descrivendo un fatto, ti ricordi di raccontare questi 5 elementi dovresti essere in grado di ricostruire un storia nei suoi elementi essenziali. Questa regola, banale, ma allo stesso tempo efficace, è utile per non dimenticare qualche informazione essenziale.

Ma siamo sicuri che sia davvero così? Trenta e più anni dopo, se ci chiedessero di sintetizzare al massimo i nostri ricordi, se ci chiedessero cosa sia rimasto, quale sia stato l’elemento essenziale, cosa diremmo? Quanti di noi si ricordano quello che ci insegnarono al liceo? Oppure del primo amore. Ci ricordiamo i visi, i luoghi, le promesse, magari le canzoni. E poi? Qual è l’elemento essenziale? Ma pensiamo anche alle esperienze brutte, che so, ad una malattia. Ci possiamo ricordare il dolore, la paura e insieme magari l’aiuto di qualcuno, di un amico o anche di un dottore sconosciuto fino a qual momento, che si è trovato ad attraversare la nostra strada e ad accompagnarci in quel frangente. Cos’è l’essenziale?

L’essenziale non è nelle 5 W. Se ci pensiamo a fondo, l’essenziale, ciò che resta nel nostro cuore, nella nostra memoria, non è tanto cosa ci hanno insegnato (chi si ricorda l’aoristo? o la perifrastica attiva? La legge sulla termodinamica o la fenomenologia dello spirito), non ci ricordiamo il nome di quel tal dottore, né tantomeno dove eravamo quando abbiamo dato il primo bacio. Ci ricordiamo però come ci siamo sentiti.

Ci ricordiamo come quel professore di filosofia riusciva a coinvolgerci o come quello di greco riusciva a terrorizzarci. Ci ricodiamo come ci era di conforto la sola presenza di quella dottoressa con le croks rosse aal’ospedale di Tor Vergata. Non ricordiamo certo quello che ci diceva, ma come ce lo diceva. Ci ricordiamo perfettamente come ci facesse sentire in paradiso sentire il nostro nome sulle labbra di quella ragazza di cui forse neanche ricordiamo più di che colore avesse gli occhi.

Perché alla resa dei conti, la cosa fondamentale è il come. Non è il quanto, non è il perché, paradossalmente neanche il chi: l’essenziale è come fai le cose, perché fondamentale è come fai sentire le persone. Quella, alla fine, è l’unica cosa che conta, quella che resta, anche trent’anni dopo. Alla resa dei conti, il come vogliamo essere (amico, compagno, fratello, figlio, padre), il come vogliamo spendere la nostra vita su questa terra, è molto, molto più importante del perché lo vogliamo, o del quanto lo vogliamo. Perfino il come amiamo è più importante del quanto o del perché. Il come fa la differenza.

Listen to me, I want to tell you something. The reason I love you is because You are the only one who has taught me how to love and appreciate life.

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La forza del fare

La santità di una persona si misura dallo spessore delle sue attese (Don Tonino Bello)

Come qualcuno aveva intuito leggendo l’ultimo post, c’era qualcosa che bolliva in pentola. Effettivamente mi si è presentata l’occasione per un viaggio ermeneutico più originale del solito, un viaggio verso lidi sconosciuti, che mai avrei pensato di intraprendere. Non è la prima e non sarà l’ultima volta che parlo di politica sul blog (c’è addirittura una sezione specifica per i viaggi politici). Di solito però ne parlo mantenendo quel tono minchione apparentemente leggero, che evita lo sbadiglio compulsivo a miei occasionali lettori. Stavolta però devo per forza fare la persona seria.

Mi presenterò alle prossime elezioni per la Regione Lazio, nella lista civica, Centro Solidale per Zingaretti. Mi fa una certa impressione scriverlo. Fino ad oggi mi sono tenuto lontano dalla politica attiva, considerandola poco meno peggio della peste bubbonica. Non penso sia la crisi dei 50 anni (ormai ne ho 51), né la ritrovata fiducia nei partiti. Piuttosto a farmi cambiare idea è stato il mio amico Amedeo Piva, un uomo per bene, come pochi ancora ce ne sono. E’ stato un progetto politico lontano dai partiti, che nel solco del lavoro fatto da Zingaretti in questi cinque anni, vuole coinvolgere il volontariato, le associazioni, la società civile, le competenze.

Questi venticinque anni di lavoro nel campo del consumerismo, come interlocutore delle organizzazioni che tutelano i diritti dei cittadini, penso possano essere utili se messi a disposizione in termini di idee, iniziative, progetti da realizzare in collaborazione con le Associazioni.

Cambiare realmente le cose, incidere concretamente nella realtà è una possibilità rara, complicata, faticosa. Molto più semplice, molto più comodo, inveire contro la politica corrotta, inutile e clientelare. Ma se è vero che nelle chiacchiere fra amici, al bar o nei blog, chiediamo una politica che sia inclusiva, che valorizzi le competenze più delle conoscenze, che sappia ascoltare i bisogni e proporre soluzioni, come si fa a tirarsi indietro se qualcuno ti chiede di impegnarti in prima persona per provare ad andare in questa direzione?

Sicuramente gli argomenti di chi non si attende più nulla, di chi pensa che le cose non cambieranno mai, avranno sempre ragioni molto convincenti. Al contrario invece, per indole, per natura, per incoscienza, io mi aspetto sempre molto: dagli altri, dalla vita, da me stesso. E l’aspettativa più grande è proprio quella che le cose possano cambiare.

 

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Hai qualcosa da dire?

E allora tu, giovane scrittore, hai qualcosa da dire o credi soltanto di aver qualcosa da dire? (Jack London)

Ognuno di noi pensa, più o meno coscientemente, di avere qualcosa da dire. Qualcosa fatto di parole, di immagini, di cose scritte, suonate, cantate, ballate, urlate, dipinte, calciate, nuotate. Ognuno. I più si limitano ad avere un profilo su qualche social network, quelli più presuntuosi scrivono su un blog.

Il saggio Socrate partiva dall’assunto “so di non sapere” e dalla sua presunta ignoranza cominciava ad interrogare il prossimo così da “far nascere” la verità nel corso del confronto e della discussione. Nella realtà di tutti i giorni però l’esperienza comune ci dice esattamente il contrario: il più delle volte gli ignoranti sono convinti di sapere e magari spesso chi invece conosce qualcosa ha quasi una sorta di timore, di deferenza, che gli fa fare un passo indietro che lo fa rimanere un po’ in disparte, magari proprio per non fare la figura del presuntuoso.

La realtà di tutti i giorni, in quasi tutti i contesti purtroppo, ci dice che le conoscenze personali valgono più delle competenze professionali, che gli ignoranti (che proprio in quanto tali, ignorano di esserlo) hanno molto più successo dei competenti. Il successo del Movimento 5 stelle mi sembra la parabola perfetta di questa impostazione. Del resto l’analfabetismo di ritorno e il dilagare delle fake news sui social network sono altri elementi strettamente connessi fra loro. Cent’anni fa l’analfabeta si affidava a chi aveva studiato: al farmacista, al parroco, al direttore dell’ufficio postale del Paese. Questo alimentava le diseguaglianze, comportava delle limitazioni nella crescita degli individui, ma certo l’ignorante di fine 800 non correva il rischio di non vaccinare i propri figli! O di farli ammalare facendoli diventare vegani. Ora l’ignorante ha internet, ha feisbuc. E lì forma le sue opinioni.

Come ci ricorda la saggia Povna in questo bel post, nel giovane Stato Italiano nel 1882 fu introdotta una legge elettorale che estendeva il diritto di voto a coloro che “avessero compiuto il ventunesimo anno d’età, sapessero leggere e scrivere e avessero uno dei seguenti requisiti: avere sostenuto con buon esito l’esperimento sulle materie comprese nel corso elementare obbligatorio (seconda elementare), oppure pagare annualmente per imposte dirette almeno lire 19,80“. 60 anni dopo arrivò il suffragio universale, nella convinzione (o nell’illusione?) che quelle conoscenze di base fossero ormai patrimonio comune. Non so se sia così. Non lo so davvero. Però dobbiamo crederci. Dobbiamo essere convinti che alla fine, come cantava De Gregori “la gente, perché è la gente che fa la storia, quando si tratta di scegliere e di andare, te la ritrovi tutta con gli occhi aperti, che sanno benissimo cosa fare.”

Forse la soluzione più nobile sarebbe il silenzio. O forse è ora di sporcarsi le mani. Di non tirarsi indietro e di parlare. Oppure tacere per sempre.

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Imparando a volare

Non siamo nati per questo, ma fin dalla nascita lo sappiamo fare. E questa la cosa strana: forse dobbiamo solo ricordarcelo, forse l’abbiamo imparato in una vita precedente e non ce ne rendiamo conto. Quindi forse non abbiamo bisogn o di qualcuno che ce lo insegna, ma di qualcuno che ce lo ricordi.

Siamo esseri terreni, radicati al suolo come alberi, ma c’è quest’attrazione fatale che ci porta ad andare al di là, che non ci dà tregua, che ci spinge in maniera irresistibile, che ci porta a vincere le paure, che ci fa essere leggeri. La felicità è leggerezza, è saper stare a galla, senza affondare nei pensieri gravosi, anche là dove la ragione vorrebbe tirarci giù, risvegliando le nostre paure. E infatti è la paura ciò che ci rende pesanti. E’ lei che non ci fa sognare oltre, che ci sussurra in un orecchio “non ce la puoi fare, non è cosa per te”.

E così quando la mia amica Elena mi ha detto che c’era questo istruttore così bravo che riusciva a insegnare anche i bambini diversamente abili ho detto “ci voglio provare!”. Non sono più un bambino, ma in compenso sono diversissimamente abile. Direi che difficilmente ci può essere uno meno abile di me. A cinquantun’anni suonati voglio imparare anche io. Oppure voglio ricordarmi come si fa.

Non c’è sensazione
che si possa confrontare con questa
Animazione sospesa, uno stato d’estasi
Non riesco a distogliere il pensiero
dai cieli che girano in tondo
Muto per la paura e agitato
Solo un disadattato essere terreno, io.