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What a terrible Year, what a beautiful Year

Tradizione vorrebbe che vi intrattenessi con un post di bilanci dell’anno: i migliori libri, i più bei cd, le cose belle successe in questo 2015, magari condito con folletti e teatri di Sidney. Ma se penso alle tragedie di quest’anno, le guerre che bussano alle nostre porte, il dramma dell’immigrazione il caos senza fine in cui è avvolta Roma, lo smog che attanaglia l’Italia, mi verrebbe voglia piuttosto, di soffermarmi con voi sulle prospettive della coltura della barbabietola in Abruzzo. Come dite? Meglio le classifiche? Va be’, contenti voi.

Ma che dire? Sui libri ve le sfrancico già ben benino con i consigli di lettura non richiesti. Certo questo 2015 ha visto i grandi ritorni di Adamsberg e di Hap & Leonard. Quasi non ci speravo più e invece nessuno dei due ha tradito le attese. Sui nuovi innamoramenti per Peter May e David Lehane vi ho già raccontato. Ribadisco quanto già detto, tanto ero contrario al Kindle, quanto ora non potrei farne a meno: riuscire a leggere in metropolitana senza perdere il filo e a letto senza rompere gli zebedei alla moglie, mi sembrano già di per sè ottime motivazioni.

Sulla musica c’è già quel gran minchione di Zeus che ci fa ampiamente capire come non ci sia più nulla da ascoltare che non abbia almeno trent’anni. Poi a me le novità difficilmente mi entusiasmano. E non penso c’entri il fatto che ahimè sono entrato nel fatidico 50. I gusti musicali su per giù sono gli stessi che avevo trent’anni fa, quindi o ero già vecchio allora (il che è possibile, anzi probabile) oppure in effetti il rock ha uno splendido futuro alle spalle. In ogni caso What a terrible World what a beautiful World dei Decemberists è un gran bel disco e pure il ritorno di Jeff Lynne con Alone in the Universe merita una menzione. La grande delusione dell’anno secondo me è Drones dei Muse, assolutamente al di sotto dei loro cd precedenti.

Fra le cose belle capitate nell’anno sicuramente mi vengono in mente i viaggi all’estero. I giri a Londra-Praga-Barcellona in rigoroso ordine di quanto mi sono piaciute, sono stati davvero fantastici (certo anche la Lazio che arriva terza in campionato non è stato male). C’è poco da dire: viaggiare resta il modo migliore di spendere i soldi, il regalo più bello che ci possiamo fare. Viaggiare con le persone che ami poi è davvero il massimo. Insomma, i viaggi ermeneutici non sono male, ma i viaggi veri sono meglio!

Se invece dovessi scegliere una sola giornata dico che sabato 6 giugno è stata davvero una giornata da ricordare. E non perché la juve abbia perso la finale di champions con il Barcellona (pur non essendo juventino mi è dispiaciuto). Quel giorno è stato il mio personalissimo ritorno al futuro ed è stata proprio una gran ficata!

In conclusione comunque un anno, che ricorderò con piacere. Ma ormai dovreste conoscermi, per me il bicchiere è sempre mezzo pieno…generalmente con dentro qualcosa di alcolico! Perché come ho letto in giro sul web, l’ottimista è quello che vede nella pioggia un buon modo per lavare la macchina e nella grandine il principio di un buon mojito.

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Fai rotta per le stelle, male che va atterrerai sulla luna

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E’ sempre una questione di obiettivi, di stimoli, di motivazioni, di voglia, di capacità, di tenacia, di pazienza. Poi, quando ce l’hai messe tutte, puoi essere soddisfatto di quello che hai portato a casa a prescindere dal risultato. Non tanto perché, come dice qualcuno, l’importante è partecipare. Col cazzo! Al pranzo di Natale l’importante è partecipare. Ma poi finito il pranzo, sparecchiata la tavola, srotolato il panno verde, nessuno gioca a tombola per partecipare. E nemmeno per fare ambo. Tutti sono lì appizzati come nutrie in calore per fare tombola. Poi certo, se strada facendo arriva pure qualche premio intermedio non è che ci dispiace.

Per questo un ricercatore dovrebbe avere in mente di sconfiggere il cancro. Se poi nel frattempo trova la cura contro il reflusso esofageo gliene saremo grati. Il presidente degli Stati Uniti mentre prova a ristabilire la pace nel mondo, può cercare di amministrare bene la cosa pubblica. Il sindaco di Roma potrebbe provare a risolvere il problema del traffico. Va be’ dai ora però non cominciamo con le cose impossibili.

Da parte mia vorrei andare alle isole Fiji. Ma come ho ricordato nei propositi delle cose da fare prima dei 50, mi sentirò soddisfatto anche a tornare in America. Mi piacerebbe scrivere la pietra miliare della letteratura italiana del XXI secolo, per il momento accontentatevi delle minchiate sul blog. Vorrei raggiungere un livello di saggezza e di bontà tale da riuscire a tollerare le persone moleste e praticare con assiduità la carità universale. Nel frattempo amare incondizionatamente, in modo del tutto sconsiderato e persino immotivato, quelli che il Principale lassù (a propo’, auguri per domani sera eh…come si dice, 2015 e non dimostrarli) ci ha messo fra i piedi è comunque un bell’andare.

Certo, l’obiettivo resta quello di raggiungere una stella, ma anche con la Luna potremmo accontentarci. E sarà pure corretto che la Luna in fondo è solo un grande sasso deserto sospeso per aria, senza acqua, né aria e nemmeno un filo d’erba. Sarà anche vero che sembra bella solo perché riflette la luce del sole. C’è da dire però che la riflette proprio bene.

E sarà più semplice, sorridere alla gente senza chiederle, se sia per sempre o duri un solo istante. E poi che ce ne importa a noi?

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Tre minuti sul tetto del mondo

Un giorno racconterò che per tre minuti sono stata sul tetto del mondo. Non è da tutti. C’è gente che venderebbe l’anima al diavolo per questo. 180 secondi. Non sono poi così pochi come sembra. Ma poi cosa importa il tempo. Un anno, un giorno, un solo minuto, cosa importa? Ero lassù, in cima al mondo.

Hai il tempo per pensare a tutto e a niente. Fra tutte le cose che ti possono passare per la testa pensavo alla natura ambigua delle cose. Come quella volta che in montagna a meno venti, il freddo bruciava le mie mani come fosse fuoco. Perché in quell’istante, al culmine della felicità, non puoi che piangere. Gli estremi si toccano. E in quel momento, quando hai dato tutto, quando sei riuscito a raggiungere l’obiettivo inseguito da anni, per cui hai lottato e sofferto, capisci che in fondo non è poi così importante. Non è quella la cosa decisiva.

Lo speaker urla il nome del tuo Paese, la gente è impazzita, le luci, i flah, la musica, le bandiere al vento. E tu capisci che in fondo non è quella la cosa decisiva. Pensi alla tua compagna, che sta lì a fianco a te. Ha lottato come te, ha sperato come te, ma non c’è posto per due. Una vince, una perde. E proprio quando hai vinto tu capisci che non è nemmeno quello ciò che conta.

Non devi essere migliore degli altri, devi essere la migliore versione di te stessa“, così mi dicevi Mà. E non avevi torto, perché è questo che veramente conta. E la migliore versione di me stessa è stata Miss Universo. Anche se solo per tre minuti.

Miss Filippine, Pia Alonzo Wurtzbach, è la nuova Miss Universo. Ma il concorso di Las Vegas è stato caratterizzato da un piccolo ‘giallo’ al momento dell’incoronazione. All’inizio, infatti, è sembrato che la vincitrice fosse, per il secondo anno consecutivo, la Miss dalla Colombia. Ariadna Gutierrez Arevalo stava già indossando la corona e salutando il pubblico in lacrime per la vittoria, quando il presentatore Steve Harvey è tornato sul palco e si è scusato, dicendo di aver letto male il nome sulla busta. Harvey si è assunto la responsabilità dell’errore e ha richiamato sul palco Miss Filippine, incredula dell’accaduto, dichiarandola vincitrice del concorso.

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Elogio della patata (con la scorza però eh!)

You like potato and I like potahto, You like tomato and I like tomahto, Potato, potahto, Tomato, tomahto. Let’s call the whole thing off.

La parola è ricca. Molto spesso è dura come un muro. Un muro molto spesso, contro cui vai a sbattere. Perché poi c’è il battere ed il levare. Ma se levi la parola che ti resta? Un distinto saluto o un saluto d’istinto, un attimo fatto d’istanti, che a volte ci lasciano distanti. Insomma ha ragione la mia amica Gloria (perché lo fai? per la gloria) che dobbiamo saper cogliere le sfumature, le tante faccie ed i mille volti, che più li rivolti, più trovi una svolta. Forse una volta era così, ma ora chissà, chi lo dice? Chi va giù, perché solo un giudice ce lo può dire.

La parola e i suoi mille significati, le metafore e le allegorie, che anche chi è allergico riesce ad apprezzare. Perché poter parlare non ha prezzo: poter esprimere, come fosse una spremuta, il pensiero con i suoi tanti rimandi e i suoi segreti mondi. Nei sagrati delle chiese e nelle vie più profane, dove donne diafane e giovani mulatti, si incontrano sui letti. E sono letti diletti, non di fiume, letti e riletti, ma sempre più ricchi. Perché, come diciamo a Roma, non ci fai mica micchi.

Non ci fai micchi e non rimaniamo secchi, perché la ricchezza della parola ci lascia sempre interdetti. Invero l’anno scorso avevo fatto un discorso e non lo dico per scherzo, non era poi così scarso, anche se dovevi andare al di là della scorza. Sarà vero? Chi lo sa, ma se lo dice la comunicazioni interna (interna? interna a che? meglio non indagare), allora ci dobbiamo proprio credere.

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Le dieci cose da fare prima dei 50 anni

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I sogni sono desideri, ma i desideri, nei miei pensieri, ah no quello era il treno. E non è strano prendere il treno, se non hai un trono e non sei trino? Direi di sì. O forse no. Sono confuso, sarà lo spumante. Comunque ci siamo, ragazzi (ragazzi? si va be’, una volta…) altri dodici mesi e poi diventiamo adulti. Ah dite che mi faccio confondere dai 17 di mia figlia? E forse sì. Oppure no. In fondo vi assicuro che ho ancora amici che si fanno le canne, vanno appresso alla prima gonnella che incontrano e giocano a pallone (non necessariamente in quest’ordine), esattamente come facevamo a diciassette anni, quindi…

Quindi niente. Diciamo che 49 ancora suonano in un certo modo. Quelli dopo, vuoi o non vuoi, suoneranno in maniera diversa, anche se in fondo non cambierà nulla. Penso. Spero. Ci sarebbero cose che dovrei fare, ma non mi va: mangiare cose più sane, evitare di farmi rovinare le domeniche dai risultati della Lazio, fare una colonscopia (non necessariamente in quest’ordine). Ma appunto, queste già so che non le farò. Invece queste dieci saranno l’obiettivo dei prossimi dodici mesi.

Giocare più partite dell’anno scorso. Dopo l’infortunio ho ricominciato a giocare ad aprile: poi ho giocato almeno una volta a settimana. Dopo sette mesi fermo avrei potuto smettere. Qualcuno dice avrei “dovuto” smettere. La voglia non mi è passata, anzi. E questa è la cosa più importante.

Andare a più concerti dell’anno scorso. Ascoltare la musica dal vivo è sempre uno dei modi più belli di passare il tempo e di spendere soldi. Ma sono pigro e trovo sempre mille scuse e mille remore per non andare. Poi mi pento. I Decemberists a Milano e i Counting Crows qui a Roma gridono vendetta. Devo assolutamente cambiare verso!

Leggere almeno gli stessi libri dell’anno scorso. Mancano 15 giorni alla fine dell’anno e sono arrivato a 35, quindi chiuderò con almeno tre al mese. Debbo dire che il passaggio al kindle, nonostante mille remore, è stato assolutamente decisivo. Era dai tempi dell’adolescenza che non riuscivo a leggere così tanto. Non mi posso lamentare, l’obiettivo è continuare così.

Discernere meglio le persone degne di una seconda occasione. Perché io tendo a dare una seconda (ma anche una terza) occasione un po’ a tutti. Ecco, forse cominciare a limitare il campo non è un proposito sbagliato. Andrò forse un po’ contro natura. Ma sempre meglio che andare contro un albero.

Pubblicare un nuovo romanzo. In effetti ‘sta cosa non è che poi mi manchi così tanto. Ne ho pubblicati tre in passato. Sì, divertente, per carità, ma scrivere resta sempre meglio. Però ho preso una specie di impegno morale con una “persona”…e allora ho deciso che ci proverò seriamente.

Prendere meno macchina e più metropolitana. Come forse già sapete da casa ad ufficio ogni giorno attraverso la mia splendida ed invivibile metropoli. Se vado in metropolitana ci metto un’ora. Se vado in macchina a volte 50 minuti, a volte un’ora e mezza. In metropolitana leggo, in macchina ascolto musica (e soprattutto parlo al telefono). In metropolitana mi tocca sentire le puzze degli altri, in macchina al massimo le mie. Insomma ci sono i pro e i contro nell’uno e nell’altro caso. Però effettivamente continuare con le 4 ruote è abbastanza una follia.

Continuare a scrivere post minchioni. Vi stavate preoccupando? Stavate cominciando a pensare che alle soglie dell’età adulta avessi messo la testa a posto? Dormite tranquilli.

Continuare a chiedere a Santa Rita di sistemare quella questione aperta. Perché io, obiettivamente, quello che dovevo fare l’ho fatto. Ora tocca a lei.

Ritornare in America. Quest’anno in fatto di viaggi all’estero proprio non posso lamentarmi: Londra, Barcellona, Praga…già bissare non sarebbe male. Ma gli states mi chiamano! E quando chiamano, come fai a non rispondere?

Ad ogni modo, alla fine di questi trecentosessantasei giorni (il prossimo è bisestile) non sarà tanto importante sapere quanti di questi avrò realizzato. Molto più importante sarà averli vissuti ed averci creduto fino in fondo. Alla fine di questi trecentosessantasei giorni non farò un bilancio con le crocette, sottolineando quelli raggiunti e sbarrando quelli no. Invece mi chiederò quanta speranza ha colorato i miei giorni, dando leggerezza e ai miei pensieri e profondità ai miei sentimenti. E quello forse sarà l’unico vero bilancio da fare.

“Ho fatto un sogno così grande e forte, saltavo così alto che toccavo le nuvole…”

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Camminando senza paura

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Help me when I fall, to walk unafraid, I’ll be clumsy instead, Hold my love or leave me high. Walk unafraid, I’ll be clumsy instead, Hold my love or leave me high

C’è chi cammina sicuro, con passo spedito, senza paura, guardando dritto avanti a sé, proiettato sulla strada che ha davanti, sfidando il futuro negli occhi. E c’è invece chi cammina in modo incerto, quasi claudicante. E’ difficile che riescano a camminare insieme, ma non è impossibile. Soprattutto se chi cammina sicuro non ha paura di rischiare anche lui di cadere. Se vuole davvero aiutare l’altro, deve imparare ad essere claudicante. Deve smetterla, una volta tanto, di essere senza paura. Perché solo in questo modo può caricarsi sulle spalle le paure dell’altro.

Aiutami quando cado, a camminare senza paura, perché io invece sono claudicante, stringi forte e sorreggi il mio amore oppure lasciami andar via per sempre

 

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Il bambino e la legenda

Il calcio è la più seria delle cose futili. O la più futile delle cose serie. Eppure o forse “e proprio per questo” (vista la natura minchiona del blog), spesso mi avete sentito nominare il calcio ed in particolare la Lazio come se invece fosse una cosa importante. Io non so se sai importante o no, sta di fatto che nulla riesce a cambiare il mio umore più dei risultati  domenicali della mia squadra. Ed il fatto di sapere che quaesta cosa sia del tutto irrazionale ed irragionevole, inutile ed inopportuna, non cambia di una virgola la questione. Anzi, il fatto di saperlo mi innervosisce ancora di più. Mi fa arrabbiare con me stesso e questo peggiora ancora di più il mio umore, soprattutto quando è nero a causa di una sconfitta. Perché tra l’altro questa cosa è soprattutto negativa. Mi arrabbio enormemente di più per una sconfitta di quanto non gioisca per una vittoria.

E allora? Allora niente. Ognuno è fatto com’è fatto. Conosco gente che colleziona trenini elettrici e non sta mica tanto meglio. Essere tifoso della Lazio ha tutta una serie di significati che fanno parte di quello che sono e che non c’entrano ormai nulla col calcio e con i risultati domenicali. Ho amici carissimi della Roma, detesto profondamente il tifo organizzato della curva della Lazio, ma anche questo non c’entra nulla. Essere della Lazio significa essere minoranza, significa essere indifferenti alle mode e ai risultati concreti, amare la bellezza del celeste e l’eleganza dell’aquila. Se non siete nati e vissuti qui non credo sia facile capire.

L’altra settimana un colpo di vento ha staccato lo sportello del mobiletto della caldaia che cadendo giù ha bucato il tendone al piano terra. Fortunatamente ho una copertura assicurativa per i danni contro terzi, scrivo all’assicurazione e mi risponde un certo Massimo Maestrelli. “Ma tu sei il figlio di Tommaso?” e stiamo un’ora al telefono a parlare della Lazio di ieri, di oggi,  delle (poche) grandi gioie di questi anni, dei figli e del calcio che non c’è più. Torno fanciullo di fronte alla legenda, sto parlando con il figlio del mio mito assoluto, l’allenatore dello scudetto del 74, un gentiluomo prestato al calcio, scomparso prematuramente solo un paio d’anni dopo. Ovviamente mi dimentico dello sportello e del tendone, ma soprattutto sono felice come un bambino. Come un goal, meglio di un goal. Tutto il resto conta poco.

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Equitalia, nun te temo!

Puntuale come l’influenza di un figlio il giorno prima di una partenza, simpatica come un attacco di diarrea a fischio in piena notte, piacevole come un orzaiolo dentro un occhio, anche quest’anno è arrivata la lettera di accertamento fiscale da parte di Equitalia. Premetto. Ideologicamente sono assolutamente favorevole alle tasse. Ritengo non giusto, ma sacrosanto che si paghino e che si paghino tutte secondo il proprio redditto. Chi è contrario si vada a fare un giro per gli ospedali o nelle scuole, nelle strade o nei commissariati.

Detto questo, la questione nasce tre anni fa, quando avevo erroneamente inserito gli interessi del mutuo solamente nella mia dichiarazione. Essendo sia casa che mutuo cointestati con la mia dolce metà, avrei dovuto dividerli con lei al 50%. Da allora ogni anno di questo periodo arriva la fatidica letterina che mi costringe a ritirare fuori tutte le carte relative alle vecchie dichiarazioni, fotocopiare tutto e portargliele. Fino adesso, a parte quella cosa del mutuo, non hanno avuto nulla da ridire.

Del resto, lavoriamo entrambi in posti fissi, abbiamo una casa (in realtà ce l’ha la banca, noi abbiamo un mutuo), due figli…cosa dovrebbero trovare? Paghiamo le tasse non perché siamo onesti. Oddio, forse sì, le pagheremmo comunque, ma insomma le paghiamo perché i soldi ce li tolgono prima di darceli. Allora perché ogni anno mi sale il veleno ogni volta che arriva questa letterina?

Non perché abbia qualcosa da noscondere. Non perché mi costringe a fotocopiare circa 200 tra scontrini e ricevute. neanche perché mi farà perdere una mattinata per portare tutta la documentazione al solerte funzionario. No! La questione è un’altra. “Solerte funzionario“, mi verrebbe da chiedergli, “io ti fotocopio tutti gli scontrini della farmacia, le ricevute del dentista, quelle del nuoto di Elisa e quelle del calcio di Lele. Ti faccio vedere il bonifico alla onlus con cui ho un bimbo in adozione a distanza, le ricevute dall’assicurazione, il famigerato calcolo degli interessi del mutuo. Ti porto tutto. Tu, se fai le cose per bene, se controlli tutto per filo e per segno, ci metterai almeno una mattinata.  Siamo sicuri che in questa mattinata non avresti proprio nulla di più sostanzioso da controllare? Siamo sicuri che andare a controllare due redditi fissi sia la cosa più interessante per le casse dello stato che potete fare?” Questo vorrei domandargli. Ma non so se mi piacerebbe la risposta.

Forti con i deboli e deboli con i forti. Lo specchio dell’Italia.

 

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Consigli di lettura non richiesti / 5. Bienhoff – Lehane

Il Natale si appropinqua, il clima si fa più rigido e l’ansia da regali si accende come le luminarie per le vie della città. Ma non temete, cosa si può regalare meglio di un libro? Per quanto mi riguarda nulla. Forse la musica può gareggiare in questa personale classifica, ma alla fine, dovessi essere messo alle strette, fra un CD e un libro penso che comunque sceglierei quest’ultimo. E quindi parto da un consiglio: regalate libri e non sbaglierete (ovviamente non vale se avete figli adolescenti, ma qui farei sanguinare una ferita aperta che mi porterebbe in tutt’altri discorsi). E se volete un’idea di quali libri regalare, ecco a voi la quinta puntata dei consigli di lettura.

Cominciamo con un romanzo B E L L I S S I M O che ha dentro la suspence di un giallo, l’ironia di un libro umoristico, la precisione di un saggio storico, la dolcezza di una storia d’amore e il realismo di un romanzo di guerra. Una storia che vi prenderà e vi scuoterà nelle fondamenta, rivoltando i vostri sentimenti. Peccato solo che ad un certo punto finisce. Ma dicono che succede sempre così, bisognerà farsene una ragione. Il libro in  questione è “La Città dei ladri” di David Bienhoff  che poi ha scritto anche “La 25 ora”. Scommetto che se leggerete il primo correrete a comprare anche quest’altro. E fareste bene, perché pur non arrivando alle vette del precedente è comunque un bel romanzo anche questo. Non vi dico nulla della trama per non rovinarvi la sorpresa: vi anticipo solo che la storia si svolge durante l’assedio tedesco alla città di Leningrado.

Anche il secondo consiglio è un romanzo molto bello ed avvincente “Quello era l’anno” di Dennis Lehane. Autore che ho scoperto quest’estate, che ha scritto moltissimi romanzi, tutti di notevole fattura (non lo conoscevo, ma sto rapidaamente recuperando il tempo perduto, perché oltre a questo ne ho subito letti altri tre). Questo che vi consiglio secondo me è però il più bello, soprattutto se amate le classiche storie americane in cui c’è dentro un po’ tutto: la segregazione razziale, le storie di immigrati italiani ed irlandesi, il crimine organizzato, il baseball, i moti anarchici con scioperi e scontri con la polizia. Scritto in modo molto scorrevole, ha poi il pregio di prendere in esame un periodo poco conosciuto o comunque meno trattato da altri romanzi e film (gran parte della storia si svolge a Boston nel 1919).

Buona lettura!

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Anche voi siete un po’ sharing?

La sharing economy è quel tipo di sistema che si basa sulla compartecipazione, sull’uso prima del possesso. Tutti dicono che sarà il nostro domani, il futuro delle economie occidentali. In fondo però, se vogliamo, potrebbe essere la prova che Marx non aveva poi tutti i torti, perché di fatto è il superamento della proprietà privata. Perché avere una macchina, pagarne l’acquisto, il bollo, l’assicurazione, le riparazioni quando posso chiedere un passaggio a chi tutti i giorni fa io mio stesso percorso o quando posso prenderla in prestito quando mi serve? Perché avere una seconda casa per le vacanze quando posso andare di qua e di là, cambiando meta ogni volta? E così nascono bla bla car, airbnb e tutte le nuove forme di utilizzo condiviso.

Ma pensiamo anche alle cose più banali. Quante volte usiamo il trapano in un anno? Una? Due? Io mai perché faccio disastri, ma le persone normali penso che a stento arrivano a tre. Eppure ognuno ha un trapano in casa. Ne basterebbe uno per condominio, da prendere quando se ne ha bisogno e il problema sarebbe risolto. E così per il tosaerba da giardino e tante altre cose. E’ il discorso della cosiddetta “decrescita felice”, un nuovo paradigma che in qualche modo dà una risposta alla crisi generale dei consumi.

Allarghiamo il discorso. Perché lo sharing, non si ferma alle cose. Ad esempio la esternalizzazione di alcuni servizi non è in fondo la traduzione in termini lavorativi di questo paradigma? Ditte delle pulizie, agenti di vigilanza, ma un domani anche lavori più specialistici potrebbero essere “compartecipati” da varie aziende per ridurre i costi (non so con quali benefici per i lavoratori…)

Arriviamo alle estreme conseguenze. Non è che senza saperlo, senza ammetterlo pubblicamente, già da tempo abbiamo compartecipato anche i sentimenti? Gli amici quando servono, le relazioni leggere, le coppie aperte, i trombamici. E d’accordo che le relazioni autentiche sono quelle che rendono liberi, dove tu non sei “mia” ed io non sono “tuo”. Ma siamo sicuri che nelle relazioni l’alternativa al possesso sia l’utilizzo? E’ questo che davvero ci dovrebbe rendere più liberi, più realizzati, più aperti alle nuove tendenze? Non so, qualcosa mi sfugge.

O forse semplicemente, sono io che sono troppo vecchio per questa sharing feelings.