Avatar di Sconosciuto

Ancora una volta sull’amore

Sono sempre dell’idea che “ti amo significa voglio che tu sia come sei” sia la migliore, la più bella, la più sofferta, la più autentica definizione dell’amore. Il fatto che l’abbia detta un vescovo del IV secolo, che oggi probabilmente definiremmo extracomunitario, non credo sia un elemento decisivo. O forse sì. Ma non divaghiamo.

E’ vero, se ti amo ti voglio così come sei. Ma è anche vero che si diventa quello che si è. Il bambino è una serie di potenzialità, è un insieme di ipotesi che si realizzeranno e faranno sì che quell’esserino paffutello diventerà un galantuomo o un malandrino. Non è detto quindi che una persona sia in un modo e resti tale per tutta la vita.

E qui entra in gioco la solita diatriba fra chi vuole qualcosa, rischia e si mette in gioco per averla e chi si accontenta. Tra chi vive la vita accontentandosi di quello che arriva senza aspettarsi nulla e chi si impegna ogni giorno per cercare di cambiare le cose. Ma chi ama non può accontentarsi. E’ vero che nell’amore non c’è pretesa, non può esserci. Ma non può esserci nemmeno l’accettazione acritica dell’esistente. Se ti amo, voglio te per quello che sei, ma soprattutto voglio il meglio di te. E lo voglio perché voglio il meglio per te. Per questo non posso accontentarmi.

E mi aspetterò che tu ce la metta tutta o che almeno ci provi fino in fondo a tirar fuori questo meglio. E rischierò di rimanere deluso. Rischierò le incomprensioni, le litigate, i vaffanculo. Ma non posso accontentarmi. Non se ti amo davvero. Poi sarà quel che sarà. Ma se ti amo davvero, per me ma anche per te, non mi accontenterò di nulla di meno della favola.

Avatar di Sconosciuto

E tu chi vuoi essere?

Incontriamo nella nostra vita persone che anche senza parlare ci interrogano. Colpiscono la nostra mente, il nostro cuore, le nostre viscere. Sono persone di cui potremmo innamorarci oppure di cui potremmo avere paura, perché mineranno le nostre sicurezze, i nostri modi di pensare, il nostro rapporto con il mondo. Per come affrontano la vita, per come non hanno paura del dolore, per quanto sanno ascoltare, per la fiducia e la speranza che ripongono nel futuro. Perché non fanno sconti, non scendono a compromessi. E perché ci costringono ad interrogarci, mettendoci davanti ad uno specchio, chiedendoci “tu chi vuoi essere? Cosa vuoi fare della tua vita?”

Mi ricordo una spiaggia di Anzio, un gruppo di ragazzi spensierati, acciambellati intorno ad un fuoco. Mi ricordo che qualcuno tirò fuori una chitarra e un ragazzo gentile ed ironico, con gli occhi del colore del cielo, cominciò. Cominciò e noi sperammo che non smettesse più, mentre una dopo l’altra suonò Tunnel of Love, Romeo & Juliet e poi le altre, fino a Hand in Hand. Tutta la prima facciata di Making Movies, l’album dei Dire Straits che la puntina del piatto del mio stereo aveva praticamente consumato quell’inverno.

Quel ragazzo era speciale, non bisognava essere un genio per capirlo. Come speciale era la ragazza con cui stava insieme. La loro storia non poteva non diventare speciale, anche se sono certo che entrambi sarebbero d’accordo nel non definirla così. Ma forse aveva ragione Dalla a dire che oggi l’impresa eccezionale è essere normale. Una storia eccezionale allora, che sfida il tempo e che parla oggi come allora e ti dice che il tempo passa e ci cambia: cambia le persone, cambia le storie, cambia tutto. Tranne l’essenziale. Perché l’amore vero esige eternità. Profonda, profonda eternità.

Avatar di Sconosciuto

Scare away the Dark

Stasera avrei voglia di scrivere molte cose e insieme avrei voglia di fare silenzio. Con la tristezza più nera nello stomaco e l’impotenza di voler fare o di saper dire, perché ti rendi conto che purtroppo puoi fare e dire molto poco. E allora forse l’unica cosa che resta è provare ad esserci, perché l’esempio che ho è proprio questo: cantare insieme, volersi bene senza avere paura, per tenere alta la luce della speranza, per riuscire insieme a mettere in fuga le tenebre.

Well sing
sing at the top of your voice
and love without fear in your heart
feel, feel like you still have a choice
if we all light up we can scare away the dark

Avatar di Sconosciuto

Ritorno al futuro

Sotto la curva del cielo, in un applauso di stelle, ho salutato la mia gioventù, per ritornare bambino, procedendo in avanti.

Ma che cosa buffa i ricordi! Ho sempre pensato che l’interruttore migliore per riaccenderli fossero i profumi. Dicono che l’olfatto fa parte della parte più antica della cervice, quella più ancestrale, che sta prima della razionalità. In effetti è il nostro senso più animale, infatti i nostri amici a 4 zampe si orientano molto più con il naso che con la vista o l’udito. Poi ci sono le canzoni. Come scrivevo l’altro giorno, ascolto gli Elo e torno adolescente. Venditti è l’esame di maturità. Gli Eurithmics l’anno successivo. Potrei scrivere una colonna sonora della mia vita con le canzoni che ascoltavo mentre succedevano i fatti più importanti.

Con i luoghi sì, mi era già successo, ma mai in maniera così profonda, così estrema e totalizzante come mi è capitato ieri sera. Le scale non sono più quelle, i corridoi li hanno rifatti, la porta è totalmente diversa. Bellissima serata, gli amici di sempre finalmente di nuovo insieme, ricordi, battute, sono mesi che ne parliamo, eppure non ero mica preparato. Si apre quella porta e bam! doppio carpiato all’indietro. Non c’è più il passato, siamo tornati nel 1985, ho appena preso la patente e fra pochi giorni c’è l’esame di maturità. E’ stato un riflesso condizionato, siamo andati in automatico a sederci ai “nostri” posti. Dario da una parte, Silvia dall’altra, Cecilia davanti che si gira ogni tre minuti ad esorcizzare il tempo con quel ritornello “a Ro, che ore so?” E anzi, mi sono stupito di non trovare sotto il banco le mie cose, l’astuccio, i libri, il panino con la mortadella.

Che sono in fondo trent’anni? C’è chi si laurea, chi fa figli, chi gioca a pallone, chi fa ancora il cazzone. Che sono trent’anni? Va be’ qualche chiletto in più, qualche capello in meno, ma in fondo la sostanza è quella. Come la voglia di stare insieme. Con qualche cicatrice in più, con qualche certezza in meno, ma con il desiderio di risentirsi uniti, vicini come allora, per condividere i sogni e le paure, le cazzate e le speranze. Nessun “Fabbris” nella nostra classe, come temevo all’inizio di questa storia. Nessuno si è arreso perché non riusciva a riconoscere qualcuno. Ci siamo riconosciuti perché siamo l’evoluzione coerente di quelli che eravamo all’ora. E nonostante gli anni, le esperienze diverse, le strade percorse per arrivare fin qui, ti accorgi che i sentimenti più autentici, quelli più profondi, sono rimasti gli stessi. Proprio come l’emozione di ascoltare vecchie canzoni come questa

Avatar di Sconosciuto

Sono stato felice sotto molti cieli

Pomeriggi danzanti con la musica degli Elo, luci stroboscopiche caserecce e ragazze belle e inavvicinabili che noi adolescenti imbranati guardavano come si sfoglia il National Geographic: contemplando mondi nei quali dentro di te sai che non avrai mai la possibilità di andare.

Mi ricordo polvere e sudore tirando calci ad un pallone. Ricordo grandi delusioni e gioie sfrenate, ginocchia sbucciate, finte e contro finte, fughe dalla classe e scontri al limite del regolamento. “La sezione B è la meglio di tutte” e poi le eterne sfide classico scientifico, molto più sentite dei derby. Ricordo gite e settimane bianche da favola. Magari passate a letto con l’influenza, ma l’importante era esserci, mica sciare.

Ricordo versioni e poi versioni e ancora versioni. E un prete folle che per diletto torturava alunni, quando non creava parole crociate. Una delle menti più notevoli che abbia mai incontrate. Ma quante te ne abbiamo dette! Ciao Padre Del Re, io penso che saresti stato un mostro anche con il computer e magari ti aprivi un profilo su FaceBook.

Ricordo quei pomeriggi d’inverno, quando alle 4 è buio, infreddoliti su quel muretto a far passare le ore. E poi le sere d’estate, sempre lì, a prendere il fresco della sera decidendo dove andare, le macchine parcheggiate alla bene e meglio.

Ricordo di essere stato felice sotto molti cieli. Ricordo quella sensazione di onnipotenza, di orizzonte libero, quando tutte le porte erano ancora aperte e poche possibilità erano già diventate realtà. Quando avevo pochi ricordi e molte speranze. Ho ancora speranze, ma ho anche tanti bei ricordi, all’angolo fra via Livorno e la Circonvallazione Nomentana. Perché come dice Flaiano, “ci sono molti modi di arrivare ed il migliore è non partire.”

E ora andiamo incontro al nostro passato.

Avatar di Sconosciuto

L’avvocato delle cose perse

“E a mano a mano mi perdi e ti perdo e quello che è stato mi sembra più assurdo”

Sarà che io sono un campione a perdermi le cose. Il numero 1. Riuscirei a perdere una cosa anche chiuso in un ascensore. Mi perdo le cose fra le mani. Un attimo ce l’ho, un attimo dopo non ci sono più. Inghiottite nel nulla. La casa nasconde ma non ruba, diceva quella santa donna della mia mamma. Il problema è che nel mio caso le nasconde proprio bene. O forse semplicemente mi dimentico dove sono. Ma  ve l’ho già detto che io mi dimentico tutto, no?

Comunque, nascoste o dimenticate, le cose si perdono. E’ questa l’ineluttabile verità. Ma fin lì pazienza, ormai ho fatto il callo. Il problema è quando si perdono le partite. Tipo l’ultimo derby. Va be’, ma non divaghiamo. Il vero problema è quando si perdono gli amici. E hai voglia quanti amici ho perso in questi quarantotto anni di vita. A volte per colpa mia, a volte per colpa loro, soprattutto per i casi della vita.

I casi, le cose, la cause. Ecco, soprattutto le cause. Perché niente mi fomenta di più della cause perse. I desideri irrealizzabili, quelli che pensi non potranno mai diventare realtà, le persone più improbabili, quelle che pensi non ce la faranno mai, le squadre più imbarazzanti, quelle che non vinceranno mai niente di importante. Perché? Perché naturalmente tendo a simpatizzare per le cause perse?

Forse perché non sopporto la boria, l’arroganza, la supponenza dei vincitori. O forse perché penso che dietro ogni sconfitta ci siano le premesse per una vittoria. Come dietro ogni cosa perduta ci siano i presupposti per una cosa ritrovata.

Ecco. E cosa c’è di più bello di un amico ritrovato?

“Ma dammi la mano e torna vicino, può nascere un fiore nel nostro giardino, che neanche l’inverno potrà mai gelare, può crescere un fiore da questo mio amore per te!”

Avatar di Sconosciuto

Studiando da supereroi

Va be’, allora non siamo supereroi. Però possiamo studiare per diventarlo. E dunque, che fare? I supereroi hanno superproblemi. Affrontano superdifficoltà, sconfiggono supernemici (mai definitivamente, se no poi finisce), ma in fondo che fanno di particolare?

Sanno. Sanno sempre quello che è giusto e quello che è sbagliato. Sanno quello che bisogna fare, non hanno dubbi. Certo, a volte vacillano anche loro, fanno finta di avere qualche incertezza, ma poi all’episodio successivo tutto si appiana. Noi potremmo cominciare a prendere qualche ripetizione. Chi sa di non sapere è già a buon punto.

Riescono. Magari ci mettono un po’, all’inizio prendono anche qualche cantonata, ma stai tranquillo che alla fine ce la fanno sempre. Obiettivo raggiunto, via verso nuove avventure, verso nuovi traguardi. Noi potremmo cominciare a fissarli questi obiettivi, a stabilire le priorità, a gettare le basi almeno per provarci.

Sopravvivono. I supereroi non muoiono. Vengono colpiti, feriti, tramortiti, sanguinano, perdono pezzi, ma non muoiono mai. In compenso però capita che perdano persone care, a volte che si sacrificano per loro, a volte così senza un motivo. Allora il supereroe piange, piange lacrime amare (ma quanto ho pianto quand’è morta Gwen Stacy? Ancora mi domando perché l’hanno fatta morire!), ma poi volta pagina e torna a sorridere. Su questa cosa c’abbiamo molto da lavorare.

Fanno a meno. I supereroi fanno a meno di tutto e di tutti. Il supereroe ha energie inaspettate, mangia dove non c’è da mangiare, beve cose improbabili, dorme in piedi come un cavallo, ma se ce n’è bisogno non mangia, non beve, non dorme per settimane. E non parliamo delle esigenze fisiologiche. Avete mai visto un supereroe che fa la cacca? Niente! Il supereroe fa a meno perfino dell’idraulico, perché sa anche riparare il lavandino. Noi potremmo cominciare imparando a fare a meno di quelli che sanno fare a meno di noi.

Il cielo è sempre blu sopra i supereroi. Se piove è sempre e solo perché serve alla scena, fa parte della sceneggiatura, dura poche vignette. Altrimenti sopra i supereroi c’è sempre il sole. Ecco, allora, per diventare supereroi, dopo aver imparato la mossa, potremmo cominciare da qui.

Avatar di Sconosciuto

La mossa del supereroe

Nessuno ti aveva detto che sarebbe stato semplice. Ma nemmeno ti avevano detto che sarebbe stato così faticoso. Altrimenti pigro come sei avresti cambiato idea. O avresti chiesto aiuto. Invece te la devi cavare da solo, perché nessuno può aiutarti. Ma tu non hai bisogno di nessuno. Solo di te stesso. Solo della fiducia in te stesso. La stella è lì, aspetta solo te per essere raggiunta. Qual è la prossima mossa?

La mossa del supereroe.

C’è uno studio scientifico che dimostra che se tieni questa posizione da supereroe per 5 minuti prima di un colloquio o una presentazione importante o un lavoro difficile, non solo ti sentirai più sicuro, ma andrà sensibilmente meglio.”

“Davvero?”
“Davvero. Lo senti?”
“Siamo supereroi”
“Siamo supereroi”

xpre-surgery-greys-anatomy-s11e14.jpg.pagespeed.ic.iH_PLQAZmTb_Fusv69GE

Ora assumete la posizione. Mani sui fianchi, petto in fuori, sguardo in alto, fissate la vostra stella.

Avatar di Sconosciuto

Che fa la notizia? Striscia! Un po’ come me

– Ma dai, non sei contento? Stasera ti vedranno 7 milioni di Italiani.

– Pierpi, mi vedranno in 7 milioni, ma in 6 milioni novecentonovantanovemila penseranno, “ma guarda ‘sto cojone che figura di merda che sta facendo!” 

– Come si dice, l’importante è che se ne parli.

– Ma io non ho proprio alcun bisogno che si parli di me!

Pennac è forse il mio autore preferito…ma non è che morissi dalla voglia di impersonare Malaussene. Tra l’altro vicino a Staffelli che supera il metro e novanta sembrava uno gnomo da giardino! E poi, invece di parlare dei Buoni Postali avrei preferito, che so, parlare della Fenomenologia dello spirito di Hegel. O delle monadi di Leibniz. Al limite forse avrei volentieri intrattenuto la platea con l’appercezione trascendentale in Kant. Magari avrei potuto recitare a memoria la formazione della Lazio del primo scudetto… PuliciPetrelliMartiniWilsonOddiNanniGarlaschelliReCecconiChinagliaFrustalupiD’Amico. A quel punto forse mi sarei anche potuto lanciare in una gara di rutti. Ma la cosa peggiore è stata prima della registrazione del servizio.

Mi ripete il suo nome e il suo ruolo?

A quel punto avrei voluto tirar fuori una battuta di quelle storiche, una minchiatona come se non ci fosse un domani, una di quelle cose da raccontare ai nipoti. Che ne so…ehi bello, puoi chiamarmi Al! Invece, ligio al dovere

– RG, sono responsabile dei rapporti con le Associazioni

– Ah! Davvero?

E mentre dice così mi guarda – ovviamente dall’alto in basso – con aria perplessa. E vi assicuro che è brutto quando uno come Staffelli dubita del tuo ruolo. E allora un dubbio viene anche a me: vuoi vedere che avrà letto i post minchioni sul mio blog?

Avatar di Sconosciuto

Ma io preferisco scrivere di cose belle (e minchione!)

Un amico è la cosa più preziosa che tu possa avere e la cosa migliore che tu possa essere

Un bell’articolo di Monia metteva in evidenza come anche fra i blog, come nella carta stampata, in tv, ma più in generale in qualsiasi mezzo di comunicazione, sia evidente la preferenza per le sfighe, per le lamentazioni, per le tragedie, rispetto alle cose belle.

La distanza fra quello che è e quello che dovrebbe essere, è un fatto incontrovertibile che ognuno di noi vive ogni giorno. E non credo neanche che le cose belle si vivono, mentre quelle brutte si scrivono. Non per me almeno. Non in questo blog che al contrario si fregia di essere orgogliosamente e rigorosamente minchione. Però a volte capita che anche a me di avere il morale sotto i tacchi e mica solo perché si perde il derby. E se vedo le statistiche del blog salta agli occhi il fatto che quando mi lascio andare a sfoghi e paturnie, ho molte più letture ed apprezzamenti rispetto ai post più minchioni. In ogni caso io scrivo sempre e comunque quello che mi passa per la mente e quindi preferirei di gran lunga avere qualche lettore in meno, ma qualche motivo in più per scrivere cose divertenti.

Purtroppo, come scrivevo altrove, è sotto gli occhi di tutti che viviamo in un mondo difficile. Capita di imbattersi e di dover avere a che fare con  perfetti idioti, cialtroni senza arte né parte, che si trovano in posti strategici, apparentemente baciati dalla fortuna, stimati ed apprezzati dal resto del mondo. Che fare dunque? Tenersi strette le cose belle, le gioie di amici veri, quelli che quando ti saluti già pensi e pianifichi quando rivedrai. Quelli che ti raccontano storie belle e inaspettate. Che non puoi scrivere sul blog, anche se vorresti. Storie che ti tieni strette, ci pensi e sorridi, pensando che forse è vero che fa più rumore un solo albero che cade di un’intera foresta che cresce. Ma finché avrai amicizie così puoi essere certo che non sarai mai un albero solo.