Avatar di Sconosciuto

E tu come dgt?

Siete davanti ad un citofono, non sapete esattamente dove si trova la casellina dell’amico da cui dovete andare a cena. Mentre cercate su e giù, vostro figlio vi precede e preme il tasto giusto. Fateci caso, spingerà quel tasto con il pollice. Con il pollice vi domanderete voi? Come fa a venirgli naturale spingerlo con il pollice? Perché non usa l’indice come faremmo noi, se la fossimo stati più veloci di lui a trovare il tasto giusto?

Mi hanno spiegato che una delle differenze fra chi è nato digitale e chi ci è diventato (magari suo malgrado) è proprio questa. Il nativo digitale usa i pollici come noi non penseremo mai di fare. Ma non è solo questo. Magari fosse solo questo. Magari fosse solo la velocità con cui scrivono, il fatto che usano K invece che CH, o dgt per digiti…

Il mio giovin virgulto passa molto tempo davanti ad un video. Molto più di quello che io penso sia opportuno, ma questo è un altro discorso. Poi, a volte, improvvisamente, viene da me tutto accalorato ed orgoglioso per farmi rivedere un’azione che ha appena realizzato con FIFA 15. Ed io non ci riesco. Eppure ci provo, ci provo sempre perché penso sia bello ed importante riuscire a condividere le cose con loro. Ma non mi viene proprio. Non mi emoziono, non riesco a farmi prendere. E lui lo capisce: ci prova a spiegarmi: “guarda pa’! ma hai visto che goal?” “Sì, ma non l’hai fatto tu. L’ha fatto il computer!” “Ma certo che l’ho fatto io!

Non ci riesco. Non riesco ad emozionarmi per quello che fa un macchina. Magari concettualmente ci arrivo a capire che sia una cosa tecnicamente pregevole. Ma l’emozione…il gusto…ecco, il gusto! Che gusto ci prova? Perché io non riesco a farmi trascinare? Sarà perché uso l’indice invece del pollice?

Avatar di Sconosciuto

The magical mistery tour

Galliani si lamenta del condizionamento che un uso distorto delle tv può operare sulla pubblica opinione. E del conflitto di interessi che ci dici? E dei vecchi che vanno con le ragazzine,  no dai, non essere timido, esprimiti liberamente.

Tzipras dice che è giusto che la Grecia non paghi i debiti verso la Germania. Anzi, chiede i soldi alla Merkel per i danni provocati settant’anni fa dal nazismo. (“Aronne Piperno, non furono i tuoi antenati a lavorare il legno per fare la croce di Gesù Cristo? Potrò esse ancora un po’ incazzato per questa cosa?”)

A Roma ci saranno delle strade dedicate alla prostituzione. Strade dedicate? Ma perché ora invece la Salaria, la Laurentina, la Tiburtina, la Prenestina, la Casilina, l’Appia, l’Aurelia, la Cassia, la Flaminia, il Villaggio Olimpico, cosa sono?

Salvini tiene un comizio pubblico a Palermo, dicendo che lui non è mai stato contro i meridionali. Certo e poi è arrivato un elefante rossa a pallini gialli, che intonando canzoni tirolesi ha offerto del tiramisù a tutti gli abitanti del bosco.

Il bello è che poi sarei io quello che scrive minchiate sul blog!

Avatar di Sconosciuto

Time is on my side

Giro attorno a Dio, all’antica torre, giro da millenni; e ancora non so se sono un falco, una tempesta o un grande canto.” (Rilke)

Sarà colpa di febbraio, mese freddo e buio, che capita in coda all’inverno. Saranno queste giornate di piogge torrenziali che rendono Roma più invivibile che mai. Saranno questi repentini quanto incomprensibili cambiamenti sul lavoro, che sembra di stare sull’otto volante. Fatto è che in questo periodo mi sono capitate sotto gli occhi diverse frasi celebri e diversi post incentrati sulla fugacità della vita, sul fatto che è meglio godersi l’attimo, inviti più o meno poetici a sparare la cartucce, a vivere bene l’oggi perché del doman non v’è certezza.

Già qui vi avevo edotti di cosa mi piacerebbe trovare il giorno della mia dipartita da questo mondo. Invece qui vi avevo raccontato cosa mi aveva insegnato un’esperienza durante la quale, come si dice, “ho visto la mia fine sul tuo viso”. Ma stasera invece voglio essere più didascalico e soprattutto vorrei provare a restare con i piedi per terra. Su questa terra.

Non importa quanti anni dai alla tua vita, ma quanta vita dai ai tuoi anni, diceva quel gran fico di  Abraham Lincoln (l’avrà davvero detto lui? Quante cose avrà dette ‘sto cristiano? Più di Ghandi e meno di Coelho? Chissà!). E in effetti, tra quantità e qualità, posto che sarebbe meglio averle entrambe, penso che non ci sia dubbio su quale preferire. E fra l’altro se la quantità dipende solo in minima parte da noi, al contrario, la qualità dipende moltissimo dalle nostre scelte.

Da una parte potremmo seguire il carpe diem di oraziana memoria. Bello, per carità, evocativo, l’Attimo Fuggente, Robin Williams, Capitano mio capitano. Se ci pensate, però, se vissuto fino in fondo, provoca un’ansia da prestazione e un’ossessiva necessità del fare presto perché poi diventa tardi che non è che sia poi proprio il massimo. A meno ché non vogliate diventare emuli del Bianconiglio di Alice nel paese delle meraviglie.

D’altra c’è invece l’auspicabile the best is yet to come. Frank Sinatra, Ligabue, bello anche questo. Ma uno poi potrebbe anche domandarsi: ma ‘sto meglio che dovrebbe arrivare non sarà un po’ in ritardo? Non avrà sbagliato indirizzo? E se qualcuno poi l’avesse rimandato indietro?

Insomma, se presi da soli, non vanno bene né l’uno, né l’altro. Aggiungere vita agli anni, puntare sulla qualità più che sulla quantità, significa saper coniugare il cogliere l’attimo, con la certezza che il meglio debba ancora venire. Non vivere l’oggi come se non ci fosse un domani, ma vivere l’oggi con la serenità che ci sarà sempre anche un domani. Senza essere prigionieri, né dell’oggi, né del domani (tanto meno di ieri, che il passato fa più prigionieri degli americani a Guantanamo). Cancelliamo l’ansia e la paura di vederci scivolare via i giorni, i mesi, le occasioni e allora forse riusciremo a gustarci ogni oggi, aspettando con fiducia ogni domani. Dando il giusto peso ad entrambi, senza pretendere troppo e senza sopravvalutarli. Facciamo pace con il tempo.

In fondo, Mick Jagger sono cinquant’anni che canta “il tempo è dalla mia parte”. Lo cantava quando aveva vent’anni e continua a cantarlo oggi che ne ha settanta. E se avesse ragione lui?

Avatar di Sconosciuto

Una redenzione a volte è possibile

I luoghi non sono neutri. I posti in cui siamo stati si portano impresse le emozioni che abbiamo provato quando eravamo lì. Il vissuto dei luoghi si deposita come polline su quei posti e rimane lì, rarefatto, in attesa del nostro ritorno. Tornando ritroviamo quelle sensazioni già vissute che si ripresentano intatte come allora, per farci compagnia come vecchi compagni di scuola.

E così torniamo bambini nei luoghi dell’infanzia, riviviamo i primi amori al mare, le ansie degli esami passando vicino l’Università, le tristezze delle separazioni nelle stazioni, le gioie dei primi baci nelle sale dei cinema, i dolori di cui sono intrisi i viali vicini agli ospedali.

Non è una cosa a cui pensiamo quando siamo lì la prima volta. E’ ovvio, siamo presi dalle emozioni che stiamo vivendo: siamo troppo felici o arrabbiati, disperati o annoiati. I luoghi si confondono nello sfondo, sembrano quasi ininfluenti. Siamo così felici che potremmo essere sulla luna o sul deserto, siamo così tristi che non badiamo a nulla di quello che abbiamo intorno. Siamo troppo concentrati su noi stessi e su quello che stiamo provando in quel momento che tutto il resto perde di significato.

Ma in realtà non è così. Ritornando in quei luoghi capiamo quanto quelle sensazioni si sono intrecciate in quei posti, così che basta rimettere piede lì, per ritrovarle intatte come le avevamo vissute allora. Ritornare però non è solo rivivere. Le gioie possono essere riassaporate, anche quelle che ormai sembravano evaporate via. Invece le ansie, le tristezze, i dolori possono essere superati. Possiamo togliere la polvere delle vecchie esperienze e scriverci sopra nuove storie, provando nuove emozioni.

Se abbiamo il fegato di affrontare i nostri fantasmi, se abbiamo il coraggio di tornare nei luoghi del passato – soprattutto quello con cui dobbiamo ancora fare i conti – saremo in grado di darci una seconda possibilità. Possiamo redimere quei luoghi e dargli un nuovo destino.

Avatar di Sconosciuto

Boulevard of broken Dreams

L’autobus mi lasciava abbastanza lontano da casa. Ma ero contento, perché almeno potevo fare due passi dopo esser stato seduto tutto il giorno. E così tutti le sere camminando lungo quel viale, ripercorrevo le mie giornate, ripensando ai fatti, alle persone, alle situazioni. E soprattutto alle occasioni. Quante ne avevo fatte scivolare via!

Sai Guido noi abbiamo dei buoni stipendi, ma i soldi veri, caro mio…o si rubano o si sposano“. Che stronzo il mio capo! Però mi sa che in quello aveva ragione. Io invece non rubavo, non avevo mai rubato nulla. Per di più ho sposato un angelo. Che come tutti gli angeli non aveva una lira. Forse per questo non siamo mai stati ricchi. Eppure sarebbe bastato chiudere un occhio una volta, fare finta di non vedere un’altra….e oggi anche io sarei ricco.

Ma non ti vengono i rimorsi di prendere qualcosa non tuo?” “Ti rispondo facendo un esempio. Io adoro la marmellata di more. Certo ti restano i semi in mezzo ai denti, ma basta uno spazzolino e un po’ di dentifricio dopo pranzo e il gioco è fatto“. Per lui gli scrupoli e i rimorsi di coscienza sono come semi di mora in mezzo ai denti. Ma io un dentifricio capace di lavare la coscienza non lo conosco. E a dire il vero neanche vogli conoscerlo.

Calava l’umidità, insieme al freddo tipico dei giorni della merla. Tornavo a casa lungo quel viale, a passo svelto, riscaldandomi con i sogni che avrei potuto realizzare se fossi stato ricco: gli studi per i figli, le vacanze per tutta la famiglia, risistemare casa, cambiare la macchina. Ma il sogno più grande non dovevo rincorrerlo chissà dove. La mia onestà, il faro della mia vita, era il sogno più bello, quello che ero riuscito a realizzare, nonostante tutto e tutti. Altro che cambiare la macchina! Una macchina…a tutta velocità e un motorino.  Mi risvegliai dai miei pensieri come se fossi dentro un film di azione, tutto avvenne in un istante: la macchina era della polizia e stava rincorrendo il motorino. Ormai gli stava addosso, il motorino provò ad accelerare ancora, una curva, una sbandata, il guidatore perse il controllo finendo sull’asfalto. Rapido come un fulmine si rimise in piedi, tirando su il motorino e riprendendo la corsa, lasciando in terra però una borsa.

La macchina continuò a stargli dietro e in una manciata di secondi erano già in fondo al viale e poi fuori dalla mia vista. La curiosità prese il sopravvento sulla prudenza. Nessuno in giro, mi chinai sulla borsa. Era piena di soldi. Soldi come ne ne avevo mai visti in vita mia, più di quanto si possa anche solo immaginare. Lo so, non erano miei, ma in fondo non era neanche rubare. Non proprio almeno. La nebbia scendeva sempre più fitta, rendendo tutto ovattato, come una bolla fuori dal tempo. Ripresi la strada di casa, lungo il solito viale, felici come forse non ero mai stato, canticchiando una canzone dei Green Day

Avatar di Sconosciuto

La veste dei fantasmi del passato

Il dollaro sale, il petrolio scende, arriva il freddo dei giorni della merla e insieme si porta il picco dell’influenza, eleggeranno un nuovo presidente della Repubblica, qualcuno smette di fumare, qualcuno piange per amore e qualcuno altro si segna in palestra. Sento vecchi amici, ma fortunatamente siamo ancora più amici che vecchi. E intanto la terra continua a girare.

E così, dopo un contenzioso lungo vent’anni la Lazio, la mia Lazio, sabato scorso si ripresenta con la maglia degli anni 80, quella con l’aquila stilizzato sul petto. Ed io non potevo non essere allo stadio per festeggiare questa ricorrenza. Lo so, non ve ne frega assolutamente niente, ma a me sì. Ma più che a me, la cosa interessa soprattutto il mio subconscio. Quella maglia è bella, stilisticamente perfetta. Ma non è una questione estetica. Quella maglia mi riporta dritto dritto a quando avevo quindici anni. Mi riporta ad una squadra che sopravviveva fra la serie A e la serie B, schiacciata da squadre più belle, più forti, più glamour. Tifare Lazio in quegli anni era una specie di iattura, un affare per stomaci forti o forse più per disadattati. La Roma più vincente della storia a confronto con la Lazio più scarsa di sempre. Immaginate come poteva sentirsi un quindicenne, più basso del più basso della classe, con gli occhiali, l’apparecchio ai denti e la sensazione di essere perennemente fuori posto. Giustappunto tifoso della squadra dei perdenti. Non c’era via d’uscita, non c’era possibilità di redenzione. Sembrava davvero che nessun Dio sarebbe venuto a salvarci.

Il dollaro sale, il petrolio scende. Domani mi interroga e non so un cazzo. Diventeremo grandi e resteremo amici? Questo maledetto 37 non passa mai, potevo farmi dare un passaggio da Dario in motorino. Israeliani e Palestinesi riusciranno mai a vivere in pace? Ma soprattutto, se sabato pomeriggio le chiedo di uscire accetterà o farà finta di avere già un impegno? Devo ricordarmi di sentire Filo, così confrontiamo le versioni e speriamo di averci azzeccato. Poi domani vado a comprare i biglietti per il concerto degli Spandau. E intanto la terra continua a girare.

Ricordo un pomeriggio di maggio, dell’83. La Roma aveva appena vinto lo scudetto, cortile della scuola invaso da ragazzi festanti, giallorosso imbandierati, ubriachi di felicità. Io in un angolo, incazzato con il mondo. Si avvicina un vecchio sacerdote che vedendomi così stonato rispetto al contesto mi chiede: “e tu non vai a festeggiare?” “No padre. Io sono della Lazio.” E lui, con sguardo perplesso “E perché?“. Io, più perplesso di lui che non so cosa rispondere. Lo guardo e me ne vado. E ancora mi chiedo se quel “e perché?” volesse dire “perché il fatto di essere della Lazio ti impedisce di essere felice come gli altri?”, oppure, ancora più drasticamente “perché mai tu dovresti essere della Lazio (soprattutto se questa cosa ti impedisce di essere felice)?”. Povero padre Sommazzi, quella volta non riuscii a dargli una risposta sensata. E in fondo neanche oggi saprei dargliela, qualunque senso avesse quella domanda.

A volte i ricordi sparano e feriscono proprio come fosse fuoco amico. Primo tempo della partita, la Lazio attacca, ma il Milan segna, va in vantaggio e sembra reggere il passo. Il ritorno della maglia antica risveglia antichi fantasmi: noi continuiamo ad attaccare, ma non c’è niente da fare, non sembra proprio esserci via d’uscita. Riusciremo mai a crescere, a diventare grandi, riusciremo a costruire qualcosa? Riusciremo a vincere qualcosa? Riusciremo mai ad essere felici?

Il Comune di Roma apre alle unioni civili, in Emilia Romagna arrestano 117 affiliati alla ‘Ndrangheta, in Grecia vincono i comunisti mentre in Libano gli Hezbollah uccidono due soldati Israeliani. Dopo trent’anni gli Spandau a marzo saranno nuovamente in tournée, la Confindustria si auspica la fine della crisi, mentre io per iscrivere Elisa in 4 liceo sono obbligato a pagare un contributo volontario di 130 euro. La Lazio batte 3 a 1 il Milan. E intanto la terra continua a girare.

Avatar di Sconosciuto

Quando passano certe occasioni

È la luce del sole, è l’ombra, è la quiete, è la parola, è un cuore pulsante è l’oceano, sono i ragazzi. Sei tu, mio dolce amore. Oh, il mio amore. E la luce, la luce brillante. E la luce, la luce splendente. La luce intensa, la luce brillante. È tutto intorno a me. È tutto intorno a me. È tutto intorno a me. È tutto intorno a me. È tutto intorno a me.

Succede che le cose succedano. O se preferite, capita che le cose capitino. E questo è un dato di fatto. Il problema vero è che (a volte? spesso? sempre?) non le capiamo. Non le cogliamo per quello che sono. Ci confondiamo, rimaniamo perplessi, imbambolati, poco reattivi. E allora le banalizziamo, cercando di interpretarle (e come potremmo fare altrimenti?) con le categorie consuete. Le facciamo rientrare all’interno del già conosciuto, nel terreno sicuro di ciò che è noto, chiaro, già visto.

Invece non dico che capiti spesso che sia proprio l’Altissimo in persona che ci chiama (ammettiamolo…accade raramente), ma succede invece che persone meravigliose attraversino la nostra vite e noi le lasciamo andare così. Succede che ci siano occasioni straordinarie che potremmo cogliere e invece ce le perdiamo , treni che passano accanto alle nostre vite senza che noi riusciamo a salirne a bordo.

Per questo sono essenziali le persone che stanno vicine a noi. A volte infatti solo qualcun altro può indicarci la strada giusta. Può svegliarci dal sonno e farci capire cosa ci sta succedendo. O meglio, cosa rischiamo di perderci. Certo è una bella seccatura. Si rischia di passare per rompiballe. La possibilità di sentirci dire “impicciati degli affari tuoi, sono cose che non ti riguardano” è molto alta. E però non ci sono mica tante alternative: se vogliamo davvero bene a qualcuno dobbiamo avvisarlo se gli sta passando accanto un treno. Se gli sta capitando un’occasione che sta sprecando. Se gli vogliamo davvero bene dobbiamo correre questo rischio.

Il Signore tornò a chiamare Samuele per la terza volta: questi si alzò nuovamente e corse da Eli dicendo “mi hai chiamato? Eccomi”. Allora Eli capì che era il Signore che chiamava il giovane. Eli disse a Samuele: “Torna a dormire e se ti chiamerà dirai “parla Signore perché il tuo serve di ascolta”.

Avatar di Sconosciuto

Post minchionpolitico. Ovvero, parliamo un po’ di Renzi

Stasera avrei voluto approfondire con voi una questione appartenente ai massimi sistemi filosofici. Oppure avrei potuto scrivere un raccontino romantico. Però, sarà stata l’aria frizzantina del venerdì, sarà stato il limoncello della mamma di I. che annacqua l’acido lattico della palestra, mi è venuta l’idea di intrattenervi con un bel post minchionpolitico. E chi meglio del nostro premier può esserne il protagonista?

Che Renzi non fosse simpatico l’avevamo capito al volo. Del resto doveva governare il Paese, mica venire con noi a mangiare la pizza il sabato sera. Sta facendo bene? Sta facendo male? Nell’uno o nell’altro caso mi sembra che dall’innamoramento generalizzato e abbastanza immotivato si stia rapidamente passando ad un altrettanto generalizzato e sempre abbastanza immotivato sfanculamento.

Dalle stelle alle stalle, come sempre capita nel Paese degli eccessi. E quindi ora Renzi sarebbe stato a capo dei 105 (che poi, secondo la questura erano al massimo venti) dell’imboscata a Prodi. Avendo lanciato questo scoop niente po po di meno che Fassina (chiiii?), penso che il prossimo passo sarà quello di accusarlo di aver ucciso Laura Palmer o di essere un compagno di merende di Pacciani.

Siamo proprio sicuri valga la pena rottamare il rottamatore? E chi vorremmo al suo posto? Perché se lui non mi entusiasma, le alternative, a voler essere buoni, sono semplicemente raccapriccianti. La verità è che probabilmente non è il salvatore della patria che qualcuno (lui per primo) ipotizzava. Ma neanche la reincarnazione di Mengele come qualche fenomeno da baraccone vorrebbe far passare. Il fatto che di lui parli male Salvini certo è un gran punto a suo favore. Ma parlano male di lui anche D’Alema, Fassina (chiii???), tutte le vecchie garampane della sinistra, tutti i puttanieri, i nani e le ballerine del centro destra, Grillo e il suo circo barnum. Diciamo la verità, sta un po’ sul cazzo a tutti. E questo è davvero un bell’endosement.

Io per il momento sospendo il giudizio, ma dovessi proprio sbilanciarmi penso che ancora gli si può dare fiducia. Certo, anche i più sfegatati ammiratori, dovranno ammettere che nonostante la somiglianza con Fonzie, l’inglese non è proprio il suo forte…

Avatar di Sconosciuto

Blackbird

Era una domenica pomeriggio. Settembre. Forse ottobre. Ma quelle domeniche di ottobre che a Roma ti viene voglia di andare al mare. Invece eravamo nella mansarda di Federica, a giocare a ping pong. Eravamo in loop, una partita dietro l’altra e finimmo per parlare di John Lennon e più in generale dei cantanti che erano morti giovani.

E mentre io mi rammaricavo, ipotizzando chissà quali capolavori avrebbe potuto ancora scrivere, tu ci sorprendesti, con un discorso senza né capo, né coda. Secondo te i musicisti, gli artisti in generale, in realtà morivano quando non avevano più niente da dire. Lennon non avrebbe più scritto nulla, perché tutto quello che aveva da scrivere l’aveva già scritto. La fine arrivava a sancire una conclusione che era già stata definita. Quante volte ho ripensato a quel pomeriggio. Chissà se avessi avuto altre argomentazioni per dimostrarti che non era vero, che non poteva essere così. Chissà.

E poi mi ricordo che facemmo un sondaggio per decidere quale fosse la più bella canzone di Beatles. Faceva fico tirar fuori quelle meno note: troppo banale dire Let it be, o Yesterday. Io, alla fine ero per Here, There and Everywhere. Tu – perché solo tu avresti potuto tirarla fuori – dicesti questa

E devo ammettere, a distanza di trent’anni, che avevi visto giusto tu. Un po’ mi secca dover ammettere che avevi ragione. Ma voglio pensare che anche tu abbia cambiato idea. Magari John ha continuato a scrivere anche lassù. E allora voglio immaginare che ti avrà convinto che in realtà non si finisce mai.