Avatar di Sconosciuto

Storia di una puttana per bene

Un’ altra svolta, un bivio sulla strada, il tempo ti afferra per il polso  e ti dirige per la strada da prendere. Quindi fai del tuo meglio per superare questa prova e non chiederti il perché, non è una domanda, ma una lezione imparata con il tempo.

Perché non era andata bene con lei? Non  lo so. Jenny era uno schianto. Erano mesi che non la vedevo e mentre mi parlava al telefono non riuscivo bene a concentrarmi sulle sue parole. Non ci riuscivo perché in realtà non la stavo ascoltando, perché volevo ricordarmi il motivo per cui era finita fra noi, forse prima ancora di cominciare. Allora? Me la dai una mano? Che avrei potuto rispondere? Non avevo assolutamente sentito quello che mi aveva detto, ascoltavo le sue parole, ma non riuscivo a metterle in fila in modo da fare un pensiero finito. Un po’ come quando ascolti una canzone inglese. Avevo seguito la musica, la melodia, il suono delle sue parole. Ma non avevo capito assolutamente nulla. Ma ad una domanda così, cosa avrei dovuto rispondere? Ma sì, certo che ti aiuto!

Avevo conosciuto Jenny in una discoteca a Testaccio una calda estate di un paio d’anni prima. Ci frequentammo molto per qualche mese, poi la storia finì, senza un motivo. O forse sì, ma quella sera non me ricordavo. E non era certo perché lei fosse una puttana. No, non era quello. Da cliente ero diventato amico, uscivamo insieme quando non lavorava, stavamo bene. Certo, pensavo che avrebbe meritato di meglio. Una con la sua testa e con il suo corpo avrebbe assolutamente meritato qualcosa di meglio. Ma allora perché ci eravamo allontanati? Forse, banalmente, perché non ci avevo creduto. E del resto, come si fa a fidarsi di una così?

E comunque la mano che mi chiedeva era molto più semplice e molto più complicata di quello che mi ero immaginato. Non si trattava di picchiare nessuno, non dovevo difenderla da chissà quale maniaco. Jenny non aveva protettori, se la cavava egregiamente da sola. Quindi, ho capito bene: devo venire a pranzo con te e fare finta di essere…tuo marito?  Mi guardava con quell’espressione dolce ed irritata insieme, come una maestra che deve ripetere la lezione all’alunno un po’ tonto. Adesso non esageriamo. Basta che fai capire che sei il mio compagno. I miei sono all’antica, ma non credo se la berrebbero che sono addirittura sposata. Ah, a proposito, il mio nome vero è Carla. Vedi di non sbagliarti!

I suoi, due simpatici vecchietti abruzzesi, la vedevano poco. Da quanto mi aveva raccontato lei li andava a trovare al loro paese un paio di volte l’anno, ma loro non erano mai venuti a Roma. Lei gli aveva detto che lavorava in un call center che gli imponeva orari assurdi, con turni notturni che non le consentivano una vita normale. Ma quel fine settimana lei compiva trent’anni e non aveva potuto impedire loro di venire. Anche per fargli finalmente conoscere questo misterioso Michele. Che poi sarei stato io. E così mi trovai a passeggiare per il lungomare di Ostia, mano nella mano con Carla che se fosse stato possibile era ancora più bella di quanto ricordassi. E mi piaceva molto quella scena. Mi piaceva prendere l’aperitivo in quel baretto con il sole di maggio che già abbronzava e il profumo del mare portato dal vento. Mi piaceva chiacchierare con suo padre e mi piaceva il modo in cui ci guardava sua madre.

Stava andando tutto alla grande. Finito il pranzo la madre di Carla si alzò per andare in bagno, quando si avvicinò al nostro tavolo un coatto che forse avevo anche già visto da qualche parte. Quel che è certo è che lui avevo già visto la mia improvvisata fidanzata e con fare mellifluo cominciò a fare allusioni, neanche troppo velate, alle presunte abilità di Jenny. In altre situazioni avrei risposto a muso duro, pretendendo delle scuse. O forse avrei fatto qualche battuta ironica, consigliando il tipo di evitare l’alcol, se gli provocava dei palesi fraintendimenti come quello lì. Il problema è che non avrei potuto pretendere delle scuse, né mi venne alcuna battuta ironica. Così mi limitai ad alzarmi e a colpirlo con una capocciata sul naso, facendolo stramazzare al suolo. Nel parapiglia seguente Carla prese i suoi e uscì in fretta e furia, mentre io allungai un po’ di soldi al proprietario del ristorante per calmare la cosa.

Scusatemi, ho perso la calma. Mi dispiace che quest’episodio ci abbia rovinato questa bellissima giornata, dovevano essere le mie scuse, mentre in macchina riportavamo i suoi alla stazione dei pulmann. Michele, non devi scusarti. Anzi, oggi sono più tranquilla perché abbiamo visto quanto ci tieni a nostra figlia, rispose la mamma, chissà quanto convinta di quello che aveva appena detto. E se già non avessimo avuto dubbi sulla reale percezione di quella giornata, l’ultima pulce la piazzò il papà, al momento dei saluti, Carla hai notato che quell’ubriaco, scambiandoti con chissà chi, ti ha chiamato Jenny. Ma non era il soprannome che usavi a scuola? Che strana combinazione.

Mi dispiace, provai a dire quando rimanemmo soli. E di cosa? Devo ringraziarti invece, non capita spesso che qualcuno sia disposto a prendere le mie difese, sei stato un fidanzato perfetto. Anzi, in questa recita sei stato un attore perfetto per i miei, ma almeno ora loro sono tranquilli. Peccato fosse solo una recita... Mi piaceva come mi guardava mentre lo diceva, mi piaceva da morire e improvvisamente capii perché  la nostra storia si era interrotta.  Non era vero che non avevo avuto fiducia di lei. Jenny, anzi Carla meritava qualcosa di meglio di quella vita. Ma finché si accontentava di essere una puttana, probabilmente si sarebbe accontentata anche di uscire con me. Il salto di qualità che l’avrebbe portata via da quel locale, inevitabilmente l’avrebbe anche portata via da me. Ero scappato perché non mi fidavo. Ma non di lei. Non mi fidavo di me.

Ma tu domenica prossima ci torneresti al mare con me?

Avatar di Sconosciuto

The perfect day

Tenere stretti

Il giorno perfetto cominciò con il cielo azzurro e l’aria ancora tiepida di fine estate.

A dire il vero cominciò con un nodo ad una cravatta grigia, così bella che faceva quasi sembrare bello anche me. Un viaggio in macchina nel verde della Sabina con tanto di fratello autista e dolce accompagnatrice (che, guarda un po’, sarebbe diventata la madre dei miei nipoti!).

Nel giorno perfetto c’erano proprio tutti: amici, parenti e conoscenti. Lei arrivò puntualmente con un’ora di ritardo e così cominciammo nell’ora più breve, ma più intensa, quando il tempo si fermò mentre i miei amici cantavano così bene che avrebbero fatto impallidire Gen rosso e Gen verde messi insieme.

C’erano molti preti e tutti dissero cose carine (a parte forse Paolo, che deve sempre fare lo spiritoso, ma noi gli vogliamo bene per quello), Giancarlo disse la cosa più bella. Disse che nel giorno perfetto, proprio in quel giorno lì, la storia del mondo andava avanti e acquistava un pezzetto in più. Perché la storia quella vera, non quella che si studia a scuola, è fatta di tutte le storie d’amore che si susseguono nella scena del mondo.

E poi, nel giorno perfetto, ce ne andammo io e lei da soli (la fotografa sembrava lì per caso, quasi facesse parte della coreografia) in un paesino quasi disabitato, tra vecchi casolari, fiori e scale in pietra. Tornati indietro tutti ci aspettavano con i bicchieri in mano: si mangiò e si bevve a profusione, altrimenti che giorno perfetto sarebbe stato? E poi il viaggio di ritorno con l’amico fraterno a fare da autista (che fico avere l’autista!) per preparare gli ultimi dettagli per il viaggio. Il viaggio perfetto, ovviamente.

C’erano tutti quel giorno, tutte le persone importanti, tutti quelli che dovevano esserci, parecchi dei quali non ci sono più. Ma c’erano nel giorno perfetto e questo non potrà togliercelo nessuno. C’erano ed erano felici. Sì, non credo proprio di sbagliare dicendo che erano davvero tutti felici nel giorno perfetto. E sì, va be’, poi arriveranno i figli, altre gioie, lo scudetto della Lazio, ce ne sarebbero stati di altri giorni felici. Ma oggi, esattamente vent’anni dopo, posso essere certo che quello, lui e solo lui, fu il giorno perfetto.

Avatar di Sconosciuto

Quando la tempesta sarà finita

images

Rompersi un osso è – lapalissianamente – un’esperienza traumatica.

Già quando era appena successo, sotto i fumi della morfina, avevo buttato giù qualche considerazione che andava al di là del mero fatto fisico (se ve l’eravate persi, esattamente qui). Perché in effetti la rottura ha in sé dei significati che vanno al di là, che metaforicamente alludono a situazioni diverse.

Quando qualcosa si rompe, rimani sempre senza parole. Fino a quel momento ci contavi, pensavi di poterci fare affidamento. Lo davi per scontato. Per questo può succedere che tu abbia esagerato, che anche involontariamente l’abbia caricato di troppi pesi, troppe responsabilità. In questi casi la rottura è preceduta da qualche scricchiolio, da qualche segnale di insofferenza. Che dovresti essere bravo a cogliere (se solo fossi meno distratto da tutto il resto, se solo fossi capace di concentrarti su quello che il mondo ti vuole dire).

Altre volte invece la rottura avviene in modo del tutto inaspettato. Senza alcun avviso. Dal tuo punto di vista anche senza alcuna ragione. Ma chi l’ha detto che ci debba sempre essere una ragione? In ogni caso sei lì, perso in tutt’altri pensieri, e lui si rompe. A quel punto è chiaro che forse la tua fiducia era stata mal riposta e sarai costretto a rivedere qualcosa. La miglior cosa di una giornata sbagliata è sapere che non sarà passata invano. Sapere che quando sarà finita tu avrai un giorno in più, non sarai più lo stesso e soprattutto ne avrai preso coscienza. Da domani saprai meglio su chi e su cosa contare.

Avatar di Sconosciuto

Piovono estrogeni (test-minchionfemminista)

Lo so, lo so! Avevo detto basta test. Avevo detto che ormai l’estate era finita. Pensavo che nessuno (a parte il solito Zeus che dall’alto del suo Olimpo non ha una beneamata cippalippa da fare) avesse più tempo per Settimane Enigmistiche o test minchioni. Ma come rimanere indifferente al grido che come un sol uomo (?), le mia amiche blogghettare mi hanno lanciato, per avere una versione femminile del test per scoprire la propria personalità nascosta? No, non potevo rimanere indifferente a cotante richieste. E quindi ora, beccatevi anche questo (poi però basta eh!)


1. Per fare colpo gli racconti:

A – Che da piccola giocavi a pallone e ti eri innamorata di Burnich

B – Che conosci tutti i testi delle canzoni di Baglioni a memoria

C – Che su What’up sai scrivere 380 caratteri al minuto, compresi gli smile

 

2. Lui è in macchina sotto casa tua. Stai scendendo, la tua preoccupazione:

A – Oddio, mi si sono smagliate le calze

B – Oddio, mi sono scordata gli assorbenti

C – Oddio, ho finito il fondo tinta

 

3. A prescindere dalla risposta precedente, come superi la preoccupazione che hai avuto?

A – Lo chiamo e gli dico di andare subito a comprarli, mentre finisco di prepararmi, giusto due minuti e scendo, sicuro sono quasi pronta

B – Ho un mal di testa lancinante ed improvviso. Ci vediamo domani.

C – Sticazzi, tanto non gliela do

 

4. Omo de panza…

A – Deve andare in palestra

B – Poverino, avrà avuto un trauma infantile che insieme riusciremo a superare

C – Sai quanto suda…per carità!

 

5. Il tuo ideale di uomo

A – Ama il sapone

B – Ama farti regali

C – Ama starti a sentire

 

6. Ti fa arrabbiare se

A – Non si accorge che sei stata dal parrucchiere

B – Si scorda il tuo compleanno

C – Non apprezza la tua cucina

 

7. La tua scusa più improbabile

A – Certo che mi è simpatica tua madre, è solo che sono allergica al suo profumo

B – Certo che ero pronta, solo che mi sono arrivate quelle 7 o 8 telefonate e allora…

C – Certo che non ha salutato me, non hai visto che era strabico?

 

8. Devi conquistarlo, lo inviti a casa tua e

A. Gli apri la porta vestita come Crudelia De Mon

B. Gli fai trovare un maxi schermo per vedere la finale di Champions

C. Gli prepari una cena con i fiocchi

 

9. La tua paura più grande

A – Le sue ex

B – La sua squadra di calcio

C – Sua madre

 

10. La tua fantasia proibita

A – Vestito da Batman

B – Vestito da topolino

C – Vestito da Orso Yoghi

 

A. Cat Woman. Ammaliatrice. Sei una Femme Fatale, sicura di te e delle tue capacità. Tendi a prendere l’iniziativa, convinta che oramai non esistono più i ruoli tradizionali. Da piccola ascoltavi Cindy Lauper e non hai più smesso di darle retta. La tua più grande paura è la noia. Ma anche il brutto tempo nel week end riesce a metterti di cattivo umore. 

B. Crocerossina. Ambivalente: da una parte ritieni gli uomini esseri inferiori, deboli e soggetti a malattie. Creature da accudire e coccolare. D’altra però c’è una vena di irrequietezza, di passione, di film erotici anni 60, che scorre sotterranea dentro di te. E quando le lasci libero sfogo, allora riesci a stupire, perfino te stessa. 

C. Cedrata Tassoni. Tradizionale, affidabile, ma nello stesso tempo effervescente. Inutile nasconderlo, il tuo ideale è la villetta con giardino, da riempire di bambini. Prima, ovviamente, un bel matrimonio in bianco. Adori i particolari, tutto dev’essere fatto esattamente nei modi e nei tempi che stabilisci tu. Ascolti anche le opinioni altrui. Soprattutto quando collimano con le tue!

Avatar di Sconosciuto

Che uomo sei? Test minchion-sciovinista

L’estate sta finendo, domani se ne va…ma oggi, nonostante questo tempo di merda che sembra di essere a Bankok, nonostante questo gesso sia sempre più insopportabile, oggi ragazzi è ancora estate. E S T A T E!!! E state lieti allora! Andate a ballare, ubriacatevi, fate l’amore. Ma soprattutto, sparatevi quest’ultimo test minchione (Zeus, io la mantengo le promesse!) che poi se ne riparlerà l’anno prossimo!

 

1. Per fare colpo gli racconti:

A – Il finale del Signore degli anelli

B – La formazione dell’Italia che vinse i mondiali nell’82

C – Che i maiali hanno un orgasmo che dura 30 minuti

 

2. Tu sei in macchina sotto casa sua. Lei sta scendendo, la tua preoccupazione:

A – Oddio, mi sono ho scordato i soldi!

B – Oddio, mi sono scordato il roll on per le ascelle

C – Oddio, mi sono scordato i preservativi

 

3. A prescindere dalla risposta precedente, come superi la preoccupazione che hai avuto?

A – Sticazzi, ce li avrà lei

B – Sticazzi, l’omo ha da puzzà

C – Sticazzi, tanto non me la dà

 

4. Ogni lasciata…

A – E’ persa

B – E’ da consolare

C – E’ una scassaminchioni

 

5. Il tuo ideale di donna

A – Non teme parcheggio

B – Non teme ceretta

C – Non teme alcol

 

6. Siamo tutti sportivi

A – Con i tuoi sbalzi d’umore batteresti il record di salto in alto della Simeoni

B – No, non sei permalosa e chi dice il contrario non sa distinguere Fiona May da una ragazza di colore

C – Ma no, non hai i piedi freddi. Solo se li avesse così anche la Kostner eviterebbe di mettersi i pattini

 

7. La tua scusa più improbabile

A – No, non sono miei, quei peli sul bidet li avrà portati il vento

B – Avevo buttato la mondezza, lo giuro: casa nostra è infestata dai Gremlins e l’hanno riportata su per dispetto

C – Ma no che non ha salutato me, non hai visto che era strabica?

 

8. Devi conquistarla, organizzi sotto casa sua una serenata e le canti

A. L’inno dei Boy Scout

B. Sono un pirata e un signore di Julio Iglesias

C. Gli stornelli romani (magari evitando i numeri delle osterie)

 

9. La tua paura più grande

A – L’eiaculazione precoce

B – Il preservativo bucato

C – L’alito pesante

 

10. La tua fantasia proibita comincia con la C

A – Vestita da Crocerossina

B – Vestita da Catwoman

C – Vestita da Cedrata Tassoni

 

A. L’Orso Yoghi. Un orsacchiotto tenero e coccolone, premuroso e un po’ letargico. Sei un diesel, hai bisogno di tempi lunghi, conquisti con tenacia, senza lasciarti scoraggiare dalle difficoltà del percorso e da qualche buca imprevista. Sei Yoghi, ma ricordati che in fondo dentro di te batte un cuore da orso! E allora coraggio. Anche perché, lo dice pure il proverbio, quando l’orso bramisce, ogni resistenza svanisce!

B. Batman. Intrepido e tenebroso. Te ne vai in giro in calzamaglia, vestito da pipistrello e ti credi di essere un eroe. Ma che te fumi? Con te di certo non ci si annoia. Tutto nasce quando da piccolo ti dissero “Americà, facce tarzan” e tu ti buttasti in quella fontana. Insomma, vedi troppo film. Ti salva solo un fatto: le donne amano gli uomini che le fanno ridere. Anche se tu le fai ridere a tua insaputa.

C. Topolino. Brillante, erudito, affidabile. Un po’ scassaminchioni a dire il vero, ma insomma, nessuno è perfetto. Su di te ci si può contare e questo le donne lo sanno. Inoltre anche la cultura ha il suo fascino. Ma siamo sicuri che recitare versi del Kamasutra in sanscrito originale sia il miglior uso che si possa fare di quel libro?

Avatar di Sconosciuto

Doveri dov’eri? (reprise by Gintoki)

(questo post nasce e proseguo da qui http://shockanafilattico.wordpress.com/2014/09/19/obbligo-dopo-il-semaforo-doveri-doveri/)

Doveri dov’eri? Ma dove vuoi che fosse? Il signor Doveri se ne sta in quella torre isolata in un angolino del cranio in cui lo releghiamo. Chiuso tutto il giorno gira e rigira in quella stanza due metri per due e urla, urla (che cazzo ti urli? mi verrebbe da chiedergli). Il suo intento è quello di svegliare quell’orso del Senso di Colpa.

A volte quello si gira dall’altra parte, lo manda affanculo e si rimette a dormire. O almeno ci prova, ma il più delle volte ormai il sonno è passato e quindi si tira su, prende la sua mazza e comincia a picchiare forte sul suo disco di bronzo. Sbrang, sbrang, sbrang…e così si presentano all’appello del gong quella baffona della signora Opportunità, accompagnata dalla sua amica zitella, Buone Maniere e da sua sorella la pelosissima Riconoscenza.

Tutti insieme prendono il neonato – che in realtà ancora forse deve nascere – e lo rapiscono. Lui se ne stava lì beato sulla spiaggia, ingenuo ed incosciente affacciato al mare della spontaneità, pronto a prendere il largo, ma il signor Doveri urlava, il Senso di colpa si è svegliato, e quelle tre grandissime zoccole se lo sono portato via, con intenti non proprio casti.

Sorrido pensando alla mia zingarella che in questi giorni, all’angolo fra via Statilia e Via Emanuele Filiberto, si chiederà che fine io abbia fatto. Va be’ dai, lava ‘sto vetro! Lo vedi anche tu che è già pulito, ma tanto lo sai che con me non devi neanche chiedere. Penso a lei e a me e mi viene un po’ da piangere. Ma come cantano i Cure, i ragazzi non piangono.

Avatar di Sconosciuto

Nessuno mi può giudicare

E così l’altra sera ci siamo rivisti “Nessuno mi può giudicare”. Al di là della bravura degli interpreti (la Cortellesi mi fa morire, la adoro), al di là che conosco lo sceneggiatore dai tempi della scuola, il film è una simpatica favola metropolitana, che però lancia un sasso, senza neanche nascondere la mano.

La questione è vecchia come il mondo. Le situazione avverse, la necessità di dover provvedere a persone care che dipendono da te, la dura legge della sopravvivenza…quali sono le circostanze che giustificano l’abbassamento dell’asticella che regola ciò che è lecito, da ciò che non lo è? Detto in altri termini, quale fine giustifica l’utilizzo di mezzi disonesti o comunque scorretti? E non parliamo di cose leggere. Non pensate che so, se sia lecito segnare con una mano come Maradona, oppure se sia permesso soffiare la fidanzata a qualcuno inventando chissà che storia. No, qui la protagonista si ritrova vedova in mezzo ad una strada, piena di debiti, con un figlio da mantenere. Così decide di prostituirsi. Il resto se vi va vedetelo!

Anche perché, in maniera un po’ piaciona, un po’ paracula, alla fine il film sposta l’attenzione (come già si dice nel titolo) sul fatto del giudizio. Sul perbenismo, di fronte alla sincerità dei sentimenti. E su questo penso si possa raggiungere una certa uniformità di opinione. Giudicare è sempre sbagliato. Sempre. In assoluto quando non conosciamo a fondo le situazioni (e chi può essere certo di conoscerle a fondo?), ma direi anche quando le conosciamo per bene in tutti i risvolti. Asteniamoci dai giudizi. Se non altro perché non si sputa in cielo, senza che…

Ma tralasciando quest’aspetto. Mettiamo conto che nessuno sia lì a giudicarti. Il problema è tuo. Tuo e della tua coscienza. E’ con lei che devi valutare la giusta causa, devi capire se c’è un buon motivo, che ti porti a compiere un’azione sbagliata. E in questo (non che avrebbe dovuto), il film non mi ha mica convinto. Come scrivevo in un post precedente (non lo cito se no la Pellona mi strilla, che dice che mi autocito troppo spesso) continuo a pensare che il perché (i motivi, la cause, le intenzioni) delle azioni sia sopravvalutato. I perché se le porta via il vento. Quello che resta sono le cose che fai e soprattutto le conseguenze di quello che fai.

Potrò comprenderlo il tuo perché. Potrò forse anche giustificarlo (io poi sono un cultore della materia, un giustificatore nato). Potremo valutare insieme quanto fossero dure, spietate, insensate le alternative. Potrò addirittura condividerne con te il peso, facendo sì che sia anche un po’ mio. Potrò astenermi da ogni tipo di giudizio. Ma questo non cambierà di una virgola la questione. Perché le cose sbagliate restano sbagliate. E nessun “perché” le rende meno sbagliate.

 

Nessuno_mi_puo_giudicare_2011

Avatar di Sconosciuto

Un anno di Blog

L’uomo scrive soltanto perché si tormenta, perché dubita e perché deve continuamente dimostrare a se stesso e agli altri che davvero vale qualcosa. Ma se sapessi con certezza di essere un genio…perché dovrei continuare a scrivere? Me lo sa dire perché? (dal film “Stalker” di A. Tarkovskij)

WordPress ci tiene a farmi sapere che il mio Blog ha un anno. Effettivamente è così e tutto cominciò da qui  https://giacani.wordpress.com/2013/09/20/ed-ecco-a-voi-il-blog/. E come appunto scrivevo in quel primo post, aprendo un blog cercavo semplicemente un contenitore dove mettere dentro le cose che qui e là mi capitava di scrivere. Ovviamente pensavo che con un blog avrei scritto. In realtà ho anche (anzi, soprattutto) letto. Pensavo di farmi conoscere. In realtà, molto di più ho conosciuto. E posso dire di aver conosciuto persone straordinarie: sono nate delle belle amicizie, ho vinto dei premi (più d’uno abbastanza farlocchi, a dire il vero!), mi sono divertito e mi sono commosso. Mio malgrado sono addirittura riuscito a litigare. Insomma, fermo restando che la vita vera è altrove, quest’angolo virtuale è stata una piacevole scoperta, che è andata anche al di là delle aspettative.

Un anno può essere tanto o poco, comunque può essere un’occasione per fare un bilancio. In quest’anno sono saliti a bordo del blog oltre 180 viaggiatori abituali e ci sono state oltre 13 mila visite, più di mille al mese. Non so se sia poco o tanto, né mi interessa saperlo. Spero solo che siano state visite piacevoli. Scorrendo nelle statistiche i termini di ricerca attraverso i quali si è arrivati al blog debbo dire che mi viene qualche dubbio sulla  sanità mentale dei miei lettori. In assoluto mi piacerebbe sapere cos’avesse fumato chi ha digitato “ricevere una testata contro un muto potrebbe essere pericoloso?” Perché uno dovrebbe farsi una domanda simile? Perché cercare nel mio blog una risposta? Ma soprattutto perché dare una testata ad un muto? Forse perché tanto, poverino, non può urlare? Sarei altrettanto curioso di sapere per quali strane vie telematiche chi ha digitato “strani modi per cunnilingus” sia arrivato al mio blog. Non mi pare di essermi mai seriamente applicato su questa tematica, né tantomeno di poter fornire chissà quali segreti. Mah, che dire? Grandi domande senza risposte!

Ci sono lettori affezionatissimi che non si perdono un post e quelli da una botta e via. La bellezza di questo tipo di comunicazione è forse proprio nella massima libertà che concede a chi scrive e a chi legge di esserci o no, mostrarsi o rimanere un passo indietro. Ci sono stati post molto apprezzati, altri molto meno. Alcuni con molte letture, altri quasi ignorati. Anche per chi scrive non sono stati tutti uguali. Non vale il detto “ogni scarrafone è bello a mamma sua”. O comunque, qualcuno è più scarrafone di altri. Alcuni post sono venuti fuori di getto, quasi a voler fissare su carta un’emozione. Altri sono stati più ragionati. Qualcuno è stato scritto quasi fosse una lettera personalizzata in cui solo il destinatario aveva tutti i codici di lettura, altri erano rivolti quasi solo a me stesso. Alcuni mi hanno aiutato a ricostruire ricordi, fissandoli in maniera chiara, altri sono stati liberi sfoghi della fantasia. Molto spesso il blog è stato semplicemente lo strumento per fare una delle cose che mi viene meglio. Il minchione!

In conclusione, parafrasando il mitico Woddy Allen sarei già molto soddisfatto se qualcuno, leggendo queste righe, pensasse fra sé…”be’, certo, non sarà Le anime morte di Gogol, però è un bel blog”.

Avatar di Sconosciuto

Ritornerò, in mutande da te

Come il mio amico Gintoki ho deciso deliberatamente di appioppare una bel titolo fuorviante a questo post. Ma non per scatenare pruriginose curiosità, come biecamente usa fare quel gattaccio di cui sopra per attrarre gatte curiose nella sua tana. No. I motivi sono altri. Il titolo dev’essere per forza fuorviante, perché per raccontarvi quello che mi è capitato in questi ultimi 3 giorni avrei dovuto ammorbarvi con un post davvero, ma davvero noioso.

Ad esempio avrei potuto scrivere sulle coincidenze che ci portano ad essere nel posto sbagliato al momento sbagliato. Vi avrei potuto raccontare di come le circostanze a volte si alleano per danzare intorno a noi, invitandoci ad un ballo a nostra insaputa. Un ballo che inevitabilmente si conclude con un bel capitombolo che ci fa ritrovare con il culo per terra.

Altrimenti avrei potuto intrattenervi sulla fugacità del tempo che passa. Sul fatto che, ahimè, a vent’anni un contrasto come quello l’avrei retto molto meglio e che vuoi o non vuoi, puoi pure continuare a pensare di avere vent’anni. Puoi anche provare a raccontarlo in giro. Ma alla fine della fiera, i muscoli, le ossa, i legamenti ti portano il conto.

Oppure avrei potuto scrivere questo post incentrandolo sulla nostra lapalissiana fragilità. Sul fatto che siamo esseri complessi, articolati, interconnessi, ma sostanzialmente fragili. E basta un nulla, veramente un nulla e fai crack. Anzi, per essere precisi, il rumore che ha fatto l’altra sera il mio perone è stato più uno “strap”, manco fosse stato una pagina di un libro, ma non stiamo qui a sottilizzare.

Avrei anche potuto testimoniare che poi, al momento del bisogno, ognuno di noi tira fuori risorse che nemmeno lontanamente pensava di avere. E se un fifone ipocondriaco come me riesce a non svenire mentre due energumeni gli raddrizzano un piede che ha deciso momentaneamente di andarsene per conto suo (dopo il suddetto strap), allora davvero possiamo fare qualsiasi cosa. Se escludiamo quindi la paura che il cielo ci cada in testa, non dobbiamo temere proprio un bel niente.

Forse avrei anche potuto dire che arrivare in un Pronto Soccorso in calzoncini e maglietta da calcio, mentre c’è gente che soffre per malattie serie, incidenti veri, ti può portare a rivedere la considerazione che hai di te stesso.

Oppure avrei potuto dare una testimonianza. Sono ormai più di 10 ore che mi stanno sparando direttamente in vena la morfina. E allora, visto che non ho sonno, ho pensato fra me e me….”ma se Verlaine, Rimbaud e tutti quei poeti francesi ricchioni scrivevano così belle poesie sotto l’effetto di questo derivato dell’oppio, vuoi vedere che mi ci scappa pure a me un bel post di quelli gagliardi?” Niente da fare, la morfina non aiuta!

Infine avrei potuto dirvi che la prospettiva di tre mesi di inattività ti spalanca la porta su una realtà alternativa. Ti fa capire che in fondo pianificare, organizzare, affannarsi è davvero il segno più evidente di quanto siamo folli. Di come rischiamo di buttare nel cesso la vita, sprecandola in progetti, quando sarebbe certamente meglio viverla e basta, senza troppe seghe mentali.

Insomma, avrei potuto dirvi tutte queste cose. Ma in realtà quello a cui davvero tenevo era ribadire una cosetta semplice semplice. Una cosetta che volevo dire prima di tutto a me stesso, dovesse passarmi di mente. Tornerò a giocare a calcetto. Nonostante forse non ne abbia più l’età (e il fisico). Tornerò a farlo perché, nonostante siamo fragili, nonostante abbiamo paura, nonostante i progetti, il tempo che passa, nonostante tutto questo, la vita va vissuta fino in fondo. E fino a prova contraria, tirare calci ad un pallone resta una delle cose più belle che si possa fare su questa terra.

Avatar di Sconosciuto

Tu sei la mia persona

In fondo si tratta semplicemente di credere in qualcosa che non si vede. Le storie che raccontiamo, quelle che scriviamo, le storie in cui vogliamo credere e quelle che inventiamo di sana pianta. Tutte le storie sono eteree e impalpabili, ma non per questo non sono reali. Anzi, sono assolutamente reali. Dicono che l’amico, la persona che ti vuole bene, è quella che ti apre gli occhi, quella che ti sta vicino e ti aiuta a scegliere bene. E sì, forse è così. Ma l’essenziale è altro.

L’essenziale è avere la speranza di farcela. Nessuno ne ha la certezza, tranne forse quei gran culi che vincono le lotterie. Ma se non hai in tasca un biglietto vincente o un sei al superenalotto, se non vivi nelle favole, ma nella realtà, allora devi solo avere la forza per sperare. E questa sì, certo, ce l’hai dentro, la costruisci negli anni, compiacendoti delle vittorie e rialzandoti dopo le sconfitte, ma non basta. Non può bastare. Devi avere anche qualcuno che la condivida con te. Devi avere qualcuno che ci creda con te.

E non è nemmeno un discorso di verità o bugia. Non conta davvero se pensi seriamente che sia così o invece hai forti dubbi. No, non è quello. Ciò che resta, alla fine della storia, è che tu riesca a sostenere questa speranza, a dargli forza, a farla crescere, a spingerla in avanti quando da sola non ce la fa. A soffiargli vento se c’è bonaccia, in modo che le vele riprendano forma, a dargli una spinta se il motore si è inceppato, così da farlo ripartire. Non si tratta di credere nelle favole. La realtà è molto più brutta della favole. E’ molto più triste e drammatica. Ma anche molto più ironica. Molto, molto più ironica. Per questo si tratta semplicemente di credere che possiamo farcela. E di avere qualcuno che ci aiuti e ci sostenga in questa speranza.

Per questo forse un amico normale non ti basta mica. E nemmeno l’amore ti basta, perché forse non è la persona amata che riesce a fare questo. Non si può fare tutto e non si può essere tutto nella vita degli altri. Per questo devi trovare la tua persona.