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La coerenza di Mara

Solo gli stupidi non cambiano idea. E infatti la coerenza va bene, ma se al mutare delle situazioni rimaniamo fermi sulle nostre posizioni rischiamo di essere stupidi invece che coerenti. Accettare i cambiamenti, modificare le nostre idee, il nostro modo di vivere e di pensare, assecondarli ed insieme guidarli per non lasciarsi travolgere, questo dovremmo fare.

Ieri in Senato alla votazione per istituire una commissione contro l’antisemitismo e l’odio razziale il centro destra (ormai sempre più sinistro) si astenuto in modo compatto. Unica voce fuori dal coro Mara Carfagna, che ha dichiarato di non riconoscersi più in Forza Italia, colpevole a suo dire di aver tradito i valori fondanti quel partito. Chissà a quali valori e a quali altri esponenti del suo partito si riferisce: francamente non ricordo campioni dell’antisemitismo o più in generale impavidi difensori dei diritti sociali e delle minoranze fra quelle file, ma forse ricordo male.

E torno alla riflessioni iniziale. Ci piace guardarci allo specchio ed essere soddisfatti della nostra coerenza, ci piace pensare che i fatti e le circostanze non hanno cambiato le nostre convinzioni. Ma quando succede che qualcuno le intacca, possiamo avere la tentazione di trovare una comoda via d’uscita negando la realtà dei fatti, interpretandola come meglio ci pare: l’amico che ci delude perché è cambiato, l’azienda in cui lavoriamo che non è più la stessa, il nostro partito in cui non ci riconosciamo più. A volte per cercare di rendere accettabile il cambiamento, stravolgiamo la realtà. Perché invece ammettere di aver sbagliato è dura. E’ dura ammettere di essersi sbagliati su qualcuno, è doloroso riconoscere di aver preso un abbaglio, di aver frainteso completamente la vera natura di una persona o una situazione. Ma non c’è altra via, se vogliamo crescere. Altrimenti restiamo convinti che la realtà si possa modellare a nostro piacimento con una bacchetta magica. O con un colpo d’aria.

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Chi l’ha detto che non sarà proprio così?

“Alla morte si pensa continuamente, per tutta la vita, ma mai nello stesso modo: difficile ricordare tutte le forme e i paesaggi e i colori che ha preso dentro di noi l’idea della morte nel corso degli anni e tutti i sentimenti che ha destato nel nostro animo; è l’idea più mutevole che si possa avere; non c’è niente in noi che sia mutevole come l’idea della morte.

A volte pensiamo che ci sarà, dopo la morte, un’altra vita. Ascoltiamo quello che dicono gli altri. Alcuni dicono che dopo morti ci si trasforma in cani o in gatti o in altri animali; non ci dispiacerebbe, perché così potremmo continuare a frequentare la gente e la terra. Molto meno saremmo contenti di diventare degli alberi, perché gli alberi stanno immobili e noi temiamo, nel raffigurarci l’altra vita, sia il troppo moto sia l’immobilità.

Quando pensiamo all’altra vita, abbiamo una gran paura di sentirci lontani dalla terra e sfaccendati, senza niente da fare; non avremo più niente di quello che ci rende oggi l’esistenza così schifosa e insieme a modo suo allegra, calda e marcia e brulicante come ogni cosa vivente; non avremo più i mille interessi pettegoli e stupidi in cui ci troviamo a impicciarci, provandone ribrezzo e piacere; ci chiediamo se ci sarà consentito, da morti, cacciare ancora il naso nei fatti della terra o se invece saremo non più impiccioni ma asettici, indifferenti e severi.

Forse ci toccherà, dopo morti, vagabondare senza tregua nell’aria. Quest’idea ci affatica e ci spaventa perché pensiamo che saremo presto annoiati e stanchi. Ci chiediamo se potremo aver con noi almeno una sedia. Vediamo lo spazio disseminato di sedie, con aggrappati altri esseri costretti come noi a ruotare nello spazio senza riposo.

Altre volte pensiamo che la morte darà riposo. Immaginiamo allora la morte come un piccolo paese, o come una piccola casa o una stanza. Qui abiteremo per sempre, con tutte le persona che abbiamo amato. Delle diverse idee che abbiamo sulla morte, questa è l’idea che più di tutti ci è cara. Il vero riposo è stare sempre con le persone amate. E perché non potrebbe essere così la morte? Chi l’ha detto che non sarà proprio così?”

Natalia Ginzburg

 

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Per sconfiggere Amalek

Non dipende tutto da noi. L’impegno che ci mettiamo, il futuro che proviamo a delineare, gli obiettivi da individuare, i risultati da raggiungere, le aspettative che gli altri ripongono in noi, la stanchezza con cui convivere, i nostri desideri più profondi, le paure da sconfiggere, le delusioni con cui fare i conti. Non dipende tutto da noi.

Eppure, per altri versi, tutto è nelle nostre mani. L’impegno che ci mettiamo, il futuro che proviamo a delineare, gli obiettivi da individuare, i risultati da raggiungere, le aspettative che gli altri ripongono in noi, la stanchezza con cui convivere, i nostri desideri più profondi, le paure da sconfiggere, le delusioni con cui fare i conti. Tutto è nelle nostre mani.

Dobbiamo semplicemente fare i conti con questo dato di fatto. Non dipende tutto da noi, eppure tutto è nelle nostre mani e nella nostra capacità di crederci. Di credere che sia necessario e sufficiente il nostro impegno, il nostro alzare le braccia per arrivare al risultato. Ma nello stesso tempo nell’umiltà di accettare che senza l’aiuto di qualcuno queste braccia cadranno prima del dovuto e tutto sarà perduto. E alla fine, nella profonda saggezza di accettare che siamo come fili di rame su cui scorre energia, strade che portano ad una meta, strumenti per raggiungere obiettivi più alti. Solo così Amalek verrà sconfitto.

Allora Amalek venne a combattere contro Israele a Refidim. Mosè disse a Giosuè: «Scegli per noi alcuni uomini ed esci in battaglia contro Amalek. Domani io starò ritto sulla cima del colle con in mano il bastone di Dio». Giosuè eseguì quanto gli aveva ordinato Mosè per combattere contro Amalek, mentre Mosè, Aronne, e Cur salirono sulla cima del colle. Quando Mosè alzava le mani, Israele era il più forte, ma quando le lasciava cadere, era più forte Amalek. Poiché Mosè sentiva pesare le mani dalla stanchezza, presero una pietra, la collocarono sotto di lui ed egli vi sedette, mentre Aronne e Cur, uno da una parte e l’altro dall’altra, sostenevano le sue mani. Così le sue mani rimasero ferme fino al tramonto del sole. Giosuè sconfisse Amalek e il suo popolo passandoli poi a fil di spada.” (Es 17, 8-13)

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Resto umile

Per fortuna il mio razzismo non mi fa guardare
quei programmi demenziali con tribune elettorali

Ho avuto la conferma che c’è gente che pensa seriamente che alzare la voce sia risolutivo nelle discussioni. E poi ho constatato che qualcuno si angoscia, si incazza, perde la pazienza per questioni che hanno la stessa consistenza del pane carasau. Poi ce ne sono alcuni che pensano che assumendo un’aria truce ed arrogante riescano a farsi rispettare. Ed alcuni che gli vanno dietro come cagnolini scondinzolanti, sperando di raccogliere le briciole dalla loro tavola imbandita.

C’è chi si mette degli occhiali da sole
per avere più carisma e sintomatico mistero

C’è gente che ne fa una questione di principio. E alcuni persino ci perdono la salute. Alcuni bevono birra analcolica e fanno la carbonara con la pancetta invece del guanciale. Alcuni giudicano gli altri dal passato, piuttosto che dal congiuntivo e poi c’è gente che si scandalizza se vede due uomini che si baciano, mentre due uomini che si picchiano non gli fanno né caldo, né freddo. Alcuni hanno paura dell’invasione degli stranieri, ma hanno la badante rumena a casa con mamma, l’idraulico moldavo tanto bravo senza fattura, comprano la frutta dal bangladino e vanno a cena nei ristoranti cinesi.

Quante squallide figure che attraversano il paese 
com’è misera la vita negli abusi di potere

Ci sono persone che hanno una fortuna smisurata, vivono accanto a bellezze senza prezzo, ce le hanno sotto agli occhi ma non solo non riescono ad apprezzarle, forse nemmeno le vedono. Alcuni sono seriamente convinti che i soldi siano la cosa più importante, altri pensano che comandare sia meglio che fottere e poi ci sono persone che proprio non ce la fanno a volersi bene, ci provano eh, ma non ce la fanno. E quindi come potrebbero voler del bene a chi gli sta intorno?

Uh com’è difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore
in quest’epoca di pazzi ci mancavano gli idioti dell’orrore
Ho sentito degli spari in una via del centro 
quante stupide galline che si azzuffano per niente

E insomma ragazzi, io resto umile. Ma ammettiamolo, è veramente complicato. Resto umile, ma alzo bandiera bianca.

 

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Razzista a chi?

Chi frequenta da un po’ questo luogo virtuale sa come la penso riguardo le differenze razziali e soprattutto riguardo chi si lascia condizionare dal colore della pelle o dal credo religioso di qualcuno. Per chi fosse capitato qui per caso, lascio parlare il mio amico Jake

Odio i pregiudizi e ho una bassissima considerazione di chi si lascia condizionare da idee preconcette, da paure insensate o da valutazioni aprioristiche che non tengono conto della effettiva realtà di chi ci sta di fronte.

Premessa necessaria per spiegare come mi sono sentito ieri sera quando, parlando con l’Amministratore di condominio, sono venuto a sapere chi verrà ad abitare nel piano sotto a noi, nell’appartamento lasciato vuoto dopo la dipartita di una coppia di simpatici vecchietti. Domenica pomeriggio avevamo visto una ditta di traslochi che aveva appoggiato nell’androne dei materassi: qualcuno diceva quindici, altri venti, ma insomma una quantità davvero insolita. L’appartamento, affittato da una ditta edile il cui responsabile è il nipote dei precedenti proprietari, verrà abitato da otto (qualcuno dice dieci) operai egiziani, che lavorano appunto in questa ditta.

Mentre assimilavo questa informazione gli altri condomini urlavano allo scandalo, minacciavano ricorsi ai vigili, alla guardia di finanza ai Power Ranger ed io ho cominciato ad immaginare i prossimi mesi, l’odore di spezie che dalla loro cucina fluttuerà per le scale, l’aroma di cumino che pervaderà l’androne e stazionerà nell’ascensore, i canti e le feste notturne durante il Ramadan, mia figlia che torna a casa in tarda notte vestita come si vestono le belle fanciulle ventenni e quindi mi sono ricordato quello che diceva Bergonzoni. Non mi fa tanto paura il razzismo in sé, quanto il razzismo in me.

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Non hai niente che non va

Diglielo a tutti quelli che si atteggiano saggi e prudenti, che ti dicono che non è il momento giusto, che ieri era presto e oggi è tardi. A tutti quelli che sì però, una volta era diverso, una volta eri diverso, tutti quelli che non ti riconosco più.

A tutti quelli che perché non ti fai mai sentire, quelli che mi sembra che non ci sei anche quando sei qui. A tutti quelli che il problema non sei tu, quelli che ma mi stai ascoltando? A tutti quelli che ma il problema vero è un altro, quelli che tu non puoi capire.

A tutti i ricattatori affettivi, gli arrampicatori del cuore, a tutti quelli che ti giudicano senza capirti, quelli che non pensavo ti importasse tanto. A tutti quelli che ma che problema c’è? Quelli che danno consigli facili perché hanno soluzioni pronte.

A tutti quelli che ti danno per scontato, che minimizzano, quelli che non sono riconoscenti, perché non sanno riconoscere. A tutti quelli che sei così superficiale, a quelli che madonna mia quanto sei pesante. A tutti quelli che domani sicuro ti chiamo.

Devi dirglielo a tutti, devi urlaglielo in faccia. Ma soprattutto devi dirlo a quello che ti guarda dallo specchio ogni mattina. Tu non hai niente che non va. Non hai niente che non va.

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Quanto dura il sole a mezzogiorno

Si sente spesso dire che dovremmo imparare a vivere l’oggi, cogliendo ed assaporando le gioie del presente, senza farci catturare dalle ansie del futuro e senza cadere nella nostalgia dei tempi andati. La realtà è che nello scorrere del tempo la nostra mente, come un sole che parte ad est e finisce il suo percorso ad ovest, si sposta da ieri a domani con grande facilità. Il nostro sguardo fermo sul presente, come il sole perpendicolare a mezzogiorno, dura solo un attimo fugace. In ogni età il momento in cui viviamo è intrinsecamente legato al già vissuto e a quello ancora da vivere.

Da bambini, poi da ragazzi, siamo proiettati nel futuro, vorremmo bruciare le tappe. Vedo l’ansia di mio figlio che tra qualche mese diventerà maggiorenne, che ovviamente non vede l’ora di poter guidare la macchina o di firmare da solo le giustificazioni a scuola. Poi, passano gli anni, ci lasciamo alle spalle i vari traguardi, dagli enta agli anta e più o meno inconsciamente, cominciamo a ricordare e rimpiangere il passato, molto più di quanto ci proiettiamo nel futuro. Mio padre, novantanni suonati, vive giustamente nei suoi ricordi più belli e per quanto sia soddisfatto di quel che ha, nulla di quello che vive o che assapora, può essere paragonato con quello che fu. Su queste basi sembra quindi un’utopia riuscire a mettere da parte le speranze del futuro e le nostalgie del passato, per rappacificarci con il presente.

In realtà però che presente sarebbe se non avessimo più ricordi dei nostri ieri e speranze per il domani? Non sarebbe forse un oggi che non ha più nulla da dire? La verità è che il desiderio per quel che sarà e la dolce nostalgia di quel che è stato fanno parte integrante del nostro oggi, lo rendono più ricco, gli danno sapore, come la lontananza di un luogo o di una persona ce le fa apprezzare anche di più dell’averle sempre sotto mano.

Quest’inverno, prendendo spunto da alcune piccole cose, vi avevo raccontato come secondo me, mentre il mondo intorno a noi cambia rapidamente e radicalmente, quelli che restiamo uguali siamo noi stessi (per chi se lo fosse perso, lo potete leggere qui). Ne sono sempre più convinto. Aggiungiamo giorni, abbiamo nuovi ieri da ricordare e nuovi domani da aspettare, ma in fondo i nostri oggi sono sempre gli stessi. Dobbiamo semplicemente prendere coscienza che la felicità sta proprio qui.

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Bravi ma basta

Avete presente quando una cosa bella, una cosa che vi piace, una cosa che ritenete buona, a un certo punto esagera? Un po’ come dice il detto, “l’ottimo è nemico del buono“, oppure anche “il gioco è bello finché dura poco“. E’ vero, ci sono cose di cui non ci stancheremmo mai, cose che non ci saziano e di cui ne vorremmo sempre di più. Ma altre no. Altre cose o situazioni sono piacevoli nella misura in cui finiscono, perché, per quanto ci piacciano, per quanto le apprezziamo, dopo un po’, debordano, travalicano e ci fanno esclamare “bravi ma basta!”

Uno spiritual cantato da un coro Gospel è bello, direi anche molto bello. Il secondo ti fa cogliere elementi in più, con il terzo scopri che le parole si legano alla perfezione con la melodia. Al quarto cominci a sbadigliare guardando l’orologio. Al quinto valuti la possibilità di fingere un attacco terroristico per darti alla fuga. E potrei continuare con altri esempi musicali (avete presente una compilation degli Inti-Illimani?), oppure quelli culinari. Io adoro la carne, ma dopo 18 giorni negli Stati Uniti vi assicuro che anche un convinto carnivoro come me anelava un piatto di spaghetti al pomodoro!

Altro caso esemplare sono le cene da amici al termine delle quali questi ultimi, da buoni padroni di casa, vorrebbero allietare la serata con la proiezione delle foto delle vacanze. Oppure con il filmino del saggio di danza dei pargoli. Bravi eh, ma poi basta. Perché sì, insomma ci sono delle situazioni brutte – andare dal dentista – , ci sono situazioni belle – andare in ferie – a poi ce ne sono di belle, che quando finiscono diventano ancora più belle (un pranzo di nozze).

Ma non solo situazioni o oggetti. Il bravi-ma-basta è un principio che dovrebbe essere applicato alla vita di tutti i giorni ed anche alle grandi scelte della vita. L’altro giorno ad esempio Ale mi ha detto che ha conosciuto una coppia con 8 figli. Il più grande ha 9 anni. Ecco, bravi questi due genitori, bravissimi! Però…

E voi invece, cari lettori ermeneutici, in quali situazioni avete esclamato o solamente sospirato fra voi, un liberatorio “bravi, ma basta?” Su, forza, raccontate!

 

 

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Locke, l’Alzheimer, i ricordi e l’identità

Sabato scorso su Robinson, supplemento culturale di Repubblica, mi sono imbattuto in un bel articolo di Michela Marzano: “Chi siamo? No, chi amo”. Il tema era l’identità e la memoria. Partendo da Locke l’autrice contestava la tesi per la quale la nostra identità personale può essere ridotta e circoscritta alle nostre esperienze passate ed in particolare alla coscienza di esse. Corollario di questa tesi sarebbe la conseguenza per cui quando i ricordi di una persona svaniscono, scomparirebbe anche la sua identità personale. Ovviamente il riferimento neanche troppo velato è a malattie degenerative come l’Alzheimer, capaci di azzerare i ricordi di una persona e quindi di conseguenza la sua identità. “Non è più lui”, si sente purtroppo dire di chi, colpito da questa terribile malattia, non riconosce i propri cari, ma a volte neppure se stesso.

L’autrice dell’articolo contestava questa tesi partendo dal fatto che proprio nei malati di Alzheimer, laddove sono scomparsi tutti i ricordi, tutti i riferimenti, rimane però un legame affettivo con i propri cari. Una memoria non più intellettuale, ma basata sui sentimenti, che nulla può cancellare e che quindi sono la vera base della nostra identità.

Tesi affascinante, che però, per la mia personale esperienza con questo tipo di malattia, temo sia più una licenza poetica che non la descrizione della realtà. Certo, ci sono casi e soprattutto ci sono momenti in cui il malato di Alzheimer riesce ad avere un barlume di chiarezza, di coscienza di chi gli sta di fronte. Sicuramente ce ne sono. Come però ci sono fasi, anche lunghe, della malattia in cui non c’è nulla di tutto questo. E dunque, l’autrice ha torto e dobbiamo tornare a Locke e ammettere che un uomo senza memoria non ha più una sua identità? Io non lo credo affatto. Sono invece d’accordo con l’autrice del testo: non siamo solo i nostri ricordi, ma non solo e non tanto perché non ci sono solamente i ricordi intellettuali.

Se così non fosse, se avesse ragione Locke, il bambino appena nato, che oggettivamente non ha ricordi, non avrebbe un’identità. E quando nasce veramente l’identità? Quando si creano i primi ricordi? O non sono forse gli altri a crearci l’identità, riconoscendoci, prima ancora che noi conosciamo noi stessi? L’identità non è un percorso individuale, ma è indotto dall’interazione con gli altri. Quando ancora non abbiamo ricordi, la nostra identità è data da coloro che ci stanno intorno: per quanto possa sembrare paradossale l’io non è originario, ma scaturisce da un tu che per primo lo interpella, lo riconosce e quindi da il via al processo identificativo. E infatti a partire dal riconoscimento della madre, il bambino comincia a costruire la sua identità.

E perché allora non dovrebbe essere lo stesso nel caso in cui non ci dovessero più essere i ricordi delle esperienze passate. Non siamo solo i nostri ricordi e la nostra identità non si riduce alla memoria delle nostre esperienze passate, perché la nostra identità è relazionale, è l’insieme delle conoscenze, ma anche dei riconoscimenti che abbiamo “con” e “grazie a” gli altri. E questo è talmente vero che noi continuiamo ad essere e manteniamo una nostra identità persino quando non ci siamo più, nel ricordo delle persone che sono entrate in relazione con noi e preservano la nostra individualità.

Qualcuno che ci conosce prima (e meglio) di quanto noi non conosciamo noi stessi. C’è forse un modo più semplice per spiegare l’amore? E c’è un modo più bello per immaginare come sia la nostra relazione con Dio?  Chi ha detto che non potrebbe essere così? Chi ha detto che non sia esattamente così?

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L’altro non si sceglie, ci accade

Un dato di fatto sembrerebbe incontrovertibile: non siamo soli su questa terra. Dico sembrerebbe, perché in realtà invece alcuni (non facciamo nomi, ma penso che ognuno di noi, dentro questa categoria ci riconosca più di un conoscente) ritengono di essere, o forse meglio, si comportano come se, su questa terra ci fossero solo loro. Per questi individui gli altri ci sono – al massimo – in funzione di se stessi. Possono essere odiosi ostacoli da superare, fedeli servitori da utilizzare, comodi trampolini da sfruttare.

Ma in realtà sappiamo bene che non è così. Gli altri sono compagni di viaggio, fortemente voluti o più o meno occasionali, ma comunque viaggiatori come noi sulle stesse strade e sotto lo stesso cielo. Che siano scelti o dati dal destino, coloro che viaggiano accanto a noi scrivono con noi una storia, che potrà essere bello raccontare un giorno ai nostri figli, oppure al contrario, che sarà meglio dimenticare. In ogni caso quello che avremo viaggiato insieme nessuno ce lo potrà portare via. Perché come mi disse una cara e bella amica una volta, si possono riprendere solo le cose che si danno, ma non le cose che si fanno.

Mentre la modernità intende la responsabilità come l’atto di rispondere delle conseguenze delle proprie azioni, il Vangelo la interpreta come l’atto di rispondere all’altro che pure non si è scelto. Perché, appunto, l’altro non si sceglie, ci accade.
(Marco dal Corso, il Vangelo secondo Mafalda)

P.S. Mi attende un bel viaggio, stavolta non ermeneutico. Per un po’ non ci leggeremo, ma vi prometto fin d’ora un resoconto semiserio (ovvero minchione) con i controfiocchi appena rientrerò su questi lidi!