Deligere oportet quem velis diligere (M.T. Cicerone)
E’ bellissimo costruire castelli in aria. Alte torri di vorrei, imponenti mura di se fosse, ponti levatoi di potrebbe.
Bisogna scegliere chi si vuole amare, diceva il buon vecchio Marco Tullio. Ma è possibile? E’ davvero possibile indirizzare, incanalare, escludere? Sul serio siamo in grado di valutare, preferire, discernere?
Non sarà forse che invece è l’amore che sceglie per noi?
Love is the answer and you know that for sure Love is a flower, you got to let it, you got to let it grow
Io sono un uomo. Non sono più padre, non sono più figlio. Solo un uomo. Non ho niente da insegnare e niente da imparare. Devo solo trovare la chiave giusta per sopravvivere e per mantenere la mente sana, perché lo so che non c’è via di fuga.
Le cose non son mai state semplici per me, ma giorno per giorno mi ero costruito qualcosa di importante, un posto da poter chiamare mio. Non ci pensavo molto all’inizio, finché non ha cominciato a succedere troppe volte e così pian piano ho cominciato a scivolare, a vivere di giorno con la paura di cosa potesse succedere la notte.
Non ero preparato, anche se in fondo sapevo che prima o poi sarebbe successo. Ma non ero affatto preparato. Chi lo è? Sentii i rumori di sotto, avevo il cuore in gola, scesi senza guardare, ma sapevo cosa avrei trovato, sapevo cosa sarebbe successo. Quei rumori mi risuonano ancora nella testa, sempre, sempre, sempre. Li riuscite a sentire voi che mi condannate? Oppure voi che pensate di essermi d’aiuto difendendo quello che ho fatto?
Dicono che il tempo sia un gran guaritore, ma ora le mie ferite non sono le stesse di prima. Legittima difesa ha detto qualcuno, legittima difesa per paura. Ma la paura è un figlio illeggittimo, che ti ritrovi in casa e una volta lì non ti lascia più. Puoi provare a lasciarla fuori a dirgli “non sei mio figlio”, ma lei ritornerà, sempre la stessa, ma sempre diversa. E purtroppo sia chi mi accusa, sia chi mi difende, non riuscirà a portarmela via.
You’re no son, you’re no son of mine You’re no son, you’re no son of mine You walked out, you left us behind And you’re no son, you’re no son of mine
Mio padre, ad 88 anni suonati, si lamenta perché ultimamente dopo una bella camminata gli viene l’affanno. Del resto, da uno che recentemente diceva a mio fratello “speriamo di non diventare vecchi” (eh certo, come se l’alternativa fosse più attraente) cosa ti puoi aspettare?
La verità è che, come diceva quel gran saggio di Antonio de Curtis, ogni limite ha una pazienza. E con i limiti, soprattutto con i nostri, dovremmo avere molta pazienza. Anche perché, se non ce l’abbiamo noi, come possiamo pensare che ce l’abbia chi ci sta vicino?
E quindi, resta vero, come cantavano gli Eagles, che bisognerebbe sempre spingersi fino al limite spingendolo sempre più avanti, come nello sport, senza accontentarsi mai. Ma il limite esiste, non possiamo far finta del contrario. E non possiamo incazzarci se ad un certo punto questo limite ci si presenta davanti, molto più vicino di quanto ce lo ricordassimo. Com’era quella vecchia massima? Dammi la forza di cambiare ciò che posso cambiare, la pazienza di accettare quello che non posso cambiare e la saggezza per berci sopra un bel mojto.
No, mi sa che non era così.
Ma che volete, la memoria comincia un po’ a vacillare. Abbiate pazienza, quello è sempre stato un mio limite.
So put me on a highway and show me a sign and take it to the limit one more time
Take it to the limit take it to the limit take it to the limit one more time.
Ricongiungi a te, o Padre, tutti i tuoi figli ovunque dispersi. E’ una preghiera che si proclama tutte le settimane, in tutte le messe. Sembra un refuso storico, una richiesta anacronistica. La mente corre alle storie dei nostri nonni, a quelli che si imbarcavano verso il sud America o a quegli altri partiti in guerra e mai più tornati. Ma perché dovremmo pregere ancora per i fanti dell’Armir o per gli emigrati in Argentina? E’ senza dubbio una preghiera d’altri tempi, nata sotto altri cieli. Come cantava Lucio Dalla “nel centro di Bologna non si perde neanche un bambino”, ma oggi, anche volendo, tra telefonini, satelliti, gps, uno non riuscirebbe a perdersi o a disperdersi neanche volendo!
O forse no. Forse, pur essendo nata per una problematica che non esiste più, quest’invocazione mantiene una sua attualità ed un suo significato anche oggi. I figli dispersi sono quelli che non trovano più la strada di casa. Quelli che si perdono nei sentieri interrotti, che non portano da nessuna parte. Quelli che perdono se stessi, prima ancora degli altri.
Non volevo scrivere nulla su questa vicenda di DJ Fabo. Se ne leggono tante, quasi tutte a sproposito. Forse anche lui si sentiva disperso e forse a modo suo ha cercato di ritrovare la strada di casa. Dal comodo salotto di casa penso che lo Stato non debba aiutare a morire. Piuttosto dovrebbe aiutare a vivere meglio. Ma pensare questo dall’esterno lascia un po’ il tempo che trova. Bisognerebbe trovarsi vicino ad una situazione simile, per poter dire cose sensate. Per questo mi ha toccato molto questo appello di questo ragazzo in una situazione analoga alla sua.
Tutti vorremmo che qualcuno ci ricongiungesse a prescindere dal dove, dal come, dal perché ci siamo persi. E’ bella questa fratellanza nella dispersione, perché la cosa più brutta di quando ci si perde è sentirsi soli. Quando da dispersi, diventiamo disperati. Ma qui invece, chi più chi meno, siamo tutti figli dispersi. E proprio per questo non siamo soli.
Lo so che l’ho già messa in qualche vecchio post, ma questa qui, stasera ci sta proprio bene.
Chi scrive tra parentesi, vuoi o non vuoi, crea complessità. Mette insieme la matematica e la grammatica, i numeri e le lettere. E tutto questo solo per dividere l’essenziale dal superfluo, per dare il giusto peso alle cose, senza sopravvalutare i concetti.
Da parte mia, quando scrivo tra parentesi, lo faccio per non ostacolare il fluire del discorso. Che non sia un impedimento, ma al contrario un di più, che potresti tirar fuori quando ti fa comodo, nelle giornate di merda o semplicemente quando piove, un po’ come un ombrello messo in borsa. Scriverlo tra parentesi significa preservarlo, senza gridarlo ai quattro venti, che a urlare sono bravi tutti, per convincere e per convincersi che quello che dicono è la verità, la pura e semplice verità, contro ogni dubbio, contro ogni incertezza.
Lo scrivo tra parentesi perché non mi va di passare per saputo, per quello che “ma io te l’avevo detto”. Le parentesi sono messe lì per proteggere quello che scrivo, ma anche per proteggere te, soprattutto per proteggerti dalle tue seghe mentali e dai sensi di colpa. E allora lo scrivo fra parentesi così se non ti va di leggerlo puoi anche saltarlo, far finta che non ci sia e il discorso sta in piedi lo stesso. Magari più povero, forse più banale, ma con una sua logica di fondo. Un po’ come la vita, che mette fra parentesi le storie minimali, quelle più discrete e più originali, perché invece la Storia con la S scritta grande deve andare avanti senza curarsi troppo dei particolari, vuoto per pieno, senza mezze misure.
A volte c’è chi la apre una parentesi e poi però non la chiude più, perché semplicemente voleva una cosa e invece ne ha scoperta un’altra. E’ partito con una semplice divagazione, ma poi ha smarrito il filo del discorso e si perso come Cristoforo Colombo. Poveretto, pensava fosse l’India e invece era un calesse. Se ci pensi sono buffe le parentesi: possono essere vicinissime ma sono destinate a non toccarsi mai, distanti, eppure l’una non può stare senza l’altra.
In realtà è proprio dentro le parentesi che scrivo quello che penso veramente. Il non detto che sta dietro le parole, il loro significato autentico. Anche se a pochi interessa. Perché in fondo chi si prende cura di leggere anche quello che sta dentro le parentesi? Invece tu te ne prendi cura, lo so già. E allora vorrei dirti come stanno davvero le cose, davvero vorrei. Te lo dico, se vuoi te lo scrivo pure. Ma solo fra parentesi.
(“Mentre dormi ti proteggo e ti sfioro con le dita, ti respiro e ti trattengo per averti per sempre, oltre il tempo di questo momento”)
A volte penso che abbiamo con un grande futuro alle nostre spalle. E’ un dato oggettivo che il meglio di noi (noi nati in Italia, noi nati a Roma, ma anche noi nati nella seconda metà del secolo scorso) sia stato già scritto/detto/fatto. Nulla di male, di per sé. La storia non è una linea retta, ma piuttosto una spirale, che supera senza cancellare quello che c’è stato, portandolo con sé, in dote per quello che sarà. Come diceva Bernardo di Chartres, noi siamo come nani sulle spalle di giganti: possiamo vedere più cose di loro e più lontane, non certo per l’acume della vista o l’altezza del nostro corpo, ma perché siamo sollevati e portati in alto dalla loro statura e quindi la somma finale del loro tanto e del nostro poco, ci permette di essere superiori. Per questo la storia è un processo verticale.
E’ proprio questa voglia di non sprecare quello che sappiamo, quest’ansia di trasmetterlo a chi viene dopo, in modo che non ripeta i nostri errori ma piuttosto metta a frutto i nostri successi, che stabilisce il rapporto fra genitori e figli. Con il rischio di trasmettere i nostri sogni, magari soffocando i loro, con il dubbio che invece certi errori vadano fatti in prima persona, perché le ferite degli altri fanno meno male (e quindi insegnano di meno) delle sbucciature fatte in proprio. Con il rischio che invece di essere trampolini su cui appoggiarsi, diventiamo montagne da scalare.
Ma il rischio più grande è fare come quell’eschimese che voleva insegnare ad un africano come si combatte il caldo: noi al polo nord non abbiamo problemi di caldo, l’abbiamo definitivamente superato, quindi non capisco perché tu debba soffrirne. Fai come noi e vedrai che ti troverai benissimo…Ecco, purtroppo spesso facciamo anche noi così. Senza capire il problema di chi ci sta di fronte, utilizziamo, magari con la massima buona fede, tutte le conoscenze e le esperienze che abbiamo avuto, senza capire nulla e quindi senza dare il minimo aiuto al nostro interlocutore.
Cosa avrei potuto dire a quel poveretto di Udine che si è tolto la vita perché non aveva un lavoro e non vedeva un futuro? Leggo commenti di rabbia, indignazione, compassione. Mi tornano in mente le non risposte della politica (in questi anni, tra “bamboccioni”, “il posto fisso è noioso”, “non sentiremo la mancanza di chi va all’estero”, si potrebbe fare un campionario di bestialità). Mi torna in mente che la nostra dovrebbe essere una Repubblica fondata sul lavoro. E allora ho paura. Ho paura che le esperienze passate non ci aiutino, che non siano altezze per chi verrà dopo: ho paura che la storia perda la sua verticalità e diventi un processo orizzontale.
Così prolificano il populismo e la rassegnazione di questi tempi: banalità, semplificazioni, slogan, la storia ridotta ad un processo binario, fatto da un insieme di uno e di zero. E purtroppo sappiamo che quando prende questa piega, la storia può diventare un luogo terribile.
Il bello delle storie è che non finiscono. La definitività delle cose, l’immutabilità delle situazioni, l’irrevocabilità delle scelte, sono tutte seghe mentali, costruzioni astratte delle nostra mente.
In questo discorso anche i proverbi non ci aiutano: “i treni passano una volta sola”. Ma chi l’ha detto? A volte possono saltare qualche corsa, ma basta andare in qualsiasi stazione per verificare una cosa abbastanza ovvia: i treni passano sempre, tutti i giorni, a tutte le ore. Come anche quell’altro che dice “si vive una volta sola”. Ma quando mai? Si muore una volta sola, si vive tutti i giorni.
Cambiare lavoro, fare un viaggio non pianificato, innamorarsi nuovamente, portare avanti una gravidanza imprevista, smettere di fumare, farsi crescere i baffi. Possiamo. La storia non è scritta, il destino non esiste. Lo costruiamo noi, oppure dicediamo che siano altri a farlo, ma è sempre una nostra possibilità. Ora è così, ma domani potrebbe cambiare. Forse decideremo di non cambiare mai. E’ probabile che (io per primo) continueremo a scegliere quello che abbiamo scelto fino ad oggi. Ma questo non cambia il discorso di fondo. Le scelte non realizzate non hanno meno valore di quelle che abbiamo compiuto. Il fatto di non averle scelte non le rende meno possibili.
Per questo le storie non finiscono, le situazioni possono cambiare, le scelte possono essere revocate. E non dovremmo permettere a nessuno – noi per primi – di credere nel contrario. Non arrendiamoci alla pigrizia e alla poca fantasia che ci vorrebbe far credere che non ci siano alternative. Le nostre scelte sono provvisorie, ma non per questo meno valide. Ed anzi, il sollievo, la sensazione di libertà, dovrebbero essere straordinariamente più forti e più piacevoli delle sicurezze che potrebbero darci delle apparenti situazioni immutabili o scelte irrevocabili.
Perché nella realtà non c’è nulla di irrevocabile. Nulla.
Continuiamo a ragionare con il cuore perché siamo fatti di sangue, di ossa, muscoli, tendini, tessuti. Siamo una combinazione di sostanze chimiche e campi elettrici che muovono impulsi fisici e che determinano il nostro stato di salute fisica e mentale. Ma non siamo solo quello.
Per questo, come giustamente diceva qualcuno nei commenti al post di ieri, ci nutriamo anche con le orecchie. Perché siamo fatti anche di desideri, slanci, ansie, sogni, rimorsi, inquietudini, fantasie, illussioni, rimpianti, nostalgie, scommesse, speranze. E con quello che siamo ognuno di noi deve scalare la sua collina e deve farlo trovando la sua strada. Senza paura.
E per scalare la collina potremmo voler mangiare con le orecchie. Oppure camminare con le mani. Potremmo aver bisogno di risciacquare i polmoni, così da agevolare la salita. Potremmo dover bere con la mente, cantare con i piedi, guardare con il colon, ridere con il fegato. Scaleremo la collina, arriveremo in cima, ma ognuno a modo suo, perché non c’è una regola prestabilita. Non ci sono strade asfaltate, tutt’al più troveremo dei sentieri, ma sono appena accennati e non è detto che siano quelli più adatti a noi.
Ecco perché continuiamo a provare a ragionare con il cuore. E perché poi non dovremmo?
“Dici che la collina è troppo lunga da scalare. Dici che vorresti vedermi cercare di scalarla. Tu scegli il posto e io il momento. Ed io salirò la collina a modo mio. Devo soltanto aspettare il giorno giusto e poi spunterò dalle macchie d’alberi e dalle nubi, guarderò giù e saprò sentire il suono delle parole che hai detto oggi.”
Qualcuno dice che si mangia prima di tutto con gli occhi: se un piatto è ben guarnito, se le pietanze hanno un aspetto invitante ed appetitoso sicuramente mangeremo con più gusto. Il sapore di quello che si mangia però lo si coglie con l’olfatto: in effetti quando siamo raffreddati ogni cosa perde sapore, che sia pasta, carne o dolce, ci sembra di mangiare la stessa cosa. Anche la sensazione tattile è importante: una cosa morbida oppure croccante, il caldo di una minestra, il freddo di un gelato. E poi ovviamente c’è il gusto, che comprende e raccoglie tutti i dati che vengono dagli altri sensi.
L’unico che rimane escluso è l’udito. Eppure l’orecchio non è certo da meno degli altri. Se ci pensate è semplicemente fantastico, riesce a percepire suoni, melodie, rumori, semplici vibrazioni, echi lontani. Ci fa orientare in un luogo buio, ci diletta con musiche e canti, facendoci cogliere sfumature ed accordi sublimi. Fra tutti quanti io penso sia il top, il numero uno, il più importante. Ma nessuno avrebbe mai la malsana idea di utilizzarlo per mangiare. Nessuno! E nessuno sano di mente pensa che questo sia una limitazione, sia un difetto dell’orecchio. Perché tutti sappiamo che per quanto sia perfetto, per quante capacità abbia, quella cosa lì non è proprio capace di farla.
E perché invece continuiamo a tentare di ragionare con il cuore?
In un’altra vita mi sarebbe piaciuto andare lassù nel Klondike, per diventare un cercatore di sogni d’oro. Ma forse sarebbe bastato essere un addetto alle pulizie, che riuscisse a lavare i denti così bene fino a schiarire le idee. Oppure vorrei essere un dietologo per dimagrire i discorsi, eliminando le parole ricche di grassi e di zuccheri superflui. O un ascensorista, così da mandare giù i bocconi amari tutti d’un colpo, senza passare dal via e ritirare le venti mila lire.
Però un giorno farò una grandissima partita a scacchi e riuscirò a dare scacco matto. Così matto da fermarmi ad un semaforo con la musica della macchina a tutto volume, scendere e improvvisare passi di danza al suono dei Beach Boys. Perché bisogna sempre cercare scomesse improbabili e obiettivi possibili, ma soprattutto è meglio aggiungere vita ai giorni che giorni alla vita.
Allora potrei ricaricare le batterie così da rimanere sempre collegato, prima di tutto con le realtà. Oppure potrei fare un corso di cucina, per imparare a elaborare idee originali. Certo la cosa migliore sarebbe diventare un nuotatore, per sapersi tenere a galla anche in un mare di guai. Anche se io preferisco le montagne: pensa che bello sarebbe diventare un maratoneta, per correre in salita lungo i più impervi percorsi mentali.
Peccato che in matematica non ero bravo, altrimenti all’università invece che filosofia avrei potuto fare architettura, così forse avrei saputo costruire un futuro diverso. Sicuramente non avrei potuto fare il poliziotto, anche se fare degli arresti cardiaci a volte poteva essere utile. Ma anche il giardiniere e curare le piantine, così da sapersi orientare anche senza navigatore: che poi perché il navigatore? Mica vado mai in barca. Mah!
Più di qualsiasi altra cosa però mi piacerebbe diventare un osservatore per guardare il mondo con gli occhi dei cani. Che forse non parlano, ma sicuramente un linguaggio ce l’hanno. Eccome se ce l’hanno.