I’ve nothing much to offer, there’s nothing much to take. I’m an absolute beginner and I’m absolutely sane. As long as we’re together, the rest can go to hell. I absolutely love you, but we’re absolute beginners. With eyes completely open, but nervous all the same
G. si diede un ultima ritoccata ai capelli. Per la centosedicesima volta. Si infilò il cappello e uscì fuori. Ne aveva viste troppe, voleva dimenticare e insieme voleva ricordare. Perché non si ricordava più come si faceva ad amare. Non si ricordava più cosa bisognasse fare, cosa bisognasse dire.
I. aspettava senza attendere. Non si aspetta più nulla, perché aveva deciso di non soffrire più. In cuor suo però non aveva abbandonato la speranza. Aveva solo bisogno di una scintilla. Che riaccendesse il suo cuore.
If our love song could fly over mountains could laugh at the ocean, sail over heartaches. Just like the films, there’s no reason to feel all the hard times to lay down the hard lines. It’s absolutely true.
G. si era fatto avanti, aveva preso il coraggio a due mani, in quella calda mattinata di agosto. Era stato semplice, non c’erano state montagne da scalare o mari da attraversare. Era stato naturale, si erano guardati negli occhi e si erano riconosciuti. Si erano riconosciuti prima di conoscersi. Questione di feeling, affinità elettive, casi unici, irripetibili.
Fammi vivere questo sogno, non credi che me lo merito anch’io?
Prima di ogni ragionamento, prima di ogni paura. G. si era buttato. Non ci sarà bisogno di parlare, non ci sarà bisogno di dire una sola parola, devi solo guardarmi negli occhi. Abbasserò le mie difese, potrai colpirmi, potrai ferirmi e farmi male davvero, che altra alternativa ho? Ma se mi lasci entrare non andrò più via. Sarebbe stato più facile se avessimo saputo cosa fare, ma non sarebbe stato altrettanto bello.
Nothing much could happen, nothing we can’t shake. Oh we’re absolute beginners, with nothing much at stake ss long as you’re still smiling there’s nothing more I need. I absolutely love you, but we’re absolute beginners. But if my love is your love, we’re certain to succeed.
Da parte mia fui fortunato. Fui molto fortunato. Dal mio angolino, testimone inconsapevole della nascita di un grande amore. Cos’altro potevo chiedere ancora alla vita? Accesi la macchina, inquadrai la scena e misi a fuoco. Uno scatto per l’eternità.
Ecco che arriva, puntuale come ogni pomeriggio intorno alle 14 e 30, per ordinare il solito caffè corretto con la sambuca. Il dottor Benaltro è un personaggio tipico del mio bar. Prende l’ordinazione e si siede al tavolo in fondo, quello all’angolo con la sala da biliardo, vicino al bagno. Aspetta il ragioner Tepareva e il commendator Amiainsaputa, per affrontare insieme la dura traversata del pomeriggio, disquisendo di calcio e politica, ma soprattutto scrivendo l’ennesima partita fra tempi andati contro tempi moderni. Partita, che inevitabilmente finisce tanto a poco per i bei tempi andati.
I clienti buoni bisogna mantenerseli. E così ogni giorno fomento le loro discussioni ponendo quesiti futili, situazioni banali, a cui ovviamente lui non sa resistere. C’era un problema? Sì, d’accordo, ma i problemi veri sono ben altri. C’era un motivo? Sì, forse, ma i motivi veri sono ben altri. C’era una cosa importante? Sì, certo, ma le priorità sono ben altre. Quel posto è bello? Sì, te lo concedo, ma i luoghi più belli sono ben altri.
E ovviamente il massimo del gusto, una soddisfazione paraorgasmatica, per lui è spiegare a noi, poveri mortali, quali sono le realtà autentiche. Quali i problemi, quali le soluzioni, le priorità, i posti, i politici, i calciatori, i piatti, davvero super. Sicuramente, “altri”, rispetto a quelli attuali.
Il compito che si è dato il dottor Benaltro è la sistematica rimozione della realtà. Hai una cosa bella? Sappi che ne esistono di più belle. Ti capita un guaio? Sappi che ne esistono di peggiori. Di fronte al quotidiano, bello o brutto che sia, lui ha subito pronto un termine di paragone straordinario, al cui cospetto la mera realtà sfuma i suoi colori.
Una volta però l’ho affrontato. “Con questo suo modo di ragionare, non rischia di svilire l’esistente? Non ha paura che a forza di immaginare l’altro, sempre più di quello che è, le scivoli fra le dita la sua vita? Non rischia di far scolorire le emozioni, belle o brutte che siano, perdendosi per strada quello che la vita le pone di fronte?”
Mi ha guardato un po’ sorpreso, con quell’aria interrogativa e un po’ ironica che assume spesso. “Amico mio, lei è ancora giovane. Quando avrà la mia età, probabilmente avrà preso coscienza delle tre avvertenze legate ai desideri, o se preferisce ai sogni. Bisogna fare attenzione a cosa si sogna, perché a volte c’è il rischio che poi i sogni si realizzino. Quanto è brutto scoprire di non poter più realizzare i propri sogni. Ma ancora più brutto è realizzare di non aver più sogni da realizzare. Mi dia retta, amico mio, non si accontenti. Non si accontenti mai!”
Non fui io per prima a tracciare quella sottile linea di divisione tra la necessità e la scelta. Fu il mio destino. A me non restava altro che adeguarmi. E io mi adeguai.
Ora potrei raccontarti che in realtà all’inizio non era così. Che all’inizio lo amavo, come lui amava me. Potrei raccontarti che ero solamente una bambina idealista ed incosciente, che aveva dalla sua l’età ed una bellezza sfacciata ed inconsapevole. Potrei anche dirti che non sapevo lui chi fosse veramente. Tutti quei regali, i fiori, le serenate…un negozio al centro di Roma in fondo poteva anche giustificare tutti quei soldi. Non vedevo, non volevo vedere la realtà. Scelta o necessità. Sapete voi la risposta giusta?
I primi anni furono felici per chi come me non sapeva cosa fosse la felicità. Spensierati, per chi come me fino a quel momento aveva dovuto pensare a cosa mangiare la sera e poi il giorno dopo e quello dopo ancora. Lui era educato, gentile è quasi incredibile come possa essere delicato un uomo così grande e grosso. Anche quando facevamo l’amore mi sfiorava appena, lieve e impercettibile quasi avesse paura che mi sgretolassi sotto la sua mole imponente, lasciandomi confusa e inappagata. Ma quello per me era l’amore. Non ne conoscevo di altro tipo. Scelta o necessità?
Poi quel giorno capitai da lui senza preavviso. Ero felice, più del solito, più felice che mai e volevo dirglielo, volevo fargli una sorpresa, non potevo aspettare la sera. “Sarò madre, sarai padre“, me lo ripetevo dentro di me, per paura che poi una volta davanti a lui me ne sarei scordata. Non credevo al mio corpo, non credevo a me stessa, volevo che lui me lo confermasse, che mi dicesse “Sì, sarai madre, sarò padre“. Arrivai di corsa, il negozio aveva la serranda mezza chiusa, che strano in piena mattinata. Magari è dietro a sistemare le stoffe, pensai. Entrai piano, sentii la sua voce era nel retrobottega con una persona. Entrai e lui era lì con i pantaloni calati e quella donna piegata, appoggiata al tavolo…non credevo ai miei occhi, non credevo a me stessa. Fuggii via, di corsa, senza una parola, mi fermai solo quando non avevo più fiato in corpo. La sera tornò a casa senza dire nulla, tranquillo come sempre. Anch’io non dissi nulla, ma quella notte piansi e vomitai talmente tanto che il giorno dopo il mio bambino non c’era più. Ma lui non l’ha mai saputo, ancora una volta non so se per scelta o per necessità.
Da quella notte cambiò tutto. Lui non si avvicinò più, io non lo cercavo, lui non cercava me. Andai a dormire nella cameretta, io facendo finta di non dormire per il suo russare, lui facendo finta di credermi. Cominciai a guardarlo con occhi diversi, forse per la prima volta cominciai a guardarlo per quello che realmente era. E più lo osservavo, più capivo. Come in un film le varie scene staccate mostravano una trama complessiva. Improvvisamente tutto era chiaro. Capivo le sue reticenze, i suoi silenzi, le battute della gente, dei vicini di casa, dei negozianti del quartiere. Capivo da dove venissero veramente i suoi soldi. Capii tutto, senza dire una parola. Per scelta o per necessità? Lo vedi com’è labile il confine?
Così cominciai una vita diversa. Finalmente mi fu chiaro cosa dovessi fare: lui estorceva soldi a strozzo, io li restituivo di nascosto alle vittime. Lui si prendeva le loro donne, io mi offrivo come risarcimento. E non so se godevo di più di quel sesso clandestino o della giustizia restituita. La vita è una ruota, diceva mia madre. Ed io, che ero stata ingannata, ora ingannavo. Io che ero stata derubata, rubavo a mia volta. Io che ero stata vittima mi facevo carnefice. Per scelta o per necessità? Chi può dirlo…
Ormai ero una signora, rispettabile, desiderata. Ma al destino nessuno può sfuggire. Una delle sue vittime, che avevo a lungo risarcito, un francese naturalizzato, che di francese aveva solo il nome, non si accontentava più della caparra. Voleva tutto il piatto. Ma io non volevo più essere di nessuno. E così, provai ad allontanarlo, prima con le buone, poi con più fermezza, finché quel giorno maledetto lo portai all’estremo. Volevo troncare, ma fu lui a stroncare me. Per scelta o per necessità? Stavolta davvero nessuno può saperlo. Forse, neppure il destino
Te la ricordi Lella quella ricca La moje de Proietti er cravattaro Quello che cia’ er negozio su ar Tritone Te la ricordi te l’ho fatta vede Quattr’anni fa e nun volevi crede Che ‘nsieme a lei ce stavo proprio io Te la ricordi poi ch’era sparita E che la gente e che la polizia S’era creduta ch’era annata via Co’ uno co’ più sordi der marito… E te lo vojo di’ che so’ stato io E so’ quattr’anni che me tengo ‘sto segreto E Te lo vojo di’ ma nun lo fa sape’ Nun lo di’ a nessuno tiettelo pe’ te
That’s why I’m easy, I’m easy like Sunday morning. That’s why I’m easy I’m easy like Sunday morning
Domenica mattina il tempo si ferma. Domenica mattina è come l’intervallo fra il primo e il secondo tempo del film della vita. E’ come un granello di sabbia inceppato nella clessidra del tempo, che rimane lì incerto se scendere o rimanere su. In bilico. Fra la frenesia festaiola del sabato e le ansie della settimana lavorativa.
Poi c’è la messa (per me che ci vado) e il pranzo, il calcio e tutti gli altri impegni che riempiono la giornata. Ma la mattina della domenica è un’altra cosa. E’ come una finestra che si affaccia nella vita, un momento per voltarsi indietro a valutare quello che è successo e uno sguardo in avanti per pensare a quello che accadrà, al di fuori di tutto, come la vetta di una montagna su cui arrivi un po’ stanco, un po’ rinfrancato. Dove ti fermi a riprendere fiato.
Per questo, nell’unica mattina in cui potrei dormire di più, adoro svegliarmi presto. Prima di quando sarebbe necessario, prima di ogni corsa, di ogni impegno. Rimani lì a letto a poltrire ed insieme hai la voglia di alzarti, per godere di questo momento fuori dal tempo. E’ futile la domenica mattina, non serve a nulla, non ha uno scopo, un utile da ricercare. E proprio per questo è così straordinaria. E’ leggera la domenica mattina, come cantava trent’anni fa Lionel Richie.
Almeno quanto vorrei che lo fosse tutto il resto della vita.
Puoi metterti in viaggio seguendo le stelle o inseguendo le nuvole, per raggiungere una meta, oppure solo per andare via.
Ci si mette in viaggio per il gusto di viaggiare o perché si ha chiaro davanti a sé il proprio traguardo. Accettando il rischio di perdersi, oppure seguendo un percorso già tracciato.
Si può partire per dimenticare o per farsi dimenticare, con la paura di perdere qualcosa o con il coraggio di perdersi, trovando qualcosa di nuovo o semplicemente ritrovando se stessi.
Ci si mette in viaggio con la speranza di arrivare o con la nostalgia di tornare.
E qui decidi la natura del tuo viaggio, qui si apre la differenza tra chi segue le stelle e chi insegue le nuvole. Tra chi cerca una meta – che poi è sempre un ritorno – e chi è disposto ad aprirsi ad un futuro diverso.
Tra la speranza e la nostalgia c’è tutta la distanza fra chi pensa ci sia qualcosa da guadagnare e chi non ha più nulla da perdere.
Ci vuole coraggio per mettersi in viaggio.
A volte però il coraggio vero è quello che ti fa restare.
Ma che emozione ogni volta sfidare la vita rotolando nel cielo sopra il mio aeroplano. Ma ogni sera resto solo, come stasera sono solo. Cosa dici andiamo al cinema, magari a fare un volo ma perchè non sorridi? Presto dammi un bacio, presto dammi un bacio!
E tu sei lì, con quella strana sensazione ormai nota. Un morso allo stomaco, la sensazione del vuoto fuori e dentro di te. Lei passeggia elegantemente avanti e indietro. Sa quello che deve fare, è pagata per quello. Lo sguardo assente, assorto in chissà quali pensieri mentre ripete meccanicamente sempre le solite mosse mandate ormai a memoria.
E’ cordiale, ma assente, come il suo ruolo le impone. Vicina e pure distante. Ti guarda dall’alto in basso e tu ti chiedi chissà? Poi se ne va e ti lascia solo con i tuoi pensieri. Vorresti quasi addormentarti e sognare viaggi mirabolanti, mete esotiche, magari con lei, perché no? Sognare non è mica proibito.
Ma in fondo lo sai, è inutile che provi a mentire, ad ingannare te stesso. Lei è lì per te, ti darà quello che tu gli chiederai. Ma fa così con tutti. Niente di personale. E tu non puoi pretendere nulla di più, devi aspettare il tuo turno. Puoi provare a far finta di niente, però lo sai che è difficile. E il tempo, il tempo non passa mai. E tu ti senti legato, quasi non riesci a muoverti, ti formicolano le gambe, le braccia, vorresti scappare, fuggire via. Poi finalmente eccola di nuovo. Si avvicina, ti guarda, ti sorride e ti domanda…
“E tu forse parlerai di orizzonti più vasti dove uomini celesti portandoti dei figli ti diranno: “Scegli!” ben sapendo che ridendo tu…tu a loro ti unirai.”
(L. Battisti – Gli uomini celesti)
Eccomi qui! L’arrampicata è stata dura, ho ancora il fiatone, però ce l’ho fatta sono arrivato in cima. Ho avuto paura, ho temuto davvero di dover tornare indietro. Sono sfinito, ma ne è valsa la pena, avevi ragione tu. Questo panorama è meraviglioso: il cielo azzurro e queste nuvole viola che corrono veloci trasportate dal vento. L’aria fresca mi sbatte nel viso e mi dà questa sensazione elettrizzante ed insieme rilassante. Ma come può fare così freddo? Perché questo sole così forte non riesce a scaldarmi? Eppure i suoi raggi mi bruciano il viso, la loro luce accecante mi stordisce come fosse una droga.
-Sono stanco, dove trovo le forze per andare avanti?
-Per arrivare in cima non bisogna guardare la vetta, ma solo avanti a te, passo dopo passo.
Avevi ragione…ed ora rimango così, immobile come una lucertola, confuso ed intontito dal freddo, dal sole e dal vento, dall’altezza di questa montagna dall’antichità di queste pietre. Pietre pesanti, che trasudano storia: una volta erano riparo ora sono ruderi. Solo questa torre è rimasta in piedi, sentinella del passato, rifugio sicuro per cercatori come me. Il fischio sordo del vento si insinua fra le rovine della torre e mi estranea, mi isola, mi eleva: al di sopra del mondo e dell’uomo.
-Come pesa il cammino! Come fare per andare avanti?
-Diventa leggero: leggero, leggero, leggero…
Mi gira la testa, sarà quest’aria rarefatta o forse questo vento impetuoso che brucia la mia pelle con il suo soffio gelido. Ma alla fine avevi ragione: sono arrivato alla vetta, sono in mezzo alla luce, nella torre più alta del mondo. Questo mi hai chiesto? Per questo sono giunto fini qui?
Mi hai chiesto di essere limpido e sono diventato trasparente.
Mi hai chiesto di essere forza e mi son caricato tutto sulle spalle.
Mi hai chiesto di essere coraggio e ho affrontato tutte le paure.
Mi hai chiesto di essere migliore e ho scalato la montagna.
Che devo fare ancora?
-Devi credere nell’utopia!
-Sono arrivato alla vetta… non basta?
Mi affaccio di sotto: com’è buio, ho le vertigini, ho paura, quanta non ne ho mai avuta prima. Rispondimi, rispondimi! Che altro devo fare ancora? Sono in cima, sono il primo, il più alto, ho superato tutti, tutto: non ho più passi avanti a me.
-Allora adesso sei pronto.
– Perché è così difficile?
-Perché non dipende più da te! Fin ora hai costruito e lo hai fatto con le tue forze. Ora devi lasciarti andare, devi cancellare, dimenticarti tutto e buttarti!
-Perché è così difficile…
-Perché devi fidarti…
Mi sto arrampicando sul ciglio dell’abisso: non avrei mai creduto di essere capace di tanto. Chiudo gli occhi. Sono più vicino al paradiso che alla terra. Mi lancio…
Sto precipitando, mi manca il fiato, sento le viscere che salgono su, fino alla bocca, il mio cuore sta battendo all’impazzata, il cervello si è bloccato nel pensiero fisso che prima o poi questa caduta finirà e mi schianterò al suolo. Fra qualche istante sarò morto. E tutto questo per cosa? Per la smania di conoscere? Per l’ansia di seguirti, di essere come mi volevi: è per questo?
-Non aver paura, sono accanto a te, prendi la mia mano: afferrala!
– Angelo sei qui?
-Certo che ci sono: non vedi, stiamo volando, tu stai volando!
-Sto volando, sto volando! Ma è questo che significa credere nell’utopia?
-Sì. Credere nell’utopia significa costruire l’inedito.
come te la passi a Londra? Qui in Renania le cose vanno sempre peggio, la situazione è diventata insopportabile. Anche ieri ho litigato con quegli antipatici del circolo hegeliano delle bocce…che snob! Non mi hanno voluto far giocare perché l’altra volta ne ho tirato una in testa al Borgomastro di Treviri…un errore, che vuoi che sia! E invece se la son presa! Dovevi vedere com’erano arrabbiati! Ma io gli ho risposto per le rime: “giocare con voi mi sembra la notte in cui tutte le bocce sono nere“, con una sottile ironia, che temo però non abbiano colto.
Per non parlare di quegli altri indisponenti dei positivisti francesi del circolo scacchista: sono stato messo alla porta anche da loro! Hanno detto che imbrogliavo e che non conoscevo bene le regole perché avevo suggerito che anche i pedoni avevano la loro dignità e non era giusto sacrificarli per salvare il re. Ma anche a loro ho gridato tutto il mio biasimo: con il consueto sarcasmo gli ho preannunciato che “un alfiere si aggira per l’Europa“! Almeno questa l’avranno capita?
La situazione dei ragazzi come noi oramai è questa. Che fare nel nostro tempo libero? Siamo destinati alla noia, oppure dobbiamo piegarci alle loro regole, ai loro giochi da signori. Ma vedi, caro Federico, qui bisogna riappropriarsi dei mezzi di gioco. Dobbiamo far emergere i contrasti tra la massa, che non è capace a giocare, e questi pochi accentratori. Ho delle idee in proposito: se inventassimo un gioco nuovo, un gioco per tutti, dove non servano grandi capacità. Si potrebbe giocarlo con i piedi: servirebbe solo una palla e via, un calcio di qua, un calcio di là, i giocatori dovrebbero cercare di buttarla dentro una rete. Che ne dici? Un gioco dialettico: chi attacca contro chi difende, l’ala destra contro il terzino sinistro e viceversa. Sarà l’occasione del riscatto per tutti gli emarginati della società: il servo che diventa padrone, il reietto che si trasforma in eroe. Sarà il superamento delle classi e delle differenze fra le persone! Con una palla al piede tutti saremo finalmente uguali!
Scriverò le regole in un libro. Già me lo vedo, lo intitolerò Il Capitano, dedicato al giocatore più rappresentativo della squadra. Sono sicuro che sarà un gran successo. Basterà fare tanti Manifesti in cui inviteremo la gente a venire a vedere le partite e vedrai che tutti abbandoneranno i vecchi giochi, ormai superati e si uniranno a noi. Il nostro motto sarà “Calciatori di tutto il mondo unitevi“!
Poi potremmo fare delle turné all’estero: ho buoni motivi per pensare che un gioco del genere possa avere un gran successo in posti freddi come la Russia. Lì la gente ha bisogno di movimento, di correre, di scaldarsi. Che ne pensi? E poi, perché no, potremmo portarlo anche in Cina. I cinesi sono tanti, avremmo risolto tutti i nostri problemi! Invece non prevedo un grande sviluppo in America…troppo sempliciotti, non sarebbero in grado di capire, di apprezzare il nostro gioco.
Insomma siamo intesi, me la dai una mano? Io farò il presidente, tu potresti essere l’allenatore. Un’ultima questione. Dobbiamo trovare un nome al gioco. Non dev’essere una cosa semplice, serve un nome comune, perché dev’essere un gioco che serva a socializzare…non mi viene in mente niente. Facciamo così, almeno a questa cosa, pensaci tu!
Vedrai, sarà un successo. Ti prometto che nel giro di qualche anno conquisteremo il mondo.
– Non abbiamo nessuna cosa in comune! Nessuna cosa che ci tiene legati.
– Proprio per questo nessuna cosa ci potrà dividere!
Tu hai questo capacità. Vedi le cose da un punto di vista diverso. Questo mi hai insegnato: un foglio bianco è il luogo in cui appariranno tutti i colori del mondo. Il silenzio è l’attesa di una melodia, come la fame è la preparazione per la sazietà.
Perché in fondo basta poco.
Basta un niente per cambiare positivamente le cose.
Bisogna cogliere gli aspetti positivi, in tutte le situazioni.
Certo, serve esercizio.
A volte non è così facile, ma se ce l’hai per abitudine, alla fine diventa automatico.
Basta una canzone sentita alla radio, il sorriso di uno sconosciuto, una bibita ghiacciata quando fa caldo, una cioccolata calda d’inverno.
– Devi cogliere le cose belle, gli aspetti positivi!
– Ma come?
– Non so, forse devi riconoscerne l’odore.
– E che odore hanno le cose belle?
– Sanno di buono!
Una traccia lieve, appena accennata, eppure nitida, inconfondibile.
Se solo si ha la pazienza di aspettarla.
Se solo si ha la tenacia di cercarla.
Ma lei c’è!
– La traccia del bello è ovunque. Solo che io riesco a trovarla solo quando ci sei tu.Per questo sono cambiato, mi hai modellato tu, sono stato cera nella tue mani, per diventare quello che sono.
– Ti amo significa voglio che tu sia come sei. Con tutti i perché e tutti i nonostante. Non si può amare solamente perché. Non ami davvero se non ami anche nonostante.
Ma i miei erano troppo grandi, troppo orrendi. Tu li avresti accettati forse, ma io no. E così ti ho lasciato andare.
– Grazie a tutti, è stato bello!
Hai detto, ma in realtà sono io, siamo noi che avremmo dovuto ringraziarti. Non lo sapevamo allora, ma in realtà andandotene hai salvato te stessa, ma anche noi tutti che invece restavamo lì, incapaci di opporci al mostro che inconsapevolmente avevamo fatto nascere in mezzo a noi.
* * *
Hanna Arendt e Martin Heidegger si amarono profondamente, con la testa e con il cuore. Poi lei dovette emigrare, per sfuggire alle persecuzioni razziali naziste. Quel nazismo di cui Martin era stato uno dei primi fautori.
Non si videro più, neanche quando lei tornò in Germania per testimoniare a suo favore alla fine della guerra.
Se escludiamo le comiche di Stanlio e Ollio, i film western con John Wayne, i thriller con Robert De Niro, i musical di Fred Astaire e Ginger Roger, la faccia da gangster di Humpry Bogart e i capelli biondi di Marylin Monroe, la colonna sonora dei Blues Brothers e tutte le commedie di Woody Allen, la saga di Guerre Stellari e l’epopea di Forrest Gump, i sogni dell’Attimo Fuggente e le atmosfere degli anni 50 di Grease, quelle dei 60 di Hair e quelle dei 70 del Grande Freddo, gli 80 di Harry ti presente Sally, le serie TV, Ricky Cunningam e Fonzie di Happy Days, Starsky e Hutch, Mork e Mindy, Saranno Famosi, Twin Peaks, Lost, Desperate e Grace Anatomy.
Non considerando la musica, il rock, il country, il jazz e lo swing, il Rock’n roll di Elvis, la musica della west coast degli Eagles, di Jackson Browne e dei Greatful Dead, Neil Young e Crosby, Still e Nash, il Boss e i REM, il grunge dei Pearl Jam, il southern Rock dei Lynard Skynard, i Green Day, la tromba di Satchmo, il clarinetto di Benny Goodman, la Swing Era di Glenn Miller.
A parte i romanzi di Hemingway e di Steinbeck, quelli di Mark Twain e la saga di Hap e Leonard di Lansdale, Fitzgerald e Bukowsky, tutti i racconti di Fante, i cartoni animati di Walt Disney e quelli di Hanna & Barbera, l’Uomo Ragno e tutti i fumetti della Marvel, ma anche Batman e quelli della DC Comics, gli acrobati della NBA, il gancio cielo di Ja Bahr, i miti del Baseball, i mostri del Football, Tiger Woods e le sfide Connors Mc Enroe.
Tralasciando il sogno di Martin Luther King, le battaglie civili delle Black Panthers, la guerra contro la mafia di Al Capone e il proibizionismo, la dinastia di Kennedy e il Vietnam, la guerra di Secessione e le Torri Gemelle, il primo presidente nero, il mito della frontiera, sognando la California, la conquista dello spazio, Houston abbiamo un problema, il Grand Canyon, il parco di Yellostone, le immense praterie e la Route 66, la regione dei grandi laghi e le 4 teste delle Black Hills, le cascate del Niagara e le paludi della Florida, la causa degli indiani, le riserve, le grandi battaglie, Geronimo e Toro Seduto, gli Apache e i Sioux, i Navajo e i Cheyennes.
Se escludiamo questo, posso affermare tranquillamente che l’America non ha esercitato su di me nessunissima influenza, né il benché minimo interesse.