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Happiness is a Warm Gun

A Natale siamo tutti più buoni. A Natale ci vogliamo tutti più bene. A Natale siamo tutti più felici. O almeno ci proviamo. O almeno dovremmo provarci. O almeno dovremmo far finta di provarci. E a chi dice che tutto ciò sia profondamente ipocrita, rispondo: sarebbe meglio essere cattivi? Sarebbe meglio volere il male degli altri? Sarebbe meglio essere infelici e non provarci nemmeno, nemmeno a fare lo sforzo di far finta? Siete proprio sicuri che sarebbe meglio?

Aveva ragione il grande John: la felicità è una pistola calda. A volte fa paura. A volte abbiamo timore ad usarla. Temiamo di farci del male o di farne a chi ci sta vicino. Questo rischio ci spaventa. Ma la felicità è contagiosa, colpisce chi ci sta vicino come un colpo di pistola e se non proviamo a spararlo il rischio di ferire chi ci sta vicino è ben più alto. E così la teniamo chiusa nella fondina la pistola della felicità, in attesa chissà di cosa, forse di tempi migliori. O forse del prossimo Natale. Be’, se è così allora vi do una notizia: Natale è oggi, via le paure, prendete la mira e fate fuoco. Auguri a tutti!

Happiness is a warm gun, Happiness is a warm gun mama. When I hold you in my arms and I feel my finger on your trigger. I know nobody can do me no harm. Because happiness is a warm gun

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Cercasi impiegata di bella presenza

Che in realtà poi non sarebbe mica strano. Se ad esempio si ricercasse un posto in cui non si deve fare nulla e non un impiego in cui bisogna anche mettere in moto anche l’intelletto. Soprattutto non sarebbe strano se un annuncio simile si trovasse in un qualche bacheca anonima in un bar o su internet e non sul portale istituzionale per un progetto  governativo della Repubblica Italiana (quella fondata sul lavoro). Ma del resto di che ci stupiamo? Di cosa ci meravigliamo? C’è ancora qualcuno che crede che l’aspetto fisico sia un elemento irrilevante soprattutto per le componenti del gentil sesso nella ricerca del lavoro, come in qualsiasi altro contesto relazionale?

Non è giusto? Ma certo che non lo è. Ma da quando in qua il mondo in cui viviamo è giusto? Quell’annuncio in un sito istituzionale rompe il velo dell’ipocrisia, svela l’assassino prima del tempo, per questo è stato rimosso. Non perché sia falso, non perché l’aspetto fisico non verrà preso in considerazione, non perché finalmente il merito, la sostanza, le capacità varranno più di un fisico perfetto.

Viviamo nella società dell’esteriorità, in cui l’apparire è molto più importante dell’essere, una società che non è meritocratica, che non premia le competenze, ma le fattezze e alle conoscenze preferisce le referenze. Una società per di più profondamente maschilista, piena di pregiudizi al punto che un ministro donna (mi rifiuto di chiamarla ministra almeno finché voi non dite giornalisto, di uno che scrive sul giornale di sesso maschile) di bella presenza è inammissibile che sia anche intelligente e capace, dev’essere per forza raccomandata o mezza zoccola (sono quasi certo che se la Boschi fosse stata una tipo la Bindi, avrebbe avuto meno della metà della metà delle critiche che ha avuto in questi anni).

Potrà farci piacere o meno, ma così funziona la realtà: basteranno due belle tette per sbaragliare moltitudini di neuroni, non ci sarà mai partita fra il sensuale accavallamento di due gambe stile Sharon Stone e l’ardito e fantasioso accavallarsi delle sinapsi (ma non è che poi per noi maschietti sia molto diverso. Solo che essendo appunto una società maschilista, dove gli uomini sono nel 90% dei posti di comando, siamo quindi noi a decidere).

E se non la pensate così siete controcorrente, siete fuori moda. Oppure vi atteggiate a bastian contrario. Come quegli illusi che ancora non si arrendono alla realtà così com’è. Allora vi potrebbe capitare di scrivere un elogio della bruttezza. E magari mettervi a ballare i Bee Gees, perché non vi acconteterete di una impiegata di bella presenza, vorrete More than a Woman!

 

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51 Montesacro tutto cominciava

Chissà come sarebbe stata la storia se non fossi nato qui, all’ombra del Cuppolone. Se non fossi cresciuto nel quartiere più bello, più fintamente snob e più autenticamente amabile della città più bella del mondo.

E chissà se non mi fossi innamorato di Tex, se non fossi stato della Lazio, se non avessi inseguito le nuvole, se non avessi amato i sentieri delle montagne, i profumi del vino, il ritmo del rock, l’adrenalina che ti dà il tirare calci ad un pallone.

Chissà se avessi preferito il chi o il cosa, il quando o il dove. Chissà come sarebbe stata se non avessi scelto sempre il perché. Chissà se avessi preferito l’oggettività nei giudizi, invece della presunzione dell’essere di parte. Se non mi fossi intenerito di fronte all’affetto smisurato ed incondizionato dei cani e non mi fossi emozionato di fronte a una puntata di Grey’s Anantomy.

Chissà se fossi stato intonato, se avessi saputo parlare le lingue, se avessi imparato a nuotare, se non avessi avuto paura delle analisi del sangue, se mi fosse piaciuto il latte. Se avessi imparato a dire di no. Se fossi stato un po’ più coerente e un po’ meno fedele.

Chissà se non ci fosse stata Ale. Questa però è la cosa fra tutte che riesco ad immaginare di meno.

Insomma, sarei potuto essere un altro. Invece eccomi qui. Da 51 anni, su per giù sempre lo stesso. Grazie ai miei compagni di viaggio, a chi c’è oggi e chi c’era da ieri, a chi c’è sempre stato e a chi continuerà a starci. Il viaggio continua!

 

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Pensieri ambivalenti

Santa Lucia, il giorno più corto che ci sia.

Ma voi siete più contenti che da domani le giornate ricominciano ad allungarsi (anche fosse solo un minuto, ma avremo un minuto in più di luce, promessa delle belle giornate che verranno) o più sconfortati dall’idea che manca ancora una settimana all’inizio dell’inverno? (Inizio? Ma come inizio? Perché ora che è? Inizio…ed io che pensavo che era lì lì per finire!)

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Tra il dire e il fare

Tra il dire e il fare. Quante volte ve lo siete sentiti dire? Quante volte questa divaricazione voleva essere la saggia linea di demarcazione tra i nostri desideri e la realtà? Tra i buoni propositi e le cocenti delusione? Tra la conferma delle promesse e il loro inevitabile tradimento? Il confine tra le grandi aspettative di chi guarda avanti e i “te l’avevo detto” e gli “io lo sapevo” di chi si volta indietro.

Che poi che vorrebbe dire? Fai quel che dico non quel che faccio? E allora? Almeno qualcuno che dice le cose giuste ci dovrà pur essere. Poi lascia stare se le fa o no. Stai a guardare i dettagli. Intanto te l’ha dette, ti pare poco? In fondo come è sopravvissuto per duemila anni il cristianesimo? Certo, per lo Spirito Santo. Sicuramente grazie al sangue dei martiri. Ma io, francamente lo Spirito Santo in 50 anni di vita quante volte l’ho incontrato? E quanti martiri ho conosciuto? Invece ho incontrato qualche uomo di buona volontà, che diceva cose giuste. Sul metterle in pratica possiamo discuterne, ma almeno sapeva dire con chiarezza quello che era giusto fare. Come sempre, tra il dire e il fare.

C’è di mezzo il mare, ci dice il proverbio. Ma quale mare poi? Un mare di guai? Il mar dei Sargassi, quello dei quattro pirati che andavano su una zattera fatta di assi? Il mare d’inverno che è come un film in bianco e nero visto alla tv? Un mare in tempesta o un mare calmo come una tavola? Un mar piccolo come quello di Taranto, dove ci stanno le cozze pelose? O un mare grande come un oceano da attraversare per arrivare fino alle Indie che poi si rivelano essere l’America e tu la scopri e trecento anni dopo quei coglioni fanno diventare Donald belli capelli l’uomo più potente del mondo?

Be’ allora sapete che vi dico? Fanculo i proverbi. Fanculo il mare, fanculo soprattutto belli capelli. Il dire diventa fare quando le possibilità diventano realtà. Ma se la distanza tra il dire e il fare ti spaventa al punto da non farti più dire, al punto da non farti più fare, ricordati che ogni giorno ha le sue possibilità e sta a te tramutarle in realtà. Dipende da te e solo da te, perché tra il dire e il fare c’è di mezzo “e il”. E nient’altro. Fino a prova contraria.

You sit on a swing in the dark with a girl, and she tells you she wanted to kiss you, and you know the worst part of a good day is hearing yourself say goodbye to one more possibility day. It goes on and on

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Di borse dell’acqua calda, ombrelli, Scalfari e ciabatte pelose

Siamo capaci di apprendere. Questa è una verità rassicurante. Se siamo capaci di apprendere, siamo capaci di migliorare, di imparare dagli sbagli, di rubare le buone idee, di superare gli errori di ieri per costruire i successi di domani. Oggi. In ogni momento. Apprendiamo, incameriamo informazioni utili e quasi inconsapevolmente siamo in grado di utilizzarle al momento opportuno.

Oggi, ad esempio, ho imparato che le borse dell’acqua calda sono un presidio medico. E quindi sono scaricabili. Perché le pasticche per il colesterolo no e le borse dell’acqua calda sì? Ma soprattutto, considerato che le pasticche per il colesterolo costano 20 euro e durano 20 giorni e le borse dell’acqua calda costano 7 e 50 e durano una vita, perché non fare l’inverso? (Che poi, contrariamente alle donne di casa mia che la adorano io ho una sana repulsione per la borsa dell’acqua calda. Ma che beneficio può fare buttarsi addosso sta roba gommosa con 750 gradi fahrenhei??? Mah!).

Poi ho scoperto che si può anche venire in ufficio in ciabatte. Pelose. In pieno inverno. Senza calze. E nonostante ciò essere alla moda. Poi magari la sera hai bisogno della borsa dell’acqua calda. E vedi che tutto torna.

Perché non solo apprendiamo. Siamo anche capaci di insegnare, di diffondere cultura, nuove tecniche, che magari un giorno faranno tendenza, saranno copiate e diffuse in ogni luogo. Ad esempio noi, quando venimmo ad abitare in questo palazzo (che è una succursale di un reparto geriatrico) siamo stati i primi a lasciare gli ombrelli zuppi aperti davanti alla porta di casa (perché, voi invece siete di quelli che se li portano dentro e li fanno sgocciolare di qua e di là? Ma che male c’è a lasciarli di fuori? Posto che abbiate abbastanza fiducia nel genere umano e conoscenza dei vostri vicini, tale che siete sicuri che non se li freghino). Insomma, arrivati qui ci guardavano un po’ storti. Alzavano il sopracciglio. Sbuffavano. Ma noi imperterriti abbiamo perseverato. Ed ora quando piove, in ogni piano è un fiorire di ombrelli! Arrivo a dire che ci sono ombrelli aperti anche quando non piove!

Forse per questo ci spaventano le novità assolute, l’ignoto, ciò che sta fuori da tutte le nostre esperienze precedenti. Figuriamoci se uno ha 90 anni! Ce la possiamo prendere quindi con il povero Scalfari? Da una parte un puttaniere, ladro, corrotto e corruttore. D’altra il vuoto siderale, l’uomo senza qualità, dalla geografia fantasiosa e la cultura da perito industriale (con tutto il rispetto per i periti industriali). E gli hanno detto scegli. C’era poco da imparare. E poco da insegnare. Un po’ come se gli avessero chiesto, preferisci un cancro maligno o il nulla cosmico? Pover’uomo, che avrebbe dovuto dire?

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Il piano B

Il piano B è il paracadute, la banconota da 50 euro per le emergenze, la strada alternativa che tieni per te, la via di fuga se i progetti non vanno come dovrebbero, la pallottola che non sparerai mai. A meno ché non sarai proprio costretto. Perché, sarà anche il paracadute, ma alle volte il piano B è il salto nel vuoto. E chi salterebbe se non fosse proprio obbligato?

Il piano B è la vacanza a casa dei tuoi, quando è esaurito dappertutto, ma tu hai bisogno di staccare per il fine settimana. Perché il piano B è spesso l’usato sicuro, la via già percorsa, è il programma che sai già cosa ti porterà, è l’amico che chiami all’ultimo minuto, quello un po’ noioso, brontolone, ma che non dice mai di no, che qualsiasi cosa proponi lui c’è. Il piano B è la serata restiamo a casa, pizza e dvd, magari a vedere il Compagno B di Stanlio & Ollio per la milionesima volta.

Il piano B non va confuso con il lato B. Anche se, a dir la verità, ne ho conosciuto che di faccia per carità, sembravano le sorelle di Cenerentola, ma in compenso con un gran bel…va be’, non divaghiamo.

Il piano B è la soluzione ai tuoi fallimenti, le delusioni, le sconfitte. Sì hai perso, hai sbagliato, ti è andata male, hai perso l’occasione della vita, la svolta che poteva cambiare il destino. Ma tu hai il piano B. Allora fanculo alla jella, al destino cinico e baro, agli stronzi di ogni ordine e grado. Potrà anche essere girata male, ma che me ne importa? Io ho il piano B.

Il piano A è la via scontata, quella legata alla ragione, ha il buon senso che lo guida, è la strada di chi ha ragione. Il piano B invece è la risposta agli imprevisti, è la strada di chi aveva torto, ma se n’è accorto in tempo, prima di fare disastri veri e quindi ne è uscito alla grande. E’ il navigatore che ricalcola il percorso e ti fa evitare la strada intasata.

Il piano B è la vita che non finisce di stupirci, perché ha sempre un’altra soluzione. E quasi sempre è migliore della prima.

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La situazione è grave, ma non seria

Parliamo di calcio. Come si fa a non parlarne? In realtà mi piacerebbe fare il minchione come sempre e come ho fatto in questi giorni su FB, ma una qualche considerazione un po’ più seria mi andava di farla. Hanno licenziato Ventura. E magari lunedì (chissà di quale settimana) faranno fuori anche Tavecchio. E poi? Tutto risolto? Forse qualcuno dimentica che dopo la figuraccia rimediata quattro anni fa in Brasile si dimisero sia Prandelli che Abete. Cosa è cambiato?

Per carità, lungi da me difendere l’indifendibile, sia il ct che il presidente che ce l’ha messo dovevano essere cacciati a calci in culo dimettersi la sera stessa dell’eliminazione. Ma questo di per sé non cambia e non può cambiare la situazione. Siamo un paese che ha circa 5.000.000  di persone che giocano a calcio: la Croazia (che andrà ai mondiali) ha 4 milioni e 200 mila abitanti. Per dire. Il problema è quindi che su cinquemilioni (!!!!!) non riusciamo a trovarne 11 capaci di farci entrare fra le prime 32 squadre al mondo? O pensiamo che con un altro allenatore la cosa sarebbe stata diversa? Forse sì, ma siamo seri.

Non sarà che il sistema è talmente marcio che non permette una selezione meritocratica? Non sarà che per fare carriera e arrivare a giocare nelle serie maggiori bisogna sborsare centinaia di migliaia di euro? La colpa è di Ventura o di chi porta qui carrettate di ragazzini/adolescenti da tutto il mondo con un mercato stile tratta degli esseri umani? la colpa è di Tavecchio o delle società di calcio che lo tengono lì prosperando su questo sistema, chiedendo alle famiglie dei ragazzini tredicenni (se non prima) di pagare 10, 20 mila euro l’anno per farli entrare nelle loro squadre giovanili?

Si dice che il papà di Florenzi, simpatico giocatore proveniente dal vivaio della seconda squadra della capitale (scusate, sono già in clima derby!) abbia dovuto vendere un bar per far sì che il suo giovin virgulto arrivasse dove è arrivato. A lui, alla fin fine è andata bene (pare che il figlio gliel’abbia anche ricomprato), ma quanti come lui, forse anche più forti si perdono per strada? Questo è il sistema, tutti sanno, qualcuno comincia anche a denunciare, ma nessuno fa nulla per cambiare la situazione.

L’episodio di Florenzi potrebbe anche essere una leggenda metropolitana. Lui è forte, magari ci è arrivato solo grazie alle sue doti, anche se ne dubito fortemente. Quello che so per certo è che, a meno ché tu non sia Maradona (e avrei dubbi anche su quello) se non hai dietro una famiglia disposta a pagare in serie A non ci arrivi. E neanche in serie B o in Lega Pro. Al massimo continui a giocare con gli amici e a vedere l’Italia in Tv. Anzi, a giugno neanche più quello.

 

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La tempesta perfetta

“Potevo fare di questa Aula sorda e grigia un bivacco di manipoli…” (B. Mussolini, 16 novembre 1922)

Un contesto politico internazionale molto confuso, legato a grandi trasformazioni e profonde crisi economiche, sociali, di valori. Che sia la fine della Grande Guerra, la caduta del Muro di Berlino o l’ondata migratoria legata ai cambiamenti climatici cambia poco.

La frammentazione delle forze politiche tradizionali, concentrate sulla gestione del potere e del malaffare, lontane dal dare risposte concrete ai problemi della gente comune. Che si chiami grande depressione, tangentopoli o altro cambia poco.

L’affermarsi di forze nuove, orgogliose della propria diversità rispetto al passato, ricche di promesse con soluzioni semplici e a portata di mano, legate alla figura del leader carismatico in grado di attrarre le folle con la sua eloquenza ed i suoi slogan risolutivi: autarchia, il milione di posti di lavoro, reddito di cittadinanza, aiutiamoli a casa loro, cambia poco.

Il Paese è sempre l’Italia, l’anno mettetelo voi, può essere il 1922, il 1991 o il 2018. Il risultato temo che cambi poco lo stesso.