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Le uova di anatra

 

Le anatre depongono le uova in silenzio. Le galline invece schiamazzano come impazzite. Qual è la conseguenza? Tutto il mondo mangia uova di gallina.

 

Praticamente, chi strilla più forte c’ha sempre ragione. Oppure, continuando con le frasi fatte, la pubblicità è l’anima del commercio.

Per me invece non è così.

Passo per presuntuoso se dico che io invece vado cercando le uova di anatra?

Ma davvero è così.

Perché quello che mi fa davvero impazzire sono le bellezze autentiche.

Le persone che non hanno bisogno di apparire, di mettersi in mostra.

Non solo e non tanto per timidezza.

Forse, molto più semplicemente, perché non hanno bisogno di vendersi.

Soprattutto, non hanno bisogno di vendere quello che non sono.

E dunque mostrano la loro vera natura.

Bella, bellissima.

Se solo hai la pazienza di fermarti.

Se solo hai la curiosità di guardare.

Se solo hai il coraggio di innamorarti.

 

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Leggera, come la domenica mattina

That’s why I’m easy, I’m easy like Sunday morning. That’s why I’m easy I’m easy like Sunday morning

Domenica mattina il tempo si ferma. Domenica mattina è come l’intervallo fra il primo e il secondo tempo del film della vita. E’ come un granello di sabbia inceppato nella clessidra del tempo, che rimane lì incerto se scendere o rimanere su. In bilico. Fra la frenesia festaiola del sabato e le ansie della settimana lavorativa.

Poi c’è la messa (per me che ci vado) e il pranzo, il calcio e tutti gli altri impegni che riempiono la giornata. Ma la mattina della domenica è un’altra cosa. E’ come una finestra che si affaccia nella vita, un momento per voltarsi indietro a valutare quello che è successo e uno sguardo in avanti per pensare a quello che accadrà, al di fuori di tutto, come la vetta di una montagna su cui arrivi un po’ stanco, un po’ rinfrancato. Dove ti fermi a riprendere fiato.

Per questo, nell’unica mattina in cui potrei dormire di più, adoro svegliarmi presto. Prima di quando sarebbe necessario, prima di ogni corsa, di ogni impegno. Rimani lì a letto a poltrire ed insieme hai la voglia di alzarti, per godere di questo momento fuori dal tempo. E’ futile la domenica mattina, non serve a nulla, non ha uno scopo, un utile da ricercare. E proprio per questo è così straordinaria. E’ leggera la domenica mattina, come cantava trent’anni fa Lionel Richie.

Almeno quanto vorrei che lo fosse tutto il resto della vita.

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Destra e sinistra

“Sono benestante, ma non ancora così ricco da potermi permettere di essere comunista”

(Ennio Flaiano)

In questo momento di confusione sembra che destra e sinistra siano diventate parole senza senso. Letta e Alfano stringono un patto di ferro, mettono il caimano in frigo e si apprestano a governare almeno fino al 2015. Ma davvero è così? Davvero essere di sinistra o essere di destra sono appartenenze antiche, ormai prive di significato, lontane dalla realtà di tutti i giorni?

Eppure, se torniamo a quando nacque la differenza (su per giù dopo la rivoluzione francese, in base a dove si andavano a raggruppare i delegati del primo parlamento democratico), la linea di demarcazione e quindi la capacità di riconoscersi in una o in un’altra parte, non è poi così complicata, né tanto meno lontana dalla realtà.

La destra predilige la liberté, la sinistra l’egualité.

Per salvaguardare la libertà del singolo, la destra accetta, anzi direi quasi auspica, che non ci sia eguaglianza: la libertà fa sì che il merito faccia emergere i migliori. Lo Stato deve limitarsi a garantire e difendere questa libertà, proprio per far sì che i migliori emergano.

La sinistra ha a cuore l’uguaglianza e per assicurare questa è disposta anche a limitare la libertà del singolo. Lo Stato, attraverso un intervento diretto, più o meno esteso, deve impegnarsi per riequilibrare le storture della concorrenza, così da garantire un’uguaglianza di fondo tra i cittadini.

Sono semplificazioni, è ovvio. E poi in democrazia nessuno dei due principi viene affermato “contro” l’altro. Anzi, forse la differenza tra democrazie e dittature è proprio qui: una dittatura di sinistra pretenderebbe di assicurare l’uguaglianza a scapito della libertà e una di destra esalta a tal punto la libertà di qualcuno (di una classe, di una razza, di un unico superuomo), negando l’uguaglianza al punto da teorizzare una differenza antropologica tra gli uomini. Per fortuna in democrazia questa tendenze sono attenuate e si cerca di affermare entrambi i principi.

Ma le differenze restano: sei di destra? Ti sentirai limitato nelle tue possibilità da uno Stato troppo presente. Sei di sinistra? Ti indignerai per le sperequazioni economiche esistenti. Sei di destra? Vuoi che l’individuo possa decidere autonomamente della propria vita, delle scelte che fa per sé e per il tipo di società in cui vuole vivere. Sei di sinistra? Hai a cuore un’ideale di uguaglianza universale, in cui anche l’uso delle risorse dev’essere vincolato dai diritti degli altri.

Traduciamo queste due impostazioni nelle scelte più semplici o in quelle più impegnative (la sanità, la scuola, la previdenza, la politica energetica, l’immigrazione, i diritti delle coppie gay, l’equilibrio politico internazionale) e capiremo l’enorme differenza che tutt’ora esiste fra destra e sinistra. E potremmo anche capire da che parte siamo. Anche se…

Anche se l’Italia è sempre stata poco incline a queste scelte di parte. Siamo il Paese del “ma anche”, liberisti e statalisti, per la scuola privata e la sanità pubblica, per la pensione a 50 anni e contro il nucleare, sionisti filo palestinesi, cattocomunisti e contro i matrimoni gay. Insomma, questo “ma anche” quest’altro. Democristiani nell’anima. Per questo sono quasi certo che ci toccherà il duo Letta Alfano chissà per quanto tempo ancora.

Io stesso, faccio outing, mi sono riconosciuto per anni nei principi della destra, mentre ora mi autocolloco nella sinistra. Questo conferma che fra i miei tanti difetti, non c’è la coerenza. E poi mi danno fastidio le appartenenze acritiche, quelle che non si sforzano neanche di provare a capire le ragioni dell’altro. Ero di destra quando tutti erano di sinistra, sono diventato di sinistra quando il mondo andava a destra. Minoranza ad oltranza.

Però al di là di tutto, se debbo proprio scegliere fra liberté e egualitè, penso seriamente che il principio più importante, quello che dovrebbe ispirare le scelte e dominare sugli altri, sia la fraternité. Il terzo principio, senza il quale gli altri due rischiano di essere solo parole vuote, concetti senza anima.

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Alla fiera del senato

“Alla fiera der Tufello, pe’ du scudi,

er papata la madre scippò.”

(Latte e i suoi derivati)

Alla fiera del Senato, con due euri, il Berlusca un senatore comprò.

E venne Cicchitto, col cappuccetto, alla P2, Berlusca segnò. Alla fiera del Senato, con due euri, il Berlusca un massone comprò.

E poi venne Gasparri che firmò leggi, che neanche aveva letto, per fare un favore, caposenatore il Berlusca nominò. Alla fiera del Senato, con due euri, il Berlusca un fascio sdoganò.

E poi venne Brunetta, col capoccione, gran rompicojone, un poco ristretto, divenne ministro perché il Berlusca lo aiutò. Alla fiera del Senato, con due euri, il Berlusca un nanetto esaltò.

E poi Sallusti e Feltri, che tipi loschi, Liguori e Porro, un vero tamarro, Giordano e Capezzone, che belle perle, ma sai quante sberle che gli darei. Alla fiera dei giornalai, per due euri, il berlusca tanti maggiordomi comprò.

Poi c’era la Santanché, e la Gelmini, Ruby e la Minetti e altre donne rette, che poi erano mi…otte, ma lui non lo sapeva, faceva regali a tutte loro, perché il Belusca c’ha il cuore d’oro. Alla fiera dell’Ardcore, con due euri, il Berlusca un’igenista mentale comprò.

E poi venne Angelino, che bel faccino, doveva essere l’erede, ma poi lo tradì. Alla fiera del Senato, per due euri il Berlusca il suo Bruto trovò.

Lo tradirono tutti, ma quanto erano brutti, e il Berlusca solo soletto non ne poteva più. Alla fiera del Senato, alla fine, al Berlusca, rimase solo…Lulù

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Il dito e la luna

Sull’immane tragedia di Lampedusa sento parlare di legge Bossi Fini, di corridoi da presidiare, di taglio delle risorse, di dislocamento delle truppe, dell’Europa che non collabora. Sento le solite merde leghiste che straparlano, sento alcuni speculare, altri che piangono, chi si rammarica e chi invece pontifica. Tutto giusto, tutto vero.

Ma così guardiamo solo il dito.

Possiamo esaminarlo per bene, fargli la radiografia, vederlo in tridimensionale, contando le linee che ne creano l’impronta. Possiamo disquisire all’infinito, raccontarci la rava e la fava di questo dito benedetto

Ma, come spesso accade, se ci fermiamo al dito, non guardiamo la luna.

E la luna è l’inferno da cui questi poveretti scappano. Perché prendere moglie e figli e mettersi su una zattera per attraversare il mare significa aver visto l’inferno.

Se non andiamo lì a risolvere i problemi alla radice potremmo fare qualsiasi cosa, corridoi umanitari, centri profughi, leggi speciali per aumentare l’accoglienza, ma temo che sarà tutto inutile, come fermare l’acqua con le mani. Se vogliamo davvero finire questa strage seguiamo la direzione che indica il dito. Andiamo laggiù e affrontiamo l’inferno. Questo deve fare l’Europa, se non vuole avere sulla coscienza un nuovo olocausto.

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4 Storie (+ una) cromaticamente biancocelesti

Le 4 storie raccontate in questo romanzo sono in realtà un espediente, direi quasi una scusa, per raccontare la quinta storia, che corre parallela alle altre. Parallela, ma anche intersecante grazie a quei giochi possibili nel mondo della carta e la penna, nel quale lo spazio, ma soprattutto il tempo, possono rispondere ad altre regole rispetto a quelle della realtà. E quindi, mentre le prime 4 si svolgono in pochi mesi del 1999, l’altra inizia 50 anni prima e solamente alla fine si riunirà alle altre.

Le 4 storie sono raccontate tutte in prima persona, attraverso la voce degli 8 protagonisti che si alternano sulla scena come fossero tante telecamere puntate sulla realtà, che quindi vedono e raccontano ognuna dal suo punto di vista.

Il racconto nel suo insieme è una specie di biografia non autorizzata (il “Tommaso” protagonista mi somiglia più forse di quanto avrei voluto), ma non solo del sottoscritto. Come scrivevo nella prefazione, è il racconto di una generazione, quella dei figli di chi visse il 68 o forse meglio, dei fratelli minori di chi visse il 77. Una generazione di reflusso (non solo esofageo), disincantata, vaccinata contro i grandi ideali, ma allo stesso tempo (o forse proprio per questo) bisognosa di credere in qualcosa. Anche in qualcosa di frivolo, come forse (anzi certamente) può essere il calcio.

E infatti tutte le storie sono condite, avvolte, circondate dal biancoceleste. Perché il tifo per la Lazio non è un accessorio accidentale alla trama, ma  costituisce la metafora più immediata e calzante per descrivere vizi, virtù, caratteristiche di quei ragazzi dell’85, quindici anni dopo.

E meno male che ci sono le donne! Perché in fondo, queste quattro storie più una, sono un omaggio alle donne, che molto spesso hanno quel pizzico di creatività e soprattutto di voglia di rischiare, di rimettersi in gioco, che riesce a risolvere le situazioni.

 * * * *

 Dalla 4 di copertina

Si può rovinare un matrimonio per andare dietro ad un Otto perfetto? Si può cadere in depressione perché si voleva cambiare il mondo, mentre ora si è più preoccupati della caduta dei capelli che di come va il Governo? Si possono lasciare marito e figlie per una canzone dei r.e.m.? E poi, cos’è peggio, vedersi sfumare l’obiettivo di una vita oppure raggiungerlo e scoprire che in realtà non è cambiato nulla?

Otto protagonisti, come fossero otto telecamere, che dal loro punto di osservazione raccontano queste quattro storie. Storie cromaticamente biancocelesti, perché il collante di tutto è un’insana, travolgente, immotivata ed irragionevole passione per la più antica squadra di calcio della capitale.

Un quinta storia di sottofondo, una storia d’altri tempi, lunga 50 anni, che lega tutte le altre.

Quattro storie, più una

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Al culmine del giorno ci sorprese l’Eclissi

Questo romanzo nacque da un esperimento o se vogliamo, da una scommessa.

La storia è abbastanza semplice: un uomo e una donna che si incontrano casualmente sul web e cominciano un dialogo via via più intenso che fa nascere un sentimento sempre più forte, fino chissà. In questo senso certo è una storia datata, scritta a cavallo del nuovo millennio, quando ancora gli incontri sul web erano agli albori, non esistevano i social network e anche le chat erano cose per addetti ai lavori. Oggi una storia così non avrebbe senso o comunque si svilupperebbe molto più velocemente e in forme e modi differenti.

La scommessa fu scriverlo a 4 mani con Letizia, un’amica conosciuta sul web, guarda caso in un sito di scrittori esordienti (esattamente questo http://www.danaelibri.it/rifugio/rifugio.asp.) Partimmo con un’idea, qualche suggestione e poche altre certezze. Da qui facemmo in modo che i due personaggi continuassero in maniera quasi autonoma. Gli costruimmo intorno i due mondi, i contesti su cui si muovevano, le storie che li avevano portati fino a quel punto, ma poi lasciammo che scrivessero loro la storia, lasciando a noi il compito di semplici portavoce.

Non so dare una valutazione obiettiva di cosa ne venne fuori. Però i giudizi furono lusinghieri e soprattutto, noi ci divertimmo un mondo a scriverlo, perché l’uno non sapeva cosa avrebbe scritto l’altro, non conosceva come sarebbe proseguita la storia e lo scopriva insieme, o meglio, attraverso il proprio personaggio.

Chiudo con un retroscena divertente, il commento di un amico. Proprio in quel periodo un altro nostro amico si stava separando dalla moglie dopo aver conosciuto una su internet.

“Questa è la differenza tra te e le persone normali. Lui conosce una su internet e se la porto a letto, tu ci scrivi un libro.”

 * * * *

Dalla 4 di copertina.

Un uomo. Una donna. Due individui. Due solitudini. Due monitor. Attraverso cui lasciarsi spiare, per scivolare compiaciuti e curiosi nella maglie di una rete che, avviluppandoli, li rende quasi ciechi nei confronti del mondo che li ha circondati fino a quel momento.

Quella che si presumeva fosse la realtà, diventa cornice. Quello che fino a un attimo prima era pura possibilità, si concretizza nelle loro menti e pare addirittura possa diventare realtà. Quello che potrebbe essere solo un fenomeno astronomico diventa uno spartiacque, un rito di passaggio verso una nuova vita. O meglio, verso un nuovo modo di affrontare la vita. Perché un modo nuovo di comunicare può insegnare un nuovo modo di vedere, di sentire, di sognare.

Occhi che vedono come i miei, orecchie che sentono come le mie?” scrive Guido a Bianca. Ma le parole scritte, anche se inviate alla velocità di un battito di ciglia, possono dire così tanto?

L'Eclissi

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Quando c’è l’Alluvione tutti i topi vengono fuori

Per me c’è un misto di tenerezza e nostalgia nel commentare l’Alluvione. Lo scrissi di getto, in una settimana, cosa abbastanza rara per me, che invece tendo un po’ a prendermela comoda. Doveva essere scritto. Era una specie di terapia.

Stavano svendendo l’azienda in cui lavoravo, regalandola a gente senza scrupoli, spregevoli individui che si arricchivano senza meriti, deridendo e disprezzando le persone che lavoravano lì da una vita e che nel bene o nel male avevano guidato l’azienda fino a quel momento.

E’ il mercato bellezza! Liberalizzare, privatizzare, concorrenza, competitività…tutte stronzate. O meglio, tutte maschere, più o meno riuscite, per nascondere il mestiere più vecchio del mondo appena dopo la prostituzione. Il ladrocinio.

E dunque, proprio in mezzo all’alluvione, mentre sorci ripugnanti uscivano fuori da ogni anfratto, cercavo in qualche modo di rimanere a galla. Non avevo il fegato (o forse semplicemente non ero così arrabbiato) per tirare una molotov, e così scrissi quel racconto. Tragicomico, dovessi definirlo con un unico aggettivo. Un po’ paradossale. Non vero, ma certamente verosimile. Scrivere fu liberante, perché era come proiettare fuori di sé i desideri più reconditi e realizzarli, anche se solo su carta.

Non so come, non so perché, ma la terapia funzionò e a differenza del protagonista, riuscii a canalizzare la rabbia in modo che non diventasse, come per lui, autodistruttiva. Lo pubblicai qualche anno dopo, quando ero del tutto guarito, proiettato in un’altra realtà. E soprattutto in un’altra azienda, quindici anni dopo però posso dire che quel racconto mantiene intatta, purtroppo, la sua attualità. Anzi, per come stanno andando le cose forse si potrebbe quasi dire che più che un racconto potrebbe essere considerata una profezia.

E se questo è vero, allora speriamo che si realizzerà nella realtà anche il lieto fine del romanzo.

* * * *

Dalla 4 di copertina

Questo è il racconto di una rivolta. Con dei martiri, degli omicidi, un tentativo di regicidio e un quasi suicidio. Ma si sa, non si fanno rivolte senza morti, colpevoli o innocenti poco importa. Una rivolta sacrosanta, che riesce a coinvolgere anche coloro che sono ai margini della manifestazione: anche a costoro viene voglia di tirare un sasso

E’ un racconto tragico. Ma anche comico. Perché il comico si nasconde un po’ ovunque, basta saperlo cercare.

Così emerge la voglia di contrastare la tragedia (l’Alluvione) e tutte le sue conseguenze negative (i topi). Quella voglia che dà libero sfogo alla fantasia per inventare una soluzione diversa.

Quando c'è l'Alluvione tutti i topi vengono fuori

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Pubblicità regresso

Sopra l’insegna di un Bar sulla Nomentana capeggia un cartello enorme:

“qui vinti 500 mila Euro”.

Evidentemente, negli intendimenti dei proprietari, questa vincita dovrebbe servire da volano per invogliare folle di scommettitori a scegliere quel bar, rispetto ad altri.

Ma siamo proprio sicuri che sia così? Quante probabilità ci sono di vincere 500 mila euro? E quante ce ne sono che la vittoria capiti due volte nello stesso posto?

Non sono un gran giocatore: pago fior di tasse ogni mese (non per merito…me le tolgono dallo stipendio prima di darmeli!), penso già di contribuire al bene dello Stato senza dovergli regalare altri soldi.

Ma la questione è un’altra. Quante volte pensiamo di metterci in mostra favorevolmente nei confronti degli altri e invece facciamo dei clamorosi autogoal? Prima di lodare qualche nostra (presunta) dote non converrebbe domandarci: ma siamo sicuri che è quello che gli altri si aspettano da noi?

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Seguire le stelle o inseguire le nuvole

Puoi metterti in viaggio seguendo le stelle o inseguendo le nuvole, per raggiungere una meta, oppure solo per andare via.

Ci si mette in viaggio per il gusto di viaggiare o perché si ha chiaro davanti a sé il proprio traguardo. Accettando il rischio di perdersi, oppure seguendo un percorso già tracciato.

Si può partire per dimenticare o per farsi dimenticare, con la paura di perdere qualcosa o con il coraggio di perdersi, trovando qualcosa di nuovo o semplicemente ritrovando se stessi.

Ci si mette in viaggio con la speranza di arrivare o con la nostalgia di tornare.

E qui decidi la natura del tuo viaggio, qui si apre la differenza tra chi segue le stelle e chi insegue le nuvole. Tra chi cerca una meta – che poi è sempre un ritorno – e chi è disposto ad aprirsi ad un futuro diverso.

Tra la speranza e la nostalgia c’è tutta la distanza fra chi pensa ci sia qualcosa da guadagnare e chi non ha più nulla da perdere.

Ci vuole coraggio per mettersi in viaggio.

A volte però il coraggio vero è quello che ti fa restare.