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Non ci sono più le miss di una volta

Non volevo commentare la vicenda di miss Italia. Molti ne hanno detto e scritto, dandogli forse anche troppa importanza. Qualcuno se la prende con la scuola, qualcuno con la tv, qualcun’altro con la società, i tempi che corrono, signora mia, si stava meglio quando si stava peggio, non ci sono più le miss di una volta. Poi ieri ci si è messa anche la Littizzetto! Che per carità, è simpatica e mi fa anche ridere, però anche lei, come moltissimi altri commenti che ho letto, ritorna sullo stesso ragionamento: è bella, la volevate anche intelligente? Ha vinto miss Italia, mica il premio Nobel!

D’accordo, nessuno pretendeva che spiegasse in diretta la dialettica servo padrone o l’appercezione trascendentale. D’altra parte anche io una volta ho scritto un elogio della bruttezza perché in effetti, come dicevo lì, la bellezza ti spiana le strade, ti facilita il percorso. Il bello rischia di bastare a se stesso, non ha la necessità e lo stimolo di andare oltre, di cercare nuove strade. Però…diamine! C’è un però!

Ci sarà pure una via di mezzo tra il sapere a memoria i canti della Divina Commedia e l’incommensurabile, abnorme, colossale, straripante minchiata che ha detto ‘sta cretina? No perché se davvero passa il concetto lei è bella e partecipa ad una gara in cui si valuta la sua bellezza, quindi può dire qualsiasi cosa, allora davvero, aridatece gli Squallor. Almeno facevano ridere

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Mi ami? Ma quanto mi ami?

Bello de zia

L’altro giorno ho messo una foto su FB. Una foto particolare. Anzi diciamola tutta, una foto veramente scema! Ma del resto, cosa vi aspettate: se ho un blog minchione, figurtevi cosa può essere il mio profilo di faccialibro! In realtà era un esperimento. Ma andiamo con ordine.

Un like su FB non si nega a nessuno. Questa è una premessa necessaria: pensate se un like costasse, che so, 10 centesimi. Ne metteremmo lo stesso numero? Gli everything likers, come li chiamano andrebbero falliti! O cambierebbero mestiere. In ogni caso, cosa c’è dietro un like? Non è sempre o solo un “mi piace”. E’ una carezza, una pacca su una spalla, la voglia di dire ci sono, ti ho visto, ho letto, ho colto quello che volevi dire, sono d’accordo con te. Sono tuo amico.

Ma quando postiamo qualcosa di oggettivamente poco attraente che significano i like? Qualcuno l’avrà messo così, tanto per…Altri avranno voluto forse dire “ti sono talmente amico che mi piace anche questa foto oscena“. Oppure, “ti sei davvero rincoglionito da mettere ‘sta foto, ma in qualche modo io devo tirarti su, quindi metto mi piace“. Forse qualcuno può arrivare addirittura a vederla bella, quella foto, perché ti vuole così bene che non vede quello che vedono gli altri. A me capita con qualcuno. Mi piace talmente tanto quello che fa, o quello che scrive, o quello che è, che ogni cosa mi piace. E’ raro, ma capita.

Insomma, sta di fatto che fino adesso 56 amici hanno messo “mi piace” a una foto che veramente ci vuole la mia facciadiculo per renderla pubblica. E io, non ho problemi ad ammetterlo, sono assolutamente contento di queste pacche sulle spalle virtuali, a prescindere dalle motivazioni che ci stanno dietro. Ma la cosa singolare è che invece qualcuno si è fermamente ribellato alla foto in questione, intimandomi di toglierla al più presto. Mia figlia e mio fratello mi hanno insultato, il mio Amico con la A maiuscola non finiva di perculeggiarmi e una mia amica speciale mi ha mandato un messaggio su waht’up scrivendomi “nun te se po’ guardà!”. Perché solo loro? Forse perché sono quelle che non hanno bisogno di darmi pacche sulle spalle. Forse perché non hanno necessità di rimarcare il loro apprezzamento. Ognuno di loro sa che io so quanto ci tengono a me.

E così, alla fine dell’esperimento mi è rimasto qualche dubbio irrisolto, qualche domanda senza risposta. Di che tipo di amici abbiamo bisogno? Amici spietati e sinceri come gli ultimi o comprensivi e “buciardi” come i primi 56? Meglio qualcuno che ti nasconde i tuoi difetti o qualcuno che vuole sempre e comunque aprirti gli occhi? Meglio quello che ti vuole così bene che non riesce a vedere quello che non va perché gli piaci così come sei o quello che ti vuole così bene che vuole tirare fuori la parte migliore di te?

E tu, che amico sei, la vedi la gobba o fai finta di niente?

 

 

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We are the Champions

Il fatto è che noi ci sminuiamo! Non riusciamo fino in fondo a valorizzare le cose belle, anzi straordinarie, che sappiamo fare. Eppure è così. Ognuno di noi ha dei talenti nascosti, ognuno di noi ha un campo in cui è come  Cristiano Ronaldo, il numero uno, il più bravo di tutti.

Per esempio questa mattina sono andato a fare le analisi. Appena entrato il dottore (oh, il dottore! Mica il primo scemo che passava di lì per caso! Uno che fa quello di mestiere, uno che ne vede centinaia, anzi, migliaia) mi fa, “mi dia il campione delle urine“. Avete capito? Il campione! Chi l’avrebbe mai detto.

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Consigli di lettura non richiesti / 3. May

Alle soglie dell’autunno, ma con una temperatura che fa pensare più alla crema solare che alle castagne, non vi sarà mica passata la voglia di leggere? Ambè! Passati i fatidici 23 giorni, ecco che si rimette in azione il vostro umile (quanto inutile) dispensatore di consigli di lettura (ovviamente non richiesti).

Oggi però vi propongo una variazione sul tema. Vi ho sempre suggerito due titoli, uno di un tipo ed uno di un altro, uno più serio, più corposo, da centellinare come un bel rosso ad alta gradazione ed uno più frizzantino, un bianco da tracannare tutto d’un fiato, con orgiastico entusiasmo. Oggi aumento la dose, ma rimango sullo stessa riva del fiume, (anche se non so bene quale). E’ un po’ l’uno e un po’ l’altro. I titoli sono tre, ma in realtà è come se fosse uno, perché è una trilogia.

Sono tre romanzi autonomi, che potreste leggere separatamente, ma che non riuscirete a farlo, perché una volta iniziato il primo, andare avanti nelle storie diventerà una specie di bisogno fisico. L’autore è lo scozzese Peter May e parliamo della cosiddetta trilogia di Lewis: L’isola dei cacciatori di uccelli, L’uomo di Lewis, L’uomo degli scacchi.

Tre storie autonome, ma collegate l’una all’altra, con lo stesso protagonista e la stessa ambientazione: le isole Ebridi.  Una metafora della frontiera, il mondo alla fine del mondo, citando un altro autore che meriterebbe di stare in questa rubrica (ed in ogni biblioteca). Queste isole a nord della Scozia mi hanno sempre affascinato, proprio per la loro collocazione estrema, al confine con l’ignoto. E proprio in queste terre estreme si svolgono tutte e tre le storie: un po’ gialle, un po’ poliziesche, con tuffi in una passato mai dimenticato, con storie d’amore e d’amicizia lunghe decenni, con colpi di scena improvvisi e inaspettati. Storie che non potrebbero essere ambientate altrove, perché sono totalmente immerse nei luoghi in cui si svolgono.

Fra le tre, dovessi fare una classifica, la seconda storia è quella più particolare, ma tutte e tre sono davvero belle. Una lettura davvero coinvolgente ed insieme un consiglio di viaggio, perché al termine, state sicuri, vi verrà voglia di prendere un volo per le Ebridi.

I consigli non richiesti vi danno appuntamento al 12 ottobre. Buona lettura!

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Vado a Singapore o rincorro gli scoiattoli?

E così sono due anni che word presso questi lidi. Ed è incredibile, tu pensa a volte le combinazioni: WordPress mi fa gli auguri per il secondo anno di blog, proprio due anni esatti da quando l’ho aperto. E poi dici che non bisogna credere alle coincidenze.

Come lo scorso anno questa è un po’ l’occasione dei bilanci, dei numeri, dei consuntivi. Ma soprattutto l’occasione per ringraziare i miei amici blogghettari, vicini e lontani, assidui e saltuari, seriosi e minchioni. La “scatola virtuale” si riempe sempre più di cose, di legami, di amicizie. E se è vero che scrivere resta sempre una delle cose che mi diletta di più e ha un sua valenza in sé (il saggio di Konisberg avrebbe detto che ha una natura noumenica), certamente sapere di essere letti, da alcuni di voi in particolare, ha assunto nel tempo un gusto tutto particolare, che volendo restare nel linguaggio del già citato prussiano, potrei definire fenomenico. Se non fosse anche un bel po’ minchionico. Ma questo è un altro discorso, che non credo Kant apprezzerebbe più di tanto.

Ma diamo un po’ di numeri. Gli iscritti al blog sono arrivati circa ad un migliaio (ma dai, sul serio? E non devo dei soldi a nessuno?) e le visite quasi 30 mila (così tanta gente ha così poco da fare? Ti credo poi che l’Italia va in rovina). E a proposito di Paesi, oltre al nostro ho ricevuto visite un po’ da ogniddove, anche da Paesi palesemente inventati, tipo Singapore (Singapore, vado a Singapore, benedette care signore, dai non esiste!). Certo vorrei chiedere a quel mio lettore dalle Maldive……ma tu, stai alle Maldive no? E invece di…..va be’ oh, contento te. Cosa poi abbiano capito gli 8 bulgari che hanno letto il blog….ah, saperlo!

Un focus particolare (da qualcuno bravo, tipo un neuropsichiatra), andrebbe fatto sui termini di ricerca che hanno portato al blog. Alcuni, debbo riconoscerlo, mi riempono di soddisfazione e di orgoglio. Lo vedi – mi dico – lo vedi che alla fine, piano piano, dai tempo al tempo: un encomio speciale va quindi a quel lettore che è arrivato da me digitando “salvini testa di cazzo“. Complimenti, hai vinto una fornitura gratuita di minchiate giornaliere. Tu mi contatti in privato e io ogni giorno te le mando. Altri termini di ricerca, effettivamente, mi rimangono un po’ oscuri. Tipo “quanti anni aveva la signorina Rottermeier?” Ma perché lo volete sapere? E soprattutto, perché sperate che nel mio blog ci sia la risposta? Mah!

Debbo dire però che quello che mi ha più emozionato è stato “che bello rincorrere gli scoiattoli“. Ecco, questo mi sembra quello che meglio rappresenti la natura assolutamente minchiona del mio blog. Anzi, forse gli cambio nome: invece che Viaggi Ermeneutici, lo chiamo Chebellorincorreregliscoiattoli” . Che ne dite?

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Un strada che non ha un nome

Come quando da piccoli ci dicevano che non dovevamo aver paura del buio.

Un par de palle! Il buio fa paura…soprattutto se sei bambino. E allora cominciano a darci spiegazioni. Cercano di distogliere la nostra attenzione. Indirizzano le nostre paure, le rendono comprensibili, gli danno una spiegazione. Ma così le banalizzano.

Esattamente un anno fa, come i lettori più assidui ricorderanno (e se non ve lo ricordate e non avete di meglio da fare, potreste leggere qui e anche qui), mi ruppi una gamba. Un evento banale, se vogliamo, una cosa da nulla potreste dire. Ma a distanza di un anno, magari posso comprendere meglio perché mi mandò così in tilt. Il problema vero non era la gamba rotta. Non erano i due mesi a casa, né i sei mesi lontano dai campi di calcio (anche se…).

Quelle erano le cose evidenti. Ma non sempre sono quelle vere. Come se qualcuno pensasse sul serio che i problemi di Roma siano il traffico, la metropolitana affollata, la mondezza nelle strade o il funerale di un camorrista. La soluzione non poteva essere solo una placca al perone e un po’ di fisioterapia. Come la soluzione non può essere mandare via quel coglione di Marino.

Di fronte ai problemi la via più semplice è quella di mascherarli. E trovare una bella soluzione, che apparentemente li risolva. Lascia stare che poi dopo un po’ la soluzione si rileva farlocca e il problema si ripropone identico. Almeno però hai guadagnato un po’ di tempo.

Così leggiamo quelle belle inchieste su Repubblica che ci spiegano come affrontare i problemi con i figli che non ci stanno a sentire. Oppure le analisi sociologiche sul perché ed il per come si debba o non si debba mettere in giro fotografie di bambini. Come se il problema nei rapporti fosse dire una brutta verità e la soluzione fosse accaparrarsi il consenso con una bella bugia. Come se per farsi comprendere dai figli bastasse wuozzappare scrivendo tvb, scialla o bella pe te. O magari aprirsi un profilo su Instagram. Poi va be’, c’è pure chi pensa che la soluzione sia votare cinquestelle. Allora vale tutto.

Il problema non era la gamba rotta, quanto l’aver toccato con mano (anzi, con gamba!) la possibilità di diventare qualcos’altro. Di non essere più quello che ero, di non poter più fare quello che facevo. Di non poter avere più quello che avevo. Solo una possibilità. Eventuale, ma insieme terribilmente concreta.

In ogni caso meglio, molto meglio, vederlo in faccia il problema. Senza edulcorarlo. Soprattutto senza trovare soluzioni di comodo. Come se il problema fosse quello che avremmo potuto essere e non quello che potremmo diventare. Ma il primo l’abbiamo scelto noi, il secondo potrebbe non essere così. E’ un problema indefinito ed indefinibile, come una strada che non ha nome. Ma volenti o nolenti, da soli o in compagnia (forse questa è l’unica cosa che possiamo scegliere) è inevitabile percorrerla.

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Awake my Soul

Mumford & Son. Quest’estate a Rock in Roma me li sono persi, mannaggia la pupazzetta! Chi c’è stato racconta di un concerto travolgente (altro che quella rana gracidante che le mie sorelline si vanno a sentire domani sera…). Sono un gruppo straordinario, due CD oltre quello uscito quest’anno, uno più bello dell’altro. In oltre sette anni di concerti cominciati per strada (ma anche oggi so che a volte è lì che tornano). Melodie che non puoi ascoltare senza stare fermo, anzi senza aver voglia di salire sul tavolo e metterti a ballare. Testi che colpiscono senza mai annoiare. Senza scomodare paragoni ancora prematuri, fra le nuove generazioni, secondo me, i talenti emergenti più promettenti.

Lo so, fino ad oggi vi avevo scassato i minchioni solo con i consigli non richiesti in campo letterario. Ma stasera mi girava così e poi questi ne valgono davvero la pena. Non ci credete? E allora ascoltate questa

Quanto è mutevole il mio cuore e quanto storditi sono i miei occhi
Lotto per trovare una qualche verità nelle tue bugie
Ed ora il mio cuore si imbatte in cose che non so
Questa debolezza che sento, dovrò mostrarla alla fine
Dammi una mano e li conquisteremo tutti
Prestami il tuo cuore e ti farò innamorare
Prestami i tuoi occhi, posso mutare quel che vedi
Ma devi mantenere la tua anima completamente libera
In questi corpi vivremo, in questi corpi moriremo.
Dove investi il tuo amore, dove investi la tua vita
In questi corpi vivremo, in questi corpi moriremo
Dove investi il tuo amore, dove investi la tua vita
Risveglia la mia anima, risveglia la mia anima
Risveglia la mia anima, risveglia la mia anima
Risveglia la mia anima, risveglia la mia anima
Sei stato creato per incontrare il tuo creatore

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“La differenza fra un sogno e un obiettivo è semplicemente una data”

La data in cui non ci sarà più un testa di cazzo come Salvini che vomita le sue stronzate sull’immigrazione (e scusate se ho usato il termine “testa”. In effetti vicino a Salvini è un po’ come accostare colesterolo e lardo di Colonnata). La data in cui non ci saranno più teste di cazzo che crederanno alle stronzate di uno come Salvini (cit. “Io odio i nazisti dell’illinois“).

La data in cui non ci saranno più muri, né steccati, per separare Berlino o Gerusalemme. La data in cui capiremo che l’Italia, l’Europa, l’Occidente, non sono “nostri” né più, né meno di quanto non siano “loro”.

La data in cui ci renderemo conto che quelli che pensiamo essere diritti, sono solo privilegi. La data in cui confesseremo a noi stessi che quelle che pensiamo essere ragioni, sono solamente alibi.

La data in cui prenderemo sul serio fino in fondo il nostro essere cristiani. La data in cui vedendo questa foto non solo ci indigneremo, ma faremo concretamente qualcosa, qualsiasi cosa anche piccola così che non succeda mai più.

bimbo

Quella sarà la data in cui avremo smesso di sognare. Ma forse avremo raggiunto un primo obiettivo.

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Le giuste battaglie

La verità è che si cambia. Purtroppo, per fortuna, non saprei: a volte è un bene, perché solo gli idioti non cambiano idea, a volte è un male perché si rischia di perdere la strada o ancora peggio di perdersi nella strada. Però è un dato di fatto: cambiamo. Cambiamo idea, cambiamo taglio di capelli, cambiamo gusti gastronomici, cambiamo amici, cambiamo addirittura le cellule del nostro corpo. Evolviamo, oppure degeneriamo, dipende da tante cose, a volte è anche difficile dirlo.

Cambiamo. Una delle cose che avevo imparato in questi 48 anni di vita e che avevo sempre cercato di applicare, una di quelle cose che qualcuno chiama “regole di vita”, per me era una massima di Lao Tze tratta dall’arte della guerra: combatti le battaglie che sei sicuro di poter vincere. Perché impegnarsi a combattere nemici troppo forti? Oppure, perché perdere tempo e sudore per cercare di far ragionare uno stupido? Perché cercare di cambiare una situazione sulla quale già sappiamo probabile evoluzione e quasi certo finale? Margaritas ante porcos, energie sprecate, fatiche inutili. Meglio, molto meglio evitare, girare a largo, alzarsi dal tavolo e salutare tutti.

Per molti aspetti in effetti la penso ancora così. Ma non è il buon senso quello che di solito mi consiglia la non belligeranza: se mi fermo a ragionarci non posso non ammetere che in realtà è la mia pigrizia che mi spinge sempre a pensare che non ne valga la pena. Però, c’è spesso un però. Come vi ho già raccontato, mi capita sempre più spesso di trovarmi ad essere come l’avvocato delle cose perse, che si affeziona agli obiettivi impossibili, che si lascia sedurre dagli obiettivi improbabili. In altre parole, oggi a differenza di ieri, penso che ci siano battaglie che valga la pena combattere, a prescindere dall’esito. Anzi, che valga la pena combattere solo perché è giusto farlo, anche sapendo già che sicuramente si uscirà sconfitti.

Saranno i primi segni del rincoglionimento senile? Chi lo sa. E’ un dato di fatto che mi sta scemando quell’ansia da prestazione, il voler raggiungere l’obiettivo a tutti i costi, la paura di sprecare tempo, energie, occasioni. E paradossalmente divento meno pigro, mi viene da impegnarmi di più, anche solo per il gusto di farlo. Una volta si diceva, da giovane incendiario, da vecchio pompiere. Allora forse sono stato programmato a rovescio.

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Consigli di lettura non richiesti / 2. Meier – Backman

Puntuale come un attacco di colite ai primi freddi, ecco qui, esattamente 23 giorni dopo la prima puntata, i nuovi consigli di lettura non richiesti. Le vacanze non sono ancora finite? Tuffatevi in un bel libro! Le vacanze sono terminate? Risollevate lo spirito ed il morale con una rinfrancante lettura!

Oggi comincio con un libro che ho già consigliato a quel gran minchione di Zeus, ma che è talmente bello (il libro, non Zeus) che non posso circoscriverlo ad un solo amico, per quanto speciale (Zeus, non il libro). Si tratta de “Il Figlio” di Philipp Meier. Uno di quei libri da gustare, da assaporare pagina dopo pagina, che vi lascerà un vuoto dentro una volta finito. Tre generazioni di americani, dalla prima metà dell’800 fino ad i giorni nostri, con le tre storie, ovviamente intrecciate fra loro, che si dipanano autonomamente fino a riconfluire magicamente nel finale. Il grande sogno americano con tutte le sue contraddizioni, i grandi spazi e le crudeltà più efferate, i sentimenti più profondi e il futuro aperto verso le mille possibilità. L’Iliade e l’Odissea mischiate insieme, il mito della frontiera raccontato in mille film di Hollywood eppure sempre diverso.

Il secondo consiglio riguarda invece “L’uomo che metteva in ordine il mondo” di Fredrik Backman, un autore svedese molto particolare. La Svezia sotto quell’apparente calma glaciale dev’essere un posto pieno di contraddizioni: un posto che ha visto nascere gli ABBA e il Death Metal, una terra che ha dato i natali ai giallisti più oscuri e sanguinolenti e poi ti sforna un autore che scrive un libro come questo. Una storia bella nel senso più autentico, ingenuo e spensierato del termine. La storia di un uomo che ha perso la voglia di vivere e nonostante faccia di tutto per non ritrovarla, la vita gli ripiomba addosso coinvolgendolo di nuovo in mille emozioni. Un libro leggero, scorrevole che vi strapperà un sorriso anche se state per ricominciare a lavorare, grazie al suo ottimismo irresistibilmente coinvolgente. Alla fine avrete un solo rimpianto: di non avere anche voi un vicino di casa come il protagonista di questo romanzo!

Ritroverete i consigli di lettura non richiesti tra 23 giorni, alle soglie dell’autunno, esattamente venerdì 18 settembre. Stay tuned!