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Il giorno del giudizio (quando finalmente la Kalokagathia trionferà)

Verrà il giorno del giudizio e in quel giorno finalmente dominerà la Kalokagathia: καλὸς καὶ ἀγαθός, il buono che è anche bello. L’unione della perfezione, la rotonda verità che quel giorno al fin trionferà (tiè, ho fatto anche la rima). La beata speranza che diventerà reale, il sol dell’avvenire che finalmente sorgerà su un giorno senza fine. Nel giorno in cui verranno dissipati tutti i dubbi, non ci sarà più possibilità di confondersi, quando finalmente Lombroso avrà la sua rivincita. Il buono sarà bello, il cattivo sarà brutto. E puzzerà pure. Non ci sarà da sbagliarsi.

Sì, sarà esattamente così. Tu stupido approfittatore sociale apparirai in tutta la tua bruttezza. Tu che vendi dipendenza e controlli gli altri con la paura, ti spaventerai di scoprire quanto sei brutto. Tu invidioso di merda, che spargi veleno e cattiveria sprofonderai nella schifezza che sei. Tu essere infido e spregevole, annegherai nella tua mostruosità. E tu – soprattutto tu – merdosissimo cancro, tu scoreggia dell’universo, caccola cosmica, immonda fetenzia, sarai inchiodato al muro del tuo stesso orrore. Tutti quelli che passeranno ti sputeranno in faccia con viva e vibrante soddisfazione, mentre i maschietti, sempre con gran compiacimento, ti pisceranno in testa.

D’altra parte invece tu risplenderai di una bellezza senza fine. Come una stella nel cielo, come un piatto di fettuccine, come un tramonto sul mare, come una pista da sci, come la risata di un bambino, come le feste che ti fa il cane quando rientri a casa, come dopo aver fatto l’amore, come un goal al 71. La tua bontà illuminerà la tua bellezza. Che d’altra parte io ho sempre visto, ma che evidentemente non sono mai riuscito a raccontare a dovere. Non mi è mancata lo convinzione, forse le parole. Perché la vera bellezza supera i confini della parola. Sarai bellissima, come lo sei sempre stata, ma finalmente lo riconoscerai anche tu, che non c’hai mai creduto e che hai sempre pensato che dicessi per scherzo.

Ma non sarà uno scherzo, perché quello sarà il regno della Kalokagathia. Bontà e bellezza. Il giorno del giudizio.

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Solo un altro 27 marzo

Perché d’ora in poi, per te, andrò alla ricerca dei sempre nel mai. La bellezza qui, in questo momento. (L’eleganza del riccio – Muriel Barbery)

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Alice – “Per quanto tempo è per sempre?”   Bianconiglio – A volte solo un attimo

Non ho tanto altro da aggiungere a quanto scrissi qui. In fondo cinque anni in più non cambiano davvero le cose e soprattutto non sbiadiscono i ricordi. Il 27 marzo sarà sempre il giorno dei ricordi e della malinconia, è inevitabile. Ma la cosa bella è che la tua voce mi risuona ancora nelle orecchie e basta chiudere gli occhi e ti vedo lì, appoggiata all’angolo della cucina, a fianco alla finestra, con una gamba incrociata sull’altra, mentre assorta nei tuoi pensieri ti mordi il pollice della sinistra e hai una Multifilter nella destra. Ti volti e mi guardi

“Ciao Ro’, sono qui”!

È un attimo, ma a volte può bastare.

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E venne il giorno

L’occasione di un viaggio non ermeneutico e quindi la forzata assenza di qualche giorno dal blog mi dà lo spunto per riportare su uno dei primi post del blog. Una cosa scritta quasi dieci anni fa, che ai suoi tempi addirittura vinse uno di questi minchionissimi premi di una altrettanto minchiona rivista on-line per aspiranti scrittori (rigorosamente minchioni, ovviamente). Ma che, a prescindere da tutto, mi aveva divertito molto scrivere. Buona lettura e a rileggerci tra qualche giorno!

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E poi venne quel giorno.

Il giorno in cui tutto era diverso. Quel giorno di novembre quando le formiche cominciarono un po’ ad alterarsi. Con quel caldo che faceva loro continuavano a sgobbare, facendosi un notevole fondoschiena, mentre quelle donnine allegre delle cicale continuavano a cantare a squarciagola, neanche fosse piena estate. Eh che cazzo Lafontaine! Ma mica vale così! A questo punto, noi avremmo dovuto starcene tranquille a bere e a trombare al calduccio dei nostri formicai e quelle peripatetiche delle cicale avrebbero dovuto essere già belle che schiattate…allora? Dobbiamo scioperare anche noi? Dobbiamo scendere in piazza? Bloccare la città come fossimo blechebloc? Guarda che non ci mettiamo niente, eh! Tanto il passamontagna nero neanche ci serve! Scesero in piazza miliardi di formiche, secondo la questura però erano centinaia di milioni.

A quel punto davvero qualcosa sembrava diverso. Ma era una sensazione sbagliata. Non c’era qualcosa di diverso. Era tutto completamente diverso. Gli uomini…

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Conversazioni rubate alla letteratura (winter version)

Ovindoli, una domenica di marzo, sulla spianata in fondo alle piste da sci, incontriamo nuovamente i nostri amici Umberto e Cristina di cui qui vi avevo raccontato qualche perla di saggezza estiva.

LUI. Umberto, già lo conosciamo è grosso, tanto grosso, del resto la palestra è la sua principale occupazione. D’inverno non può sfoggiare i suoi mitici tatuaggi, ma la bandana in testa non manca, occhiali da sole, tuta da sci verde ramarro con inserti gialli e arancioni. Praticamente uno stabilo boss ambulante.

LEI. Cristina è bionda tinta, è più minuta, ma il fisico palestrato non è da meno. Anche lei bandana in testa, occhiali da sole, tuta da sci fucsia e celeste (gli altri due colori degli evidenziatori che mancavano a lui, perché certa gente ci tiene ad essere precisa).

LEI. Aho! Sei arivato, ma quante piste te sei fatto, me ne stavo annà. Poi tu me lasci tutta sola, nun sai ch’ è successo…io stavo qua tutta tranquilla a ripià fiato e ce stava uno che me guardava. Sai quanno te guardeno come pe’ dì, ma io te conosco, ma io mica o conoscevo. Allora s’avvicina e me fa, “Ciao bionda, ma dove ci siamo già visti? Che per caso d’estate stai ar Trocadero a Ladispoli?”  “No, guarda, te stai proprio a sbaja. Io vado a Torvaianica”  “Però me pareva, senti io comunque so Cristian e tu come t’antitoli”  “Eva”  “Aho, bello è un nome bibblico, come Abramo e Eva!”  “No, come evapora, che mo’ ariva er ragazzo mio e si te vede qua ‘ntorno t’appiccica ar muro come ‘na gomma da masticà.” Ma n’hai capito, amo’? Ce stava a prova’. Amò, ma me stai a sentì?

LUI.  Eh? Sì, amò hai fatto proprio bene.

LEI. Er fatto è che tu me lassi sempre sola, te ne vai de qua e dellà, cori, ma che te cori? Che te credi da esse Arberto Tomba, io nun je la faccio mica a statte dietro.  E poi manco ce volevo venì, oggi a Porte de Roma ce staveno pure le svendite da eccendemm, Giorgia m’aveva detto e dai, viecce pure tu, che ce vai a fa, a te la neve manco te piace, giusto perché tu madre ha ‘nsistito “e dai, annate a scià, c’abbiamo casa, nun ce va mai nessuno, allora me la vendo” Ma anfatti, perché nun s’avendono sta casa? Eh amò, secondo te?

LUI. Eh? Sì, amò t’ho detto che hai fatto bene.
LEI. Seeee ciao ni. Umbè o vedi come fai? Io parlo ma tu mica me stai a sentì.
LUI. A Cristì io devo annà ar bagno, dev’esse stato er cappuccino co la bomba calla. Nun te sto a sentì, perché se no me caco sotto.
LEI. Amo, sei propio ‘na bestia.

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It’s late

Eh sì, è tardi per cambiare stile di vita. Per pensare di poter diventare qualcosa o meglio qualcuno di diverso. E’ tardi per imparare a sognare oppure per smettere di farlo. Per ritenere che ci sia la possibilità di cambiare il verso delle cose o il finale della storia. E’ tardi per immaginare un nuovo inizio, per recriminare ed anche per inventare scuse puerili. E’ tardi per far finta di non ricordare com’era prima. E’ tardi.

E’ tardi per giocare e forse anche per aspettare qualcosa o qualcuno che sappiamo non arriverà. E’ tardi per pensare di smettere o per chiedere scusa. E’ tardi per chiedersi su chi poter contare ed anche su chi valga la pena aspettare. E’ tardi per fingere. Soprattutto per fingere che non ci importi di nulla e di nessuno. E’ tardi per smettere di fidarsi degli altri. E’ tardi per pensare che il malox, oppure il sesso, sia la soluzione dei problemi senza soluzione.

E’ tardi per rimpiangere le cose che non torneranno più. E’ tardi per smettere di dire bugie, soprattutto a se stessi. E’ tardi per farsi domande a cui non possiamo rispondere. E’ tardi. Ma forse non ancora troppo tardi

Non è mai troppo tardi per essere quello che sareste potuti essere (G. Eliot)

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Sogno di una notte di fine inverno

E così fa di nuovo freddo. Magari la pianteranno tutti di rompere: il riscaldamento globale, non piove più, il buco dell’ozono, piove troppo, le alluvioni mica c’erano prima, perché fa troppo caldo, i ghiacciai poverini. Invece no fa freddo, fa troppo freddo, le scie chimiche, l’era glaciale. Cambiate troppo spesso idea! Anche io però. Sono meteorologico e un po’ meteoropatico. Molto simpatico, ma poco pratico. Un tipo atipico, come un segnale fonetico. Un anno sabbatico o un impianto eolico.

Così tiro a indovinare, ma non ci azzecco mai. Allora tiro la palla contro il muro. Ma spesso vince il muro. E infatti il muro è molto spesso e ci si para davanti all’improvviso. Siamo in motorino ora, ma riusciamo a sterzare. E continuiamo per la nostra strada. Stiamo arrivando. Ma lo sapevo che non dovevamo venire in motorino. Sto scomodo. E non so come reggermi. Non mi reggo. Il problema è che anche gli altri non mi reggono.

Tieni, prendi questi cento euro e non dirlo a nessuno. Anzi, sono troppi, ridammeli e puoi dirlo a chi vuoi. Il fatto è che tu pensi che siamo amici perché sei ricco, hai una Ferrari, un superattico ai parioli e guadagni 100 mila euro al mese. Ma ti sbagli, invece. Sarei amico tuo anche se ne guadagnassi 90 mila. Questo è molto consolatorio per me. Sai ho problemi, soffro di alitosi. A sì? Ma dai! Pensa parlando con te al telefono non me ne sono mai accorto. Io però mi chiedo, cosa ci fa qui questa libreria? Ah, ora ti riconosco…mi stai prendendo in giro! Ma io non sono stupido? La libreria non sta facendo proprio niente. Forse ti sbagli. Su cosa mi sbaglio? Sul fatto che la libreria sta facendo qualcosa? No, sul fatto che non sei stupido.

Comunque, tu inventa una storia credibile ed io farò finta di crederci. Sta a sentire, una volta, ero in Africa, appena svegliato sparai ad un elefante in pigiama. Però non ho mai capito chi gli avesse messo il pigiama. Questo sogno non porta da nessuna parte. Ma se non porta allora parto. Parto e vado via. Ma è un parto difficile, un cesareo. San Cesareo, Colleferro, Anagni, Fiuggi. Fuggi da Fiuggi! Anche perché si sta bene, ma si mangia troppo. Non ci voglio tornare mai più, mi hai detto. Mai dire mai. Anzi, mai dire mais. Nell’insalata. Lo odio. Mi si infila fra i denti, sta robba gialla, ma che siamo galline che mangiamo il mais?

E mentre noi disquisiamo sul mais, arriva il guardiano. Arriva sempre un guardiano, ma questo è grosso e somiglia ad Alberto Sordi e mi dice: A regazzì, cell’hai ‘na casa? E và alla casa! E io ci vado sì a casa. Ma non prima di aver comprato un biglietto per il prossimo concerto della Bandabardò.

 

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L’equivoco dell’eleganza

Insomma, lo capisco, per te non dev’essere stato facile. Quando si è in tanti, guadagnare l’affetto dei genitori, cercare di emergere, fare la fila la mattina per andare in bagno. Vuoi farmi credere che non è vero?

Ma non ti devi vergognare, non sono cose che uno racconta volentieri, però mi immagino che i soldi non bastavano mai, mangiavate tutti insieme, dormivate in due in un letto. Doversi mettere i vestiti che non stavano più bene ai più grandi, giocare solo con i giochi usati, andare a scuola con le cartelle che i fratelli non usavano più. Chi me l’ha detto?

Ma no, nessuno, però me lo immagino. Ah, non è così? Come? Mi stai dicendo che sei figlio unico? Come mi è venuto in mente che avevi tanti fratelli? No, sai credevo che…Proprio non ti spieghi da cosa posso aver pensato che…Ma scusa, se uno si mette le iniziali sulla camicia…ho pensato: ma questi, dentro casa, quanti devono essere?

 

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Scrivo perché

Perché ancora non ho imparato a volare. E neanche a nuotare, se è per questo. Né ad amare, forse, probabilmente, anzi quasi certo. Perché non si finisce mai, né soprattutto si vorrebbe finire. E invece poi, prima o poi, speriamo sempre poi che prima, si finisce sul serio. “Gli uomini costruiscono case perché devono vivere, scrivono perché sanno che devono morire“, me l’avete già sentita dire, è di Pennac ed effettivamente è una delle citazioni più belle sullo scrivere. Ma poi in realtà. come dice giustamente il mio amico Pank (ancora non vi siete iscritti al suo blog? va be’, continuiamo così, facciamoci del male),  “pensiamo sempre che non ci possa succedere niente più che morire, ma mentiamo a noi stessi. E’ perdere quello che siamo che ci fa paura… e in un certo senso ci perdiamo tutti i giorni.”

Ecco allora io scrivo perché penso sia un modo per non perdermi. In senso oggettivo e soggettivo. Scrivo per fissare le cose, le emozioni, i pensieri, in modo che non si perdano, che non mi scivolino via fra le mani e fra le pieghe della mia mente distratta. Ma scrivo anche per non perdere me stesso, per provare a ricordarmi chi sono e perché sono così e non in un’altra maniera.

Scrivo perché non so gridare e nemmeno cantare. Anche se mi sarebbe sempre piaciuto, ma penso sia come il nuotare, se non impari da piccolo è difficile. Ad amare invece si impara giorno per giorno, passo dopo passo, parola dopo parola. Un po’ come lo scrivere. A volte riesce, a volte no, ma non lo puoi forzare. Puoi esercitarti, puoi mettercela tutta, ma se non hai nulla dentro, nulla uscirà fuori.

Scrivo perché non ho abbastanza soldi per viaggiare quanto vorrei, né abbastanza salute per bere vino quanto vorrei. Ci vuole un fisico bestiale. Io ho il fisico di un lanciatore di coriandoli, che pretendete? Ah, avevate pensate che…vi avevo fatto credere che…no, niente da fare, puntate altrove.

Scrivo perché in serate come questa, quando la delusione ti fa dire che hai sbagliato molto (dire tutto mi sembrerebbe esagerato), non ti resta che scrivere (anche perché per piangere non c’è tempo). Non ti resta che scrivere e tirar fuori l’amarezza, sperando che così se ne vada via.

Non so se è quello che si aspettava Zeus: non è così profondo, né così minchione (un giorno però scriveremo 50 sfumature di minchiate, diventeremo ricchi e famosi e poi andremo in televisione a fare la pubblicità a un fumetto. Del resto scusa, se quel gran minchione di Cracco fa la pubblicità alle patatine noi non potremmo fare la pubblicità ai fumetti?) come avrei voluto, ma così mi è uscito. Del resto, se invece di scrivere avessi saputo volare, nuotare o cantare, avrei fatto altro. Ad esempio, se avessi saputo cantare, magari avrei cantato questa

 

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La felicità è come la nebbia a Milano

Non è la prima volta che vi intrattengo sul tema felicità. Non avete ancora letto la mia personale classifica sui futili motivi per cui essere felici? Be’ fatelo! Seppur nella sua minchioneria (e come potrebbe essere altrimenti?) resta uno dei post meglio riusciti. Però qualcuno mi faceva notare che in realtà quelli sono motivi transitori, che lasciano il tempo che trovano. Che insomma, in definitiva, ammesso e non concesso che ci siano momenti e motivi di felicità, sono fugaci, passeggeri, deboli. Troppo deboli. Bisogna cercarne di altri, di più solidi, di più duraturi. Certo, il rischio è questo qui.

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La felicità è un po’ come la nebbia a Milano. Quando c’è non si vede. E se non si vede quando c’è, figuriamoci quando non c’è! Del resto di motivi per non essere felici ce ne stanno a valanga, non c’è che l’imbarazzo della scelta. Ma se uno ci chiedesse, cosa servirebbe per essere felici, siamo proprio sicuri di sapere la risposta? A parte vincere un’esagerata quantità di denari, forse. Ma siamo sicuri che basterebbe questo? Siamo sicuri che i tutti i ricchi siano felici?

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Allora l’amore. Be’ certo, essere ricchi e innamorati è meglio che essere soli e con le pezze al culo. Ma forse non è così automatico neanche questo. Forse ha ragione il grande Woody: le parole più belle del mondo, quelle che davvero ci rendono felici non sono “ti amo”, ma “è benigno”. Siamo sicuri che l’amore renda felici? Che il trovare una persona che ci ami, che stia sempre vicino a noi, che divida gioie e dolori, ansie e speranze, possa far sì che possiamo dire, ecco sì ora sono felice?

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Se è vero che riusciamo con dovizia di particolari ad elencare i motivi per non essere felici, perché diventa così complicato individuare le cause per esserlo? Io resto sempre più convinto che questa benedetta felicità sia sopravvalutata. E che soprattutto sia sopravvalutata la sua ricerca. E qualche volta, anzi più di qualche volta, forse basterebbe guardare le cose con occhi diversi, valutare le situazioni per quello che sono, cercando sempre di dargli il giusto peso, ovvero di ridimensionarle e quindi poi lasciarsi andare ad un liberatorio, quanto taumaturgico

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Lo so, lo so. Non è una soluzione, mi direte voi. Figuriamoci! Se non vi hanno convinto i futili motivi, vi potrà mai bastare l’atarattico motto? Ma certo che no. Come non vi basterà cercare di far tornare alla mente i momenti felici del passato. Quella volta che Veron segnò sotto la sud facendo poi il verso dell’aeroplanino, oppure quella volta che facemmo l’amore dopo aver mangiato la pasta con i carciofi e bevuto quel vino sublime, il concerto dei Supetramp al PalaEur, il 23 settembre del 98, il 3 dicembre del 2001 e tanti altri. Ma no, se anche stessi qui a continuare a dire, potrei non convincervi. La felicità, ammesso che esista, ammesso che sia afferrabile, deve essere più di questo. Deve andare al di là, dev’essere oltre. Ma se questo oltre fosse dove proprio non lo cerchiamo? Se questo oltre fosse proprio esattamente qui?

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The magical mistery tour

Galliani si lamenta del condizionamento che un uso distorto delle tv può operare sulla pubblica opinione. E del conflitto di interessi che ci dici? E dei vecchi che vanno con le ragazzine,  no dai, non essere timido, esprimiti liberamente.

Tzipras dice che è giusto che la Grecia non paghi i debiti verso la Germania. Anzi, chiede i soldi alla Merkel per i danni provocati settant’anni fa dal nazismo. (“Aronne Piperno, non furono i tuoi antenati a lavorare il legno per fare la croce di Gesù Cristo? Potrò esse ancora un po’ incazzato per questa cosa?”)

A Roma ci saranno delle strade dedicate alla prostituzione. Strade dedicate? Ma perché ora invece la Salaria, la Laurentina, la Tiburtina, la Prenestina, la Casilina, l’Appia, l’Aurelia, la Cassia, la Flaminia, il Villaggio Olimpico, cosa sono?

Salvini tiene un comizio pubblico a Palermo, dicendo che lui non è mai stato contro i meridionali. Certo e poi è arrivato un elefante rossa a pallini gialli, che intonando canzoni tirolesi ha offerto del tiramisù a tutti gli abitanti del bosco.

Il bello è che poi sarei io quello che scrive minchiate sul blog!