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Volevo solo rincorrere i miei sogni

Sognavo di essere un alieno. Che arriva sulla terra e ogni giorno scopre cose nuove. Ogni cosa è fonte di meraviglia, anche il banale, anche il quotidiano. Ogni cosa è stupore, è incanto. Vivere l’entusiasmo per trovare  l’entusiasmo di vivere.

Per questo poi ho sognato di essere un dj. Per dare voce a chiunque, per poter dire quello che mi pare, in faccia ai potenti e ai superbi. Gridare ogni giorno la mia passione, il non arrendersi, il comico e il tragico. La vita!

Quindi ho sognato di essere un professore. Non per salire in cattedra, anzi piuttosto per salire sui banchi, per spiegare agli altri la necessità di cambiare punto di vista. Non avrei avuto nulla da insegnare, perché le cose bisogna impararle da sé. Per questo non avrei voluto aule, ma prati verdi, spazi aperti, per rincorre i sogni e succhiare la vita fino al midollo.

Nel massimo dei miei sogni avrei voluto essere Peter Pan. Per non arrendersi alla realtà, per inventarsi un’isola che non c’è dove salvare tutti i bambini perduti. Dove  imparare a volare, sopra le cattiverie, le ansie e le preoccupazioni.

Infine avrei voluto una cosa impossibile. Ma l’avrei voluta davvero tanto! Avrei voluto essere una mamma. Perché nessuno mai potrà amare di più. Nessuno mai avrà così tanto da dire e da dare su questa terra.

Purtroppo però alla fine ero sempre e soltanto io.

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Sentieri interrotti

I sentieri ufficiali in montagna, quelli segnati e catalogati dal Cai, hanno dei bei segnali rossi e bianchi che ti dicono dove devi andare. Basta avere un po’ di colpo d’occhio, seguire i segni e sei sicuro di non sbagliare mai. A volte il sentiero sembra prendere da un’altra parte, a volte la via più grande, quella apparentemente più semplice gira da un lato, ma il segno indica altrove. Magari su per un viottolo stretto e quasi nascosto: se lì ci sono le strisce bianche e rosse puoi stare tranquillo, perché quella è la strada giusta. Malgrado ogni apparenza.

Se segui i sentieri già battuti non rischierai di perderti. Non avrai sorprese, né belle, né brutte. Sai che arriverai dove volevi arrivare. Non devi star lì a ragionare più di tanto: non devi valutare i pro e i contro, né hai l’imbarazzo della scelta. Qualcuno, più esperto di te, ha fatto le scelte più giuste e ora tu non devi fare altro che fidarti di lui e seguire le sue orme.

Può capitare però a volte che senza accorgertene, ti trovi su una pista non segnata. Basta non vedere uno dei segni, magari seguendo quello che sembra essere il sentiero principale e ti ritrovi su un terreno non battuto. A quel punto puoi tornare indietro per recuperare la strada giusta. Oppure puoi improvvisare, puoi tentare di andare avanti, orientandoti con il sole o con le cime dei monti. Andare avanti su una strada sconosciuta, su un sentiero incerto, poco battuto, con la speranza che prima o poi ti riporterà sulla via principale.

Perché anche in mezzo ai boschi le apparenze possono ingannare e quando pensi di aver trovato una via alternativa, quando sei pieno di orgoglio e ti senti un novello Cristoforo Colombo, quel sentiero ampio e incredibilmente pulito, si interrompe improvvisamente in mezzo al nulla.

Ogni volta la montagna mi dice tante cose. Mi dice che per quanto possiamo essere bravi, difficilmente ci inventeremo un sentiero alternativo. Mi dice che a volte dobbiamo avere l’umiltà di tornare sui nostri passi. Che se vogliamo arrivare in cima, dobbiamo saper cercare i segni, senza lasciarsi ingannare dalle apparenze. Soprattutto mi dice che in fondo l’obiettivo può anche essere il cammino stesso, più ancora di quello che ci sarà alla fine del sentiero.

 

 

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Quell’unico errore

Mentre tu sei l’assurdo in persona e ti vedi già vecchio e cadente, raccontare a tutta la gente, del tuo falso incidente…

Io volevo fare l’insegnante. Matematica o ancora meglio, scienze. Quanto mi piaceva studiare gli animali, le piante, l’origine della vita. Però giù al sud che futuro aveva un professore di scienze? Imparati un mestiere oppure entra nell’esercito, così avrai sempre un piatto caldo per te e per i tuoi figli. Così mi diceva mio padre. Mestieri non ho provati tanti, ma non ero capace a far nulla, l’esercito non mi piaceva, provai con la marina.

Il mare, i grandi spazi, forse era questa la strada giusta per me. Certo non era l’insegnamento, le aule universitarie fantasticate da ragazzo restavano nella mia mente, come un sogno irrealizzabile. Però ero bravo, ero davvero bravo. Sapevo pilotare meglio di chiunque altro e dopo qualche anno la marina non mi bastava più, potevo diventare ricco, potevo fare tanti di quei soldi che sarebbero bastati per i miei figli e per i figli dei miei figli. Forse aveva ragione il mio povero papà. Forse.

Poi, improvvisamente, una notte il mondo mi crollò addosso. Sì, certo, fui io a sbagliare. Ma quante volte sbagliamo e nessuno se ne accorge? Quante volte i nostri sbagli non hanno alcuna conseguenza? Io invece non fui così fortunato. Un errore, un unico errore scatenò la tragedia. Mi fece diventare un mostro da sbattere in prima pagina, il prototipo dell’italiano incapace ed infingardo. Una sola disattenzione, una è bastata a distruggere la mia vita, a farmi precipitare nel baratro.

L’errore era stato grande, tragico, ma la cosa peggiore, quello che più mi ha rovinato, è stata l’incapacità di gestirlo. Chi non fa non sbaglia mi hanno sempre insegnato. Sarebbe bastato un po’ più di freddezza, di lucidità. E un po’ più di coraggio. Magari sarei morto, ma sarei morto da eroe. Forse nessuno mi avrebbe incolpato più di tanto. Ma il coraggio, se non ce l’hai, come diceva Manzoni…

Io volevo fare il professore, non volevo essere un eroe. Ironia della sorte poi mi hanno chiamato davvero all’Università: non a fare una lezione, come maliziosamente hanno scritto i giornali, no. Mi hanno chiamato per 7 minuti, a raccontare il mio errore e soprattutto il modo sbagliato con cui l’ho gestito. Grande scandalo, l’assassino in cattedra! A chi importa sapere come sono andate le cose, a chi interessano i fatti? Io non sono più Francesco. No, io sono un simbolo. E la gente ha bisogno dei simboli: quelli buoni da imitare, quelli cattivi da additare. I fatti non interessano a nessuno.

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Nel sussurro di una brezza leggera

È quasi incredibile quanto riusciamo a non capire la realtà che ci circonda. Quanto riusciamo ad equivocare le persone, le situazioni, i sentimenti. E così diamo risposte errate, scambiamo silenzi per richieste di aiuto, appelli accorati per semplici battute. La realtà è che dovremmo smettere di proiettare la nostra immagine, i nostri desideri, le nostre paure su chi ci sta di fronte. E magari vuole semplicemente essere lasciato in pace. Oppure vuole essere ascoltato, se solo avessimo la pazienza di lasciarlo parlare.

Nel nostro affannarci cerchiamo nei posti sbagliati. Cerchiamo risposte dove non ci sono, scambiamo semplici domande per accuse. Come se il mondo girasse intorno a noi. Come se davvero fossimo noi il centro di questa galassia. Ci diamo da fare, pensiamo di ottenere chissà quali risultati, ma rischiamo solamente di essere sordi e ciechi. Cerchiamo un confronto e rischiamo di fermarci di fronte ad uno specchio.

Ci aspettiamo che le cose avvengano come diciamo noi, quando diciamo noi, per i motivi che abbiamo stabilito. Ma non è così, non è quasi mai così! E quando capita – in un sussulto di concretezza e di presa d’atto della realtà – che ci rendiamo conto che le cose non stanno come pensavamo, allora può capitare che ci lasciamo sopraffare dai cattivi pensieri, dal dubbio di aver sbagliato tutto, di non aver costruito null’altro che castelli di sabbia. E come bambini capricciosi ci andiamo a nascondere negli anfratti delle nostre solitudini, soli ed incompresi…poveri cocchi di mamma!

E allora, dopo esserci esaltati per i venti impetuosi, dopo aver tremato di fronte ai terremoti, dopo essere rimasti immobili di fronte al grande fuoco, novelli Elia, proprio quando non ci speravamo più, nel sussurro di una brezza leggera, ci sentiamo chiedere “Cosa ci fai tu qui?”

Perché la verità è che, come cantava la povera Mimì, continuiamo a cercare l’acqua, quando abbiamo il mare nelle tasche.

 

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Le mie 10 canzoni

Senza musica la vita sarebbe un errore. Friedrich Nietzsche

Era tanto che volevo scrivere un post così. La musica non è un elemento accessorio della mia vita, ma ne fa parte in modo essenziale, non mi lascia mai, mi accompagna in ogni situazione. Probabilmente è la cosa più bella che esiste, la più bella che l’uomo abbia mai inventato, ammesso che l’abbiamo inventata noi. Se mi guardo indietro ogni tempo ha avuto la sua musica, ogni sentimento, ogni situazione e non c’è nulla di più concreto e di più immediato di una canzone per far tornare alla mente le sensazioni provate, il passato, il presente e il futuro. E queste sono le mie dieci canzoni: le più belle, le più significative. Le mie!

Thunder Road. E’ la canzone del coraggio di vivere e del rialzarsi sempre. Non importa quanto sei stanco, non importa quanto non ti va: il Boss dice che si può fare, che ce la posso fare, basta volerlo. E se lo dice il Boss, chi sono io per contraddirlo?

Baba O’Reily. L’età adulta, la scelta di abbandonare un passato certo, per un futuro diverso, di chiudere definitivamente delle porte per poterne aprire delle altre. La paura e la speranza. Soprattutto, la certezza che fatto qual passo indietro non si torna.

Wish you were here. La nostalgia per chi non c’è più. Non riesco a farci i conti con questa canzone ed in generale con i Pink Floyd. Di una bellezza inaudita, ma troppo dolore, troppo.

The Pretender. La sicurezza. E’ la canzone della calma dopo la battaglia, quella del ritorno a casa, dei lunghi viaggi in macchina nella notte. Una notte brillante di stelle, che arriva dopo un giorno faticoso, ma pieno di soddisfazioni.

Goodbye Stranger. L’adolescenza. Ne avrei potute scegliere molte altre, ma questa è certamente la più significativa, quella che più di tutte mi fa ripiombare indietro di trent’anni. Quella che mi fa risentire i profumi, i sapori, le voci degli anni del liceo, dei pomeriggi spensierati, ma insieme pieni di pensieri. Degli anni delle grandi scelte, perché ancora era tutto da scegliere. Per inciso oggi è la suoneria della sveglia.

We’ve got tonight. I percorsi perduti, i sentieri interrotti della vita, non per forza scelte sbagliate, ma certamente quelle non portate avanti. Senza rimpianti. Quelle strade che avremmo potuto seguire, che ci sarebbe piaciuto seguire, ma che abbiamo deliberatamente scelto di non continuare a percorrere.

Blackbird. La tristezza. Quella con cui impari a convivere, quella che sta sempre insieme a te, anche nei momenti più belli, anche nelle gioie più grandi, quel senso di incompiutezza, di nodi irrisolti, di questioni aperte. Ma insieme anche quella tristezza tenera, a cui ti abbandoni, certo che lei non ti lascerà mai, a cui in fondo hai imaparto a voler bene.

With or without you. Le contraddizioni, i conflitti, il giusto e lo sbagliato insieme. L’andare quando bisognava fermarsi, il dire quando bisognava tacere. La vita in fondo, cos’altro?

Powderfinger. La forza. La certezza di farcela. E’ un passo in più di quella del Boss: andrebbero ascoltate insieme, una dopo l’altra, perché dove finisce quella comincia questa. Se vogliamo, forse questa potrebbe essere la canzone del domani.

Firth of  Fifth. Semplicemente la bellezza della vita. Ancora oggi mi incanta. Dovessi sceglierne una da ascoltare sempre, da qui all’eternità, non potrei non scegliere lei.

Ne mancano moltissime. Non c’è la “nostra” canzone, perché quella è di Ale e mia e basta. Non ci sono canzoni che hanno dietro dei ricordi precisi ed indelebili: non necessariamente grandi canzoni, ma che certamente hanno fatto parte della colonna sonora della mia vita. Penso ai Spandau o agli ELO, ai Queen o ai Dire Straits. Non c’è molto presente, non ci sono i Rem o i Green Day, i Pearl Jam, i Counting Crows, tutti gruppi che accompagnano le mie giornate oggi e in un recente passato. Ma non si possono ricordare tutti. Non ci sono canzoni italiane, semplicemente perché pur essendocene di molte belle e anche molto significative, nessuna, almeno nella mia personalissima opinione, può competere con queste.

Sarà difficile, ma spero sempre che la più bella sia quella che ancora dev’essere scritta.

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When I’m sixty four

Ammesso e non concesso che non sia già accaduto quello che scrivevo qui  (https://giacani.wordpress.com/2014/03/18/quando-saro-morto/) quando avrò 64 anni starò per andare in pensione. Come sarà l’Italia nel 2030? In Tv continuerà la sagra dell’ovvio. Ci sarà sempre l’emergenza caldo d’estate (bevete molto, non uscite nelle ore calde), l’allerta meteo d’inverno (mangiate cose calde, copritevi nelle ore fredde), ci sarà qualche comico che si improvvisa politico e qualche politico che ci farà ammazzare dalle risate.

Sarà l’anno dei mondiali. Il calcio però sarà meno seguito di oggi, soppiantato sempre più dai giochi virtuali. Tutto sarà un po’ più virtuale. Non ci saranno più le chat, avrà largo seguito il videofonino. Noi antichi no (salvo qualcuno più minchione di altri) ma le giovani generazioni videoparleranno soprattutto con un computer, precedentemente programmato per essere esattamente come vogliamo che sia. I miei nipoti saranno amici e passeranno la gran parte del tempo con una che ha l’aspetto di Marylin, adora la birra e soprattutto dice sempre di sì, senza star lì troppo a puntualizzare.

Nel 2030 ebrei e palestinesi continueranno a starsi reciprocamente sulle balle, ma speriamo che avranno convertito i conflitti in partite a scacchi. Non ci sarà più la fame nel mondo e questo grazie ai cinesi che avranno invaso la terra con negozietti tutto a un euro e involtini primavera a gogò. Inutile dire che ci avranno definitivamente colonizzato: noi, l’Europa, gran parte dell’America e dell’Africa. Ci saranno i cinegri e i cineuropei: i più fetenti di tutti, ovviamente saranno i cinromanisti, ma questo è ovvio.

I miei figli vivranno in un altro Paese, ma grazie al videfonino potremo vederci tutti i giorni. I miei nipoti parleranno altre lingue, mia nuora potrebbe avere la pelle di un altro colore e mio genero pure. O invece no. Magari i miei figli dopo aver girato di qua e di là saranno tornati nei paraggi, tanto più che ormai gran parte dei lavori si svolgeranno da casa o comunque a distanze anche siderali dal luogo di lavoro.

Dicevo che starò per andare in pensione. Ma ancora ci si andrà in pensione? Questo lo ignoro, però è probabile che si lavorerà di meno. I nostri nonni lavoravano 6 giorni alla settimana, noi 5, i nostri nipoti probabilmente 4. Ci sarà sempre più tempo libero e le persone, inevitabilmente, si dedicheranno sempre di più a hobby e ad attività ricreative. L’altra faccia della medaglia sarà che ci si annoierà anche molto di più. Troveranno nuovi modi di sballarsi e di perdere il contatto con la realtà.

Ci si ammalerà di meno e si invecchierà di più. Avranno trovato un rimedio contro il reflusso esafageo forse non ancora contro il cancro. Di qualcosa si continuerà a morire. Il traffico a Roma sarà sempre lo stesso, non avranno finito i lavori della metropolitana e quando pioverà saremo lì tutti in fila a smadonnare. Continueremo a giocare a calcetto il giovedì sera, ma avremo avuto la prudenza di comprarci un defibrillatore, Bruno continuerà a tirarci sòle e con Tato, Elena e Ciu continueremo a farci pazze risate. Isotta sarà preside da qualche parte e Dario avrà messo su un’agenzia per giovani calciatori. Ci saranno sempre lunghe discussioni con I. e continueremo a sorprenderci per la strane coincidenze che ci capiteranno.

Ale continuerà a sopportarmi. Lo so, questo è più un auspicio che una previsione razionalmente fondata, ma almeno una concedetemela! Senza alcun dubbio sarò sempre il gran cazzone che sono sempre stato. Forse anche un po’ peggio. Continuerò a leggere Tex e a bere vino, a tifare Lazio e ad ascoltare good-old music. Spero che avrò ancora la curiosità di conoscere persone e cose e la capacità di non prendere nulla sul serio. Soprattutto me stesso.

E i blogger? Be’, questo ce lo dovranno raccontare loro! Quindi sotto a chi tocca…

http://thepellons.wordpress.com/,

http://musicfortraveler.wordpress.com/,

http://www.topperharley.com/,

http://elinepal.wordpress.com/,

http://unblogunpocosi.wordpress.com/ , 

http://shockanafilattico.wordpress.com/

http://luceashanghai.wordpress.com/

http://tiraiunafrecciaalvento.wordpress.com/

http://migrazioniinterne.wordpress.com/

http://pindaricamente.wordpress.com/

http://paracqua.wordpress.com/

http://bloom2489.wordpress.com/

http://disgracekellybites.wordpress.com/

http://solounoscoglio.wordpress.com/,

http://menteminima.wordpress.com/  

http://pinocchiononcepiu.com/,

http://vivodasola.wordpress.com/,

http://articolarticolando.wordpress.com/,

http://violetadyliopinionistapercaso.wordpress.com/,

http://ammennicolidipensiero.wordpress.com/,

http://ilsuccodimela.wordpress.com/

http://cippes.wordpress.com/

http://vetrocolato.wordpress.com/

Come sarete voi a 64 anni?

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Mica penseranno che siamo così stupidi?

Ma che sarà, che cosa t’offrirà, quest’altra storia, quest’altra novità…l’unico rischio, è che sia tutto finto e che sia tutta pubblicità!

 

Non so se avete fatto caso ad una recente novità della reti Mediaset: dopo il meteo tradizionale, quello di casa nostra, ci raccontano il meteo di qualche paese esotico. Una volta la Giamaica, un’altra volta le Antille Olandesi, un’altra le Hawaii.

Ora, capisco che questa è un’estate di merda. Capisco che il turismo soffre e i consumi languono. Ma mica penseranno che siamo così stupidi che vedendo le previsioni metereologiche di questi paradisi, miracolosamente ci torna la voglia di andare in vacanza e ci precipitiamo da Decathlon a comprare pinne, fucile ed occhiali?

No, dai! Non è possibile! Sarebbe come se pensassero che mandano in onda, che so, un programma finto dove uomini e donne si mettono in mostra, invogliassero la gente a socializzare. O se provassero a farci credere che si scelgono i candidati con il televoto, invece che dentro le urne. È inverosimile!

Oppure, che so, sarebbe come se uno, volendo arrivare alla guida del Paese, si comprasse prima le televisioni, poi una squadra di calcio e cominciasse a sparare cazzate dalla mattina alla sera, promettendo milioni di posti di lavoro, l’abolizioni delle tasse e si tingesse i capelli per far credere di essere sempre giovane. Dai! Ma chi mai ci potrebbe credere!

È ovvio che non possono pensare che siamo così stupidi. Queste previsioni servono a farci conoscere nuovi Paesi, ad allargare le nostre conoscenze. Un unico dubbio mi rimane: com’è che non mandano le previsioni di Pyongyang, oppure di Riga o di Tblisi? Possibile che a nessuno interessi se domani a Ulan Bator piove o c’è il sole?

 

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Gli amici al tempo del bisogno

Questo post è stato quanto meno sollecitato da quello del mio amico Gintoki, dove si/ci chiedeva, cosa dire a qualcuno nel momento di difficoltà, cosa fare nel momento del bisogno.

Certamente le cosiddette “frasi di circostanza” lasciano il tempo che trovano. Fanno parte della convivenza civile e sono quindi un po’ un cliché a cui ricorriamo, appunto nelle situazioni in cui non sappiamo cosa dire. Come quando sei in ascensore con uno sconosciuto, oppure con qualcuno che conosci ma con cui hai poca confidenza e non sai dove guardare e cominci a giocare con le chiavi. Ecco, cose tipo “vedrai che il tempo lenisce ogni cosa” o similari, sono come quel mazzo di chiavi.

Forse meglio sarebbe non dire nulla oppure, semplicemente, “se vuoi io sono qui”. In modo un po’ drastico commentavo però che solitamente diciamo così quando all’altra persona non frega una beneamata ceppa se ci siamo o no. I veri amici, le persone che stanno dentro le nostre vite sul serio, non hanno bisogno di dire “ehi, ci sono”. Come non hanno bisogno di dire grazie, ma questo è un altro discorso, non divaghiamo.

Perché secondo me non è vero che gli amici si vedono nel momento del bisogno. O comunque non è del tutto vero. Quelli sono i medici. Gli amici preferirei vederli anche in altre situazioni. Gli amici veri, quelli che fanno parte delle nostre vite sanno parlare e sanno tacere. Sono quelli che ci sono sempre: che c’erano ieri e siamo abbastanza confidenti che ci saranno anche domani, nelle situazioni favorevoli e in mezzo alle tragedie. Se dovessi pensare ad un ideale di amico vero non credo sarebbe quello a cui telefonerei in piena notte se mi si è rotta la macchina. Quello si chiama carroattrezzi. Il mio ideale di amico vero è quello che sta lì in macchina con me e magari mi prende per il culo perché ho una macchina di merda oppure perché sono il solito cazzone che non controlla il livello dell’olio.

E quando lo incontri in ascensore sai benissimo cosa raccontargli e non hai bisogno di tirar fuori le chiavi. A meno che tu non abbia un altro bisogno, perché te la stai facendo sotto e non vedi l’ora di arrivare nel tuo pianerottolo per andare in bagno. Ma anche questo è un altro discorso.

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Premio “Oh che bel mestiere fare il test col bicchiere”

ATTENZIONE! POST ALTAMENTE MINCHIONE SE NE SCONSIGLIA VIVAMENTE LA LETTURA DA SOBRI

Visto l’inspiegabile e per certi versi inquietante successo del primo test minchione della scorsa settimana, ho preso in mano il bicchiere e sorseggiando un buon mojto mi son chiesto, “e perché non fare il bis?” E su cosa poter intrattenere i miei lettori se non nell’argomento più cool dell’estate, quando estrogeni e testosterone si galvanizzano e  tuffandosi in danze leggiadre vagano beati nell’area tiepida della sera, al suono melodioso delle cicale? Parliamo dunque dell’Ammore!

E per farlo dovrò ricorrere ai versi del cantante che ha segnato in modo indelebile l’adolescenza di noi che l’abbiamo vissuta tra la fine dei settanta e gli inizi degli ottanta. Una mezza sega, con i capelli tinti e cotonati che ci ha fatto sognare ed innamorare per la prima volta e che ogni anno, d’estate immancabilmente scalava le classifiche con una canzone minchiona. L’Elvis-de-pelvis-intheMephis de noantri. Al secolo Umberto Tozzi. Era l’epoca dei 45 giri, gli LP erano cose da grandi, noi ci accontentavamo della radio e dei Juke box e dunque questi tormentoni estivi ti scassavano la uallera in una maniera così persistente che ti entravano nella testa e non ne uscivano più. Le parole erano minchione, come le musiche: giro di do e rime baciate. Però funzionavano, capperi se funzionavano! Ma che volevano dire quelle canzoni? Quali criptici messaggi si nascondevano dietro quei versi? E soprattutto, cosa risuona dentro di noi riascoltandoli ora? In base alle varie interpretazioni usciranno fuori determinati profili. Rispondete sinceramente e scoprirete che amante siete.

1 – Donna amante mia, donna dell’addio, scoiattolo impaurito che farai, e chi si accorgerà che sei donna!

A. Scoiattolina, magari se ti tagliassi i baffi, toglieresti di mezzo qualche dubbio

B. Scoiattolina lo dici a tua sorella

C. Attenzione, chi disprezza compra e donna baffuta è sempre piaciuta

 

2 – Ti amo e chiedo perdono, ricordi chi sono, apri la porta a un guerriero di carta igienica, e dammi il tuo vino leggero che hai fatto quando non c’ero?

A. Ricordi chi sono? Che è un indovinello? Certo che me lo ricordo, mica c’ho l’alzhaimer!

B. Un guerrieri di carta igienica? Un altro attacco di colite eh!

C. Che ho fatto quando non c’eri? No, ti assicuro scoiattolina, non sono stato io!

 

3 – Tu, stiamo qui, stiamo là, c’è l’amore a cena e tu, dimmi sì se ti va, il mio letto è forte e tu pesi poco di più della gommapiuma tu

A.Insomma stai qui o stai là? Sei un tipo ondivago!

B.L’amore a cena? Ho capito, anche stasera non t’andava di cucinare

C.Il letto sarà anche forte, però tu, scoiattolina, qualche chiletto potresti anche buttarlo giù

 

4 – Gloria, manchi tu nell’aria, manchi come il sale, manchi più del sole, sciogli questa neve che soffoca il mio petto, t’aspetto Gloria

A.Mi son sempre chiesto, il sale fino o il sale grosso?

B.La neve sul petto? Se ti sente Lapo…

C.Ma già che c’eri non era meglio una rima con la cicoria?

 

5 – Stai stella stai finché c’è nei suoi occhi un S.O.S. chi mi dà brividi, tipo quando al sole stai.

A.Stai? Ma che giochi a sette e mezzo e c’hai paura di sballare?

B.Ma soprattutto tu non stai tanto bene eh!

C.Quel “brividi” con l’accento sull’ultima i, ha segnato la mia adolescenza in maniera indelebile

 

6 – E naufragio farò più possibile a sud, notte rosa sembra esplosa dolore di raso dimmi chi ti ha preso

A.E ancora non avevamo visto Lost, per giunta

B.Secondo me da piccolo hai mangiato troppe Big Bubble

C.Questo è forse il verso più stupido di tutta la storia della canzone italiana

 

7 – Eva abbracciami di mare dolce piovra, Eva e ci respireremo finché vuoi con le ali di arcangelo nello spazio di un attimo al di la’ degli oceani

A.Dolce piovra? E meno male che non gli hai dato della cozza!

B.Ci respireremo se ti sarai lavato le ascelle, soprattutto

C.No, forse questo verso è ancora più stupido di quello di prima

 

A

Dongiovanni. Dove vai farfallone amoroso, notte e giorno d’intorno girando… sei sempre a caccia di nuove avventure, spiagge affollate e discoteche assordanti sono il tuo territorio. Ti piace piacere, guardarti allo specchio e farti vedere in giro. Fatti vedere, ma da uno bravo. Piuttosto rilassati! L’ansia da prestazione può fare brutti scherzi. Consigli di lettura per l’estate  https://giacani.wordpress.com/2013/09/18/samarcanda-2001/

B

Platonico. Quanto ti piacciono i film strappalacrime, regalare i fiori e leggere i foglietti dei baci perugina. Segui l’oroscopo e magari ci credi pure, sai a memoria i testi di Baglioni e le poesie di Neruda. Insomma ti perdi nei dettagli. La dolcezza va bene, ma tu rischi di cariare i denti! Consigli di lettura per l’estate https://giacani.wordpress.com/2013/09/18/e-venne-il-giorno/

C

Sfigato. A volte sarebbe meglio dedicarsi allo sport. O ad un nuovo hobby. Non è che poi l’amore sia proprio questa cosa insostituibile. Per esempio, hai mai provato con il golf? Sempre di un’attività con palle, mazze e buche si tratta. Con degli indubbi vantaggi: stai a l’aria aperta, non devi inventarti cose romantiche, non sudi e l’alito pesante e l’areofagia non sono un problema. Consigli di lettura per l’estate https://giacani.wordpress.com/2013/09/19/pensieri-volanti/

 

Ed eccoci arrivati alla parte più divertente. Si sa, il dolce alla fine: le nomination! Così tanto per frantumare un po’ l’apparato riproduttivo a qualcuno. Chi ha la ventura di essere insignito di questo autorevole riconoscimento avrà l’onere e l’onore di rispondere alle minchionissime domande, nominando poi a sua volta altri 20 blogger, andando però in ordine alfabetico, secondo la prima lettera del nome del blog, che dovrà avere meno di 162 followers e l’immagine di un animale nel gravatar. Altrimenti si potrà optare per le seguenti alternative:

A) Dichiarare guerra alla Kamchatka (ma solo con due carrarmatini)

B) andare in monopattino da Roma a Ostia, senza passare dal via (e quindi senza ritirare le 20 mila lire)

C) esibirsi nel casting del prossimo X Factor con una versione rappata di un grande successo (ovviamente di Umberto Tozzi)

 

http://vetrocolato.wordpress.com/

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http://unblogunpocosi.wordpress.com/

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http://colpoditacco.me/

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Stima, affetto e una specie di analisi chimica dei sentimenti

Si può apprezzare una persona senza volerle bene? E si può voler bene ad una persona senza apprezzarla?

Così ci interrogavamo l’altro giorno con I., che come già sapete (https://giacani.wordpress.com/2014/01/05/i-il-rubinetto-della-doccia-e-la-domanda-kantiana/tp://)  ha l’indubbio merito di costringermi a vincere la pigrizia e a mettere momentaneamente da parte la minchioneria, per farmi diventare una persona seria. Alla prima domanda è facile rispondere sì. Stimare professionalmente qualcuno e magari detestarlo non è poi così raro. Anzi, c’è anche il detto, vizi privati e pubbliche virtù. A volte quelle caratteristiche che da un punto di vista professionale ci fanno apprezzare qualcuno, si portano quasi automaticamente appresso degli aspetti, delle particolarità che contrastano profondamente con il nostro sentire. E questo ci porta a dare giudizi completamente differenti, a volte contrastanti su determinate persone.

Anche alla seconda domanda è facile rispondere di sì. Capita con i familiari, che, come si sa, ci ritroviamo e certamente non ci possiamo scegliere. Capita anche con gli amici. Che effettivamente di solito ci scegliamo. Magari però quando li scegliemmo erano diversi da oggi: magari continuiamo a voler bene, però certo il giudizio su di loro nel tempo può cambiare, anche radicalmente.

Con le amicizie “adulte” è più difficile. “Da grandi” per voler bene a qualcuno penso sia quasi indispensabile stimarlo: bisogna condividere con lui un orizzonte ideale, dei valori, dei punti di vista comuni . Sarà anche per questo che però è così difficile e così raro che si riesca ad allacciare legami profondi? La realtà è che si diventa più esigenti. E d’altra parte non si ha quel vissuto insieme, quelle esperienze, spesso fatte negli anni più belli, che ti fanno passare sopra a tante cose, che ti fanno chiudere un occhio e a volte anche due, perché “lei (o lui) è fatto così, lo sai, è inutile incazzarsi, non cambierà mai…

Però quando accade che si riesce a trovare un comune sentire, quando la stima si intreccia anche ad un legame affettivo, se pensi sia talmente bravo che potrebbe fare la prima ballerina per radio e allo stesso tempo le vuoi così bene che la apprezzeresti anche come soprano in un film muto, per bacco! Allora sì! E’ difficile, ma può succedere. E di solito succede in modo del tutto accidentale, come dice Bach, “nel più importante dei modi. Per caso“.

E allora magari le vuoi così bene ed insieme la stimi così tanto che arrivi anche a sognare che ha i piedi più lunghi di quelli che ha.