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Caro Babbo ti scrivo

Babbo, che eri un gran cacciatore di quaglie e di faggiani, caccia via queste mosche che non mi fanno dormire, che mi fanno arrabbiare

Perché le mosche sono terrone. Sono i terroni che ce le hanno portate qui. Prima mica c’erano, me l’ha detto il Giangi, lui se ne intende. Babbo lo so… lo so che ti ho deluso. Ti ho deluso e ti ho tradito. Ma lei era bella e non me l’aveva mica detto che era di Avellino. Tu che mi hai insegnato la differenza tra gli slip e i boxer e quella tra la maglietta e la canottiera…Babbo mi ha ingannato! Aveva delle tette grandi grandi e tu non mi avevi mica detto dov’era Avelino!

Eppure mi avevi messo in guardia! Mi avevi detto “statento ragazzo! Se il cane abbaia non ha mangiato” così mi avevi detto o giù di lì, ora non ricordo Babbo. Io non volevo deluderti, era bionda Babbo e c’aveva anche gli occhi azzurri, oltre alle tette grandi. Mi ha ingannato, come quell’altra, quella di Durazzo. E io le avevo chiesto, ma Durazzo sta sopra il Po? E lei aveva detto sì! Hai capito Babbo? Mica però me l’aveva detto che stava in Albania! Non è stata sincera, diceva che mi voleva bene. Ma anche la maestra lo diceva e poi mi ha bocciato. Due volte. Ti ricordi Babbo? Però tu non eri arrabbiato, perché poi mi sono riscattato e ho imparato a guidare il trattore.

Volevo fare qualcosa per ripagare tutti i tuoi sacrifici Babbo. Tu che sai a memoria tutte le canzoni di Davide Van De Sfroos e hai vinto per tre volte il titolo per il Grande Rutto della Bassa. Lo so che l’hanno scorso sei arrivato secondo perché ti ha tradito la prostata e hai dovuto abbandonare il tavolo, ma per me sei sempre il numero uno. Volevo che fossi orgoglioso del tuo ragazzo. Povero Babbo, abbandonato così dalla mamma. Che poi, proprio con quel terrone del Mario doveva fuggire via?

E invece ti ho deluso anch’io Babbo, perché mi sono fatto beccare da quei poliziotti terroni. Io gli ho urlato Veneto libero! e mi sono dichiaro prigioniero politico. Ci hanno preso con il cannone, ma io non lo so mica se sparava davvero. Pensa che bello Babbo, mi ero anche imparato la marcia di Radesky con il flauto. La sapevo benissimo, ma poi il nonno me l’ha rotto in testa, perché dice che lui i crucchi li ha presi a calci nel culo sul Carso. Ma  dov’è poi il Carso? Io mica lo so, però sicuro che sta sotto il Po.  Secondo me il Carso è terrone.

Pure lui, come il nonno.

 

 

 

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Ogni cosa ha il suo prezzo

“Venderò la mia sconfitta a chi ha bisogno di sentirsi forte e come un quadro che sta in soffitta gli parlerò della mia cattiva sorte.”

Questo post è la prosecuzione di quest’altro https://giacani.wordpress.com/2013/09/18/se-non-e-ancora-successo/

Li però la rivoluzione la si faceva in prima persona. Eravamo (siamo…possiamo essere!) noi i soggetti promotori. Qui invece si parlerà di una rivoluzione che si subisce. Le più frequenti, del resto. Solo pochi, bravi e fortunati sono in grado di “fare” le rivoluzione, i più le subiscono. E solo pochi, bravi e fortunati riescono a governare le rivoluzioni che subiscono. Perché, come dice il sommo Pennac, “sul futuro, di una cosa sola siamo certi. Che non sarà come ce l’eravamo immaginato“.

Le rivoluzioni arrivano così, più o meno previste, più o meno annunciate. Arrivano e il più delle volte sconvolgono tutto. 12 anni sono tanti, troppi forse. Arriverà e travolgerà ogni  cosa. Consuetudini, modi di pensare, procedure, convinzioni, abitudini, comodità. Persone.

Ma se l’altra volta dicevo cosa intendo io per fare la rivoluzione, non ho ricette ora su come affrontarla senza esserne travolti. Certo sono curioso, come sempre. Più curioso che spaventato, anche se il buon senso mi dovrebbe mettere in guardia. Viale Europa sembra un formicaio impazzito, e Renzi potrebbe essere il bambino che per divertimento va lì e ci si mette a camminare sopra.

Ma del resto che potremmo fare? Il passato parla per noi e ormai quel che fatto è fatto. Non ho scheletri nell’armadio, ho fatto quello che mi si chiedeva di fare, come un soldato qualsiasi. E se non sono proprio orgoglioso di tutto, almeno una soddisfazione ce l’ho. Con un po’ di orgoglio e un po’ di vanagloria posso ancora guardare chiunque negli occhi e canticchiare sommessamente l’ultimo verso di questa bella canzone di Bennato. E poi sarà quel che sarà!

 

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E alla fine sei crollato anche tu

E qualcosa rimane, tra le pagine chiare e le pagine scure, e cancello il tuo nome dalla mia facciata. E confondo i miei alibi, e le tue ragioni. I miei alibi e le tue ragioni…

 

Non me l’aspettavo. Da te no. Eri il più solido, il più forte. Mai un cedimento, mai uno scricchiolio. Eri quello su cui contare, su cui fare affidamento. Se me l’avessero detto non c’avrei creduto. Su tutti avrei dubitato, ma su di te no.

Il guaio non è stata la cultura. Qualcuno in effetti diceva…troppi libri, dai retta a me! Troppi!” Ma io non credo che sia così. No, non lo credo affatto.

Il problema vero sono stati i ricordi. La memoria del passato, di quello che fu: questo ti ha fatto crollare. Uno accumula, accumula, archivia, ma alla fine è troppo. Troppe immagini, troppe storie.

Che poi è anche colpa nostra. Ma che bisogno c’era di tenere tutto, di non buttare mai via niente? Non potevamo fare pulizia? E capisco le foto, capisco la musica, capisco i quaderni…ma che bisogna c’era di tenersi tutti quei Floppy Disk che non legge più nessuno?

E così sei crollato anche tu, mio vecchio e fido ripiano.

 

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The Superteleminchione Blog Award

E’ inutile negarlo. Sembra assurdo, eppure è così. Del resto, voglio dire, vi sembra normale che un comico, uno che dovrebbe far ridere la gente, si mette in testa di fondare un partito e la gente lo vota? E’ normale? E mica lo votano in quattro, che già sarebbe originale. No! Lo vota il 25% degli italiani! Quindi perché stupirsi.

Ma poi, vi sembra normale che ci sia così tanta gente che va in giro per la città con tanto di carrelli della spesa a ravanare dentro i cassonetti della mondezza? Perché prima non c’erano? E non mi dite che è un sintomo dei tempi, che è segno della povertà dilagante…ma quando mai! I morti di fame ci sono sempre stati. Qualcuno chiedeva l’elemosina, qualcun’altro puliva i vetri ai semafori e qualche altro andava a rubare. Ma la vera domanda è: ma che ci troveranno mai dentro i suddetti cassonetti?

Ammettiamolo, il mondo è strano, la realtà non è poi così razionale come pensiamo. Quindi, perché stupirsi se questi buffi premi che girano su wordpress hanno così tanto successo? Uno si mette a scrivere racconti, qualcuno si abbandono a riflessioni filosofiche, qualcun’altro fa rivelazioni intime. E poi ti accorgi dalle statistiche che niente ha così tanto seguito come i post sui premi. Un po’ sono come carezze che ci scambiamo fra noi, un po’ sono rotture di zebedei. Però piacciono!

E allora, sai che c’è? Me ne invento uno pure io! Il Superteleminchione Blog Award. Le regole sono un po’ particolari. Non serve rispondere a domande, non bisogna inserire nessuna immagine, non è necessario scassare la uallera a nessun altro. Tranquille divinità di WordPress e anche voi burattini senza fili. Non vi chiamerò in causa creature vetrate, madame francesi o astri dell’estremo oriente. Qui te la canti e te la soni. Fai la giuria, il valletto e il premiato, Insomma, una sega intellettuale in piena regola. Autoerotismo allo stato puro.

Se volete anche voi vincere il Superteleminchione Blog Award dovrete, rigorosamente stando in piedi su una gamba sola, con mano sul cuore e voce stentorea, ripetere tre volte a voce alta “me ne infischio se è nevischio se c’è nebbia il vento fischia perchè il vento se ne infischia“. E il premio sarà vostro.

In alternativa restituitemi i miei sandali.

 

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Quando sarò morto

Gli uomini costruiscono case perché devono vivere. Scrivono libri perché sanno che devono morire (D. Pennac)

Quando sarò morto, al mio funerale, mi piacerebbe che in Chiesa qualcuno mettesse You can’t always get what you want, come ne Il Grande Freddo (per la cronaca forse, probabilmente, il mio film preferito). Ci rinuncerei forse, chissà, solo se potessi vedere dal vivo la Parousia! Vi immaginate che gran ficata che dovrà essere? Però neanche il mio pur grande ottimismo e l’altrettanto grande egocentrismo mi può far ragionevolmente pensare di esserci da vivo.

E quindi, tornando in tema, quando sarò morto mi piacerebbe non aver conti in sospeso. Nel dare soprattutto. Nell’avere me ne fregherà molto poco, immagino. Da un punto di vista godereccio mi piacerebbe aver assaggiato tutti i vini che voglio bere, aver letto tutti i libri che voglio leggere e ascoltato tutta la musica che voglio ascoltare. Sì, penso che potrei dirmi soddisfatto.

Al mio funerale mi piacerebbe si piangesse poco. Anzi, sarebbe proprio fico se la gente, dopo un attimo di legittima commozione, cominciasse a darsi di gomito e poi a sganasciarsi dal ridere, ricordando una delle tante stronzate che ho scritto. Ale dice che mi piace essere sotto i riflettori. Ma in fondo anche lei sa bene che in realtà ci sto (quando ci devo stare) con un certo imbarazzo e con la malcelata speranza di esserne fuori prima possibile. Certo quel giorno sarà un po’ più complicato.

Quando sarò morto, anzi un attimo prima, mi piacerebbe dire qualcosa di intelligente. Qualcosa che poi la gente ricordi. Avete presente Stan Laurel? “Ora vorrei essere in montagna a sciare” “Le piace sciare Mr. Laurel?” “Lo detesto. Ma sarebbe comunque meglio che essere qui”. Lo so, vette inarrivabili. Allora diciamo che mi accontenterei che la morte mi trovasse vivo. E possibilmente anche in buona salute. In realtà, come dice un’altra colonna della mia formazione culturale (seconda forse solo a Stanlio & Ollio) “non è che ho paura di morire, solo che non voglio esserci quando accadrà” (W. Allen).

Mi piacerebbe non avere rimpianti. Rimorsi sarà inevitabile temo, per le più o meni grandi cazzate fatte. Rimpianti spero proprio di no. In ogni caso, essere (rim)pianti è decisamente meglio che (rim)piangere. Per questo vorrei essere morto prima delle persone a cui tengo di più. Obiettivamente, se dovessi scegliere un solo desiderio, certamente questo sarebbe il primo della lista. Lo so, è un desiderio egoista e anche un po’ da stronzi. Quindi un po’ da me, come ha recentemente sottolineato I. (è inutile che ve lo ridico tutte le volte…la mia prima lettrice. Io mi fido di lei, fidatevi anche voi).

Quel giorno, prima che mi infilino in quella cassa, mi piacerebbe che qualcuno mi mettesse la maglia della Lazio. “Ancora co ‘sta Lazio? E che cojoni!” Sì, d’accordo lo so, è una minchiata. Ma almeno quel giorno, potrò scegliere come cazzo vestirmi?

 

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Decadendo decadenza decadente

E così decadde.

In un momento di estrema gravità e generale commozione Lui decadde. Stuoli di lingue furono riarrotolate, chiappetettelabbra furono sgonfiati e fiumi di silicone furono sparsi in ogni dove. I nani da una parte le ballerine dall’altra, si sciolse la grande alleanza.

Qualcuna propose una giaculatoria, qualcun altro propose a Brunetta di darsi fuoco e qualcun altro organizzò invece una raccolta firme. Brunetta se ne mise a capo, anche perché l’idea di finire bruciato non lo entusiasmava. Visto il grande amore che la ggente aveva per Lui, raccolsero 7 milioni di firme in 7 ore. Qualcuno sollevò qualche dubbio sulla loro veridicità, ma erano i soliti magistrati di sinistra privi di eleganza e savoir faire. A puro titolo di cronaca elenchiamo le ultime dieci firme raccolte.

Pier Renato Brunetta

Gian Brunetto Renata

Renatone Brunetton

Brunetta dei Ricchiepoveri

Renabru Nettato

Nabrure Tattone

Brurena Tottane

René Van Brunetten (Passaporto olandese)

Renatò Brunettà (passaporto francese)

Nanosima Conaltredoti

In conseguenza di queste infondate calunnie le liste furono bruciate e allora, già che c’erano, qualcuno rilanciò l’idea di bruciare anche Brunetta, che stranamente però non sembrava entusiasta di essere lo Jan Palach de noantri.

Per uscire dall’empassse Gasparri, che più d’uno scambio per Marty Feldman,lanciò l’idea di scrivere una legge che per quelli con il cognome che comincia con la B e finisce per oni, con i capelli di plastica, alti un cazzo e mezzo nati il 29 settembre del 36, doveva prevedere:

il non pagare le 20 mila lire ogni volta che si passava dal via

l’autodeterminazione del 7 bello, che poteva anche essere di spade, denari, bastoni

l’esclusione dal conteggio del ponteponentepontepitappetapperuggia

una bandiera ad personam che non poteva essere rubata (e che? Vai a ruba’ a casa dei ladri?)

la vita eterna. Amen

Ma subito qualche giornalista prezzolato di Rai3 cominciò a puntualizzare che l’entrata in vigore di questa legge avrebbe creato un vulnus alla democrazia. Lui, sentito vulnus si rianimò, perché aveva capito un’altra cosa e poi a vedere tutte quelle olgettine vestite di nero gli tornarono in mente le serate eleganti con tubini neri e un trucco leggero che tanto aveva apprezzato in passato.

Ma il corso delle cose era segnato, i giudici brutti, cattivi e invidiosi, che avevano ormai un’orchite galattica sviluppata in un ventennio di inchieste senza fine e senza costrutto, andando contro la volontà popolare chiaramente espressa da 7 milioni di firme raccolte in 7 ore, espressero il loro giudizio finale. E Lui decadde.

Alte grida di dolore si levarono al cielo. Qualcuno gridò talmente forte che riuscì persino a svegliare Napolitano,
che fece un sussulto e pensando ancora alla sua giovinezza napoletana, gridò

“A ca fu? S’è schvejato o’ Vesuvio?”Ma si riassopì subito dopo.

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Apocalissauria

“Is this the real Life, is this just Fantasy?”

E poi ci fu un gran botto. Fortissimo. Rimanemmo tutti perplessi, solamente i più coraggiosi, così tanto per darsi un tono, cominciarono a cantare cori da stadio. Qualcun altro invece preferì buttarsi su “Walk on the wild side”, perché il ritornello era facile “E du dudu dudu du du du du dudu”, faceva molto fico e poi, non sapendo l’inglese (mica l’avevano inventato l’inglese nel giurassico), non capiva tutte le porcate che stava cantando.

Il boato si protrasse a lungo, come un peto di brontosauro, che in effetti si chiama così mica perché brontola. Io però glielo dicevo che tutta quell’erba mica gli faceva così bene. “Dammi retta, Bronty! Fumatela, piuttosto”, ma lui niente, continuava imperterrito a ingurgitare, e rideva e toccava, sembrava lui il padrone.

Dopo il botto arrivò un lampo. Molto forte pure quello che accecò tutti, tranne quelli che avevano esagerato con le pratiche manuali da piccoli, perché quelli erano già un pezzo avanti. Allora una velocirapta di facili costumi cominciò a intonare “oh oh, oh, oh” e tutte le amiche in coro “a far l’amore comincia tu”. La cosa andò avanti un altro po’, finché quello di sopra (perché c’è sempre uno di sopra, anche nel mesozoico) zittì tutti urlando che il giorno dopo lui doveva guidare il camion “eccheccazzo, basta co’ sto casino”.

Tra l’altro la melodia era anche caruccia, ma la parole erano davvero idiote, ma così idiote che i più se ne andarono in cerca di un domani diverso, ma se qualcuno gli chiedeva “Chissà, chissà domani, su che cosa metteremo le mani” loro rispondevano “nessuno mi può giudicare, nemmeno tu”. Che poi, qualche anno più tardi sarebbe diventato l’inno delle Stegosaure vergini (no, un attimo come vergini? Ahhh! Perché erano di settembre!) che si infilavano di soppiatto in tutte le feste solo per rubare due pizzette e un bicchiere di coca cola, attaccare qualche caccola sotto il tavolo e non sapere se gli mancava di più quella carezza della sera o quella voglia di avventura. Intanto però avevano svoltato il sabato pomeriggio. Senza mandare via il passerotto.

Dopo il lampo arrivò di gran carriera la meteorite. “Cheeeee? E’ arrivata la meteorina con la corriera?” Nonno rimetti l’apparecchio acustico che mi fai perdere il filo. La situazione si stava facendo seria. Radunammo il Gran Consiglio Dinosauro che provvedisse… no, provveditte… no provvedò, va be’ si prese in carico la situazione e ordinò (tiè, al primo colpo) l’evacuazione. Il brontosauro subito per primo “Io, io professoressa, io evacuo meglio di tutti” e per avvalorare la tesi sganciò uno scoreggione che avrebbe gonfiato una mongolfiera.

Ma a quel punto Ferri aveva battuto il record di autogol e le liste del giudizio universale erano già sui titoli di coda, posso salutar mammà, posso salutar papà, posso salutar Fefè. Anche se a me il Liga ha un po’ stufato e a costo di passare per finocchiosauro, affermo e dichiaro, sotto la mia responsabilità che Freddy Mercury era proprio un gran fico. Distinti saluti, comincia fare un po’ freddino e qualcuno ha spento la luce. Non fate scherzi stupidi mentre moriamo eh! Guardate che vi vedo! è buio, ma vi vedo!

“Nothing really matters, anyone can see. Nothing really matters, nothing really matter to me. Anyway the Wind blows…”

65 milioni di anni fa un asteroide precipitò nell’attuale America centrale con la forza di un miliardo di volte la bomba di Hiroshima, creando un cratere con un diametro di circa centosettanta chilometri. La nube di polvere sollevata oscurò il cielo per mesi facendo precipitare la temperatura sulla terra per un periodo talmente lungo che il gelo sterminò tutti i dinosauri.

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Tragicomico erotico stomp

A parte il vestito, i capelli, la pelliccia e lo stivale aveva dei problemi anche seri e non ragionava male. Non so se hai presente una puttana ottimista e sinistra, non abbiamo fatto niente, ma son rimasto solo, solo come un deficiente

Erano anni che una donna così affascinante non entrava prepotentemente nella mia vita. Del resto sono anni che io non entro dentro una donna. Saranno almeno un paio, da quando sono stato a New York e ho visitato la Statua della Libertà.

Me la ritrovo al bar, nei corridoi, in sala riunioni, fuori dalla porta, a mensa. Ma soprattutto è nella mia mente. E’ diventato un incubo e insieme un sogno straordinario. Quando meno te l’aspetti lei salta fuori e mi guarda in maniera maliziosa.

Oggi è tutta gialla, scarpe, pantaloni, giacca. Chissà, magari sono io. Magari ho esagerato con il limoncello ieri sera. E’ sempre una sorpresa, sempre imprevedibile, non ci pensi e lei appare. La incontri e ti travolge, ti lascia senza parole. Come quando entri in ascensore e qualcuno ne ha mollata una. Solo molto più gradevole.

Non so dove lavora, non so come si chiama. Ma bramo di conoscerla, non posso più fare a meno di lei, dei suoi occhi languidi, dei suoi sguardi ammiccanti. Occhi che parlano, sguardi che lasciano intendere orizzonti sconosciuti.

Eccola, si avvicina, come se nulla fosse, come sempre, con quell’aria falsamente distratta, siamo vicini, eppure lontani. Le sue mani, le sue mani così sinuose, così eleganti, capaci di prodigi straordinari. Devo essere diretto, devo andare al punto, senza paure, senza timidezze. L’assalirò forse, rimarrà turbata, farà finta di non capire. Ma io devo sapere, Non posso più indugiare devo conoscere la verità. Se è davvero lei quella mi farà quello che nessun altra donna ha fatto per me

Mi scusi, non è che mi rammenderebbe i calzini?

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Alla fiera del senato

“Alla fiera der Tufello, pe’ du scudi,

er papata la madre scippò.”

(Latte e i suoi derivati)

Alla fiera del Senato, con due euri, il Berlusca un senatore comprò.

E venne Cicchitto, col cappuccetto, alla P2, Berlusca segnò. Alla fiera del Senato, con due euri, il Berlusca un massone comprò.

E poi venne Gasparri che firmò leggi, che neanche aveva letto, per fare un favore, caposenatore il Berlusca nominò. Alla fiera del Senato, con due euri, il Berlusca un fascio sdoganò.

E poi venne Brunetta, col capoccione, gran rompicojone, un poco ristretto, divenne ministro perché il Berlusca lo aiutò. Alla fiera del Senato, con due euri, il Berlusca un nanetto esaltò.

E poi Sallusti e Feltri, che tipi loschi, Liguori e Porro, un vero tamarro, Giordano e Capezzone, che belle perle, ma sai quante sberle che gli darei. Alla fiera dei giornalai, per due euri, il berlusca tanti maggiordomi comprò.

Poi c’era la Santanché, e la Gelmini, Ruby e la Minetti e altre donne rette, che poi erano mi…otte, ma lui non lo sapeva, faceva regali a tutte loro, perché il Belusca c’ha il cuore d’oro. Alla fiera dell’Ardcore, con due euri, il Berlusca un’igenista mentale comprò.

E poi venne Angelino, che bel faccino, doveva essere l’erede, ma poi lo tradì. Alla fiera del Senato, per due euri il Berlusca il suo Bruto trovò.

Lo tradirono tutti, ma quanto erano brutti, e il Berlusca solo soletto non ne poteva più. Alla fiera del Senato, alla fine, al Berlusca, rimase solo…Lulù

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Mai dire mais

L’ultima luna la vide solo un bimbo appena nato aveva occhi tondi e neri e fondi e non piangeva con grandi ali prese la luna tra le mani, tra le mani e volo’ via e volo’ via era l’uomo di domani e volo’ via e volo’ via era l’uomo di domani  (Lucio Dalla – L’ultima Luna)

Silvio dice l’ennesima minchiata in mondovisione, si comincia a vietare lo sciopero (per il bene della democrazia, sia chiaro!) e la gerarchia perde l’ennesima occasione per fare bella figura. Ma sì, bello sto venerdì! In compenso finalmente sembra se la sia piantata di far freddo, magari la pianteranno tutti di rompere…e non piove più il riscaldamento, il buco dell’ozono, no piove, anzi piove troppo, però fa caldo, i ghiacciai poverini, no invece fa freddo, troppo freddo…cambia spesso idea, un po’ come me è meteorologico e un po’ meteoropatico. Molto simpatico, ma poco pratico. Un tipo atipico, come un segnale fonetico. Monovocalico.

Improvvisamente siamo in spiaggia e decidiamo di giocare a racchettoni. Ma i miei sono rotti. Me li ha rotti quel cazzone di Massimo. E non me li ha più ricomprati. Cerchiamo qualcuno che venda racchettoni.

–       Gelataro?

–       Non ho gelati.

–       Bibitaro?

–       Ho finito le bibite.

–       Ma io volevo due racchettoni.

–       Ne ho solo uno.

–       E che ci faccio?

–       Giochi contro il muro.

–       E poi chi vince?

–       Spesso vince il muro.

E infatti il muro è molto spesso e ci si para davanti all’improvviso. Siamo in motorino ora, ma riusciamo a sterzare. E continuiamo per la nostra strada. Stiamo arrivando. Ma lo sapevo che non dovevamo venire in motorino. Sto scomodo. E non so come reggermi. Non ci sono le maniglie. E se ti abbraccio magari divento invadente. Potresti equivocare. Un po’ come in metro. Non so mai dove reggermi. Non mi reggo. Il problema è che anche gli altri non mi reggono più. Questo sogno non porta da nessuna parte. Ma se non porta allora parto. Parto e vado via. Ma è un parto difficile, un cesareo. San Cesareo, Colleferro, Anagni, Fiuggi.

–       No Fiuggi no, vi prego, si mangia troppo e poi la colite…io me ne vado!

–       E qui sorge il dubbio amletico: andiamo o restiamo?

–       Io devo andare, sono oberato.

–       Meglio oberato che obeso.

–       Sono diventato un peso.

–       Netto?

–       No lordo.

–       Meglio lordo che lardo.

–       E dagli, ma è una fissazione la tua.

–       Se mi fisso mi farai fesso?

–       Mai dire mai!

–       No, mai dire mais… nell’insalata…lo odio, mi si infila fra i denti, sta robba gialla, ma che siamo galline che mangiamo il mais?

–       Ne ho basta me ne vado!

–       Mi dice la direzione?

–       Gliela indico con il dito!

–       Il dito medio?

–       In medio stat virtus, come dicono gli inglesi

–       Allora mi dia una zuppa inglese!

–       Ma non aveva chiesto un tiramisù?

–       Ciao Ni! Lo vuoi il tiramisù? L’ho fatto io, con le mie manine.

–       No, grazie, sa, la colite…

–       Mangia, mangia ti fa bene, c’ho messo i savoiardi, mica i pavesini.

–       Sì, lo so, però, la colite…

–       E mentre noi disquisiamo sul mais, arriva il guardiano. Arriva sempre un guardiano, ma questo è grosso ed è vestito come Alberto Sordi e mi dice

–       A regazzì, cell’hai ‘na casa? E và alla casa!

E lui prese le sue cose e scappò via.