Avatar di Sconosciuto

Jeeg Robot, io e i buoni propositi

Jeeg-Robot-Acciaio-Finale-66

E così finalmente ci siamo. 34 giorni dopo l’infausto evento domani mi toglieranno il gesso.

Da domani comincia una nuova vita. C’è un ché di metaforico e un ché di metafisico in questa cosa. Jeeg Robot aveva un cuore di acciaio, io avrò una caviglia al titanio. Vorrà pure dire qualcosa. Il cosa mi sfugge, ma sicuramente qualcosa vorrà dire.

Mi sento pronto a un nuovo inizio. Potrò rivedere la mia gamba, potrò lavarmi, potrò grattarmi. G R A T T A R M I! Ho un sussulto erotico al pensiero, ma non ci distraiamo. Da domani potrò ricominciare a camminare o almeno a provarci. E poi pian piano ricomincerò ad andare a lavorare, a guidare e poi a fare sport. Tornerò al prato con Rose e il sabato mattina tornerò al mercato a fare la spesa e poi a cucinare.

Riprenderò a correre, ad andare in bicicletta, a giocare a pallone. Se convinco Ale potremmo segnarci ad un corso di balli di gruppo. Chissà, potrei imparare il Dada unpa. E già che ci sono potrei segnarmi in piscina e imparare a nuotare. O forse potrei andare a cavallo. Oppure potrei aprire un allevamento di dromedari. O inventare un rimedio definitivo contro la forfora. O contro i malumori premestruali.

Se poi dovesse avanzarmi tempo, che dite, do una mano a Marino per la metro C o finisco la Salerno Reggio Calabria?

Avatar di Sconosciuto

Le mie 10 convinzioni

Effettivamente non sono poi molte le cose su cui possiamo essere certi.  Che la fila che ho scelto sarà quella più lenta, che la colpa è dell’arbitro e che il chiodo di garofano del ragù finirà nel mio piatto. Poche, ma abbastanza certe. E da questi dati di fatto ripetuti nel tempo che uno trae delle opinioni che poi si rafforzano. E da opinioni  diventano convinzioni, che pian piano prendono vita propria, diventano quasi autonome dalla realtà e anzi ci aiutano ad interpretarla. Non è detto che siano convinzioni scritte sul marmo. Però fino ad oggi, per questi primi 47 anni e spicci, queste 10 hanno funzionato. Domani chissà. Non mi innamoro delle mie idee e come scrivevo l’altro giorno, riconosco di non essere la persona più coerente di questo mondo, quindi magari tra un anno questo post lo scriverei in modo differente. Ma poi soprattutto…smetto quando voglio!

L’essere convinto che ogni volta bisogna chiedersi, “ma ne vale davvero la pena?”. Che poi dicono, se te lo chiedi è perché sai la risposta, ma siccome non ti piace, allora ti ripeti la domanda. Come se il ripetere la domanda riuscisse a far cambiare la risposta. Io in effetti me lo chiedo spesso: sia quando so che è così e devo insistere, sia quando so che invece sarebbe meglio evitare. Mi serve a capire a che punto sono, un po’ come quando ci si ferma per vedere quanto manca ad un determinato traguardo.

L’essere convinto che, comunque, in ogni caso…ma sì, dai! Altrimenti detto ottimismo della volontà. Non so bene come, non so neanche perché: la fortuna, lo stellone, il destino, la Provvidenza, i casi della vita. Ad ogni modo, se dovessi scommettere un euro, certamente lo scommetterei sempre sula fatto che sì, ce la faremo.

L’essere convinto che in effetti…ma anche no! Altrimenti detto pessimismo della ragione. Perché invece, se mi fermo a ragionare, allora no. Certo che no. Moriremo tutti. Anche perché il cielo prima o poi ci cadrà in testa. E su questo non ci piove (e se dovesse piovere, senza dubbio avremmo dimenticato l’ombrello).

L’essere convinto che tutti possano cambiare. Ma certo! chi vuoi che non impari dai proprio errori! Chi vuoi che persista sempre a fare i soliti sbagli? Come fai a pensare che le esperienze accumulate non servano a migliorarci, a progredire, a renderci più forti, più saggi, più maturi, più attenti a quello che succede intorno a noi? Ovviamente, se ci riescono gli altri, perché non dovrei farcela io? Se tutti gli altri si fanno furbi, che solo io rimango l’unico cojone? (ecco, questa forse è la convinzione di cui sono meno convinto!)

L’essere convinto che le vere soddisfazioni siano quelle che non si vedono. Quelle che non hanno prezzo, che non possono essere misurate. Quelle che magari nessuno coglie o che solo pochi sanno vedere. Quelle che non valgono nulla, che non ti portano in tasca una lira (ops, so antico!), quelle fatte tanto per fare, ma che proprio per questo hanno un gusto unico e un profumo inebriante.

L’essere convinto che “meglio rimorsi che rimpianti“. perché sempre meglio aver fatto una cosa in più che una cosa in meno. Sempre meglio rimproverarsi di aver fatto troppo che troppo poco. Meglio averci provato, aver fatto un disastro, piuttosto che  rinunciare. Meglio morire per coraggio, che per paura.

L’essere convinto che si possa scherzare su qualsiasi cosa. Non ci sono limiti, né tabù. E questo non perché la vita non sia una cosa seria. Al contrario. Ma per prendere la vita sul serio, bisogna imparare a riderne. Corollario di questa cosa è il fatto che non si possa essere permalosi. O almeno, certo che si può, sono circondato da persone permalose. Le capisco pure, ma non c’è nulla di più lontano dal mio modo di pensare.

Collegato a quello appena detto, l’essere convinto che bisogna, ascoltare tutti, ma decidere con la propria testa. Forse per questo non riesco ad essere permaloso. Non riesco a prendermela veramente per i giudizi altrui, perché poi, alla fine della fiera, quel che conta è quello che penso io. Il giudizio altrui, nel bene o nel male, va tenuto in considerazione, ma non può avere la parola definitiva.

L’essere convinto che “non m’annoio, io no che non m’annoio, non m’annoio“. In effetti la noia è una sensazione che mi è abbastanza estranea. Sarà che in fin dei conti amo stare in compagnia, ma comunque sto bene anche da solo. Sarà che c’è sempre qualche cosa da leggere (e da scrivere), qualche canzone da ascoltare, qualche vino da assaggiare. No, non c’ho tempo per annoiarmi. Resta semmai la paura di annoiare gli altri. Ma quello è un altro discorso.

L’essere convinto che “anche in una società più decente di questa, mi ritroverò sempre con una minoranza di persone” (cit). Ho molta fiducia nelle persone, tendo istintivamente a fidarmi e a pensare nell’altrui buona fede. Ma solamente nelle singole persone, perché invece qualsiasi tipo di maggioranza mi spaventa. O meglio, più che mi spaventa, mi rende estraneo. Per questo chiudo con questa immagine, che mi sembra sintetizzi bene il motivo di quest’ultima affermazione.

 

 Voto

Avatar di Sconosciuto

La forza dell’abitudine

L’abitudine è un abito. Un vestito su misura che ci cuciamo addosso. Le spalle, le maniche, il giro vita, il cavallo, la lunghezza delle gambe. L’abitudine ci calza a pennello, comoda ed elegante a seconda delle necessità. Nostra, soprattutto.

L’abitudine è come una vecchia canzone che conosci a memoria. Ti ritrovi a canticchiarla quando non hai altri pensieri. Ha accompagnato le tue giornate, l’hai sentita quando eri giù e quando eri felice. Magari per un po’ ti era passata di mente, ma in realtà era sempre lì, in un angolino della mente, perché lei fa parte di te, della tua storia.

L’abitudine ha dalla sua, la forza del già vissuto. Non ti sorprenderà, ma sai che su di lei puoi contare. E’ affidabile come un vecchio amico di infanzia. E’ rassicurante, anche se a volte può diventare scontata. Capita allora che si voglia uscire fuori, per vedere se c’è un fuori. E dopo la prima sensazione di disorientamento, scopri che ne puoi anche fare a meno. Che per quanto comoda, magari ti accorgi che appartiene al passato, ma non più al tuo presente, né tanto meno al tuo futuro.

E allora l’abitudine potremmo dire che è come una cabina del telefono. Esistono ancora? Funzionano? Ma soprattutto, interessano ancora a qualcuno? Eppure quanta storia, quanto tempo, emozioni, ansie, incazzature, gioie che abbiamo passato lì dentro. Semplicemente un giorno ti accorgi che non servono più.

(per lo spunto finale ringrazio gli amici blogger Rideafa e a Ammennicoli)

 

Avatar di Sconosciuto

Chiedimi se sono felice

Ormai sapete quanto mi piacciono le classifiche e tutti i post un po’ minchioni che elencano cose, anche un po’ arbitrariamente. Sapete pure che in questi ultimi tempi non è che le mie giornate siano così piene di impegni e così saltellando da un sito ad un altro mi è capitato questo articolo dell’Huffington Post in cui vengono elencate le 15 cose che le persone felici farebbero in maniera diversa dagli altri poveri mortali. E no, “trombare come ricci” non c’è (e già questo in effetti non depone molto a favore di questo articolo). Ma neanche, che so, saper scegliere il Gratta & Vinci vincente  oppure ubriacarsi senza avere poi mal di testa e senso di vomito. Secondo questo articolo i sintomi della felicità sarebbero ben altri. La felicità è una pistola fumante cantava John, (proprio lui, ironia della sorte): forse voleva dire che è pericoloso essere felici, o forse intendeva che la felicità colpisce nel segno, non lascia indifferenti. Se c’è si vede e forse è inutile star lì a cercarne le tracce.

Le persone felici sono consapevoli di ciò che le rende felici e di cosa no, e impostano la propria vita di conseguenza.

Che sarebbe un po’ come dire: è meglio andare in Ferrari decapottabile in una giornata di sole piuttosto che in un autobus affollato in un giorno di pioggia. Certo, sapere cosa rende felici è un primo passo importante, ma non è mica detta che il solo sapere cosa ci rende felici ce la fa anche essere. O no? (a me ‘sta cosa già me sembra una mezza stronzata)

Le persone felici imparano dai propri errori e dalle difficoltà che superano.

Mai più le mani sul fuoco, le dita nella presa della corrente, i concerti di musica classica quando si ha sonno e la frittata con le cipolle per cena. E poi? Basta questo per essere poi felici?

Le persone felici non badano a quello che gli altri pensano di loro.

Non ti curar di lor, ma guarda e passa. Sempre detto! Ad esempio, io e il mio amico Dario mica badavamo a quello che pensava di noi quella di fisica. A lui però lo seccò ed io mi salvai per miracolo. Naaaa, mica basta questo per essere felici.

Le persone felici sono grate per quello che hanno.

Sì, è probabile che le persone felici siano grate. Ma qui la felicità è lo scopo, il fine non l’inizio della storia. Allora chiediamoci, è vero anche il contrario? Tutte le persone grate sono felici?

Le persone felici non provano ad accontentare tutti.

Sarà per questo che non sono poi così felice? Ma poi va be’, mica vorrei accontentare tutti, tutti. La maggior parte però sì, dai!

Le persone felici non si preoccupano delle cose che sono al di fuori del proprio controllo.

Infatti. Ad esempio, che il cielo ci cada sulla testa, mica possiamo fermarlo. I Genesis non si rimetteranno più insieme ed è altamente improbabile che Lotito venda la Lazio a un miliardario sfacciatamente ricco. Lo so che sono cose fuori dal mio controllo. E allora com’è che non sono mica tanto felice lo stesso?

Le persone felici sanno come liberarsi dalla rabbia.

Da che se ne deduce che anche le persone felici si arrabbiano. Forse come le formiche, nel loro piccolo. Be’, dai almeno questa numero 7 è consolante.

Le persone felici sanno di non essere il centro dell’universo.

Va be’, proprio il centro no. Diciamo allora un quartiere residenziale ben collegato e pieno di verde?

Le persone felici non fanno le vittime.

Certo. Ma non fare le vittime son bravi tutti (o quasi): il problema è che a volte si diventa carnefici. E allora lì sì che nascono i problemi.

Le persone felici si circondano di persone positive.

Gran bei paraculi insomma, questi felicioni! E con gli amici sfigati che ne facciamo? Con quelli noiosi? Li buttiamo tutti al mare?

Le persone felici hanno uno stile di vita sano.

Niente sesso, droga e Rock’n roll? Sicuri, sicuri? Perché io, soprattutto dopo aver visto l’ultimo concerto dei Rolling Stones a giugno, qualche piccolo dubbio ce l’avrei.

Le persone felici non sono così ossessionate dal guadagno da dimenticarsi di vivere.

Certo “siamo una famiglia povera, ma onesta” e poi “il denaro non porta la felicità”. Figuriamoci la miseria.

Le persone felici non rimuginano sul passato.

Qui concordo. Infatti mica sto qui a rimuginare che ad esempio a giugno prossimo saranno trent’anni dalla maturità. I vent’anni di matrimonio quasi non li abbiamo festeggiati. E a maggio scorso i festeggiamenti per i quarant’anni dal primo scudetto della Lazio è stato giusto un caso. Ah dite che rimugino?

Le persone felici non perdono tempo a confrontarsi con le altre persone.

Insomma, sotto sotto, anche ‘sti felicetti so’ un po’ stronzi. E dai, ammettiamolo. Così allora so’ boni tutti!

Le persone felici sono propositive.

Ma per questo anche gli sfigati. Anche i scassaminchioni. Sono propositive le suocere impiccione, i colleghi d’ufficio troppo zelanti, i vicini di casa che ti dicono come e quando buttare la mondezza. No, la propositività non mi sembra di per sé un sintomo automatico di felicità, soprattutto per chi subisce queste proposte.

Alla fine del discorso penso che tutto sommato, non abbia poi tanto torto il caro vecchio Charlie Browne, quando in una famosa vignetta, si chiedeva…ma se provassimo tutti quanti ad essere felici, così, senza un motivo vero e proprio?

 

Avatar di Sconosciuto

Mirror, mirror on the wall…

Le persone possono essere suddivise in mille modi. Destra, sinistra, nord, sud, passionali e razionali, guardie e ladri, giorno e notte, Però effettivamente, come scrisse una volta quel vecchio trombone di Scalfari esistono due macrocategorie antropologiche, che comprendono e fanno comprendere molte persone e molti atteggiamenti ricorrenti. Chi si sente in credito e chi si sente in debito con la vita.

I primi hanno sempre da recriminare presunti torti subiti, hanno la sindrome della persecuzione, si sentono sempre defraudati, vittime di chissà quali complotti, oppressi da ingiustizie immeritate. Ovviamente, sentendosi in credito, si sentono anche autorizzati a richiedere, anzi a pretendere quanto dovuto. Per questo si sentono legittimati ad andare fuori dalle regole, ma anche dei principi generalmente accettati nell’umana convivenza. Il fatto che il mondo esterno non riconosca le loro sacrosante recriminazioni, li fa convincere sempre più del torto subito, aumentando la propria autostima, ingrossando un ego già di per sé ipertrofico, incapace di ascoltare la minima critica, neanche la più piccola voce discordante.

Il più delle volte c’è un nemico. Concreto, individuabile, ma allo stesso tempo metafisico, che è ovviamente colpevole di tutte le nefandezze del mondo, ma soprattutto di aver rubato la marmellata al povero cocco di mamma: le democrazie plutocratiche, le lobby giudaico massoniche, i servizi segreti bulgari, la Spectre, gli extraterrestri, Luciano Moggi. Davanti al loro specchio si pongono le domande fondamentali dell’esistenza, perché gli altri mica la vogliono riconoscere questa lapalissiana verità che loro e solo loro sono i più belli, i più forti, i più meritevoli del reame. E il loro specchio gli dà sempre ragione!

A questi si contrappone chi dalla vita si sente sempre in debito. Chi capisce che ha avuto tanto e quindi è disposto a restituire. Chi ringrazia anche quando non dovrebbe, chi è contento di quel che ha e per questo accetta quello che arriva senza pretendere nulla. Non è detto che sia completamente soddisfatto perché l’essere in debito non toglie la legittima aspirazione a migliorarsi. Non ha specchi al muro a cui domandare lumi del futuro, non ha rassicuranti risposte preconfezionate sulle quali adagiarsi. Ma come le onde di un fiume non ritornano indietro, così chi si sente in debito, guarda avanti, non sapendo se avrà ancora da ricevere, ma con la sicurezza che avrà ancora molto da dare.

Sail away, away, ripples never come back, gone to the other side, sail away, sail away

Avatar di Sconosciuto

Il mistero di More than a feeling, ovvero la fenomenologia dell’idiota

E così siamo arrivati a 200 post. E state ancora qui? Una prova incontrovertibile dell’umana pazienza! Per festeggiare il traguardo, come già altre volte è accaduto, prendo spunto da un bel post di quel gattaccio di Gintoki (questo), che si interrogava sull’insostenibile leggerezza dell’ebete.

In effetti, dai, ammettiamolo: siamo circondati da idioti! In macchina, in ufficio, allo stadio, al supermercato, al ristorante, in spiaggia, negli ufficio postali, a scuola, ai concerti, sulle piste da sci, sui sociale network, al cinema (gli idioti brillano anche al buio!). Programmi idioti in tv, elettori idioti alle urne, la mamma degli idioti…E meno male che il più delle volte l’idiota è innocuo. E’ fastidioso,  anche molto fastidioso, ma fortunatamente per lui e per chi lo circonda, non è così dannoso come altre categorie (che so, per esempio, gli stronzi. L’idiota spesso non riesce ad arrivare ad essere stronzo: ci prova, però che vuoi, in fondo poverino, è idiota).

Ma qual è il segno distintivo? Cos’è che contraddistingue un idiota? E poi, si è idioti in toto o l’idiozia è legata ad un qualche singolo contesto? Chi è idiota al volante automaticamente sarà idiota anche con un carrello della spesa o in fila allo sportello? E poi, ci si redime o è incurabile? In ogni caso, una caratteristica peculiare dell’idiozia, secondo me, è la velocità. L’idiota è lento. E’ lento di riflessi, è lento a calarsi nel contesto, è lento a comprendere il prossimo, è lento a capire le circostanze. E’ come se avesse qualche ingranaggio inceppato, che stenta a mettersi in moto e quindi lo fa arrivare tardi nelle situazioni, lo fa essere inopportuno. L’idiota è rallentato dalle sue convinzioni, dai suoi pregiudizi, da un orizzonte mentale ristretto, che non riesce ad andare alla stessa velocità del mondo che lo circonda.

Per questo, salvo qualche notevole eccezione che non manca mai, solitamente c’è chi è bravo a fare il sudoku, chi i rebus, qualcuno i cruciverba, insomma non è detto che si debba essere idioti in tutto. Il fatto che so, che i Boston (avete visto che facce avevano? Ma poi un gruppo che si chiama come una città…mah!) abbiano scritto More than a Feeling, porterebbe a pensare che davvero anche un orologio rotto una volta al giorno segna l’ora esatta.

Questo da una parte è un pensiero consolante. Dall’altra però ci dovrebbe far riflettere che, in fondo in fondo, nessuno è totalmente immune dall’idiozia. E anche noi che non guidiamo col cappello, che non parcheggiamo in doppia fila. Noi che stiamo attenti a non urtare i carrelli altrui, che non tagliamo la fila sulle seggiovie, noi che evitiamo di postare commenti inopportuni su FB, che abbassiamo il volume della radio in spiaggia, guardiamo History Channel e cerchiamo di tenerci informati su quel che succede nel mondo. Noi che ci vantiamo di comprendere gli altri, o almeno che ce la mettiamo tutta per capire e per farci capire, insomma noi che ci riteniamo reattivi, svegli, anche noi possiamo avere delle improvvise quanto catastrofiche frenate, che azzerano qualsiasi velocità.

E questo è il motivo per cui non ho paura dell’idiota in sé. Molto di più dell’idiota in me.

 

 

Avatar di Sconosciuto

Smetto quando voglio

Mi contraddico? Certo che mi contraddico! Sono vasto, contengo moltitudini (Walt Withman)

(se vi va, questo post prosegue, approfondisce e quindi, ovviamente, confonde, quello che avevo scritto qui)

Non ho dubbi al riguardo: volere è potere.  E poi bisogna saper cambiare, bisogna sapersi adattare alle situazioni. Perché le situazioni cambiano, i rapporti evolvono e tu, necessariamente, evolvi con loro. Ho letto da qualche parte che il nostro corpo in due anni cambia totalmente tutte le sue cellule. L’io di oggi, fisicamente, è totalmente diverso dall’io di due anni prima. Quello che è valso fino ad oggi, quello che avevi ritenuto vero, giusto, quello che avevi dato per scontato, domani potrebbe non essere così. Per questo io, smetto quando voglio.

Non sono mica schiavo delle situazioni Decido io se come e quando. Perché io sono l’unico a cui debbo dare conto. Mi va, lo faccio, non mi va, non lo faccio. Voglio dormire, dormo, voglio stare sveglio, sto sveglio. Voglio guardare, guardo, voglio girarmi dall’altra parte, mi giro. E poi tanto…smetto quando voglio.

Non sono schiavo delle convenzioni. Si è sempre fatto così? E chissene importa. Si cambia, si evolve. Non è detto che quello che pensavamo, quello che si è sempre pensato, quello che ha funzionato nel migliore dei modi, non possa essere cambiato, non possa essere migliorato. O forse no, forse cambiando lo peggiori. Ma tanto…smetto quando voglio.

Non sono schiavo dei rapporti. Aria, soffoco, lasciatemi respirare. Tutti sono importanti, nessuno è indispensabile. Che è tutta quest’ansia di condivisione? Non sarà semplicemente frutto della paura della solitudine. O forse della noia. Io sto tanto bene da solo, sapeste quanta compagnia che mi faccio! Posso fare a meno di tutto e di tutti. E che in realtà, se potessi dirti addio, ti chiamerei. E se guardandoti negli occhi, sapessi dirti basta, ti guarderei. Se poi rivedendoti fossi certo che non soffri, ti rivedrei. Per questo, smetto quando voglio.

Ora però mi vado a fumarmi una bella sigaretta. Ho il vizio? Ma no. Smetto quando voglio.

 

 

 

 

Avatar di Sconosciuto

Le 10 scene indimenticabili

Qualcuna delle mie esigentissime lettrici, mi faceva notare, neanche troppo sommessamente, che il blog negli ultimi tempi sta prendendo una piega un po’ troppo seriosa. Detto in altri termini, sta diventando più pesante di un piatto di peperoni ripieni con la cipolla. E dunque, cosa più di una bella classifica per ristabilire la leggerezza di questo luogo, ribadendo, laddove ce ne fosse ancora bisogno, il suo carattere autenticamente minchione?

In passato avete letto classifiche di facezie, di cose belle e cose brutte, di canzoni, di libri. Che manca? Una classifica dei film, direbbe qualcuno. Ma troppo facile! Invece, sempre per rimarcare quel carattere specifico di cui sopra, vi intrattengo sulle dieci scene di film che più mi sono piaciute, al di là del film in sé. Per il messaggio, per le implicazioni o solo per “come suonavano”. Ovviamente ne avrei volute mettere altre (manca il Marchese del Grillo, ad esempio, che di scena memorabili ne ha più d’una), ma queste secondo il mio insindacabile giudizio, sono quelle che vale la pena citare.

E cominciamo con un film che da solo forse potrebbe riempire questa classifica. Un capolavoro inarrivabile! Troppo facile citare il “could be worse, could be raining”. Piuttosto ne scelgo un’altra perché nella sua paradossalità indica esattamente come vanno le cose in questo mondo, dove ognuno vede solo quello che preferisce vedere. La realtà, in fin dei conti, è un punto di vista

Quest’altra la inserisco perché si presta a moltissime varianti. E infatti è una citazione che utilizzo (a sproposito, ovviamente) in tutti i contesti in cui c’è una sproporzione evidente fra una parte ed un’altra.

Il prossimo è un altro film pieno di scene e citazioni iperboliche. Sono stato molto indubbio fra “i nazisti dell’Illinois”, “siamo in missione per conto di Dio” e questa scena qui. Anche quelle altre fanno parte del mio olimpo culturale e chi mi conosce di più me le avrà sentite citare (sempre a sproposito), molto spesso. Comunque, alla fine ho scelto questa perché…perché come si fa a non sceglierla???

Qui, più che per il film in sé per sé, la citazione è per l’autore. Il numero uno, secondo il mio modesto parere. Potevo scegliere questa o qualsiasi altra. Veramente avevo in mente la scena in cui la “dea dell’amore” gli regala una cravatta giallo rossa perché lui non voleva un pompino., purtroppo su Youtube non l’ho trovata. Ma anche questa però ha il suo perché

Qui invece la scelta l’ha dettata il film, perché in assoluto, dovessi scegliere con la pistola puntata di dire un titolo, uno ed uno solo, direi questo. E poi perché sogno un giorno di questi (in fondo come tempi ci siamo, il prossimo giugno saranno 30 dalla maturità) di poter vivere una scena come questa con i miei amici di sempre

Anche qui la scelta è fatta per il film (eccezionale) e come omaggio ad un attore talmente bravo da lasciarmi spesso senza parole. Anzi solo una. Peccato!

La prossima è invece un mix: il film giusto, gli attori giusti, la scena giusta. What’else? al di là di tanti manuali, al di là di tante elucubrazioni sui rapporti uomo donna…ma quanto c’ha ragione questo film???

Anche qui il film è bellissimo, uno dei miei preferiti e avrebbe avuto anche altre scene da ricordare: “Stupid is as stupid does”, oppure il “ora sono un po’ stanchino”, fanno parte anche loro del mio bagaglio (pseudo)culturale. Ma questa scena però ha un qualcosa in più

Uno dei film più belli della storia del cinema italiano, pieno di scene e citazioni tali da rendere difficile la scelta. Difficile, ma non impossibile, perché secondo me questa scena rappresenta quel tipo di mentalità, inarrivabile, che racchiude l’essenza della comicità napoletana. Avrei potuto mettere una scena di Totò o di Eduardo, ma il modo in cui dice questa frase Troisi, supera tutto il resto.

Chiudo con quella che sempre più sta diventando la “mia” citazione. Il film, come tutti quelli di questa serie, è bellino senza pretese, ma la frase è eccezionale, perché ci sta sempre bene, in qualsiasi situazione.

 

Avatar di Sconosciuto

Space Cow Boy

– Le vede signore?
– Quando sono apparse sui monitor?
– Esattamente 22 minuti fa.
– Non riusciamo ad inquadrarle meglio?
– Negativo signore. Arrivano dalla direzione di Alfa Centauri e si portano dietro detriti spaziali tali da impedire un’esatta identificazione.
– Ma da lì, che cosa possono essere?
– Forse faremmo meglio a chiederci chi possono essere…
– Quando entreranno nella nostra atmosfera?
– Calcolando una velocità costante direi tra 12 ore, 29 minuti e…
– Va bene. Ci risparmi i secondi tenente, temo siano importanti anche quelli.
Il colonnello Jackdogs, responsabile del Centro Unico di Osservazione Terrestre, era molto preoccupato. La polvere delle stelle non rendeva nitida l’immagine, ma dai radar era chiaro che tre veicoli sconosciuti si avvicinavano all’atmosfera terrestre a tutta velocità. E ora che doveva fare? Quanto avrebbe potuto tenere nascosta quella notizia prima che fosse di dominio pubblico? Doveva parlare con il presidente degli Stati Uniti Terrestri e doveva farlo al più presto.
– Ho terminato ora con il presidente e con tutti i responsabili della sicurezza. Non devono entrare nella nostra atmosfera: prima si spara, poi chiediamo chi è. Non possiamo correre rischi. E del resto se avessero intenzioni pacifiche non si sarebbero precipitati qui a quella velocità.
– D’accordo Colonnello, li affrontiamo con l’Air Force One e gli spariamo addosso delle testate nucleari. Non avranno nemmeno il tempo di dire buon giorno!
E così fu. Le bombe al plutonio gli andarono incontro, centrandoli con millimetrica precisione, non ne restò neanche il più piccolo detrito.
Di loro nessuno seppe più nulla.
Certo, questo era uno scherzo del destino! Proprio lui, il Cow Boy dello spazio, che aveva attraversato tutti i mondi conosciuti e le stelle più lontane, proprio lui che aveva sempre sognato di incontrare forme di vita aliene, doveva scontrarsi con degli extraterrestri lì, a due passi da casa e distruggerli prima ancora di conoscerli, di capire, di sapere. Che strano destino!
Ma ora che il pericolo era passato, quella era la prova inoppugnabile che esistevano altre forme di vita e bisognava andare a cercarle, capire da che pianeta venissero.
Così il colonnello Jackdogs riuscì ad ottenere fondi e permessi per organizzare una nuova missione spaziale. La Nina, la Pinta e la Santa Maria partirono in direzione Alfa Centauri in una fresca mattina di aprile. Jackdogs coronava il suo sogno: nuovamente in viaggio per scoprire i misteri dell’universo, in cerca di mondi sconosciuti, di cieli e terre nuove. Viaggiarono per giorni e giorni e i giorni divennero settimane, le settimane mesi, i mesi anni: il tempo correva ed insieme sembrava fermo per loro. Videro cose straordinarie, stelle bellissime e pianeti dai mille colori, ma nessun essere che in qualche modo potesse far pensare ad altre forme di vita. Fecero il giro intero della galassia, in cerca della nuova India da colonizzare, rischiando più volte di perdersi nell’oceano dell’infinito. Ma le apparecchiature di bordo non potevano sbagliare: concluso il giro automaticamente li avrebbero riportati a casa. Ed eccola Itaca, il pianeta azzurro, mai così bello, mai così familiare. Ma invece delle fanfare e delle bandiere a dargli il benvenuto, in quella fresca mattina di aprile, fu l’Air Force One. Che senza alcun avviso gli tirò addosso tre testate nucleari.
Di loro nessuno seppe più nulla.

 

Avatar di Sconosciuto

Leone ballerino balbuziente

If ev’rybody had an ocean across the U.S.A., then ev’rybody’d be surfin’ like Californ-I-A. You’d see ‘em wearin’ their baggies. Huarachi sandals, too. A bushy bushy blonde hairdo. Surfin’ U.S.A.

– Leo mi raccomando, cerca di non addormentarti eh!

– C c ci provo! E’ cccche…

E’ che sei un coglione! Anzi, io sono un coglione, che ancora, nonostante tutto, ti faccio lavorare. Ho capito, tranquillo stammi bene, ci vediamo domani mattina.

– Gr gr grazie signor Giulio! N n nnon si preoccupi. Ttttutto sotto controllo!

– Lo spero Leo…lo spero proprio.

Leone, un povero diavolo balbuziente. Portiere di notte nell’unico albergo del paese. Oddio, albergo è una parola grossa. Ma anche paese, se è per questo. Diciamo che Leo cerca di stare sveglio durante la notte, dietro al bancone dell’unico bar affittacamere, di quelle mucchietto di case sparse sulla statale che le cartine stradali neanche nominano come frazione di nessuno dei paesi limitrofi. Quattrocase infatti è il modo in cui gli abitanti del circondario chiamano quel posto dimenticato da Dio e spesso anche dagli uomini. Qualcuno ci si ferma ancora, di giorno per un panino, di notte per dormire. Ma è inutile negarlo, se non ci fossero le nigeriane agli incroci della statale, Quattrocase avrebbe perso da un pezzo quell’unico bar pensione in cui di notte lavora Leo. E nessuno lì intorno, se non appunto i frequentatori di quelle belle di notte, se ne avrebbe avuto a male. Certo belle lo sono davvero!

Alcune belle da morire, da togliere il fiato al povero Leo, che già di suo di fiato ne ha ben poco. Se parlare fosse facile come ballare il Rock ‘n roll, allora sì che tutto sarebbe più bello. Perché Leo a ballare è un vero drago! In pista non si deve parlare, non ci si deve far capire, basta seguire la musica, il ritmo. Salti, piroette, giravolte Leo si trasforma, sembra volare, come se lì la legge di gravità non esistesse. Le gambe vanno sciolte così come le parole sono legate.

– Ohi Leo, ma a te ti gustano i Beach Boys perché balbettano come te? Ba ba ba ba Barbara Ann!

Sì, sì ridete, ridete pure, ma nessuno sa ballare come me. Come vorrei che mi vedesse la mia pantera…io, il suo Leone, lei la mia pantera. Eccola, più bella che mai…

– Ciao Leo, mi dai la chiave?

– SSSì, ecco. Bbbbuona notte.

– Anche a te, caro

Sì, se mi vedesse ballare, forse nei suoi occhi non ci sarebbe più quello sguardo di pietà.

Finché una sera, mentre i Beach Boys messi al minimo cercano inutilmente di farlo restare sveglio, sente delle grida per la strada. Non dovrebbe allontanarsi, ma una voce di donna sta chiedendo aiuto, lì fuori il branco ha circondato la sua pantera. Leo non ha paura, l’ha fatto tante volte, come fosse sul suo Surf si precipita in mezzo, un salto e un calcio in piena viso, poi ancora una capriola e un altro e fuori gioco. Il branco arretra, sbanda è disorientato, resta solo lui, il capo, mostruoso e cattivo, il “Maiale Toro”, da affrontare. Non pensare Leo, non devi parlare, segui il ritmo… Ev’rybody’s gone surfin’. Surfin’ U.S.A., Ev’rybody’s gone surfin’. Surfin’ U.S.A.

Le gambe sono più veloci del pensiero, più veloci della parola, Leo prende velocità e poi salta, più in alto e ancora di più sopra l’onda che lo porta in cielo e poi giù per colpire. Un solo colpo, in mezzo al grugno e la bestia schianta al suolo in un grido che è insieme un grugnito. Anche Leo è stato colpito. E’ steso al suolo con la testa rotta e il sangue che cola.

– Leo, Leo, ti prego apri gli occhi!

Non c’è bisogno di parlare, Leo sente la sua pantera che lo prende fra le braccia e gli parla e un pensiero gli passa per la testa. Finalmente mi ha visto all’opera. Mi ha visto ballare. Solo per lei.