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Ragione e cuore

La ragione dice che il tempo è l’unica risorsa non dilatabile.

Ero in macchina stasera,con il cd del concerto dei Muse. Bellissimo! Una canzone più bella dell’altra. Quasi speravo ci fosse più traffico del solito per rimanere lì a bearmi della musica con il volume a palla di cannone. Ma per quanto il traffico che incontro dall’Eur a Montesacro tutte le sere mi imponga quell’ora di macchina, prima o poi a casa ci si arriva. Sto a piazza Sempione, 5 minuti da casa, non di più. E ho una sola canzone da ascoltare. Devo scegliere, non c’è tempo per altre. Una sola. Le vorrei ascoltare tutte di nuovo, ma non si può. C’è poco da fare. Una. Scegli!

Il cuore dice che gli affetti non si misurano al chilo.

Anche un minuto può essere fondamentale, non serve la misura, non c’è bisogno del quanto, l’importante è il come. Il cuore è un muscolo che può dilatarsi all’infinito e l’uno non esclude l’altro, se tu vuoi, solo se lo vuoi, e se lo vuoi veramente, c’è spazio per tutti.

La ragione dice che scegliere significa preferire.

Scegliere significa anteporre. Scegliere significa dedicarsi. Se vuoi davvero una cosa, un lavoro, una persona, se lo vuoi in modo esclusivo devi accettare di escludere tutto il resto.

Il cuore dice, come potrei scegliere un dito della mano? Se mi taglio, tutti quanti sanguinano allo stesso modo.

Cuore e ragione. Ma non è vero che l’uno esclude l’altro. Se la pensiamo in questo modo stiamo già seguendo la ragione. Il cuore, al contrario, terrebbe insieme tutto: la logica razionale e la follia più sconsiderata. Per questo, come diceva quel vecchio saggio di Blaise, il cuore ha le sue ragioni che la ragione non comprende. In ogni caso ci vuole coraggio per scegliere il cuore e anche un bel po’ di incoscienza.

Mi dispiace, altre volte ce l’ho fatta e anche ora avrei voluto. Ma alla fine mi sono arreso. Ho scelto la ragione e ho ascoltato questa.

 

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Come uno che si è perduto

Girando ancora un poco ho incontrato uno che si era perduto. Gli ho detto che nel centro di Bologna non si perde neanche un bambino. Mi guarda con la faccia un po’ stravolta e mi dice, “sono di Berlino”.

Sarebbe bello se il mondo fosse un posto semplice. Un posto dove orientarsi fosse così facile che anche un bambino… Che poi in realtà, di solito, i bambini sanno orientarsi benissimo. Il loro sì che è un mondo semplice, con dei punti di riferimento certi, sicuri, univoci: i buoni sono sempre buoni (e quasi sempre belli). I cattivi sono cattivissimi, dei veri infami e pure brutti. Ci sono gli affetti, c’è un posto sicuro che è “casa”, ci sono sogni da inseguire e un giorno realizzare e ci sono paure da cui fuggire. Anche quelle sono chiare, ben definite, individuabili.

Crescendo questi punti perdono il riferimento e si allontanano, si sbiadiscono e inevitabilmente si confondono. Così anche un luogo noto, apparentemente conosciuto, può diventare oscuro, un posto in cui ci si può perdere, in cui si possono fare brutti incontri. Una persona che credevi in un certo modo può rivelare lati insospettabili, può riservarci brutte sorprese, deluderci, tradirci. Persino i sogni possono confonderci, così come le paure e potremmo trovarci nella condizione di non sapere più bene cosa inseguire e da cosa fuggire. L’obiettivo sempre desiderato, una volta raggiunto può rivelarsi insignificante, la paura da cui siamo sempre fuggiti, può rivelarsi poi non così terribile.

Sembra paradossale, ma in fondo crescere significa confondersi le idee. E’ inevitabile. Ma diventare adulti significa esattamente tentare di orientarsi pur con le idee confuse. Significa provare a tenere la rotta giusta con punti di riferimento che cambiano. E qui sta la distanza tra chi accetta di diventa adulto e chi vorrebbe restare bambino: tra chi corre il rischio di perdersi ma prova ad inventare ogni giorno nuovi punti di riferimento per sé e per gli altri e chi invece resta fermo al passato, cullandosi nella vana speranze che le cose che funzionavano ieri, semplicemente per inerzia, funzioneranno anche oggi e magari domani. Ma non è così, non è quasi mai così.

Pensavi di essere a Bologna e ti ritrovi a Berlino.

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C’era proprio bisogno di un post sull’8 marzo?

No che non c’era bisogno! Ma c’è un vantaggio ad aver aperto il blog solo da sei mesi: tutto quello che scrivi è nuovo. Anche ciò che hai scritto anni prima! E siccome, come dice giustamente qualcuno, l’8 marzo è proprio la classica ricorrenza che ci fa dire e scrivere cose banali e già sentite, io non mi sottrarrò a questo deja vu. Anzi, lo cavalco! E quindi, per quest’anno, nulla di nuovo sotto il sole e dentro il blog. Mi limiterò a citarmi, rimettendo qui i due post scritti in anni recenti sull’8 marzo.

https://giacani.wordpress.com/2013/09/18/lovvio-marzo/

https://giacani.wordpress.com/2013/09/18/anche-per-te/

 

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Quella sottile linea tra scelta e necessità

Non fui io per prima a tracciare quella sottile linea di divisione tra la necessità e la scelta. Fu il mio destino. A me non restava altro che adeguarmi. E io mi adeguai.

Ora potrei raccontarti che in realtà all’inizio non era così. Che all’inizio lo amavo, come lui amava me. Potrei raccontarti che ero solamente una bambina idealista ed incosciente, che aveva dalla sua l’età ed una bellezza sfacciata ed inconsapevole. Potrei anche dirti che non sapevo lui chi fosse veramente. Tutti quei regali, i fiori, le serenate…un negozio al centro di Roma in fondo poteva anche giustificare tutti quei soldi. Non vedevo, non volevo vedere la realtà. Scelta o necessità. Sapete voi la risposta giusta?

I primi anni furono felici per chi come me non sapeva cosa fosse la felicità. Spensierati, per chi come me fino a quel momento aveva dovuto pensare a cosa mangiare la sera e poi il giorno dopo e quello dopo ancora. Lui era educato, gentile è quasi incredibile come possa essere delicato un uomo così grande e grosso. Anche quando facevamo l’amore mi sfiorava appena, lieve e impercettibile quasi avesse paura che mi sgretolassi sotto la sua mole imponente, lasciandomi confusa e inappagata. Ma quello per me era l’amore. Non ne conoscevo di altro tipo. Scelta o necessità?

Poi quel giorno capitai da lui senza preavviso. Ero felice, più del solito, più felice che mai e volevo dirglielo, volevo fargli una sorpresa, non potevo aspettare la sera. “Sarò madre, sarai padre“, me lo ripetevo dentro di me, per paura che poi una volta davanti a lui me ne sarei scordata. Non credevo al mio corpo, non credevo a me stessa, volevo che lui me lo confermasse, che mi dicesse “Sì, sarai madre, sarò padre“. Arrivai di corsa, il negozio aveva la serranda mezza chiusa, che strano in piena mattinata. Magari è dietro a sistemare le stoffe, pensai. Entrai piano, sentii la sua voce era nel retrobottega con una persona. Entrai e lui era lì con i pantaloni calati e quella donna piegata, appoggiata al tavolo…non credevo ai miei occhi, non credevo a me stessa. Fuggii via, di corsa, senza una parola, mi fermai solo quando non avevo più fiato in corpo. La sera tornò a casa senza dire nulla, tranquillo come sempre. Anch’io non dissi nulla, ma quella notte piansi e vomitai talmente tanto che il giorno dopo il mio bambino non c’era più. Ma lui non l’ha mai saputo, ancora una volta non so se per scelta o per necessità.

Da quella notte cambiò tutto. Lui non si avvicinò più, io non lo cercavo, lui non cercava me. Andai a dormire nella cameretta, io facendo finta di non dormire per il suo russare, lui facendo finta di credermi. Cominciai a guardarlo con occhi diversi, forse per la prima volta cominciai a guardarlo per quello che realmente era. E più lo osservavo, più capivo. Come in un film le varie scene staccate mostravano una trama complessiva. Improvvisamente tutto era chiaro. Capivo le sue reticenze, i suoi silenzi, le battute della gente, dei vicini di casa, dei negozianti del quartiere. Capivo da dove venissero veramente i suoi soldi. Capii tutto, senza dire una parola. Per scelta o per necessità? Lo vedi com’è labile il confine?

Così cominciai una vita diversa. Finalmente mi fu chiaro cosa dovessi fare: lui estorceva soldi a strozzo, io li restituivo di nascosto alle vittime. Lui si prendeva le loro donne, io mi offrivo come risarcimento. E non so se godevo di più di quel sesso clandestino o della giustizia restituita. La vita è una ruota, diceva mia madre. Ed io, che ero stata ingannata, ora ingannavo. Io che ero stata derubata, rubavo a mia volta.  Io che ero stata vittima mi facevo carnefice. Per scelta o per necessità? Chi può dirlo…

Ormai ero una signora, rispettabile, desiderata. Ma al destino nessuno può sfuggire. Una delle sue vittime, che avevo a lungo risarcito, un francese naturalizzato, che di francese aveva solo il nome, non si accontentava più della caparra. Voleva tutto il piatto. Ma io non volevo più essere di nessuno. E così, provai ad allontanarlo, prima con le buone, poi con più fermezza, finché quel giorno maledetto lo portai all’estremo. Volevo troncare, ma fu lui a stroncare me. Per scelta o per necessità? Stavolta davvero nessuno può saperlo. Forse, neppure il destino

Te la ricordi Lella quella ricca
La moje de Proietti er cravattaro
Quello che cia’ er negozio su ar Tritone
Te la ricordi te l’ho fatta vede
Quattr’anni fa e nun volevi crede
Che ‘nsieme a lei ce stavo proprio io
Te la ricordi poi ch’era sparita
E che la gente e che la polizia
S’era creduta ch’era annata via
Co’ uno co’ più sordi der marito…
E te lo vojo di’ che so’ stato io
E so’ quattr’anni che me tengo ‘sto segreto
E Te lo vojo di’ ma nun lo fa sape’
Nun lo di’ a nessuno tiettelo pe’ te

 

(questa storia prende spunto in modo del tutto illegittimo e immeritato da un bellissimo post di Tilla che non potete non leggere. Esattamente qui http://tilladurieux.wordpress.com/2014/03/03/lineluttabile/)

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Ancora sugli alibi, sulle paure e su possibili rimedi

C’era ancora qualcosa di non detto nel post di ieri. E grazie a un commento di Tilla (http://tilladurieux.wordpress.com/) è venuto fuori più chiaramente questa mattina. La genesi degli alibi non è tanto la paura per qualcosa di specifico. Non è, come scrivevo ieri, la paura di fare o non fare, trovarsi o perdersi, incontrare o dimenticare. La genesi dell’alibi nasce dalla paura di avere paura. Perché quello è il nostro terrore più profondo. Ed è quello che avvelena la nostra mente e ci svia verso le strade più o meno comode degli alibi.

Noi non vogliamo avere paura. E così costruiamo le nostre belle maschere, i nostri alibi. Non vogliamo nemmeno avere coraggio, il più delle volte, ma sempre per quella stessa paura. Abbiamo più o meno tutti paura di morire, ma più o meno tutti abbiamo anche paura di essere vivi. Abbiamo paura di non riuscire e quindi abbiamo anche paura di provarci. Tilla, nel suo commento al suddetto post dice che con le cazzate altrui ci dobbiamo fare i conti anche noi ed è per questo che se vogliamo amare dobbiamo sbrogliare le matasse altrui. Questo perché le paure degli altri sono le nostre. Che ci spaventano perché ci fanno scoprire inermi, incapaci di essere d’aiuto, fragili per noi e per chi ci sta accanto. Le paure degli altri sono le nostre e per questo (anche per questo? soprattutto per questo?)  non possiamo non provare a sbrogliare le loro matasse. E come si fa? O almeno, come ci si prova?

Io non ho dubbi. Ridendoci su. Come ben racconta la favola di Monster & Co. l’unico modo per vincere le paure è scoprire il loro lato comico. Allo stesso modo, togliere gli alibi, sarà possibile solo se scopriremo quanto in realtà siano ridicoli. Una risata vi seppellirà. Altro che coraggio, altro che eroi. Per vincere le paure ci vogliono i comici (che assolutamente evitino di scendere in politica però!).

–         Ma non sarà che questo è il tuo alibi? Che quella del comico è semplicemente la tua maschera per non affrontare i problemi e le paure?

Può darsi. Non sono così presuntuoso da pensare di aver trovato una soluzione definitiva, quella giusta per tutti. No, forse non sarà “La” soluzione. Ma è la mia. E’ quella che mi fa convivere con le mie paure, che mi fa prendere in carico e sopportare quelle degli altri. Che mi fa ridere delle mie paure e dei problemi, dei miei tentativi vani e anche di quelli ben riusciti. E tornando ad un altro post e sempre al commento di Tilla (lo confesso, ormai è amore!), in fondo non è vero che non riesco a parlare di sesso. Ma ci riesco a modo mio (https://giacani.wordpress.com/2013/10/27/tragicomico-erotico-stomp/ ) se e quando riesco a coglierne il lato irresistibilmente comico (del resto, cosa c’è di più erotico in una donna del suo senso dell’umorismo?)

–          Ma tu mica riesci sempre a ridere dei guai, dei problemi, delle paure? Anzi, ultimamente brontoli peggio di una pentola di facioli co le cotiche

Ma certo. Quando mai ad un comico si è chiesta coerenza? Fai quel che dico e non quel che faccio. Il comico non è un eroe, non è un martire. Tutt’al più è un cazzarone, uno che non vuol crescere, uno che indica la strada, anche se lui stesso non è riuscito a percorrerla. Ma il fatto che lui non sia riuscito non significa che la strada fosse errata.

Abbraccia questo vento e sentirai che il mio respiro è più sereno
Io non ho paura
Di quello che non so capire
Io non ho paura
Di quello che non puoi vedere
Io non ho paura
Di quello che non so spiegare
Di quello che ci cambierà

 

 

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La collina dei ciliegi

Ma non ti accorgi che è solo la paura che inquina e uccide i sentimenti?

Non c’è niente da fare. Come cantava il poeta di Poggio Bustone, quando si tratta di costruirci degli alibi, diventiamo davvero imbattibili. Non è così semplice, perché non è così univoco, spiegare questo processo. Ci sono situazioni che non vogliamo vivere, circostanze che non vogliamo affrontare, persone che non vogliamo incontrare. E abbiamo le nostre validissime ragioni per non voler fare tutte queste cose. Talmente valide che però, chissà perché, le nascondiamo. Agli altri, ma anche e soprattutto a noi stessi. Forse perché non sono poi così convincenti? Forse perché spesso dietro queste ragioni si nascondono le nostre paure?

Come già scrivevo qui https://giacani.wordpress.com/2013/09/19/con-i-se-e-con-i-ma/ Fatto sta che, nel momento in cui le semplici spiegazioni logiche del perché non ci va di fare questo o quello, non sono poi così chiare, nascono gli alibi. Come maschere delle ragioni vere, come loro rafforzativi. Gli alibi poi hanno la capacità di riprodursi meglio dei criceti! Uno tira l’altro, uno appresso all’altro. Nascono, crescono, si rafforzano, fino a farci dimenticare le ragioni autentiche.

Per questo alla fine non è nemmeno la semplice antitesi bugia verità quella che riesce a farci orientare. E confondo i miei alibi e le tue ragioni, cantava un altro poeta dei giorni nostri. Ed è così! E’ esattamente così. Magari tu, da fuori, la cogli chiaramente la differenza, perché ovviamente siamo bravissimi a riconoscere le pagliuzze altrui. Ma invece quando ci sei dentro, quando sei tu il soggetto della storia, allora improvvisamente diventi miope. O forse presbite, perché in effetti, più sono vicine, più sono ben ficcate negli occhi, meno si riesce a distinguere le nostre travi chiamate alibi. E allora alibi e ragioni, verità e bugie si fondono e si confondono in un mischione senza distinzione, come una notte in cui tutte le vacche sono nere, in cui la saggezza diventa la prudenza più stagnante. Ma per fortuna, quasi sempre, dietro la collina è il sole.

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Arrendersi all’ineluttabile?

“We made a promise we swore we’d always remember
No Retreat, believe me, no Surrender”

Si chiamano riflessi condizionati. Spingi quel punto del ginocchio e tac! si alza la gamba. Ad una determinata causa, ne consegue un determinato effetto. Alcuni sono fisicamente connessi fra loro, esulano dalla nostra volontà: fai uno starnuto, chiudi gli occhi. Altri, in teoria no, ma in pratica è come se lo fossero: vedi qualcuno che sbadiglia, sbadigli anche tu.

E come gli anziani sapevano annunciare l’arrivo della pioggia o del sole, del caldo o del freddo, da un soffio di vento o da qualche altro segnale premonitore, così anche noi potremmo dire cosa succederà in quella o quell’altra circostanza. Passa una con due belle chiappe, ti giri.

Noi sappiamo bene che sarete intrattabili ed irascibili quando vi arriverà il ciclo. Come voi sapete bene che quando perde la squadra del cuore sarebbe consigliabile evitare certe puntualizzazioni. Conosciamo bene gli effetti sul nostro colon di certe pietanze, o le conseguenze di un bicchiere di troppo.

E allora, se lo sappiamo, perché mai continuiamo imperterriti a fare gli stessi errori? Perché ci ostiniamo a sperare che dopo A non arrivi B? E poi…perché continuiamo a credere che le persone possano cambiare?

Perché abbiamo bisogno di non arrenderci. Abbiamo bisogno di sperare che la realtà, gli altri, noi stessi, riescano ancora sorprenderci. Per questo, un po’ quello che scrivevo qui https://giacani.wordpress.com/2013/09/18/se-non-e-ancora-successo/ se non è ancora successo, possiamo ancora cambiarlo!

Non credo che un giorno imparerò a starnutire ad occhi aperti. Ma non per questo smetterò di provarci.

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Questo blog non è un albergo!

Un blog al giorno toglie il medico di torno. Qui una volta era tutto un blog. Il blog è bello ma non ci vivrei. Non ci sono più i blog di una volta. Chi blog l’aspetti. Rosso di sera, bel blog si spera. Piove! Blog ladro. Aiutati che il blog ti aiuta. Moglie e buoi nei blog tuoi.  Blog avvisato è mezzo salvato. Chi blog, l’aspetti. Blog che abbaia non morde. A blog estremi, estremi rimedi. Buon blog non mente. Il blog del vicino è sempre più verde.

Ma io non ci sto più, grido il blog e poi! Perché blog o non blog, arriveremo a Roma. E che ne sai tu di un blog di grano? Perché vedrai anche tu un blog in mezzo al cielo, e poi il blog è sempre più blu. Blogga, blogga bloggherino, tutta la notte ed al mattino. Secondo blog a destra, questo è il cammino.

E quindi, visto che lo scrivete tutti, lo vogliono scrivere pure io! Se qualcuno avesse avuto ancora qualche dubbio della totale inattendibilità di quanto scritto qui, vengo con questa mia addirvi, che questo blog non è una testata giornalistica. Ma neanche una crociata giornalistica. Arrivo a dire che non è neanche una testata nucleare, ma nemmeno una testata al muro. Potrebbe sembrare, ma non è nemmeno una testata del letto e dubito possa essere una testata del motore.

Dunque, sempre questo blog, non può considerarsi prodotto editoriale ai sensi della L. n.62/2001. Ma nemmeno ai sensi della L. n.63/2002, o della 64/2003, 65/2004 e così via, se volete, fino ai sensi unici, i sensi vietati e perfino i cinque sensi.

Tanto vi dovevo, distinti saluti. Vi lovvo a tutti.

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V.M. 18 anni

“Chino, su un lungo e familiar bicchier di vino 
partito per un viaggio amico e arzillo 
già brillo. Certo, perché io non gioco mai a viso aperto 
tremendo il mio rapporto con il sesso, che fesso!”

In questo post si parlerà di sesso. Oh, finalmente, dirà qualcuno! Vi interessa? Facciamo un rapido test. Se uno vi dice che ha un appuntamento al reparto di trombofilia vi compare improvvisamente un sorriso un po’ ebete sul volto? Allora proseguite nella lettura. Altrimenti passate oltre.

Entrare a far parte di una blog community, mio malgrado o forse, come direbbe Scaiola, a mia insaputa, ha dei riflessi davvero divertenti. Dicevo mio malgrado perché come ho già scritto in precedenza, nella mia crassa ignoranza di web, aprendo un blog pensavo che avrei scritto. Non che avrei letto! Non avevo dunque la minima idea che invece aprire un blog sarebbe stato come un biglietto di invito ad una festa di liceali. Quelle feste in cui arrivi, non conosci nessuno, ti imbuchi, prendi un bicchiere e ti butti nella mischia. Si incontrano davvero soggetti strani, personaggi nati dalla fantasia malata dei propri autori, supereroi con e senza calzamaglia, visionari, poeti, santi e navigatori. E come appunto nelle feste liceali, cominci ad andare in giro e a scambiare quattro chiacchiere con questo o con quello. Fra tutte le cose, debbo ammetterlo, quella che più mi ha sorpreso è quanta gente e con quanta perizia, parla di sesso. Ora, va be’, non è che non se ne parli al di fuori dei blog, ma qui ho trovato una concentrazione davvero singolare. Soprattutto, la cosa più singolare, è il fatto che ne parlino le donne. Per carità, si parla anche d’altro, ovviamente, però insomma l’argomento è senza dubbio molto gettonato.

E invece qualcuno/a mi ha fatto notare che nel mio blog, al contrario, se ne parla molto poco. Come mai? C’hai qualche problema? Un blocco psicologico? Un’esperienza negativa da piccolo?

Non lo so. Non so proprio perché non mi viene da parlarne. O forse  sì che lo so. Perché, devo ammettere, io non sono fra quelli che quando ascoltano De Gregori cantare “ora le tue labbra puoi spedirle a un indirizzo nuovo” pensano che in realtà stia facendo un ermetico elogio del Cunnilingus. Né, ad esempio, ho mai pensato che Battisti, cantando “e tu amica cara mi consoli perché ci ritroviamo sempre soli”, vaticinava trent’anni prima la figura del trombamico.

Secondo me è questo il problema. Diciamola tutta. So antico! Ai miei tempi, soprattutto con le ragazze, non si parlava di sesso. Per fortuna non avevamo i bimbiminkia, ma nemmeno appunto i trombamici. Ce le avevamo le amiche, certo. Ma se erano amiche, non solo non ci facevamo sesso, ma neanche  se ne parlava. Noi eravamo quelli su cui venire a piangere quando lui faceva l’infame. L’orecchio disponibile per le lunghe filippiche su quanto la vita fosse ingrata, su quanto nessuno le capisse. Con le più intime potevamo parlare di calcio o ruttare a bocca aperta. Ma sesso nisba. Perché ovviamente, almeno ai miei tempi, alle donne piacevano gli stronzi. Non ho mai capito bene come e perché si sviluppasse questa strana forma di masochismo. Ma insomma, era così. Un dato di fatto. Avendo la possibilità di scegliere fra l’amico fidato e disponibile e il criminale conosciuto in uno sordido pub, lei decideva immancabilmente per il secondo. E quindi o eri stronzo o eri l’amico. E all’amico non gliela davano. Mai! Se avevi la ragazza era diverso (mica sempre, anzi, di solito non te la davano lo stesso). In ogni caso avere una trombamica non esisteva neanche nelle nostre fantasie più sfrenate. Negli anni 80 avere una trombamica sarebbe stato meno probabile di uno scudetto della Lazio.

E quindi, vi posso assicurare, con le amiche non si parlava di sesso. Di sesso si parlava fra noi maschi. Spesso. Anzi, direi molto spesso. L’argomento era probabilmente inversamente proporzionale a quanto lo si faceva. E noi che ne parlavamo assai, andavamo inconsapevolmente d’accordo con Woody Allen, che dice che “il sesso è come giocare a carte: se non hai un buon partner, spera almeno in una buona mano”. Ecco quindi che le uniche amiche con cui si parlava (!) di sesso erano Federica la mano amica e le sue varianti più o meno fantasiose: Adele la mano fedele, Alberta la mano esperta, Veronica la mano supersonica, Francesca la mano che ti rinfresca. Figure mitologiche, immancabilmente associate ad un ideale di donna legato alla purezza. Oddio a voler essere precisi, più che alla purezza, alla pulizia: la Fenech che si faceva la doccia nelle svariate versioni delle commedie di quegli anni. Ma con le amiche, quelle vere no.

Forse per questo a livello inconscio, m’è rimasto questo blocco dello scrittore. O forse è un argomento su cui ho poco da dire. Più probabilmente, lo ritengo un tema su cui sia meglio tacere. Un po’ come il calcio (che com’è noto è il più diffuso succedaneo al sesso): c’è chi ama star lì a parlarne, a vedere trasmissioni che discutono della rava e della fava di questo o quel giocatore e c’è chi invece preferisce solo correre appresso ad una palla (anche se magari, come il sottoscritto, non ne avrebbe più l’età!).

È per questo che posso ammettere che la frequentazione dei blog mi ha aperto nuove prospettive.

Concludendo questo post un po’ anomalo, scrittrici e scrittori più navigati di me in siffatte tematiche, solamente un dubbio mi resta: ma sul serio secondo voi, l’amica cara non lo consolava con una pacca sulla spalla e un bicchiere di amaro Montenegro?

 

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Fascista a chi?

I grillini pensano che PDL e PDmenoL siano uguali. Tutti fascisti.

I moderati del centrodestra (ahahahahha, questa è buona!) pensano che grillini e PD siano uguali. Tutti fascisti (mascherati, ma fascisti)

I PD pensano che il PDL e i grillini siano uguali. Ovviamente, tutti fascisti.

Ora, un dubbio ti viene. Ma non sarà che…Bravi. E’ proprio così! Non so se siano tutti uguali. Non so nemmeno se siano più o meno fascisti. Sicuramente sono italiani. Nel bene e nel male.

Il modo di dire “vizi privati e pubbliche virtù” nel nostro Paese si ribalta totalmente. In privato (forse, speriamo, chissà), siamo ancora gli italiani brava gente, che cercano di andare avanti e sopravvivere in un Paese bello e impossibile, con un grande futuro alle spalle. Gente che si aiuta nelle difficoltà, che fa beneficenza, che ama la mamma e gioca a calcetto con gli amici.

Nel pubblico siamo veramente il peggio dei peggio. Ci si insulta e si litiga in maniera oscena, in macchina, allo stadio, sui blog, in Parlamento. Da soli facciamo il 50% della corruzione di tutta Europa, abbiamo istituzioni corrotte e politici malavitosi. Soprattutto, almeno da novant’anni a questa parte, continuiamo a cercare scorciatoie. Continuiamo ad andare dietro al primo idiota che urla di avere in tasca la soluzione a tutti i problemi. L’Autarchia di ieri vale il federalismo di oggi, la battaglia del grano o la casa della libertà, e i poeti santi e navigatori non somigliano forse ai Forza Azzurri? Con il nuovo millennio le vecchie bugie si ammodernano e diventano la rete, la democrazia diretta, l’uno vale uno. Slogan, nient’altro che slogan. Comodi, semplici, comprensibili a tutti. Soluzioni facili a problemi complessi. Mantenendo la stessa pervicace avversione per le regole comuni in pubblico, a mala pena  bilanciata dal privato senso del pudore.

E inventiamo nemici. Le democrazie plutocratiche di settant’anni fa sono i burocrati di Bruxelles del duemila. Gli ebrei di ieri sono gli immigrati di oggi. Ma solo in pubblico. Perché invece in privato salviamo gli ebrei e a largo di Lampedusa raccogliamo i barconi con i profughi.

E per questo, come diceva Bergonzoni, non temo tanto il fascismo in sé. Temo molto di più il fascismo in me.