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Le 10 cose che non cambieranno mai

Non sono un maniaco della coerenza. Non creda sia la virtù delle virtù. Una certa corrispondenza fra quello che uno dice e quello che uno fa è ovviamente auspicabile. Come anche una certa consequenzialità tra quello che pensavi ieri (o l’altro mese o l’anno scorso) e quello che pensi oggi. Però è anche giusto, normale, direi anzi sano, cambiare idea. In politica, ad esempio. Sarà che a parte la lega e Burlesquoni (perché certo, c’è un limite a tutto) posso dire di aver praticamente votato tutti i partiti (non che ne vada fiero, però è così. E’ successo), ma certo la coerenza politica ad esempio, non mi sembra una gran dote. Anzi, ho imparato a diffidare di quelli che non riescono a sviluppare un senso critico tale da non fargli riconoscere le minchiate quando a farle sono personaggi della loro sponda politica.

Ma non divaghiamo, questa era solo la premessa. Volevo dire che, appunto, penso sia naturale cambiare opinione o gusti, abitudini, valutazioni. E’ connesso all’andare avanti, all’imparare dall’esperienza, alla curiosità di scoprire nuove cose e infine direi che la capacità di cambiare idea sia connesso al saper ascoltare gli altri. Però…però ci sono cosa che non cambieranno mai. Mai dire mai, direbbe qualcuno. Allora diciamo che queste 10 in questi quasi 48 anni sono rimaste inalterate.

La puzza delle BigBabol. Che mi ha sempre fatto schifo. 40 anni fa come adesso. Se qualcuno mi dicesse, vuoi restare chiuso in ascensore con uno che ha mangiato fegato con le cipolle o con uno che mastica BigBabol, non avrei dubbi. Non le reggo, le abolirei per legge.

Lo stordimento dei ricordi che mi provoca Last train to London degli Elo (che mio fratello aveva ribattezzato “resta in mutande”). La sento e bamm torno ad avere quattordi anni. E’ automatico. Così rimedio anche alla dimenticanza imperdonabile di non averla inserita qui  https://giacani.wordpress.com/2014/08/08/le-mie-10-canzoni/

L’estasi culinaria che mi dà il prosciutto crudo. Quello dolce, morbido, direi al limite del papposo. San Daniele, o ancora meglio, la Cinta senese. Potrei mangiarne fino allo sfinimento, al di là delle umane capacità.

L’attacco di squerequez pre-esami. E ovviamente essendo passato qualche anno dall’ultimo esame non posso affermare con certezza che valga ancora oggi: ma avendone avuto prova certa dalla maturità all’abilitazione e avendone avute ulteriori testimonianze in situazioni assimilabili i dubbi scompaiono. Il bello è che apparentemente non avevo alcuna paura degli esami, nessuno stress, nessun ansia. L’intestino però ragionava per conto suo. Evidentemente, non è solo il cuor, a cui non si comanda. (Devo spiegare cosa in termini scientifici si intende per “squerequez”?)

La sensazione di essere “a casa”, con l’attraversamento di Ponte Tazio. Per chi non è di Roma, è il ponte sulla Nomentana che attraversa l’Aniene che segna l’inizio di Montesacro. Per me niente è più vicino all’idea di casa di questa strada.

L‘insonnia pre-viaggi. Anche qui, come per gli esami. Viaggiare non mi dà ansie, non particolarmente almeno. Ma la notte prima di partire, regolarmente, mi sveglio ogni mezz’ora. Posso mettere 4 sveglie, chiedere a Ale di metterle anche lei…niente da fare, non ci riesco.

Quando leggo o sento espressioni tipo “la migliore canzone, il miglior film, la peggior tragedia del secolo scorso” io mi perdo. Perché per me il secolo scorso è il 1800. E non ammetto spiegazioni differenti. Se vi riferite al 1900 dite “millenovecento”, se dite il secolo scorso, io non vi seguo. Ve lo dico prima.

Il malumore che mi dà la pioggia. Lo so, si chiama essere metereopatici, niente di speciale, né di originale. Ma la colpa è di Roma. Non piove mai, ma disgraziatamente quando piove, il traffico impazzisce. Perché quando non piove non c’è traffico? Ah ah ah ah ah buona questa! Avete presente la fattoria degli animali di Orwell, dove tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri? Ecco, A Roma c’è sempre traffico, ma quando piove, deppiù!

Il buonumore che mi mettono le comiche di Stanlio e Ollio. Anche qui niente di originale, visto che sono almeno 80 anni che fanno ridere generazioni e generazioni. Per me sono meglio di una medicina, meglio di un antidepressivo. Unici e inarrivabili.

Ovviamente, essendo questa l’ennesima lista di cose minchione, non contiene in sé le cose serie che negli anni sono rimaste inalterate. L’amore per alcune persone, l’attaccamento alla Lazio (ah, be’, quella è una cosa abbastanza minchiona, forse la potevo inserire). Perché quelle rientrano in un altro sentimento. Come dicevo all’inizio, non penso sia una gran cosa la coerenza. Perché si è coerenti alle idee, ovvero alle cose. Alle persone no. Alle persone si è fedeli. E quella è tutta un’altra storia.

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Ancora, ancora una volta

E’ la strada conosciuta, con i punti di riferimento, impressi nella mente, conosciuti come le tue tasche. Non ti spaventa il buio, la notte o il giorno, il sole o la pioggia, non conta nulla, non ha importanza, potresti continuare ad occhi chiusi. Conosci ogni momento, ogni passaggio, sai quel che c’è dopo. “Ancora, ancora una volta”. E’ la canzone che ti piace ascoltare e ancora e ancora: spingi il tasto replay e parte di nuovo, la prima nota e poi la voce, poi la chitarra, entra il basso lo sai, azzecchi l’attacco perché la sai a memoria, potresti cantarla e ricantarla, ancora, ancora una volta. E’ la tua storia che te lo chiede, sono le cose giuste che hai fatto, l’esperienza accumulata, quella che ti fa essere saggio, che ti fa cogliere la situazione, che ti mette in bocca le parole giuste, al momento giusto, nel tono giusto. Te lo chiede con dolcezza, te lo sussurra appena, suadente, femmina. “Ancora, ancora una volta”.

E sono gli errori, sono i vicoli ciechi, le svolte mancate, le parole sbagliate, i momenti inopportuni, i silenzi traditi, quelli che sai che fanno male, soprattutto dopo. Ma loro vogliono ferire, vogliono ferite aperte, vogliono sangue. E anche loro chiedono “ancora, ancora una volta”. E tu devi essere bravo a resistere, devi aspettare, devi solo aspettare perché sai che se passerà quel momento ce l’avrai fatta. Devi essere bravo a chiudere gli occhi e le orecchie, per poter chiudere la bocca e fermarti in tempo così da non fare quel passo in più. Per non versare quella goccia, per non spingere il coltello e non far uscire il sangue, il sangue che macchia e che sporca, la goccia che farà traboccare tutto il vaso. Anche se è lei. Sì, è lei, è proprio quella stronzissima goccia che vuole uscire, che sgomita, che spinge, che dice, anzi che urla, “ancora, ancora una volta”.

E allora in fretta, più in fretta, perché sta arrivando, la senti, la vuoi e nello stesso tempo la detesti, chiudi gli occhi e mandi giù, tutto d’un fiato. E brucia, stordisce e lascia senza fiato e grida “ancora, ancora una volta”. I vestiti pesano sulla pelle la incendiano e allora li togli, li strappi, via, via, in fretta, più in fretta. Come droga, come alcol, come il sesso. Conatus in suo esse perseverandi, ancora, ancora una volta, ancora una volta, ancora una volta, ancora una volta, ancora, ancora.

E’ questo il ritornello della nostalgia. E’ il sintomo della malattia del ritorno, da cui non c’è cura. Chi potrà salvarci? Perché se non sarai il mio salvatore, allora sarai la mia dannazione.

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Dimmi quel che leggi e ti dirò chi sei. Test intelletualminchione

E insomma, prima i gatti (http://shockanafilattico.wordpress.com/), poi le divinità (http://musicfortraveler.wordpress.com/), e poi ancora le fanciulle (http://opinionediunaragazza.wordpress.com/), non potevo esimermi dal provare anch’io questo giochino di fine estate (poi lo sapete, più le cose hanno un ché di minchione, più io non mi tiro indietro). Ci sono 15  tracce per descriversi attraverso i titoli di libri. Unica condizione, devono essere libri già letti. Utilizzo tutti i miei autori preferiti (mancano Tolkien, perché il gattaccio m’ha rubato una bellissima risposta e Hornby, perché invece me l’ha rubata Zeus). I due più preferiti degli altri addirittura doppia citazione. E così partiamo.

Sei maschio o femmina? Ecco, cominciamo con le domande minchione. Secondo te? Avrei voluto rispondere con Il corsaro nero, però facciamo la persona seria e quindi rispondo con Se questo è un uomo (P. Levi). E qui finiscono le cose serie di questo giochino.

Descriviti. Ma nel senso, sono alto così, sono grasso cosà…no, immagino di no. Allora dico che se esistesse vorrei tanto far parte de Il club degli incorreggibili ottimisti (J.M. Guenassia). Forse questa è la cosa mi descrive meglio.

 Cosa provano le persone quando stanno con te? Oddio, chi lo sa, dovresti chiederlo a loro. Ma visto che sono anche un bel po’ presuntuoso, rispondo con un auspicio e dico che stare con me è come fare un Sogno di una notte di mezza estate (W. Shakespeare)

Descrivi la tua relazione precedente. Urca, andiamo nel passato remoto…e siccome la memoria è fallace, ma la fantasia non mi manca allora direi Una stagione selvaggia (J.R. Lansdale)

Descrivi la tua relazione attuale e qui mi limito al titolo, non c’è molto altro da aggiungere Tenera è la notte (J. Fitzgerald)

Dove vorresti trovarti? In questo preciso momento? Ne Il mondo alla fine del mondo (L. Sepulvida), se non altro perché quello è uno dei viaggi che prima o poi farò.

Come ti senti nei riguardi dell’amore? In che senso come mi sento. Bene, come altro mi dovrei sentire. E quindi, per omaggiare il grande PGW, dico Lampi d’estate (P.G. Wodehouse)

Come descriveresti la tua vita? Qui non ho dubbi, Una vita piena (J. Fante)

Cosa chiederesti se avessi a disposizione un solo desiderio? Questa è complicata. Rimango nel mio autore preferito e dico che vorrei avere tanti soldi, licenziarmi e comprarmi un bel vigneto, così da fondare La confraternita dell’uva (J. Fante)

Dì qualcosa di saggio Eh, ti pare facile! Un po’ come quando Moretti chiese a D’Alema di dire qualcosa di sinistra. E poi io diffido da quelli che pensano di poter dire qualcosa di saggio. Quindi dico Anche le formiche nel loro piccolo si incazzano (Gino e Michele), che magari non vi illuminerà la vita. Ma ha un sua saggezza, datemi retta!

Una musica. Torno al grande Joe e dico Il mambo degli orsi (J.R. Lansdale), anche se in realtà è più un ballo che una musica. E chi ha letto il libro sa che non è nemmeno un ballo…ma certamente ha una sua musicalità!

Chi o cosa temi? Qui vado sul classico e dico Per chi suona la campana (E. Hemingway)

Un rimpianto. Restiamo in America (come autore), ma invece temo siamo profondamente in Italia dicendo Non è un paese per vecchi (C. Mc Carthy), il guaio è che fra un po’ non sarà neanche un paese per giovani.

Un consiglio per chi è più giovane e quindi, collegato a quanto dicevo prima, qui mi faccio aiutare dalla grande giallista francese e dico Parti in fretta e non tornare (F. Vargas) o forse torna. Ma non prima di aver fatto i soldi!

Da evitare, vado su un altro dei miei preferiti, sempre francese. Perché si sa, chi potrebbe salvarci, ma chi sicuramente ci potrebbe far perdere, se non una donna? E quindi dico La fata Carabina (D. Pennac)

Sotto a chi tocca!

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Così vicino, così lontano

Nessuno potrà mai toglierci quello che abbiamo ballato insieme (Proverbio Argentino).

D’estate mi trasferivo ad Anzio. Anche se era faticoso alzarsi presto e andare a prendere il treno per andare a lavorare, solo il fatto di dormire al mare mi faceva allungare la vacanza. O almeno l’idea. Quella mattina non avevo sentito la sveglia. Ero andato a dormire tardi, l’alcol, il caldo, avevo dormito sì e no quattro ore. E come spesso mi capitava avevo perso il treno delle 7 e 40. Mi alzo o rimango a letto? Ormai ero sveglio, meglio muoversi. Contavo di fermarmi al bar e tra la colazione e un giornale magari i minuti sarebbero passati più velocemente che a casa.

Così ero arrivato alla stazione, avevo controllato quasi per scaramanzia l’orario, che però non mi aveva riservato sorprese: perso quello il prossimo per Roma era alle 8 e 30. Avevo ordinato un caffè, al vetro come piace a me, un cornetto alla crema e mi ero piazzato al tavolino vicino all’entrata dove c’era una bella corrente d’aria che faceva sopportare il caldo fastidioso del quel torrido agosto.

Facevo finta di interessarmi dei fatti di cronaca e della politica nostrana, qualche notizia dagli esteri, le anticipazione della stagione cinematografica autunnale, le solite stupidaggini del calcio d’agosto. Forse ero ancora addormentato, oppure troppo distratto dalle notizie, non mi ero accorto che affianco a me, sullo stesso tavolo,  si era seduto un anziano signore.

Mi scusi. Lei era assorto nella lettura ed io non volevo disturbarla. Noi persone di una certa età siamo abitudinari e questo è il mio tavolo. Intendo, quello su cui mi siedo solitamente. Le dispiace?

Ma no, si figuri. C’è spazio per tutti. Continuavo a leggere ed insieme osservavo il mio imprevisto commensale. Un signore molto elegante, un’età indefinibile fra i 70 e gli 80, baffetti bianchi, pochi capelli ben pettinati all’indietro, pantaloni di cotone bianchi, una camicia celeste con una sottile cravatta avana. Aveva un profumo che non sentivo più da anni, il Drakkar noir. Non pensavo neanche fosse più in commercio, lo usavo anche io molti anni fa.

Sto aspettando la mia amata! Disse così, quasi fosse un pensiero espresso ad alta voce. Feci un sorriso, quasi a dire, “ah, che bello”. Oppure, “ah sì? Non me lo sarei mai aspettato”. Non so cosa dire in casi come questi. Ma forse lui non aspettava alcuna risposta. Lei  fa la maestra, arriva qui con il treno da Roma. Riusciamo a scambiare due parole, a volte neanche quelle. Uno sguardo, ma per me è sufficiente. Poi, però il pomeriggio prima di riprendere il treno che la riposta a casa riusciamo a fare un ballo o due. Lei sa ballare? Ballare? Io? Zompettare a ritmo di musica come un orso attento a non calpestare dei chiodi. No direi di no, non mi capita, non ho mai imparato.

Gran peccato sa! Ballare è fra le cose più belle del mondo. E’ quasi come fare l’amore. C’è bisogno di essere vicini, molto vicini, eppure ognuno deve avere il suo spazio. Bisogna toccarsi senza urtarsi, così vicini così lontani. E poi bisogna arrivare a pensare simultaneamente, sentendo la stessa melodia, andando allo stesso ritmo.

Sante, non si è vista neanche oggi eh? Gli gridò quello del bar. No, niente da fare. Non potevo non notare l’espressione ironica del barista. Il suo tono canzonatorio si scontrava con quello invece assolutamente serio del mio vicino di tavolo. Sante. Che nome antico. Bello però. E lui, abbassando il tono di voce, quasi sussurrando, non creda che io non sappia che il nostro barista si prende gioco di me. Lui è convinto che io sia un po’ pazzo. Che non tornerà più. Ma io invece sono convinto del contrario. Lei tornerà, scenderà da quel treno ed io sarò qui ad aspettarla.

Sono un tipo curioso. A quel punto mi sarebbe piaciuto chiedergli di più, chi era questa donna, quando si erano visti l’ultima volta. Ma quella conversazione mi metteva un po’ d’ansia, una sensazione di disagio. E poi tanto ci pensava lui a proseguire il suo monologo, quasi leggesse nella mente le mie curiosità.

Io lavoravo a Roma, la mattina ci incontravamo qui in stazione. Lei arrivava, io partivo. Non potevamo non incontrarci e allo stesso modo non potevamo non restare troppo insieme. Nel pomeriggio ci incontravamo nuovamente, ognuno di ritorno verso casa. Cominciammo a salutarci, quasi inevitabile, a prendere un caffè la mattina e una bibita più tardi. Lo vede quel locale là fuori, a fianco dell’edicola? Lì si ballava. Così una volta presi il coraggio a due mani e la invitai e da quel momento ogni giorno riuscivamo a fare almeno un ballo. Poi lei ripartiva. Una volta però perdemmo la concezione del tempo e continuammo a ballare tutta la sera. Lei perse il treno e rimanemmo insieme tutta la notte.

Hai capito Sante che tipetto! Ma quando sarà successo?

Non si faccia idee strane. Passeggiammo sul lungomare, sulla riviera di levante, mangiammo al porto, una gelato da Mennella e poi di nuovo a passeggiare. Quella notte Anzio era bellissima, illuminata dalle stelle, sembrava avvolta da un mantello, come quelli dei maghi. Sì, una notte davvero magica.

A quel punto incrociai lo sguardo del barista. Uno sguardo ammiccante, che cercava complicità, come per dire hai capito quant’è matto questo? Non si faccia incantare dalle chiacchiere di Sante. Sta arrivando il suo treno e se non si sbriga perde anche quello. Ma al diavolo il treno! Non posso andarmene così, senza sapere poi che è successo! A quando risalirà questa storia? Possibile che risalga al tempo della guerra, allo sbarco degli alleati? Signor Sante, io purtroppo devo andare. Arriva il mio treno. Mi dica, cosa è successo dopo quella notte?

Dopo? Perché, secondo lei, cos’altro doveva succedere?

Ma quanto tempo è passato?

Giovanotto, pensa davvero che il tempo sia così importante? Ma cosa vuole che mi importi del tempo! Cosa vuole che mi importi dei giorni, dei mesi, degli anni. Io la amo e lei sa che io sono qui ad aspettarla. E questo è l’unica cosa che conta. Guardai nuovamente il barista. Stavolta i suoi occhi avevano perso il sarcasmo precedente. Pagai la colazione, salutai il signor Sante che mi sorrise e fece un cenno con la mano e uscii. Il treno era al binario, la gente si accalcava per salire. Ma io quel giorno decisi che avrei fatto tardi.

 51 anni 9 mesi e 4 giorni: è questo il tempo che ho passato ad amarti (“L’amore ai tempi del colera”, Gabriel Garcia Marquez)

 

 

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Con gli occhi aperti nella notte scura

Padri che uccidono figli, mariti che uccidono mogli, uomini che uccidono colf, decapitazioni in diretta tv. Ma almeno in quest’ultimo caso c’è il fanatismo religioso a dare un motivo, a creare un contesto, per quanto assurdo, almeno razionalmente comprensibile alla malvagità. Negli altri casi ci dobbiamo affidare ad un contesto vago, ad un contenitore vuoto, che può essere riempito di qualsiasi cosa, com’è quello della follia.

La verità è che di fronte al male senza senso siamo presi dalle vertigini, perdiamo i punti di riferimento, belli o brutti che siano. La malvagità cieca, assoluta ci disorienta. Perché capiamo che in fondo, come un ospite indesiderato, potrebbe essere accanto a noi, potrebbe bussare all’improvviso, senza alcun avviso.

Forse c’è sempre stata ed oggi con questo surplus di informazioni che abbiamo, diventa solo più evidente. Non credo ai fenomeni di emulazione. E non credo nemmeno alla strategia della testa sotto la sabbia. Al contrario invece, dobbiamo rimanere svegli, “con gli occhi aperti nella notte scura” perché avere paura non ci aiuterà.

Piuttosto, come in modo schietto ci invita a fare Hanna Arendt, dobbiamo inchiodare il male alla sua banalità, cancellando alibi, togliendo maschere, scuse, presunte incomprensibili grandezze o giustificazioni. Con tutta la pietà possibile per coloro che non ce l’hanno fatta, ma nello stesso tempo con  tutto il coraggio di cui disponiamo: nessuna resa, nessun passo indietro, dobbiamo insistere nella speranza che invece un’altra realtà è possibile.

Like soldiers in the winter’s night, with a vow to defend. No retreat, believe me, no surrender.

 

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Discettando sull’orlo del precipizio

L’altro giorno, in evidente debito d’ossigeno, dopo 7 ore di cammino, a 2348 metri sul livello del mare, praticamente in cima al mondo (o almeno, al mio mondo) pensavo in fondo a quant’è facile morire. Nel senso, basta che metti male un piede e precipiti giù. E così, tornando con i piedi a terra, pensavo di intrattenervi su quest’ameno pensiero. Ma poi mi sono ricordato che ne avevo già discettato altrove, probabilmente (a mio insindacabile giudizio) nel post più bello di questo umile blog.

E lo so. La Pellona (http://thepellons.wordpress.com/) me l’ha detto…non sta bene autocitarsi. Però io dico, c’è gente che inonda i social network con i selfie e io non posso richiamare vecchi post che mi tornano in mente? In fondo che differenza c’è? Anzi, almeno io vi risparmio le espressioni ebeti o finto divertite dei vari selfisti estivi.

E quindi – ammesso e non concesso che ve va – buona lettura.

https://giacani.wordpress.com/2013/12/13/danzando-sul-ciglio-di-un-vulcano/

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Ancora sulle stelle

Sarà che nella vita mi sono spesso trovato con il naso all’insù a guardarle, aspettando che qualcuna brillasse nel cielo più intensamente di altre.

Sarà che poi quelle rare volte che sembrava precipitarne giù una con la sua scia luminosa ero talmente affascinato da non riuscire ad esprimere nessun desiderio.

Sarà che in fondo alla fine ti rendi conto che i desideri, quelli più autentici, sono lì a fianco a te.

Fatto sta che mi è rivenuto in mente questo

https://giacani.wordpress.com/2013/12/17/la-stella-del-mattino/

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Le parole sono importanti!

L’avrete intuito, io sono uno di quelli a cui piace parlare. Credo fermamente nella forza delle parole, sono convinto nella possibilità di poter spiegare, argomentandole, le proprie ragioni. Così come sono altrettanto convinto della necessità di ascoltare le parole degli altri. Sono sicuro che ci sia sempre un aspetto che ti sfugge, una prospettiva che non avevi visto o che non avevi previsto. Per questo è importante parlare, spiegarsi, assumersi la fatica di provarci, senza dare nulla per scontato, per già detto. Provarci e riprovarci. Sì, costa fatica. Ma se vuoi cogliere entrambi i lati della storia è inevitabile.

Altre volte però bisogna anche saper tacere. Perché se parli fai peggio. E devi andare contro la tua natura,  devi stravolgere il tuo modo di pensare, il tuo modo di essere. Senti le sinapsi che vorticano nella mente, parole che irrompono nella gola, ma sai anche che non devi permettergli di uscire. Le rivomiti dentro di te perché quella è la scelta giusta.

Le parole sono importanti, come diceva Nanni Moretti. Sono importanti i contenuti, ma sono anche più importanti le parole, il momento in cui si dicono, il modo in cui si dicono. Per questo parlare a vanvera a volte è peggio che non parlare. Restando in tema di citazioni, come diceva Lincoln, “meglio tacere e sembrare stupidi che parlare e togliere ogni dubbio”.

Meglio tacere, anche per mettere in salvo le parole già dette o quelle che dovremo diremo, nei modi e nei tempi giusti. Altrimenti c’è anche il rischio di passare per coglioni.

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In sottofondo un Phil d’annata!

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I fiori finti non crescono mai

“Vieni padre mio, usciamo a fare un giro e guida tu e guarda avanti e non parliamo più, albero padre con un ramo solo ”

Adoro le giornate fresche che arrivano all’improvviso a spezzare la calura imperante. Adoro la montagna perché ti sa regalare questi cambi repentini. Ma allo stesso modo adoro quegli sprazzi di tepore inaspettati nelle mattinate assolate di dicembre, promesse di un’estate ancora lontana. Mi piace quando il tempo mi sorprende, in vestiti inadeguati, troppo caldi o troppo leggeri. Il rischio è un raffreddore, ma è un rischio che vale la pena correre.

Quella sensazione di inadeguatezza, che spiazza il nostro orientamento, come una via sconosciuta nata chissà come proprio nel bel mezzo di un itinerario che pensavamo di conoscere. A volte è una via senza uscita, altre volte invece può diventare una scorciatoia. Oppure, ancora meglio, la strada per posti inesplorati. Il rischio è perdersi,  ma è un rischio che vale la pena correre.

La verità è che dovremmo imparare a restituire responsabilità. Soprattutto io, che come sempre predico bene e razzolo demmerda con risultati abbastanza insoddisfacenti.

Dovremmo smetterla di pianificare ogni singolo istante del futuro o di tentare di prevedere quello che potrà succedere (tanto non ci si riesce mica). E proprio io che vorrei coprire ogni imprevisto, sia che sia fatto per amore, sia che sia fatto per paura, dovrei proprio smettermela. Bisogna restituire la responsabilità, dando fiducia alle persone e quindi alle situazioni. Il rischio è rimanere delusi. Ma anche questo è un rischio che vale la pena correre.

Altrimenti come possiamo sperare di essere sorpresi? Se non restituiamo responsabilità, se non lasciamo per un attimo il comando, per quanto gravoso ci possa sembrare, per quante vertigini possiamo provare, non solo gli altri non riusciranno mai a sorprenderci. Rischiamo di soffocarli. Corriamo il rischio che come fiori finti non crescano mai. E questo è forse l’unico rischio che non possiamo correre.

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Lancia in aria una monetina

Hai in mano quella moneta. Quella stupidissima moneta con le sue belle facce. Perché ci sono sempre due facce. E anche se sono sempre convinto di quello che scrivevo qui https://giacani.wordpress.com/2013/10/24/aut-aut/ – che quando ci troviamo di fronte a un bivio, ad un’alternativa, forse più cercare la risposta giusta, dovremmo avere la pazienza di riformulare la domanda – resta però il fatto, indubitabile, che a volta la vita ci pone di fronte ad un’alternativa.

Allora ti immagini quel signore un po’ anziano, con gli occhiali calati sul naso, che prende in mano una moneta grezza, prima del conio e meccanicamente la mette sulla pressa. Senza volerlo stabilirà lui se vincerai la palla o il campo, se avrai il sole in faccia o alle tue spalle, se il tuo avversario batterà per primo o la farai tu. Prenderà in mano quella moneta e gli darà le due facce. Stabilirà lui la testa e la croce, non certo il destino, il fato o chissà quale altre astratta divinità. Semplicemente un vecchio signore con gli occhiali.

O forse no, forse oggi le monete nascono già con le due facce. Come le situazioni in cui abbiamo di fronte l’alternativa: nascono così, già ambivalenti. A volte l’alternativa è fra ciò che vogliamo e ciò che dobbiamo: ma in quei casi è facile scegliere. Basta aver chiaro l’obiettivo e ti regoli di conseguenza. Segui il cuore o la ragione, le regole o l’istinto: chi predomina fra i due decide. Se però non ci sono queste sfumature? Se la scelta è radicale ed assoluta? Se proprio non riesci a scegliere fra quello che perdi e quello che trovi, allora non resta davvero che tirare in alto la monetina. E magari a volte, neanche serve sapere se uscirà testa o uscirà croce.

Quando sei davanti a due alternative lancia in aria una moneta. Non perché farà la scelta giusta al posto tuo, ma perché, nell’esatto momento in cui è in aria, saprai improvvisamente in cosa stai sperando di più (Bob Marley).