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In Africa ogni mattina quando sorge il sole

In Africa ogni mattina quando sorge il sole, il leone si sveglia perché suona il citofono. Ma perché cazzo suona il citofono se oggi è domenica e sono le sette della mattina? E allora il leone, già che è sveglio, comincia a correre. Ma mai quanto il testimone di Geova che capisce di aver sbagliato citofono.

In Africa ogni mattina quando sorge il sole, il leone si sveglia e mentre si sta sbranando due o tre gazzelle appena catturate arriva un venditore di rose. Amico compra, amico una sola, un euro, compra amico, rose belle. Il leone fa finta di niente, ma quello insiste. Allora prende una rosa e la usa come stuzzicadenti per pulirsi il canino. Offre al venditore di rose un cosciotto di gazzella e finisce che si rollano insieme un bel cannone.

In Africa ogni mattina quando sorge il sole, il leone si sveglia e incontra un vegano. E il vegano gli spiega la rava e la fava del perché e del per come non deve mangiarsi più le gazzelle. Allora il leone che sembra convinto, gli dice “mavaffanculo te e il tofu” però non mangia più la gazzella. Mangia direttamente il vegano.

In Africa ogni mattina quando sorge il sole, il leone si sveglia e incontra uno che fa jogging. E si chiede chi è quel cojone che con quel caldo fa jogging vestito come un rumeno ubriaco, con un sorriso saccente, come se avesse appena avuto una paresi. E allora gli dice “scusa, ma che te ridi? Mo me te magno” e quello, sbuffando come una locomotiva con l’enfisema gli risponde “ma lo sai che a fine mese scade l’abbonamento Rai? Corri anche tu a pagarlo, così non dovrai pagare la sovrattassa prevista“.

In Africa ogni mattina quando sorge il sole, il leone si sveglia e va a prendere la metro. E si domanda come sia possibile che ci siano ascelle che alle 6 e mezzo della mattina già puzzano come lo gnu morto da tre giorni che si è mangiato la sera prima. Mancano solo le mosche, ma forse sono morte anche loro. Dalla puzza.

In Africa ogni mattina quando sorge il sole, il leone si sveglia e va a lavoro. E incontra uno che parla come un cojone, che porta calzoni troppo stretti come cojone, ma che in realtà poi conoscendolo in modo un po’ meno superficiale si scopre essere proprio un gran cojone.

Quindi non importa che tu sia un testimone di Geova o un vegano. Non importa se non ti lavi o se non hai pagato l’abbonamento Rai. Non importa nemmeno se fai jogging o porti pantaloni troppo stretti. L’importante è che poi la sera quando tramonta il sole, in Africa il leone torna a casa e va a dormire con la leonessa. Ma lei si gira dall’altra parte perché “senti che caldo che fa, non hai idea che giornata di inferno che ho avuto, altro che andare girando di qua e di là a divertirti come te. E poi ho un gran mal di testa”. E allora e solo allora comprende la saggezza del detto popolare: la mattina leone, la sera minchione.

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Flegetonte, nun te temo (tanto la prostata non suda)

Fa caldo. Eh sì, fa proprio tanto caldo. Però consoliamoci: almeno il solerte Ministero della Salute, ci fornisce un utilissimo vademecum per affrontarlo al meglio. Dei consigli utili, ma che dico utili, vantaggiosi, ma che dico vantaggiosi, F O N D A M E N T A L I! Come faremmo senza? Come avremmo mai potuto affrontare questa prova sovrumana senza il distillato di saggezza di questi geni del ministero?

Che però come tutti i geni usano termini tecnici, anche un po’ criptici, si dilungano, la prendono un po’ alla larga. Ecco perché ho pensato di sintetizzare queste linee guida in cinque consigli spassionati. E anche un bel po’ minchioni (quindi nulla di originale perché erano già molto minchione anche le linee guida del ministero!)

– fanno 40 gradi all’ombra? Statevene a casa. Inventate scuse: dite che il criceto ha un’unghia incarnita, che vi si è allagato il bidè, che il divano è caduto in depressione e non può stare solo, insomma, fate lavorare la fantasia. Ma soprattutto, se proprio dovete uscire, lasciate perdere la pelliccia di orso e il colbacco di castoro. Io eviterei anche i Moon Boot. Certo, dovesse fare una nevicata improvvisa con i sandali potreste scivolare. Ma io comunque correrei il rischio.

– bevete molto. Sì, va be’ dicono di bere acqua, ma si sa, l’acqua fa venire giù i ponti. Io a quel mezzo litrozzo di birra gelata non ci rinuncio. Poi si suda? E pazienza, su che sarà mai!

– mangiate cibi leggeri. Quindi niente fagioli con le cotiche. E anche la coda alla vaccinara la rimanderei di qualche giorno. Così come le lasagne al forno, soprattutto se il forno è quello della vostra cucina. Tutt’al più, se proprio vi viene fame, buttate giù un altro mezzo litro di birra. Facciamola lavorare ‘sta prostata, che almeno lei non suda.

– volevate spalancare le finestre per fare entrare un bel sole dentro casa? Meglio di no. Evitate. Come dite? Nonostante i consigli ieri sera avete esagerato con i fagioli e ora l’aria della vostra stanza ricorda in maniera puntuale quella di una stalla piena di capre? Pazientate. E soprattutto, ben vi sta! Così imparate a non darmi retta.

– attività fisica. Fatela lo stesso. Ma sì, fregatevane. A una bella partita a calcetto non si rinuncia certo per il caldo. Suderete? E va be’, poi fatevi una doccia (e magari usate anche qualche deodorante eh). Certo se pensavate sul serio di andare a fare jogging alle due di pomeriggio non mi sento di darvi un consiglio: piuttosto vi manderei proprio direttamente affanculo. Tra l’altro, mi viene da pensare che se davvero volete andare a correre, magari dopo pranzo, co’ sto caldo boia che fa, allora sicuramente siete gente strana. Che so magari votate per Salvini. E allora, per carità, andate, anzi, correte!

 

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E’ stretta e lunga

E così sono arrivato al termine di questo lungo, stressante, faticoso ma anche appassionante giro d’Italia. Un mese e mezzo di aerei, treni, macchine, voucher, taxi, alberghi, ristoranti, incontri, paesaggi, persone, vecchi amici e facce nuove, gente allegra e tipi incazzosi, prenotazioni, fatture e ricevute, disdette, inconvenienti e ritardi, cellulari che si scaricano, partenze veloci, digestioni lente, ritmi frenetici e pause improvvise, sonni agitati e sveglie antelucane, cuscini troppo alti e coperte troppo pesanti, aree condizionate a palla e scrosci di pioggia rigorosamente senza ombrello.

Si perdono le misure, saltano i ritmi. Capisci come possono sentirsi i cantanti o le compagnie teatrali. Arrivi in una città e riavvolgi il nastro, pronto per raccontare nuovamente la stessa storia. E’ vero, le facce sono diverse, le domande a volte pure, però la sensazione dello spettacolo, dello show che necessariamente must go on è quasi inevitabile.

Vista così, di corsa e tutta insieme, saltano agli occhi le differenze e le somiglianze. E’ lunga che non finisce mai e davvero paese che vai usanze che trovi: partendo da Bolzano fai prima ad arrivare a Stoccolma che a Siracusa. La distanza non è solo geografica. Però allo stesso tempo è stretta così tanto che per attraversarsala orizzontalmente bastano un paio d’ore: potresti abbracciarla con uno sguardo per capire che in fondo è sempre la stessa.

Differenze e somiglianze che rendono distanti e allo stesso tempo vicini i colleghi, gli interlocutori esterni, i paesaggi dove ti muovi, le persone con cui parli. Comunque la si vuol vedere è bellissima la nostra Italia. Ed il dubbio che non la apprezziamo fino in fondo come dovremmo, che non gli vogliamo bene come meriterebbe, ti accompagna dalla prima all’ultima tappa. Dai portici sotto la Madunnina dove ho cominciato, al lungomare Caracciolo dove il viaggio è finito.

Ora però, come disse Forrest Gump dopo la sua lunga corsa, “sono un po’ stanchino”.

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Due o tre cose che penso sulla Grecia

I Greci stanno andando in bancarotta. Un po’ come tutti quelli laureati in filosofia.”

C’era una classe di ragazzi che cominciava un anno scolastico. Erano amici come si può essere amici in una classe: qualcuno più simpatico, qualcuno meno, c’era il secchione, lo sfaticato, quello pronto sempre a scherzare, quello più musone. Non si erano scelti, si erano trovati lì e volenti o nolenti dovevano stare insieme.

Finché sei ad ottobre, nei primi mesi dell’anno problemi non ce ne sono. Poi però si va avanti e allora si cominciano a vedere le differenze. Chi ha studiato fin dall’inizio non ha problemi, a chi invece mancano le basi sorgono le prime difficoltà. E una volta magari con qualche aiuto, copiando qui e là, riesci a mascherare. Un’altra volta ti giustifichi, poi fai qualche assenza, ma alla fine dell’anno non è detto che tutti riescano ad andare avanti. Come diceva il prof. Mortillaro ne “La Scuola“, c’è chi è nato per studiare e chi è nato per zappare. E per tanti che sono promossi, c’è sempre qualche rimandato e a volte anche bocciato.

Dispiace, certo. Ma prima o poi bisogna fare i conti con la realtà. Se sei in gamba capisci dove hai sbagliato e riparti con nuovi propositi e nuovo entusiasmo, altrimenti fai la vittima e dai la colpa al destino cinico e baro. Oppure alla professoressa culona inchiavabile. O magari alle banche brutte e cattive, al complotto giudaico massonico, alle democrazie plutocratiche, alla Spectre, alle scie chimiche, alle cavallette. E in men che non si dica ti ritrovi a votare Alba Dorata. Oppure Salvini. O Grillo. Gemelli diversi, in fondo esattamente la stessa cosa.

Vi invidio. Non sto scherzando, davvero. Invidio tutti quelli che hanno le idee chiare su questa vicenda. Che sanno esattamente di chi è la colpa, chi sono le vittime e chi i carnefici. Invidio soprattutto chi conosce con certezza quale sia la soluzione. Cosa sia meglio, ma soprattutto per chi. Davvero, vi invidio molto.

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Arcobaleno e pregiudizio

Sempre a proposito di pregiudizi debbo dire che mi ha un po’ stupito questa oceanica ed entusiasta partecipazione feisbucchiana alla sentenza che ha legalizzato i matrimoni gay come legge federale negli Usa. Mi stupisco sempre quando tante persone si appassionano a cause che il mio pregiudizio reputa essere marginali.

Chiariamo. Io penso che sia non solo legittimo, ma direi sacrosanto, che ognuno decida di dividere la propria vita con chi voglia. Che sia del proprio sesso o di un altro è un dettaglio irrilevante. (Certo, agli amici gay che non vedono l’ora di sposarsi mi verrebbe da chiedere…ma esattamente del matrimonio, cos’è che non vi è chiaro?)

Quindi evviva l’arcobaleno. Anche se, come scrivevo su FB, l’altro giorno ad un certo punto ho pensato di aver esagerato con il limoncello. Invece no, un non ero io ubriaco. Un sacco di bella gente aveva deciso di colorare il proprio profilo. Ma è proprio il fatto che sia stata così tanta che mi ha lasciato perplesso. C’è poco da fare, le maggioranze mi suscitano diffidenza (diffidenza massima ad esempio la settimana scorsa di fronte a Piazza San Giovanni piena di gente che manifestava contro l’ideologia gender. Chissà come la pensavano a proposito del ginger…).

Le maggioranze nascondo tutto e il contrario di tutto. Anche le maggioranze nate su idee sacrosante e condivisibili. Hitler era vegetariano. Ecco, io ho paura dei cannibali mascherati da vegani. E tanto per essere chiari, così come penso che sia un diritto di chiunque avere un compagno con un legarsi per tutta la vita, penso che avere un figlio non sia un diritto per nessuno. Né per una coppia etero, né omo. Avere un padre e una madre. Ecco questo penso sia un diritti di chiunque.

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Semplicità e pregiudizio

L’altra sera, sollecitato da un’amica, mi era venuta la curiosità di sapere la data di nascita di una persona. Uno abbastanza famoso, ma non così famoso da avere, che so, una sua pagina su Wikipedia. Ho fatto qualche ricerca su Internet e in effetti sono venute fuori diverse pagine: interviste, libri, un po’ di cose poco attinenti, ma la data di nascita niente. Era nata come una cosa senza importanza, ma sapete come succede quando cominci a cercare una cosa e non la trovi…diventa una fissa! Ti metti lì e potrebbe cadere il mondo, devi trovarla. E più pensi “ma alla fine, ma che me ne importa quando è nato questo“, più va avanti e provi a cercare con qualche altra parola chiave. Niente da fare, non c’era scritta da nessuna parte. E così sono andato a dormire con questo rodimento.

Questa mattina apro il pc, solito giretto su WP e su FB e come sempre il solerte faccialibro mi ricorda i compleanni del giorno. E qui mi si è accesa una lampadina. Ma figuriamoci se…e invece ha pure un profilo FB! Ed ecco lì la data, semplice come una domenica mattina. Chi se l’immaginava che uno di 83 anni stesse su Facebook? Il pregiudizio che un vecchietto, seppur arzillo e sveglio sicuramente più di me, avesse un profilo social mi aveva oscurato la soluzione più semplice, quella che era la più banale.

Perché in fondo questo fanno i pregiudizi: ti si accollano come patelle a uno scoglio e ti oscurano la mente, indirizzandoti in un’unica direzione, che esclude tutte le altre. Una direzione che sembra ragionevole, condivisibile, giusta. Ma non lo è. Invece spesso la soluzione è lì, sotto i nostri occhi. Ed è semplice. Siamo noi che non vogliamo vederla. Semplice e banale come una canzone di Gianni Togni.

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Sulla faccia delle donne batte quasi sempre il sole

Ilaria guarda i gatti e i gatti guardano nel sole. Ma in realtà guarda anche i cani, i criceti e anche le tartarughe. Guarderebbe anche i cavalli, se glieli portassero, ma ancora non è capitato. Perché lei ha un dono speciale, lei non si limita a guardarli. Lei ci parla. Ci parla e li ascolta, per questo riesce sempre a trovare la cura.

E’ stato così anche con il gatto di Nana. Lei l’ha portato lì, Ilaria l’ha visto, ci ha parlato e come d’incanto tutto era risolto. Nana, mentre torna a casa insieme al gatto guarito pensa a quanto sarebbe bello se fosse così semplice anche con le persone: le guardi negli occhi, ti capisci senza parlare e zac! Guarito! Certo forse questo è un pensiero superficiale: mai come quelli che fa il ragazzo della sua amica. “A proposito devo ricordarmi di prenderle qualcosa, oggi è il suo compleanno! Che poi io gliel’ho detto: chi non ti vuole, non ti merita, ma figuriamoci se mi sta a sentire…E’ innamorata!”

Oddio sono le sette, ma saranno ancora aperte le poste?” Nana corre, sempre con il gatto in mano e arriva appena in tempo. Francesca la guarda da dietro il vetro, “ma guarda questa, ti pare che ti presenti qui quando sto per chiudere e per giunta con un gatto?” però ha una faccia simpatica e in fondo ancora manca qualche minuto. Poi finalmente si va a casa. Stasera torna Monia, con le sue millemila foto che ci farà vedere tutta la sera, annegandole di birra e di chiacchiere, come se non ci fosse un domani. Ma poi che ci importa di domani?

Per questo Francesca si sbriga, chiude tutto, prende la bici e sfreccia via. Talmente veloce che non si accorge di Stefania e quasi la investe. “ma guarda tu! Ohhh, ma che te cori?” Non mi ci abituerò mai a queste cittadine del nord, con tutte queste biciclette. Ridatemi il traffico di Roma, ridatemi il caos, i motorini, i clacson. Quando sto lì vorrei scappare, ma quando non ci sono mi manca da morire. E invece rischio di morire investita da una pazza in bicicletta! Quando lo racconterò a Maru chissà quante me ne dirà! Oh, ma quella lì è Bia…

Ciao Bia! Stasera insieme a Claire andiamo a vedere i lavori di Chiara che fa una mostra in Comune, viene con noi?” “Verrei volentieri, ma ho già un impegno con Lucia. Sarà per un’altra volta. Ma tu, che mi racconti? Novità?” “Macché, tutto tace! Però tu stai tranquilla che io reagirò. Lo sai, non sono fatta mica di zucchero“.

L’estate è bella, fa buio tardi, il sole indugia e tira tardi, soffermandosi ad illuminare i volti e le espressioni delle fanciulle, colorando i loro sogni. Federica passeggia per i viali, mentre insegue un ricordo. E un pensiero con un punto interrogativo le si ferma nella testa. Roberta…che fa? Come sta? Ma soprattutto, quando torna? E dai Robbe’ e torna no!

Sulla faccia delle donne batte quasi sempre il sole, per noi che se non ci fossero loro.

 

 

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L’alfabeto delle canzoni

E ce l’ho fatta anche io! Mica potevo mancare…quando il mio amico Zeus chiama non ci si può tirare indietro (veramente anche Papillon mi aveva solleticato un giochino analogo, basato sui titoli dei film, ma mi mancano troppe lettere!) Il giochino è quello di ripercorrere l’alfabeto citando titoli di canzoni. Poi lo sapete che le liste di qualsiasi cosa, soprattutto se minchiona, mi fanno impazzire. Tanto per rendere la cosa un po’ meno minchiona (mica tanto eh!) ho cercato di mettere dentro una sola volta a testa, tutti i miei gruppi e cantanti preferiti. Potreste dirmi, va be’ ma a noi che ce frega? Lo so, invece a me il giochino è piaciuto assai, anche perché riuscire a far partecipare alla cosa i best 25, ti costringe a pensare e poi a scegliere. Certamente qualcuno manca, ma le lettere a disposizione erano finite!

As Tears go by – Rolling Stones. Gli Highlander. Li ho sentiti dal vivo l’anno scorso al Circo Massimo e davvero cominci a pensare che in fondo la droga non sia poi così nociva.

Baba o’ Reily – The Who. Una canzone che bisognerebbe sentire ogni mattino, a palla di cannone, appena alzati, così tanto per ricordarci quant’è bella la vita

Cowgirl in the sand – Neil Young, come cantante lui è nella mia top five, la canzone in questione è straziante e bellissima come solo lui potrebbe cantare

Desperado – Eagles, loro sono bravissimi e la canzone merita assolutamente, al pari di molte altre (fra l’altro ce n’è un’altra, sempre con la D che mi piace un sacco, ma già l’ho usata per altri post e non volevo ripetermi)

Easy does it – Supertramp, loro sono il “mio” gruppo. Non i preferiti in assoluto, ma quelli che sento più miei, come fossero miei amici, come li conoscessi da trent’anni, un po’ come i compagni di scuola. E in fondo un po’ è anche vero.

Fat bottomed Girls – Queen. Altro gruppo storico nei miei ascolti e l’omaggio alle ragazze culone penso sia uno dei loro pezzi più significativi, per ironia, ritmo, spontaneità. Secondo me un po’ troppo sottovalutati.

Good Riddance – Green Day fra le nuove generazioni forse i più ascoltati. Questa canzone in particolare la trovo bellissima.

Horizons – Genesis. ecco dovessi scegliere un solo gruppo, non avrei dubbi, sono loro. Ho scelto volutamente un pezzo minore, brevissimo, solo strumentale, perché basta anche solo questo per far capire secondo me che quando fra trecento anni studieranno la storia della musica del 900, loro saranno nei libri di testo.

Knockin’ on Heavens Door – Bob Dylan. Che vogliamo dire su quest’uomo e su questo pezzo. Silenzio e alziamo il volume

Inbetween Days – Cure. Torniamo alla mia adolescenza con questo gruppo di matti che però in questa canzone diedero veramente il massimo. Pezzo monumentale, un altro di quelli da ascoltare la mattina per darsi la carica

Love Boat Captain – Pearl Jam. Pensavo ad un certo punto che il rock avesse già detto tutto quello che aveva da dire. Loro e il gruppo che segue a due distanze mi hanno fatto ricredere. I Nirvana sono l’emblema, loro la sostanza, fra i due, a mio avviso, c’è un abisso.

Mother – Pink Floyd. Questi certo non potevano mancare. Li ho consumati a furia di ascoltarli: probabilmente hanno scritto brani molto più belli di questo, ma ultimamente l’ho riascoltato casualmente e mi è venuto da piangere

Nightswimming – Rem. E questo è l’altro gruppo che mi ha fatto pensare che effettivamente ancora è presto per fare il de profundis al rock. Grande gruppo, grande pezzo!

On almost sunday morning – Counting Crows. Anche loro appartengono alla nuova generazione, ma per intensità dei pezzi, meritano di essere nell’olimpo. Spero di riuscire ad andarli a vedere a luglio!

Police on my back – The Clash. Nuovo salto all’indietro per un gruppo che mi ha sempre fatto impazzire. Come fai ad ascoltarli senza che ti venga voglia di salire su un tavolo e metterti a ballare?

Queen of Supermarket – Bruce Springsteen. A parte che trovare una canzone con la Q non era proprio facilissimo, ma lui è lui…il Boss, unico e solo. Insieme ai Genesis, nella mia classifica, sempre al primo posto.

Revolution – Beatles. Loro sono la storia, il porto sicuro in cui torni ogni volta che hai bisogno di sentirti a casa. Possono anche passare mesi senza ascoltarli, ma tu sai che loro sono lì. Una certezza.

Stay – Jackson Browne. Un altro dei miei preferiti, un altro di cui ho consumato gli LP quando ancora non c’era l’elettronica che ti veniva incontro. E quindi quando finiva la prima facciata toccava alzarsi, rigirare il disco e rimettere su il braccio, calcolare la traccia e abbassare la levetta.

Tunnel of Love – Dire Straits. Ultimamente li ho citati in un ricordo di qualche anno fa. Nei favolosi eighteen loro non mancavano mai. Questa, per la cronaca, è nella colonna sonora di Ufficiale Gentiluomo, film cult di quegli anni.

Uptown Girl – Billy Joel. Un altro di quei cantanti di cui ho la discografia completa. Sparito ormai da qualche anno dalle scene, ma questo testimonia una volta di più la sua grandezza. Se non hai più niente da dire, perché continuare a rompere i timpani? Non sarebbe meglio tacere? Grande Billy!

Valencia – The Decemberists. Dei gruppi nuovi o comunque emergenti questi sono quelli che forse mi piacciono di più. Un mix molto interessante di rock, country, prog. veramente notevoli!

With or Without you – U2. I loro primi 5 dischi li pongono nell’Olimpo dei più grandi di tutti. Poi si sono persi e difficilmente si ritroveranno. Ma arrivare a certe vette non è da tutti!

Xanadu – Elo. Insieme ai Supertramp l’altro gruppo che sento mio, perché fa parte dell’adolescenza in maniera pervasiva. La prima facciata di Discovery è forse in assoluto il disco che ho ascoltato di più. Anche in questo caso, forse, anzi sicuramente, ne hanno scritte di più belle, ma trovatemi un’altra canzone con la X?

Your song – Elton John. Un altro gigante che in una classifica del genere non può mancare. Canzone struggente e bellissima.

Zombie – Cranberries. Loro sono un grande gruppo, che hanno saputo dire qualcosa di nuovo, poi la voce di Dolores O’ Riordan è una di quelle che ti fanno fare pace col mondo.

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Indietro lo straniero

In questi ultimi giorni leggendo i giornali sul tema immigrazione ho la sensazione che ci sia una specie di concorso per chi spara la cazzata più grossa. Non bastavano le teste di minchia di casa nostra, salvini e grullini, fascisti e diversamente democratici, ad un certo punto evidentemente anche in giro per l’Europa devono aver pensato che in fondo ormai la gente si beve ogni cosa e quindi perché non esagerare? I francesi, ubriachi di Camembert dichiarano guerra alla Nutella e ai profughi, gli ungheresi, appesantiti dalle cipolle del gulash, vogliono costruire un bel muro con la Serbia.

L’immigrazione  è un fenomeno inarrestabile che ha accompagnato la storia degli uomini dalle caverne ad oggi. In cerca del cibo per scappare alla fame, verso climi migliori per non morire di stenti, lontano dalle guerre in cerca di un futuro migliore. E di fronte agli indigenti che arrivavano, sempre, in ogni luogo, in ogni epoca, ci sono stati quelli che temevano di perdere i loro privilegi. Chi innalza muri, chi scava fossati, chi usa l’esercito.

Ma possibile che la storia non ci insegni mai nulla? Dalle legioni dell’impero, alle armate dei crociati, nessuno è mai riuscito a fermare una massa di disperati in cerca di un futuro migliore. Perché quando non hai più nulla da perdere., non ti spaventa più nulla. D’altra parte proprio sulla paura del diverso, sull’indietro lo straniero, hanno sempre speculato i cialtroni arruffapopolo, cavalcando la demagogia, dando soluzioni semplici a problemi complessi, creando mostri laddove non ce ne erano, evocando spettri solo per impressionare le anime semplici.

Tra cinquant’anni l’Europa sarà un po’ meno bianca e un po’ più islamica. I nostri nipoti saranno un po’ più scuri e avranno i capelli ricci. Sempre ammesso che non avranno gli occhi a mandorla. Non c’è nulla da fare. Ci hanno detto che la nostra Italia diventerà un inferno. Ma io non so se credere all’inferno. Forse esiste e forse no. Quello che esiste sicuramente è il Boss. Allora, sapete che c’è? Io credo nel Boss.

I McNichola, i Posalski, gli Smith, gli Zerilli, anche i neri, gli irlandesi, gli italiani, i tedeschi e gli ebrei. Arrivati attraverso l’acqua mille miglia lontano da casa. Con le pance vuote e il fuoco dentro. Morirono costruendo le ferrovie riducendosi pelle e ossa, morirono nei campi e nelle fabbriche, nomi dispersi al vento. Morirono per arrivare qua cento anni fa e muoiono ancora adesso.

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L’altra notte ho fatto un incubo

Sarà stato il caldo? Avevo mangiato pesante? Non mi ero ancora abituato al materasso nuovo? Chi lo sa. Fatto sta che facevo un sogno, anzi un incubo. Sognavo che diventava sindaco della mia città un uomo onesto. Molto onesto. Ma anche molto antipatico. Antipaticissimo. Stava antipatico anche a sua madre. Cercava di fare le cose giuste, non guardava in faccia nessuno, denunciava tutti i corrotti, i mafiosi, i delinquenti che prosperavano alle spalle dei cittadini. Ma tutto era inutile, perché era così antipatico che stava sul cazzo a tutti.

Ma più di tutti, stava sul cazzo a quelli del suo partito. A quelli che – in teoria – l’avevano messo lì, ma che ora non vedevano l’ora di cacciarlo. E alla fine, a furia di parlare male di lui, ci riuscivano a mandarlo a casa. E qui l’incubo entrava nel vivo. I succhi gastrici martellavano le pareti dello stomaco, il reflusso esofageo organizzava un corso accelerato di salsa e merengue, il duodeno si lanciava in un’imitazione malriuscita di John Travolta.

Arrivavano le elezioni comunali, ovviamente il partito in questione subiva una meritata batosta e così al ballottaggio ci trovavamo da una parte il candidato di un partito di destra, populista, xenofobo, senza democrazia interna. Dall’altra un candidato di Fratelli d’Italia.

Meno male che era solo un incubo. Facciamo ancora in tempo a svegliarci.